
L’Arte d’ Apollo e la Medicina d’Ippocrate
La purezza d’Apollo
Nulla è
più istruttivo dell’osservare il gioco ripetuto dei <<superamenti
definitivi>> dell’assurdo e dell’astruso nella storia, per imparare
almeno questo: che non è così facile superarli.
Hans Blumenberg
Se vi capitasse di accedere nella dimora
degli dei, solo Apollo riconoscerete tra le divinità dimenticate. Ma,
attenzione! Anche se Febo non ha bisogno di presentazioni, va
trattato con riguardo, è persona di rispetto. <<L’intelligenza, la
scienza, la saggezza sono considerati modelli divini accordati dagli
dei, ed in primo luogo da Apollo. La serenità apollinea diviene per
l’uomo greco l’emblema della perfezione spirituale.... Apollo propone un
ideale di comportamento esterno ed interno che può ben dirsi purezza nel
senso più elevato della parola>>, (W.F.Otto,1996).
Qualità che il bel corpo d’ Apollo manifesta tanto che Afrodite si
dovette rassegnare. La bellezza in Grecia si coniugò al maschile e fu
del dio che per essere descritto richiede: lo stile sublime,
un’elevazione al di sopra di tutto ciò che è umano, (J.J.Winckemann,2004).
<<Apollo non v’è alcuno tra gli dei, di cui i poeti abbiano pubblicato
tante meraviglie. Fu considerato come il Dio dei poeti, dei musici e
degli oratori. Aggiungeasi a tante perfezioni, la bellezza, le grazie,
l’arte di dilettare, tanto per la dolcezza della sua eloquenza, che per
la soave armonia della sua lira, la quale sorprendeva ugualmente gli Dei
e gli uomini. Vossio crede che Apollo altro non sia che un personaggio
metaforico del Sole. Viene rappresentato sempre giovane e senza barba,
perché il Sole né indebolisce né invecchia mai. L’arco e le frecce di
Apollo significano i raggi del Sole; e finalmente considerato è Apollo
Dio della medicina>> (Declaustre,
1834).
L’ottocentesco abate non si sofferma sulle virtù risanatrici d’Apollo,
eppure queste erano apparse così grandi che il poeta le aveva
immortalate : Febo che agli uomini porge e alle femmine filtri pei gravi
morbi, e la cetera trovò che ispira l’estro in chi vuole, che giuste
norme senza contrasti nei petti induce, che di fatidici recessi ha cura,
(Pindaro,1961). La fama
del medico è tale che nel X sec. viene raffigurato in un atteggiamento
simile a quello del Salvatore benedicente. Nel tardo medioevo è: Dieu
sauveur, dieu des savants mystères, Dieu de la vie et dieu des plantes
salutaires; ed, in un disegno della rinascimentale “Cronaca
Fiorentina Figurata”, ci appare << in piedi, al capezzale di un
malato, circondato da demoni e libri di magia, il dio ha l’aspetto di un
teurgo orientale e sembra praticare esorcismi terribili. Non a caso,
accanto a lui, in abbigliamento analogo, Ostane evoca alcuni demoni e
Oromasdes risuscita un morto. Nello stesso gruppo compaiono Zoroastro,
Ermete Trismegisto, Orfeo, Lino e Museo: insomma tutta la sapienza
esoterica della Persia, dell’Egitto e della Grecia>>, (
J.Seznec, 1990).
<<Giuro
per Apollo medico, per Asclepio, Igea e Panacea,…chiamandoli a
testimoni, di tener fede secondo le mie forze e il mio giudizio a questo
giuramento…>>; Febo benevolo accorreva all’invito dei medici e
davanti a Lui, garante e testimone, il candidato giurava di <<conservare
sacra (hosios) e pura (hagnos) la mia vita e mia l’arte>>.
Giurava di astenersi da qualunque ingiustizia volontaria e da ogni
danno, di fare il bene dei malati, di non fare loro il male, di
schierarsi a difesa della vita, di non praticare aborti, eutanasia
attiva e suicidio medicalmente assistito. Infine, dichiarava: <<A me
dunque se adempirò a questo giuramento sia dato di cogliere il frutto
della vita e dell’arte, onorato da tutti gli uomini per sempre nel
tempo; se sarò traditore e spergiuro, sia per me il contrario>>, (IL
Giuramento,1986).
L’invocazione al dio ha il tono arcaico d’una sacralità solenne che
contrasta con la salda laicità attribuita ad Ippocrate. Scelta, quella
dell’ Asclepiade, forse imposta dai lombi del Dio. Avrebbero potuto
appellarsi ad altro nume i discendenti d’Asclepio, medico e figlio
d’Apollo?
Scelta
forse condizionata anche dalla morale e della convenienza medica.
<<Bisogna portare la sapienza alla medicina e la medicina alla sapienza
poiché il medico filosofo è simile a un dio, in quanto fra la medicina e
la sapienza non esiste grande differenza. Infatti nella medicina sono
presenti tutti quegli elementi che sono propri della sapienza:
disinteresse, modestia, amor proprio, prestigio, saggezza, calma,
capacità di replica, integrità, linguaggio sentenzioso, conoscenza di
ciò che è utile e necessario per la vita, rifiuto dell’impurità e di
ogni superstizione, eccellenza divina>>,
(Sulla Decenza, 1993).
Poi, immaginiamo che con fare intrigante e a
più bassa voce aggiungesse: <<badate bene, la gente non vi distinguerà
dai ciarlatani, dai guaritori e dai purificatori perché scientifici
sapienti. La Techne fa il buon medico ma non il vero medico. La
differenza risiede, vi piaccia o no, in un giudizio che i profani
fondano sulla percezione di un insieme di qualità che sono ben diverse
dalla conoscenza. Se volete serbare sacra e pura la vita e l’arte; se
ambite ad essere onorati e, il che non guasta, ben pagati, dovete
differenziarvi dai ciarlatani nei comportamenti e nelle azioni. Dovete
dunque portare la medicina nella sapienza e la sapienza nella medicina;
apparire per purezza simile al dio>>.
Quale
dio? L’ippocratico non lo menziona, ma aveva poco da scegliere nella
folla tumultuosa degli olimpici troppo umani. Non gli rimaneva che il
dio che si distanzia ed impone la distanza, quello di Pitagora, il
saggio che si tiene lontano dalla peste della passioni umani, il nume
che predilisse Socrate. Non gli restava che quel modello di virtuoso a
tutto tondo: un giovane aristocratico armonioso nelle membra e meglio
equilibrato negli umori.
Il
Giuramento
Incerta è la datazione del Giuramento, ( tra
il IV a.C ed I sec. d.C.) , ancora più controversa ne è la genealogia. I
principi etici che l’avrebbero ispirato, entusiasmarono i cristiani ed,
in tempi molto più recenti, sono apparsi così moralmente eccelsi che si
è intravista la mano dei pitagorici. Di quei sapienti vegetariani che
furono anche medici e che potremmo considerare, con uno sforzo d’
immaginazione, antesignani dei postmoderni “movimenti per la vita”. Ad
altri il contenuto ideologico del documento è apparso così composito da
travalicare la cosiddetta categoria “apollinea” o l’etica settaria,
puritana e salutista dei pitagorici.
Chi poi s’immagina il medico come esemplare
della specie animale “gentiluomo benefattore”, vede, nella frase: “sacra
e pura conserverò la mia vita e mia l’arte”, il primo forte richiamo
agli alti, altissimi valori che devono informare la professione del
medico. Si tratta di un’interpretazione comoda e di parte. Infatti, i
concetti di purezza e di sacralità delle culture antiche risultano a
noi moderni difficili da afferrare già sul piano generale; se poi si
passa nell’ ambito specifico, il problema si complica. Non è chiaro che
cosa i termini hagnos e hosios significassero agli
ippocratici, né perché abbiano sentito il bisogno di ricorrere ad
un’espressione dalla così marcata impronta religiosa nel documento che
normalizza una professione secolare.
Come nel giuramento religioso, quello medico
si apre con l’invocazione ai numi tutelari e si chiude con
l’accettazione di premi o di punizioni in caso di tradimento.
Formulazioni del genere, comuni nell’antichità, avevano lo scopo di
creare tra gli uomini e la divinità un rapporto di solidarietà. Gli
umani sarebbero stati nel favore degli dei se avessero rispettato
l’impegno solennemente assunto davanti a loro; ma i numi li avrebbero
abbandonati e maledetti in caso di spergiuro. Nel caso, l’asclepiade
invoca gli dei, e non chiede per sé premi diversi dalla buona
reputazione e non s’attende, in caso di spergiuro, punizioni diverse
dalla cattiva reputazione. Si può supporre che l’impegno a conservare
“sacra e pura la mia vita e la mia arte” avesse una valenza, per così
dire, strumentale; fossero come il mezzo per conseguire la
gratificazione immateriale a cui ambisce il medico-filosofo. La
sacralità e la purezza della vita e dell’arte sono presentate come virtù
interdipendenti: se nel privato lo stile di vita del medico non è hagnos ed
hosios, non lo può essere la sua arte nel pubblico
e viceversa. Insomma, Ippocrate non crede che i vizi privati possano
convertirsi in pubbliche virtù.
Ciò che conferisce alla vita ed all’arte del
medico purezza e sacralità è il rispetto “religioso” di tutto quanto ha
giurato davanti agli dei. Gli aggettivi: hosios ed hagnos,
sarebbero stati usati in un senso che li distacca dalla religione
tradizionale. Hagnos, che traduciamo con “puro”, qui <<può essere
stato usato in senso morale>>, come emendato dalle valenze fisiche,
corporali, dei rituali di purezza/contaminazione,
(H.von Staden, 1996). Hosios, che generalmente traduciamo con: ”santo, pio, sacro”;
significa nel senso originale: “sancito, ordinato, permesso dalla legge
divina “. Sarà dunque, il rispetto dell’ordine stabilito per
legge divina a rendere la vita pura, anche se tratta con il profano ed
il secolare sia nella vita privata o nell’attività professionale. Ne
deriva che nell’arte il medico sarà hagnos per le ragione che
rendono tale la sua vita, se in entrambe è prima di tutto hosios.
<< L’etica dei medici ippocratici fu
formalmente religiosa. La deontologia si fonda su una religiosità molto
precisa ed esplicita che agli occhi dello storico appare come una sorta
di compromesso oscillante tra la vecchia “pietà cultuale” e la nuova
“pietà fisiologica”…L’interpretazione positivista si è compiaciuta nel
presentare la medicina ippocratica come una sorta di “laicizzazione
scientifica” della prima medicina religiosa. Non posso condividere tale
valutazione…tale cambiamento non consistette tanto in una
“secolarizzazione” quanto in una “riforma”. Accanto alla religione
olimpica ed a quelle misteriche, prese forma in determinati circoli,
“una religiosità colta” il cui nerbo fu incentrato nell’accentuare
intellettualmente il carattere divino della physis . Per questi
uomini il divino è la physis, la natura universale… Il
naturalismo divenne dottrina religiosa e filosofica. Talete,
Anassimandro, Anassimene…e gli altri filosofi presocratici sono a un
tempo fisiologi e teologi e così sentono e pensano i medici che
intellettualmente si richiamano ad essi>>,(P.Lain Entralgo, 1999).
Il Giuramento è un documento da un lato
autenticamente professionale e dall’alto tipicamente sacerdotale;
ma <<il sacerdozio a cui faccio riferimento non è il vecchio
sacerdozio olimpico, ma il sacerdozio fisiologico, laico, proprio
dell’illuminismo greco>>, (D.Gracia,
1993). Il giuramento sarebbe come il prodotto di una casta
“professionale”, o meglio di una “famiglia” di medici che regolò i
rapporti tra i suoi membri, quelli con i pazienti e la polis come
riformando in senso naturalistico il ruolo “sacerdotale”. Ruolo che
proprio di sacerdoti, giudici e medici, è caratterizzato da una
responsabilità etica “forte”.
Indifferente a tutte le rivoluzioni, il
Giuramento ha informato di sé tutta la deontologia medica successiva ed
è giunto fino a noi sulle ali di un successo storico clamoroso, più
unico che raro. Non deve sorprendere che quell’antico documento
rappresenti il maggiore e più duraturo lascito della medicina greca a
quella occidentale. Se, infatti, adottiamo l’equivalenza foucaultiana
:Sapere uguale Potere, il rapporto medico paziente, si caratterizza come
una relazione d’aiuto che in realtà sottende quella forma di dominio che
va oggi sotto il deprecato nome di “paternalismo medico”. Espressione
che in una facile vulgata sta per “autoritarismo”. Il medico
ippocratico si comporta nei confronti del malato come un padre saggio e
benevolo nei confronti di un figlio che gli è minore e gli è sottoposto.
Decide per il malato esattamente come un padre che, sapendo cos’è Bene
per il figlio, per lui decide comprimendone l’autonomia decisionale e la
libertà personale. Peccato originale di cui sarebbe responsabile
Ippocrate; e ciò senza considerare che l’ Asclepiade doveva collocarsi
nelle classi alte della società greca e che da uomo libero qual’era, era
“il medico dei liberi”. Non c’è evidenza che l’ Asclepiade, per quanto
paternalistico possa essere stato, si sia comportato nei confronti dei
suoi pazienti come un padre padrone o, peggio, come “il medico degli
schiavi” o quello della mutua, (Platone,
Leggi, 2000).
Nella dimensione pubblica, il Giuramento
starebbe a significare la nascita della deontologia professionale tout court.
Nello specifico, rappresenta la piena presa di coscienza
delle responsabilità del medico nei rapporti con il “suo” paziente, con
la famiglia del malato e la società civile più in generale. Il
medico-filosofo che per le virtù morali e per la conoscenza di ciò che è
necessario ed utile alla vita si mostra agli astanti per purezza simile
al dio, rivendica in concreto un ruolo privi-legiato in un regime d’
extraterritorialità morale e giuridica. Chiede ed ottiene d’esercitare
la professione in paternalistica autonomia e offre in cambio alla
società garanzie morali e comportamentali. Da qui movendo, paternalismo
medico e autonomia professionale avrebbero iniziato la loro trionfale
marcia per arrestarsi ai nostri giorni davanti al “consenso informato”.
Il
Medico “Razionale”
La
prepotenza d’Agamennone e l’ira d’Achille sono mal viste nella polis.
Economia mercantile, libertà individuali e democrazia richiedono un
aristocratico ordine morale. La civiltà impone repressione delle
pulsioni, cura del sé e molta, tanta, mai abbastanza buona educazione.
<<Conosci te stesso>>, ammonisce il dio di Delfi; ed il divino consiglio
si trasforma in fisiologia. La sophrosyne nasce dal dominio che
l’anima razionale della testa esercita sulla cardiaca anima irascibile
e su quella appetitiva che, dimorando in basso nel corpo, è stata
collocata dal divino Demiurgo il più lontano possibile dalla facoltà che
delibera, al fine di apportarle turbamento nel minor grado possibile, (Platone,
Timeo, 2000). <<Sappi dunque questo ed abituati ad essere padrone
soprattutto del ventre, quindi del sonno, della lussuria e dell’ira. Non
ti avvezzare ad agire irragionevolmente in nulla. Avvezzati ad un genere
di vita puro e scevro di lusso. Considera ogni cosa con giustizia
elevando al sommo la ragione, guida sublime>>,(Pitagora
,1996).
I
piaceri della vita non sono in sé mali, né tanto meno peccati. L’uomo
può, se e quando vuole, concedersi al piacere. Male sarebbe per lui
cedervi ed eccedere. In nessun caso, mai nulla di troppo.
Prodotto
dalla conoscenza introspettiva, il dominio del sé va esercitato
instancabilmente nel privato e nella vita pubblica. Autocontrollo e
temperanza garantiscono la libertà dei cittadini e la stessa vita della
polis. Se l’ uomo a cui la città ha affidato la cura del corpo
politico non è in grado di dominare sé stesso, diventa tiranno quando
la giusta ambizione diventa in lui brama di potere. E questo vale anche
per il medico che deve resistere all’intemperanza, all’avidità, alla
passione, se ambisce a governare il corpo individuale.
Il senso
normativo de “Il Giuramento” sfugge se si prescinde dalla cultura in cui
nasce e si trascurano i testi nei quali la scuola di Cos elabora e
definisce l’ideale di razionalità a cui il medico deve uniformarsi. Le
virtù che rendono l’asclepiade per saggezza simile al dio sono quelle
che la cultura assegna al filosofo e il pensiero medico a quell’esempio
si ispira. Nell’antica Grecia appare il prototipo, tutto occidentale,
del medico razionale: un sapiente equilibrato, ma severo; un cittadino
attento al decoro personale ed alle norme della vita pubblica; un
medico filantropo pronto a soccorrere l’altro malato ma che, nell’
avvicinarsi a lui, distanzia le proprie emozioni e impone la distanza
alle altrui passioni.
I
progressi scientifici hanno enormemente allontanato la medicina
moderna da quella classica; ma se si considera la relazione
medico-paziente, la distanza che divide apparirà più breve di quanto
non si pensi. Per il moderno medico può essere un utile esercizio
“misurarsi” con quel che lo separa e lo avvicina alla figura dell’
ippocratico, ma bisogna che tenga ben a mente i limiti ed i pericoli di
un’operazione, tra l’altro, fondata su indizi e tracce.
Il medico-scienziato in un tratto decisivo è
simile al medico-filosofo. Entrambi negano ogni causalità divina nella
malattia e le attribuiscono un etiologia naturale: “biologica”.
Concepiscono il fenomeno morboso come un evento di natura da ricondurre
ad un contesto teorico esplicativo, e su quale si può intervenire con
tecniche veri-ficate dalla conoscenza. Il disincanto della malattia la
sottrae agli imprevedibili capricci di divinità incontrollabili e la
trasforma in un sempre uguale fenomeno naturale; in un oggetto che i
medici greci si propongono di diagnosticare, curare e prevedere sulla
base della conoscenza della physis; ma fin dall’inizio questo
straordinario, gigantesco progresso non fu senza conseguenze.
Nel detto che spinge la medicina scientifica
in un vicolo cieco: <<“non esistono le malattie, ma solo il malato”
risuona l’eco di una primitiva esperienza…, quando il male, sempre nuovo
e diverso, era un aggressore maligno che trovava coalizzati, in stretta
alleanza, e nell’aura di un reciproco investimento affettivo, l’uomo
sofferente e il suo guaritore>>.
Quella “simpatia” che, nel senso originario di “soffrire insieme”, è al
fondo della relazione tra il medico ed il suo paziente, <<quando non
sia ancora addirittura invocata come una vera e propria condizione
irrinunciabile per il successo della cura e ciò a dispetto di regole di
comportamento… che impongono ai soggetti (medico e pazienti) di
mantenere la loro relazione quanto più riservata possibile, pena il
cadere di altra condizione che, contraddittoria alla prima, è tuttavia
riguardata come altrettanto necessaria: l’oggettività dell’osservazione
e del trattamento; l’obbligo da parte del malato, di seguire
scrupolosamente tutte le prescrizioni mediche… lo volge da “ soggetto”
di sofferenza in caso particolare e ripetibile di un oggetto di studio e
di intervento>>, (F.Voltaggio, 1992).
Nella professione, in effetti, il medico si
barcamena tra la sofferenza che energicamente sollecita il suo
coinvolgimento affettivo ed il “rigore professionale” che lo spinge a
valutare oggettivamente fatti impersonali. Da un lato il rischio di
trasformarsi in un tecnico privo d’umani sentimenti , dall’altro quello
di ritornare guaritore “irrazionale”.
Il regime che serve all’ippocratico per
giovare agli infermi secondo le sue forze ed il suo giudizio sembra
dettare le regole di un gioco moralmente sorvegliato e diretto dai
principi classici di beneficialità e di non maleficità, (G.Mottura,
1986). L’imperativo prudenziale: primum non nocere è alla
base di quel calcolo utilitaristico che, quotidiano nella professione,
obbliga il medico a decidere soppesando il male certo della malattia,
il bene quasi certo della terapia, il peggio probabile connesso agli
effetti indesiderati e collaterali dei farmaci, il molto peggio connessi
ai rischi anche remoti dell’intervento.
<<Riflessioni interessanti da questo punto di
vista si trovano nel trattato ippocratico sulle “Articolazioni” a
proposito di vari tipi di lussazione dell’articolazione della caviglia,
del ginocchio, del polso, del gomito (capp. 63-66): tecnicamente si può
fare la riduzione, ma la riduzione provoca spasmi che possono portare
alla morte; il medico deve scegliere tra lasciare il paziente storpiato
o intervenire rischiando di provocarne la morte e deve scegliere la
prima soluzione >>, (A.Roselli,
2001). Al di là dei casi estremi, l’ippocratico non rifiuta di
intraprendere terapie che giovino senza essere risolutive; ma se si
assume il compito di allontanare la sofferenza, nello stabilire le aree
d’intervento, pone dei limiti contemporaneamente.
La lotta alla pathos è la risultante
della sconfitta della malattia, ove e quando questa è razionalmente
possibile. Atteggiamento che sempre mortifica le speranze del malato e
danneggia il carisma del terapeuta ma che mette in evidenza di quanto l’ippocratico
si sia allontanato dall’onnipotenza velleitaria del pensiero magico e
della “efficacia simbolica” riconosciuta alle “primitive” arti della
guarigione.
L’azione del medico greco ci appare correttamente guidata da ragione e
conoscenza, dunque la condividiamo. Ma la professione insegna che ci
sono casi di malattia nelle quali i nostri ben più potenti interventi
anche se funzionano non funzionano. Non necessariamente la cura efficace
allevia la sofferenza. In effetti, abbiamo dimenticato che qualsiasi
buona professione medica è stata ed è psicoterapia. Una dimenticanza
sorprendente; non c’è, infatti, medico razionale che non sia caduto sui
miracoli dell’ effetto “placebo”.
Il
“biologismo” ben temperato e sorvegliato degli antichi greci è stato di
gran lunga sorpassato dallo scientismo, dalla burocratizzazione della
professione, e da una ideologia sociale che spinge il medico a ricorrere
alla tecnica. Ma la comoda opportunità di guarire con i soli strumenti
può sopprimere in lui ogni forma di residuale sim-patia.
Istituzionalizzata la professione medica svolge un’azione strategica nei
confronti di un problema onnipresente in tutte le società: le malattie.
<<Dal punto di vista del funzionamento del Sistema Sociale, un livello
generale di salute troppo basso, cioè un’alta incidenza di malattia,
risulta disfunzionale. Nel momento in cui la malattia è controllabile
mediante un’azione razionale, è chiaro che esiste un’ interesse
funzionale della società al suo controllo, e più ampiamente alla
riduzione al minimo della malattia>>. La definizione primaria della
responsabilità del medico è quella di “fare tutto il possibile” per
promuovere la guarigione e la reintegrazione del malato nel sistema
della produzione. La funzione di “fare tutto il possibile” è
istituzionalizzata in termini di aspettative sociali e valori morali;
questi sono incorporate nella maniera più viva ed immediata nel sistema
di atteggiamenti del medico e della società che si aspetta e pretende
che il dottore faccia sempre e comunque tutto ciò che per ruolo e
funzione può fare. <<Nell’affrontare queste responsabilità egli deve
acquistare e usare un’elevata competenza tecnica nella “scienza medica”
e nelle tecniche fondate su di essa Una preparazione specializzata in
materia di malattie esclude una preparazione analoga in altri campi. Il
medico non costituisce, in base al suo ruolo moderno un uomo sapiente o
un saggio, anche se esiste molta credenza popolare in tal senso, ma è
uno specialista…La neutralità affettiva è presente nel ruolo medico come
scienziato applicato. Egli deve infatti affrontare un problema oggettivo
in termini oggettivi, giustificabili scientificamente>>,
(T.Parsons, 1996).
La sofferenza provoca nei malati atteggiamenti
irrazionali che possono, come per contagio, coinvolgere emotivamente il
medico. Bisogna che questi impari ad affrontare il pathos del
paziente tenendolo a distanza, come in penombra. <<In primo luogo è
necessario che il medico sia protetto contro questa espressione emotiva…
egli non è in grado di “entrare” in quel tipo di relazione che il
paziente inconsciamente desidera>>,
(T.Parsons, 1996).
Educato
come uno scienziato, con-formato negli atteggiamenti alle forme della
razionalità scientifica, il medico affronterà con distacco il pathos,
trattando la persona in modo impersonale, come un caso di malattia.
Nella relazione col dolore del paziente il dottore introdurrà quella
neutralità affettiva che le correnti superstizioni indicano
come la miglior dote dello scienziato applicato. E’ vano attendersi dai
medici qualcosa di più e di meglio di un aiuto tecnicamente competente.
Il medico rifiuta di “essere tirato dentro”.
Il
Sesso e la Ragione
Se
qualcuno adesso dicesse che la relazione d’aiuto tra il medico ed il
paziente sottende, implicito, un rapporto di tipo“erotico”, ovviamente,
susciterebbe perplessità, e forse puritana indignazione; ma
susciterebbe applausi se dicesse che la relazione si fonda su un
filantropico rapporto d’ “amore”.
Etnomedicina, antropologia culturale,
(V.Lanternari, 1994,1998),
e sporadiche fonti della tradizione arcaica suggeriscono che nell’arte
magica della guarigione, l’ atto “amoroso”, perduta la valenza fisica,
si sublimi come in senso femminile, materno protettivo e si esprima in
quel linguaggio rituale che consente al guaritore d’agire sul corpo
simbolico, dunque, sul corpo reale del malato. Taumaturgo miracoloso,
Eliseo richiama alla vita un morto giacendo su di lui. All’esempio
biblico si aggiungono le guarigioni per “incubazione”. Termine che
deriva dal latino incubatio che, come il greco epoasis,
significa letteralmente: covatura, il covare le uova.
Il
guaritore primitivo agisce, in un certo senso, come “la nuova madre del
malato”, pronta ad accoglierne il corpo sul suo ampio seno, a
riscaldarlo , a ridonargli la vita. Se il taumaturgo simula un
comportamento “sessuale” questo è perché l’ amore rappresenta la forma
di partecipazione più intensa ed intima fra due persone, e perché si
tratta del solo linguaggio di cui dispone; vale a dire di quello che
più efficace immediatezza gli permette di entrare in simpatia col
malato. Nel Giuramento, il medico s’impegna ad astenersi dagli erga
aphrodisia con chiunque incontri nelle case in cui entra, femmina o
maschio, libero o schiavo. In effetti,<<se la sessualità è vista come
comunicazione, la proibizione va interpretata a nostro parere, come
interdetto della comunicazione e compartecipazione totale del medico in
una situazione che ribalta decisamente quella del taumaturgo>>, a favore
di un medico che per mantenersi nel ruolo deve distanziarsi da ogni
forma di passionale coinvolgimento,
(F.Voltaggio, 1995).
Il
medico tratta i corpi, e lo fa in situazioni che coinvolgono gli aspetti
più intimi della vita delle persone ed in contesti carichi di
significati emotivi e di latenti valori simbolici. La società riconosce
al dottore il privilegio di oltrepassare il confine che sancisce
l’integrità e l’inviolabilità del corpo. Il medico può guardare,
toccare, manipolare; può anche usare la violenza: tagliare, incidere,
bruciare. Può esercitare pratiche che come nel caso dell’esame rettale e
vaginale non sarebbero permessi da molte persone normali a nessuna altra
persona, neppure ad un compagno di rapporti sessuali. Analoghe
considerazioni si possono avanzare sul diritto del medico di accedere
ad informazioni confidenziali che riguardano la sfera della vita privata
e di cui le persone potrebbero non essere disposte a parlarne neanche
con un amico fidato od un familiare.
Le
implicazioni passionali coinvolgono altri aspetti delle attività del
medico. L’universalismo egualitario della professione lo obbliga a
curare tutti allo stesso modo. Deve evitare di provare più simpatia per
un paziente rispetto ad un altro e, per le stesse ragioni, deve far sì
che l’antipatia verso un certo malato non si traduca in cure meno
attente. Tutti questi elementi fanno capire come il medico si trovi
abitualmente coinvolto in affari delicati, in situazioni e contesti che
lo tirano dentro e da cui deve prudentemente distanziarsi.
La
situazione più imbarazzante si ritrova quando entra in scena il sesso,
anche solo potenziale. Il punto è che se per gli uomini una bella donna
che si spoglia è un invito ad una relazione, per il medico si tratta
solo di un corpo da visitare. Naturalmente la garanzia del giusto
comportamento richiede un sistema di controllo. La specificità
professionale difende il ruolo e la funzione del medico nella misura
in cui ne protegge la neutralità affettiva nelle situazioni che
possono essere sfruttate contro di lui. Si tratta di una serie di norme
interiorizzate che codificano i comportamenti da seguire quando, in
virtù dei privilegi di cui gode, è trascinato in una area pericolosa.
Ne “Il
Dilemma del Dottore”, G.B. Shaw descrive le acrobazie del dottor
Ridgeon che, irrazionalmente invaghitosi della moglie di un suo
paziente, decide di aggiungere un altro errore ai tanti che già ha
seppellito. Il medioevale Arnaldo da Villanova così cautelava il
medico:<< non devi lasciarti impicciare in questioni di donne…altrimenti
il tuo giudizio rimane coinvolto, tu divieni pericoloso>>,
(A. da Villanova ,1986).
Scontato sembra il senso protettivo della prescrizione: << in qualsiasi
casa andrò, entrerò per soccorrere gli infermi, astenendomi da qualunque
ingiustizia volontaria e da ogni danno, come da atti sessuali su corpi
di donne o di uomini, liberi o schiavi>> e di quella che lo obbliga al
segreto professionale, (Il
Giuramento, 1986).
Gli
ippocratici visitano i loro pazienti, ma con una eccezione; l’intimità
femminile è soggetta ad una fluttuante interdizione. I testi
ginecologici, disincantano il corpo della donna e lo riassumono
nell’organo della riproduzione: la matrice. L’utero sovrano, tuttavia,
sembra trasfigurarsi in un vivente dotato di una sua autonoma vita
propria. Questo sorprende in un’Arte affrancata dalla magia. I disturbi
della psiche femminile assumono un particolare significato, poiché
ricondotti a patologie dell’utero, specifiche del sesso. (J.J.Jounna,1992,
1993). E’ inutile soffermarsi sul peso opprimente che la
rappresentazione ha avuto sulla medicina occidentale. In questo
contesto sessista, il medica interroga, dialoga ascolta le sue pazienti
ma non sempre le visita personalmente. Preferisce prudenzialmente
affidare alla malata il compito di palparsi, frugarsi e riferire, (Natura
della Donna, 2000). Ma, naturalmente questo non che è il lato
strettamente professionale della medaglia.
Generato
da Poros, l’Espediente, e da Penia, la Povertà, Eros,
il più bello tra gli dei immortali, come il povero è sempre
insoddisfatto, perennemente affamato, è sempre a caccia dell’oggetto del
desiderio e non esita a ricorrere all’inganno ed alla violenza pur di
soddisfare le sue voglie (Platone, Simposio, 2000). Eros semina aspri
conflitti, porta nella città dell’uomo un ordine biologico che si
converte in disordine sociale. Eros non può essere lasciato allo
stato selvaggio, va addomesticato, civilizzato, razionalizzato.
Il
Giuramento esplicitamente associa gli atti sessuali all’ ingiustizia
volontaria ed al danno e li condanna come crimini premeditati. Nella
società greca, la donna occupava una posizione subordinata e passiva
rispetto al maschio, e, pertanto, la violazione di beni privati quali la
moglie o la schiava certamente esponeva il dottore ad una solenne
bastonatura, ma che dire del divieto alle relazioni con gli uomini
liberi? Ed, a questo punto, viene anche da domandarsi quale sia il senso
della proibizione che grava sugli interventi in pazienti con calcolosi
delle vie urinarie? Posizione strana se si considera i medici di Cos
conobbero e praticarono le tecniche chirurgiche.
In via
generale, l’equivalenza tra il sesso ed il crimine contrasta con gli
orientamenti generali di cultura che celebrava lo splendore del corpo
libero e nudo, non era sessuofobica, e non criminalizzava l’
omosessualità. Anzi, si potrebbe aggiungere che il vero amore era
quello che legava Achille e Patroclo nell’anima e nel corpo. Ciò non
significa assolutamente che la società greca fosse “dissoluta”. Diciamo
che non conosceva il teologico peccato e la sessualità non era in sé il
Male; ma proprio perché l’ amore è il più violento ed incontrollabile
dei desideri la sfera erotica divenne il campo privilegiato per
l’educazione morale. L’askesis entrò a far parte della paideia.
La filosofia pone l’accento sulla relazione che il soggetto
intrattiene con se stesso, e configura una morale della temperanza che
vieta l’abbandono alla passione. Cedere al desiderio significa essere
schiavi di se stessi; dominarsi, controllarsi significa essere liberi da
se stessi. La temperanza è dote virile, propedeutica alla virtù ed alla
conoscenza. Il dominio del sé fa sì che il logos sia messo in
una condizione di superiorità rispetto alla pulsione istintiva, al
contrario nell’intemperanza la forza del desiderio che sottomette il
logos, inibisce ogni virtù ed ogni sophrosyne.
Nella
Grecia antica, la verità ed il sesso erano legati nella forma della
pedagogia, attraverso la trasmissione, corpo a corpo, di un sapere
prezioso; il sesso serviva da supporto per le iniziazioni alla
conoscenza, (M.Foucault, 1999).
Il rapporto omosessuale svolgeva un ruolo essenziale nell’educazione
degli efebi da parte degli adulti. In questo modo si costituivano
modelli di condotta che miravano a formare il futuro cittadino libero
nella sua capacità di comandare ed essere comandato.Tra IV e III secolo
la figura del filosofo si presenta come alternativa a quella del
cittadino-oplita.<<A Platone ciò consentiva di recuperare nella sua
nozione di eros, inteso come veicolo d’ascesa filosofica, quel rapporto
tra adulto e giovane costitutivo della dimensione pedagogica del
rapporto omosessuale>>, (G.Cambiano,
1991).
Le
strategie per il controllo del sé si dispongono lungo l’asse filosofico
e medico. Il primo persegue dominio delle passioni e regola morale, il
secondo salute e regime sanitario. <<A queste strategie di governo -
che troveranno la loro saldatura nel pensiero di Platone- il sapere
medico del secolo V veniva offrendo importanti modelli di pensabilità
del rapporto fra la passione e il suo soggetto. Si trattava innanzi
tutto di uno spostamento linguistico, in virtù del quale il termine pathos veniva identificato, e per lo più sostituito, dalle parole
nosos/nosema che significano senz’altro “malattia. E si trattava-
cosa ancora più importante- di modelli etiologici degli stati morbosi>>,
(M.Vegetti, 1995).
Fin dal
IV sec a.C. si trova chiaramente formulata l’idea che la sessualità sia
così pericolosa da giustificare una economia che la limiti laddove non
sia necessaria alla riproduzione, <<si trova il modello di un rapporto
matrimoniale che esigerebbe, da parte dei due coniugi, un’uguale
astensione da ogni piacere extra coniugale; e si trova infine il tema di
una rinuncia dell’uomo ad ogni rapporto fisico con un ragazzo. Principio
generale di temperanza, sospetto che il piacere sessuale possa essere un
male, schema di rigida fedeltà monogamica, ideale di rigorosa castità.
Non è certo così che vivevano i Greci; e tuttavia il pensiero
filosofico, morale e medico che si è elaborato presso di loro non ha
forse formulato alcuni dei principi fondamentali che morali ulteriori
hanno pari pari ripreso?>>,(M.Foucault,
2004).
Come la
filosofia, la medicina si è interrogata sugli aphrodisia. L’atto
sessuale non è oggetto di nessuna patologizzazione , ma i testi
lasciano trasparire un’inquietudine che ruota intorno alla morte a cui è
legato. Se i filosofi lo descrivono come una minaccia per l’ anima
razionale, la medicina lo concepisce come un qualcosa che compromette
le forze che l’individuo deve conservare intatte, e , come qualcosa
che, proprio perché assicura la sopravvivenza della specie, sottolinea
la necessità della morte dell’individuo. Se la regolamentazione dei
piaceri è importante, non è perché può provocare una malattia; è perché
nell’attività sessuale, sono in gioco la padronanza di sé, la forza e la
vita dell’uomo,(M.Foucault, 2004).
L’atto
sessuale dissipa la sostanza vitale che trasmette la vita. Sperma che
secondo la concezione pitagorica, che gli ippocratici sembrano
condividere, è come una goccia di cervello che contiene in sé un vapore
caldo, (M.Foucalt, 2004).
Seme prezioso che formatosi nel cervello scenderebbe attraverso il
midollo fino alle parti inferiori del corpo. Sostanza che si colloca
nella cerniera tra il corpo e l’anima, la morte e l’immortalità.Questa
cerniera è il midollo che nella sua parte cranica e rotonda è sede
dell’anima immortale,(Platone, Timeo, 2000).
La
sessualità, lasciata a se stessa, scatena forze violente,
incontrollabili che, nell’eccesso, dissipano l’energia del corpo, ne
compromettono la salute e lo conducono alla morte. Al contrario
un’attività medicalmente sorvegliata, non solo esclude ogni danno, ma
può rafforzare la vitalità dell’uomo.
L’area
d’intervento della medicina è definito <<da una lista che ha assunto con
il tempo un valore quasi canonico. E’ quella che si trova nel sesto
libro delle Epidemie e comprende: gli esercizi, gli alimenti, le
bevande, il sonno, i rapporti sessuali - tutte cose che devono essere
misurate>>, (M.Foucault, 2004).
Il Regime (IL REGIME,1999).
non ha lo scopo di prolungare la vita, ma di renderla migliore. Diretta
al maggior numero possibile di persone, la regola di vita si diversifica
in funzione del ruolo svolto da quelli che lavorano e da quelli che
comandano, ma in entrambi i casi sollecita ciascuno a vigilare sul
corpo. Il Regime ha i caratteri di una vera e propria tecnica di
vita; non pone l’individuo sotto il dominio medico, ma propone uno
stile di vita che appreso ed interiorizzato viene a costituire la
pratica ponderata del sé e del corpo. <<La dietetica (nel senso greco di
regola di vita) è un’arte strategica, e precisamente nel senso che deve
permettere di rispondere, in modo ragionevole e dunque utile, alle
circostanze della vita>>,(M.Foucault,
2004).
<<Tra
“Il Regime” e la “Repubblica” esiste indubbiamente una linea di
continuità. Tanto l’autore dello scritto ippocratico quanto Platone
condividono l’idea che ogni individuo debba coltivare una virtù
primaria, la sophrosyne consistente nel modulare e seguire una
condotta di vita adeguata al ruolo assegnatogli dalla società>>.
Alimentazione, sesso, attività fisica non possono essere impostati allo
stesso modo da tutti gli individui. Ne consegue che la dieta dei
produttori e quella degli egemoni non possono non essere diverse. Ma
senza che Il Regime lo dichiari espicitamente, alla temperanza
degli egemoni è associato il dovere di una virtù superiore: la kalokagathia termine aristocratico che sta a significare l’ideale
greco per antonomasia: l’essere dell’uomo insieme ed in armonia sano,
bello e buono, praticamente il migliore nell’anima e nel corpo.
<<Ora poiché Il Regime impone la netta distinzione- e l’obbligo
altrettanto deciso di rispettarla- tra la diaita dei non politai e quella dei
politai, ne consegue che la violazione
della regola di vita è non solo un atto da evitarsi, ma anche e
soprattutto un delitto politico >>.
Gli eccessi alimentari e sessuali le abitudini viziose sono
contrarie all’interesse generale, danneggiano le attività dei
produttori e minano le virtù necessarie agli egemoni per rettamente
comandare. <<La salute è un dovere per tutti, per chi produce e per chi
governa. Il che significa in concreto, che se all’apparenza Il Regime
ed Il Regime nelle Malattie Acute sono finalizzati a controllare
le malattie, in realtà sono mirati a esercitare un controllo sociale e
politico>>, (F.Voltaggio, 1998).
La Morte e la
Ragione
Da
sempre la professione obbliga i medici ad affrontare una situazione che
la Ragione, guida sublime, non può governare. Una situazione sgradevole
e pericolosa che li afferra per i capelli e li tira dentro
violentemente. L’Arte li pone davanti alla morte fisica e vera, sporca
e concreta, ed a tutto ciò che costituisce l’arredo e l’ornamento. Il
decesso del paziente doppiamente li coinvolge. L’emozione è umana ma la
sconfitta è professionale. Certo i dottori imparano a resistervi, ma
poco e male ci si abituano. Nulla di sorprendente che altrove volgano lo
sguardo.
<<Non
darò a nessuno un farmaco mortale, neppure se richiesto,né lo proporrò
come consiglio; similmente non darò a una donna pessario abortivo>>,(Il
Giuramento,1986). Posizione contraddittoria se, assunto come
primo fine della medicina l’ ippocratico alleviare la sofferenza, ci
trasportiamo nell’oggi ed accettiamo la posizione laica che rivendica al
malato terminale il diritto d’ esprimere autonome scelte di fine vita.
Il divieto è sfruttato per arruolare Ippocrate
nei movimenti pro-life, trasfigurandolo in un precursore della
difesa ad oltranza della vita. Il che lo pone in contraddizione con gli
atteggiamenti ed i valori del suo tempo. Nella antica Grecia aborto ed
infanticidio erano consentiti. Inoltre, se si esplicita il veto su
“suicidio assistito” ed “eutanasia attiva” si può pensare che tali
trattamenti fossero in uso e non suscitassero indignazione in una
cultura che sottoponeva la mera esistenza all’esercizio di
aristocratiche virtù.
Nella nostra cultura la vita s’identifica
nella biologia ed la difesa ad oltranza della vita altro non è che
sopravvivenza nella biologia. Al contrario i greci per significare la
vita si servivano dei due termini distinti. Con zoe, si
riferivano all’ essenziale “essere un vivente”: biologia che accomuna
animali, schiavi e liberi. Con bios indicavano la forma ed il
modo di vivere che caratterizzano nel segno del valore l’esistenza dei
liberi. <<Quando Platone nel Fedro menziona tre generi di vita e
Aristotele, nell’Etica Nicomachea, distingue la vita contemplativa del
filosofo (bios theoreticos), dalla vita di piacere (bios
apolausticos) e dalla vita politica (bios politicos), essi
non avrebbero mai potuto servirsi del termine zoe …per il
semplice fatto che per entrambi non era in questione in alcun modo la
semplice vita naturale, ma una vita qualificata>> (G.Agamben,1995).
Contava quel vivere che, sottoposto a valori superiori, lo qualificava
nell’ umano. Non che zoe non avesse di per sé un senso, anzi.
Non si dà bios senza zoe. La mente tragica del greco
rifiutava l’idea che la vita umana potessi ridursi ad animale
sopravvivenza: << L’uomo che non ha nulla da scambiare coi propri mali,
è turpe che desideri vivere a lungo. Che gioia ha da dare un giorno dopo
giorno che alla morte, mentre ce ne allontana, ci avvicina? Vivere bene
deve l’uomo nobile o altrimenti morire bene. E’ tutto>>, (Sofocle,
AIACE,1991).
La norma ippocratica è allora un’aggiunta
tardiva, coerente col pensiero cristiano? O i medici di Cos
rappresentavano una corrente minoritaria? O volevano in nessun caso
risultare responsabili di una morte?
Altri
testi potrebbero far supporre che l’asclepiade oggi si sarebbe schierato
contro l’accanimento terapeutico, ed a favore di quel umano lasciar
morire in pace che i moralisti criminalizzano con l’espressione:
eutanasia passiva. In serrata, sofistica polemica contro i detrattori
dell’Arte, l’autore afferma che non è compito della medicina trattare
coloro che sono già vinti dalle malattie , sapendo che non è nelle
possibilità dell’Arte. Ed aggiunge: chi sostiene questo è pazzo e
dovrebbe rivolgersi al medico per farsi guarire dalla sua follia, (L’Arte,2000).
L’incurabilità era un importante fattore nelle
scelte degli asclepiadi, molto più di quanto non lo sia per il medico
moderno. Questi si ritrova davanti, ancora più inestricabili, i
dilemmi degli antichi non solo, e non tanto, per le opportunità
prometeiche della tecnica , ma perché la cultura contemporanea
sembra incapace d’attribuire alla vita umana una “sacralità” diversa
dalla mera sopravvivenza, (B.Duden,
1994).
Quando il male sovrastava l’Arte, come il
protagonista della scena tragica, il medico si faceva carico della sua
sconfitta. Il primo degli “Aforismi” ne celebra la sofferta, amara
impotenza:<<La vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione è fugace,
l’esperienza è fallace, il giudizio è difficile>>, (Aforismi,
1994).
Opporsi
alla Necessità sembrava al greco hybris insensata, ma subire la
morte del paziente è peso che il medico difficilmente sopporta. Resta
l’ estrema difesa: non farsi tirare dentro, sfuggire alle situazioni
emotivamente destabilizzanti e professionalmente mortificanti.
Il medico deve fermarsi, ma quando? Cosa lo
avverte? I segni. Tra i tanti, un segno nel Prognostico si
innalza e suona il momento della resa: facies ippocratica.
Straordinaria letteratura, terribile descrizione d’un volto che il
male ha trasfigurato in maschera della Morte. Morte che il medico
guarda in faccia, riconosce e pubblicamente pre-annunzia, (Il
Prognostico, 2000).
L’immagine <<che scaturisce è quella di
un medico che predice l’esito finale per non risultare poi responsabile
della morte, che rifiuta gli interventi consapevole dei rischi, ma che,
al tempo stesso, deve mettere al sicuro il proprio prestigio di medico.
Tuttavia questo è solo un lato della medaglia>>, (A.Roselli, 1996).
Resta l’obbligo di alleviare la sofferenza del morente e questo dovere
lo tira dentro, ma il medico sfugge perché non c’è più niente di utile
che razionalmente si possa fare. Nella letteratura una esplicita
sensibilità per la sofferenza non sembra trovare spazio e comparirà nei
testi d’ età ellenistica. <<L’autore ippocratico del trattato sull’Arte
(cap.7) aveva detto che alcuni pazienti, insofferenti delle noie della
terapia, quasi preferiscono morire, non perché lo vogliano veramente, ma
perché sono vigliacchi (non hanno la forza di resistere). L’autore che
deve difendere la techne medica appena costituita, sta sulla
difensiva: l’arte fallisce non per inadeguatezza ma perché i pazienti
non obbediscono alle prescrizioni>>, (A.Roselli,
2001).
Se e di
quanto gli atteggiamenti degli antichi siano la conseguenza di terrori
inconsci non lo sapremo. Sappiamo che queste paure esistono e che gli
umani non possono fare a meno di reprimerle. Resta il fatto che
l’atteggiamento medico successivo sembra modellato sull’ esempio
della greca razionalità. In età cristiana, a dispetto dell’enfasi sul
valore soteriologico dell’esercizio della Caritas, il Regimen
Sanitatis,è molto attento ad istruire i dottori. Bisogna che
apprendano: “i Segni della Morte, la Semeiotica del Moribondo, gli
Indizi di Sicura Morte”. <<Sappi, figliolo carissimo, i veri
segni della morte, affinché subito siano a te noti…La faccia per prima a
te si presenta e per prima osservala…Osservati questi segni,
allontanati…>>, (Regimen Sanitatis,1979).
Agli
inizi del XIX sec il dottor Percival, rimuove il conforto al morente
dagli interessi del medico. Il soccorso al malato terminale è per lui
realtà angosciante. Il dottore consulta i padri della Chiesa, ed avanza
problematiche che anticipino i temi dell’attuale, sempre vecchio,
dibattito. Alla fine conclude che <<il medico è onestamente libero di
dire ben poco sulla morte. Che è meglio per lui declinare l’incarico
ogni qualvolta lo si possa affidare a qualche altra persona di
sufficiente giudizio e delicatezza>>, (T.Percival,
1986).
Fino a
pochi anni addietro la deontologia obbligava il medico ad informare
dell’inevitabile decesso solo i familiari del malato, evitandogli il
trauma d’una comunicazione diretta all’ “interessato”. Prassi
considerata umanitaria e seguita dai dottori, (L.De
Caprio,2001), ma che la norma più recente condanna. Gli studi
sugli atteggiamenti dei dottori nei riguardi delle scelte di fine vita,
suggeriscono che questi non siano determinati dall’adesione o meno ad
una religione. I medici si dimostrarono condizionati da: <<le
implicazioni sociali e legali delle decisioni cliniche, l’opinione del
ruolo del medico, le convinzioni morali personali ed il possibile
contrasto tra uccidere e lasciar morire>>, (T.Fried
et al.,1993).
Come
valutare infine il cosiddetto accanimento terapeutico? Il sociologo non
dubbi: un rito ove la paura della morte viene esorcizzata dai medici
nel rifugio di un fare per fare senza senso. Positivismo eroico che
dirotta l’ incapacità comunicativa in un fare tutto il possibile senza
ragione ,( J.D.McCue,1995).
Apollo sciamano
L’Apollo della tradizione semplifica una divinità complessa; se,
infatti, con la riverenza che è dovuta ad un dio, ci si avvicina a lui,
questi sorprende con una vicenda personale che, nelle contorsioni della
narrazione mitica, descrive una complessa traiettoria evolutiva (R.Graves,1988).
Tanto intrigante è il mito che l’ apollineo volto potrebbe celare
forse un nume barbaro, forse la maschera d’ uno sciamano venuto da
lontano, (M.Eliade,1996).
L’ ipotesi che Apollo origini dalle regioni settentrionali dell’ Eurasia
si fonda, tra l’altro, sugli stretti rapporti che il mito stabilisce tra
il dio e il paese posto al di là del gelido vento di Borea. Ma, come
notò Pindaro, nessuno potrà mai scoprire né in terra né in mare, la via
meravigliosa che conduce ai giochi degli Iperborei. Se il bel
paese è ancora là, dove lo ha collocato il mito, l’area originaria della
cultura sciamanica coinciderebbe con le regioni siberiane e da qui si
sarebbe irraggiata verso la Cina, il Giappone, il continente americano
e l’Europa giungendo fino al coste del Mediterraneo.
Si tende ad escludere che nella Grecia arcaica
siffatta cultura sia comparsa senza influenze straniere. Contro
la tesi autoctona si avanzano tre obiezioni: a)
la presenza di una cultura di tipo sciamanico << comincia ad
essere attestata tra i Greci allorché il Mar Nero si apre alla
colonizzazione greca, non prima: b) dei primo “sciamani” di cui si abbia
notizia, uno è scita (Abari), l’altro un greco che aveva visitato la
Scizia (Aristea); c) vi sono concordanze in particolari concreti tra lo
sciamanesimo antico greco-scitico e quello moderno siberiano,
sufficienti a rendere poco probabile l’ipotesi della semplice
convergenza: ad esempio il cambiamento di sesso dello sciamano,
l’importanza della freccia. Il ritiro religioso, la condizione delle
donne, il potere sulle bestie e sugli uccelli, il viaggio
nell’oltretomba per recuperare un’anima, le due anime, la somiglianza di
sistemi catartici>>, (E.R Dodds,1997).
Si pensi non solo agli uccelli che in molte
culture primitive ed antiche personificano le anime dei morti, ma anche
ai travestimenti da uccello indossati dagli sciamani siberiani, alla
credenza che i primi sciamani fossero uccelli. Animale sacro ad Apollo è
il corvo. Il mito narra che Apollo possedette Coronide, la vergine
cornacchia, ma pur fecondata dal dio la donna osò tradirlo con Ischys, dimentica del fatto che su di lei vegliava un candido
corvo. Apollo gli aveva affidato il ruolo che un canto
partenopeo riserva a lu cardillo. Volatile canoro che è
l’Io occulto dell’ innamorato geloso e che da questi è stato così
ammaestrato: << si la truove che face l’ammore sto cortiello
annuscunnete ccà, nficcancillo deritto a lo core e lo sango tu m’hai da
purtà>>,(E.Vittoria,1990).
Alter ego, doppio ubiquitario che controlla e spia la donna amata, il
corvo bianco tornò a Delfi e da buon cardillo impiccione
spifferò tutto. Apollo, fissò il volatile con odio e rabbia e le piume
all’instante divennero più nere d’una notte tempestosa. Poi chiese a
sua sorella Artemide di uccidere Coronide, oppure la uccise lui stesso,
(R.Graves 1988, C.Kerényi, 1961).
Dio aristocratico che detesta le folle
rumorose, Apollo si circondò di uomini superiori: i suoi leggendari e
semileggendari “sciamani apollinei”. Apollo << fu, a partire dal secolo
VII a.C. oggetto di una predicazione speciale praticata da veri e propri
missionari, tutti provenienti dal Ponto Eusino, che i Greci
identificavano con il paese degli Iperborei, il mitico popolo del Nord,
di cui si diceva che non conosce né la vecchiaia né la morte. I
missionari sostenevano di avere la capacità di assumere le sembianze
degli animali, fra i quali, in particolare, il corvo, sacro ad Apollo, e
di profetare per bocca del dio. La facoltà divinatoria era legata alle
pratiche estatiche (assai simili alla Kamlanie” siberiana)... Il culto e
la predicazione di Apollo vanno menzionati per attestare un’indubbia
presenza sciamanica nella Grecia arcaica>>, (F.Voltaggio,
1992).
Ecco l’eccelso asceta Abari che viaggiava su
una freccia, allontanava le pestilenze, prediceva terremoti e diffondeva
in poesia il verbo d’ Apollo Iperboreo. Poi, il trace Zalmoxis, un
demone umanizzato o uno sciamano divinizzato che taluni resero schiavo
di Pitagora ed altri identificarono in Pitagora stesso, il più
importante degli sciamani greci. Aristea di Proconneso che si
recò nel Nord e tornò per narrare ai greci gli straordinari viaggi degli
sciamani. Ancora, il guaritore Ermotimo che abbandonava il corpo in
forma d’ uccello per osservare gli avvenimenti remoti. Come dimenticare
quell’ Epimenide che fa rabbrividire i logici. Suo il paradosso secondo
il quale un cretese afferma che tutti i cretesi sono bugiardi. In
effetti, se quel cretese dice la verità mente, e se mente dice la
verità. Morì Epimenide al mondo dormendo per cinquantasette anni nella
grotta del dio dei misteri. Tornò al mondo specializzato in digiuni,
ascesi, profezie, viaggi e guarigioni miracolose. Giusto in tempo per
purificare Atene dal miasma pestilenziale provocato dalla violazione
delle norme sull’ospitalità.
La
parola sciamano, (F.Voltaggio,1992),
deriva dal tunguso “saman”, e significa: veggente, mago,
guaritore, santone, forse anche conoscente. Lo sciamano siberiano
svolge generalmente le seguenti funzioni: è medico e lo è Apollo iatros.
E’ il divinatore che rivela fatti passati sconosciuti agli
altri o predice eventi futuri, e lo è Apollo pizio. E’ lo psicopompo
che accompagna i morti nell’aldilà. Funzione che Apollo non ha. E’
l’uomo deputato a compiere magia propiziatoria per il successo della
caccia. E’ , ma più raramente, il prete che sovrintende ai sacrifici .
Ruolo quest’ultimo che Apollo assolve alla perfezione.
La funzione più importante e comune è quella
di “medico”. Se la malattia è dovuta all’ intrusione di un malefico
agente estraneo, lo sciamano entra nel malato per espellervi il maligno
che lo possiede. Se è dovuta alla perdita dell’anima, lo sciamano esce
da questo mondo. Si reca nell’aldilà e qui lotta con gli spiriti per
recuperare l’anima rubata. Il viaggio può avere due mete: il cielo o gli
inferi; in entrambi i casi lo sciamano o si muta in uccello o si serve
di una cavalcatura: renna, oca, cigno. Quando lo sciamano decolla si
dice che: “abbandona il suo corpo” oppure che “l’anima della sciamano
abbandona il suo corpo”. Questa esperienza è descritta come un processo
di traslocazione spazio temporale al culmine del quale lo sciamano “esce
fuori di se”, va in “estasi”. L’anima che abbandona il corpo non è
quella cartesiana, ma un’ entità spirituale e vitale, materiale ed
immateriale che comune in tutte le culture “primitive” è stato
definito: “doppio”, io occulto, l’io magico, alter ego, anima… psiche. Il viaggio dello sciamano si configura come una trance
spinta alla catalessi ed è una vera e propria rappresentazione
teatrale, nel senso che gli spettatori sono coinvolti in un avventura
resa drammaticamente dall’ attore protagonista.
<<Vestito di un abito adorno di ferraglie dal peso di duecento libre con
ogni sorta di figure diaboliche, lo sciamano prende un lungo tamburo
sul quale batte colpo su colpo e questo rumore assai spiacevole,
accompagnato da urla terribili, produce una musica che incute terrore>>,
(Voltaggio, 1992).
Gli effetti della musica non sono diretti
solo verso il paziente; gli sciamani, infatti, preparano le loro
estasi cantando al ritmo del tamburo e la più antica poesia epica
centroasiatica e polinesiana è modellata sulle avventure degli sciamani
nei loro viaggi estatici. Lo sciamano chiama gli spiriti, si rende
“assente”. <<Cade all’indietro come se avesse perso conoscenza ed
è allora che gli rendono onore come a un santo>>. Lancia grida che agli
astanti sembrano animalesche. In realtà, disputa con gli spiriti,
s’esprime nel loro verbo oscuro. Nomina luoghi senza un dove, rende
presenti entità mostruose, (Voltaggio,
1992).
Non si diventa uomo medicina australiano,
sciamano siberiano o medico asclepiade a piacimento. Come ricorda
Ippocrate: bisogna che l’aspirante abbia una vocazione e delle qualità
personali fuori dal comune. <<Solo quando l’inclinazione naturale porta
al meglio, avviene l’apprendimento. E non basta : ciò che è sacro si
mostra agli iniziati; ma ai profani non è lecito prima d’essere stati
iniziati ai misteri della scienza>> ,(La
Legge, 2000).
In una cultura primitiva “i misteri della
Scienza” significano “i misteri del Sacro” ed in effetti il tratto più
caratteristico dello sciamano è costituito dalla conoscenza che gli
deriva dal rapporto esclusivo e privi-legiato con il Sacro. <<E’ l’unico
che possa fare ciò che fecero gli antenati mitici, volare nell’aria,
salire in cielo, viaggiare sottoterra, scomparire e ricomparire…soltanto
lui è in grado di incontrare gli esseri sopranaturali e di conversare
con loro, soltanto lui riesce a vedere gli spiriti e le anime dei morti.
Soltanto l’uomo medicina è in grado di superare la sua condizione di
uomo e di comportarsi come gli esseri spirituali>>, (M.Eliade,1990).
Lo
sciamano siberiano come l’uomo medicina australiano è fatto dalle
istituzioni culturali. Il neofita diventa ufficialmente sciamano solo
dopo l’iniziazione ai misteri della scienza. Il candidato abbandona la
terra per essere fagocitato dal mondo degli spiriti, poi vi
ritorna con un diverso stato e ruolo. Simbolicamente è morto per
rinascere a nuova vita. Nel rito di passaggio ha perso la vecchia
identità e ne ha assunto una nuova. <<Al pari del candidato
australiano, lo sciamano siberiano e dell’Asia centrale passa attraverso
un’iniziazione estatica, nel corso di un periodo di malattia, di
disordini mentali o di sogno. Si vede torturato e ucciso da spiriti ed
eroi mitici. Questi esseri demoniaci lo fanno a pezzi, lo slogano, lo
decapitano, lo fanno bollire, puliscono le sue ossa e le ricoprono di
carne nuova, infine rinnovano i suoi fluidi corporei>>,(M.Eliade,1990).
Nella selvaggia varietà dei riti, invariante è
il contatto simbolico intimo, prolungato, traumatico e violento con
l’impuro, lo sporco, il putrefatto ed il morto. Se il candidato vorrà
un giorno strappare vite alla morte, dovrà frequentarla, abituarsi ad
essa. Dovrà conoscerla in tutti i suoi aspetti, vederla in azione,
subirla in tutta la sua violenza, se vorrà un giorno senza tentennamenti
affrontarla.
Al riguardo ben poco sarebbe cambiato. Negli
anni ’50, il sociologo americano T.Parsons, metteva in evidenza come
la dimestichezza con la sofferenza, la malattia e la morte debba
necessariamente esercitare un’influenza decisiva sul ruolo, la funzione
e la configurazione caratteriale dei nostri freddi salvatori di vite
umane. In una società come la nostra - scriveva- tesa disperatamente a
rimuovere ed espellere da sé la morte, i medici costituiscono, come i
becchini, una categoria professionale che vive a stretto contatto con
la morte. Anche se i moderni dottori non si sono (ancora) sostituiti
del tutto né ai becchini né ai preti, la continua inevitabile
frequentazione con l’impuro, lo sporco, il putrefatto ed il morto è
virtù richiesta che conferisce loro un’aura “sacerdotale” e li colloca
in una dimensione “altra” che ha stretti collegamenti simbolici con il
Sacro . In questa prospettiva, <<la dissezione del cadavere conserva i
caratteri del rito di passaggio, è atto simbolico, carico di
significanza affettiva…costituisce, in un certo senso il rito
d’iniziazione del futuro medico nella sua intima associazione con la
morte e con il morto>>, (T.Parsons,
1996).
A
questo punto c’è da domandarsi se nelle vicende di Apollo ci sia un
episodio che possa suggerire, se non proprio far pensare, ad una
esperienza iniziatica . Il mito narra che Apollo o perché reo della
uccisione di Pitone o dell’eccidio dei Titani, fu condannato da Zeus a
farsi servo fedele del mortale Admeto e che l’indocile dio, infiammato
dall’amore per il giovane Admeto, si sottomise all’ordine del padre
degli dei. Admeto? <<Il mito ne sta lontano e di lui si conosce
ben poco. Era bello, aveva grandi armenti ed i più bei cavalli. La
sua casa accoglieva tutti gli ospiti. Admeto aveva una forte moglie:
Alcesti ed era re di Fere, in quella Tessaglia rinomata per streghe.
Terra dove la divinità è più vicina al primordiale anonimato e dove gli
olimpici non sono avvezzi a scendere. Regione di cavalli, ma i cavalli
galoppanti nella Tessaglia sono creature del profondo, catapultati dalle
spaccature della terra. Sono loro i morti, fulgenti di biancore o
nerezza. Qui dominava la grande dea: Feraia, nome locale di Ecate, la
dea nottambula, sotterranea, che ferisce il buio con le sue torce, la
dea cavallo, toro, leonessa, cagna, colei che appare in groppa al toro,
al cavallo. Ma Feraia dice il dizionario d’Esichio è anche la figlia di
Admeto.
E’ una
rigogliosa terra di morti, quella Tessaglia dove Apollo sarà schiavo per
un “ grande anno”, finché gli astri, in nove anni, non tornino alle loro
posizioni originarie. Il soggiorno di Apollo in Tessaglia è un ciclo
infero. Se Zeus aveva scelto quella terra per punirvi Apollo, in
sostituzione del Tartaro, già per questo le spettava di essere un luogo
della morte. Il nome Admeto vuol dire “indomabile”: ma nessuno è
indomabile come il signore dei morti. Ora i pochi tratti che conosciamo
di lui acquistano un nuovo senso: nessuno è ospitale come il re dei
morti; suo è l’albergo che non chiude mai le porte, a nessuna ora del
giorno e della notte; nessuno ha armenti così numerosi. Quando Admeto
invita amici e parenti a morire per lui, non fa nulla di aberrante: è
quello il suo operare quotidiano. E che Admeto si aspetti come ovvio di
essere sostituito nella morte ora si spiega: è lui il signore della
morte, colui che accoglie i cadaveri e li smista nei suoi ampi domini. …
forse Alcesti ed Admeto, prima di essere una coppia di regnanti
provinciali, già sedevano come la coppia sovrana degli inferi?>>, (R.Calasso, 1988).
E’
possibile che il mito qui nasconda uno viaggio iniziatico nell’aldilà ?
Sia come sia, nella reggia di Admeto, in quella Tessaglia rinomata
per le streghe Apollo affronta la morte.
A
differenza dell’Unico Dio, gli Olimpici non erano né prima e né fuori
dal mondo, erano venuti al mondo e con l’ambrosia, curavano la propria
immortalità come se fosse una malattia letale Gli dei, come gli
uomini, temevano la Morte e ne stavano molto lontani. Non così Apollo
che l’odiava con tutte le sue forze e voleva combatterla, annientarla.
Quando le Moire si presentarono a reclamare la vita di Admeto, Apollo
per lui fece molto. Le ubriacò col rosso farmaco divino, dimentico, come
ci ricorda Euripide, che non v’è nessun farmaco più forte della
Necessità. <<Le Moire fanciulle dalle belle braccia che filano la vita
di ogni vivente … sono figlie di Ananke, la Necessità…Le Moire
possono essere ingannate soltanto dall’ebbrezza. Ma è molto raro che
l’ebbrezza le colpisca>> (R.Calasso,
1988). Le sbornie passano e Thanatos in persona si
presenta nella reggia di Admeto a rivendicare ciò che gli è dovuto.
Admeto potrà rimandare di nuovo il suo destino se un altro mortale
accetterà di sacrificare per lui la propria vita. Tutti rifiutano. Si
fa avanti Al cesti, (Euripide,
Alcesti, 2000).
La
tragedia,), s’apre con la dura contesa tra il dio della medicina e Thanatos,
che figura il sacerdote d’una morte inesorabile e severa.
Apollo implora, chiede pietà, difende le ragioni della vita. Ma Thanatos, quasi privandosi d’ogni intenzionalità malvagia, rammenta
al dio i suoi diritti.
Apollo:
Dunque questo piacere non puoi farmelo?
Thanatos: No certo: e poi lo sai come sono fatto.
Apollo:
Agli uomini spiacente, odioso ai numi.
Thanatos : Ottenere non puoi ciò che non devi..
La
cetra
Divinità diversa, estranea alla cultura indigena, Apollo non fu ben
accolto dai locali. Incinta di Apollo ed Artemide, Leto non trovava
città, villaggio, casa disposta a riceverla. Era aveva ordinato di
respingerla e ,solo al termine di un lungo peregrinare e di
un’estenuante trattativa, fu accolta dalla rocciosa Delo che con
riverenza e paura si preparò all’epifania del dio che tutti già sapevano
sarebbe stato oltre modo violento. Il parto fu difficile.
Apollo nacque grazie all’intervento della dea delle partorienti Ilitia.
Come sempre accade quando vengono al mondo personaggi eccezionali, la
nascita fu accompagnata da prodigi. Delo si coprì d’oro ed il neonato
stupì le dee affermando: <<siano miei privilegi la cetra e l’arco
ricurvo; inoltre io rivelerò agli uomini l’immutabile volere di Zeus
>>, (Inno Omerico ad Apollo, 2004).
La
musicoterapica, oggi di gran moda, ripropone in forma alquanto
banalizzata una tecnica curativa che ha origini negli abissi del tempo.
Basta ricordare il tarantismo che De Martino ha messo in rapporto con la
catartica musicale utilizzata nell’antichità in occasione di stati di
possessione, (E.DeMartino, 1996).
Il
peana, in origine arcaica litania contro il maleficio, è il canto
apollineo per antonomasia, ed il suo fine terapeutico non venne mai del
tutto dimenticato (Aristosseno, fr 117 Wehrli). Quando Odisseo viene
ferito dal cinghiale, Autolico con il canto arresta l’emorragia (Odissea
XIX , 457-8). Una cantilena intona il guaritore indio che soccorre il
parto difficile della donna, (C.Levi-Strauss,
1990). Questo per dire che musica e canto sono metodo “magico”
ben collocato nelle arti della guarigione in ogni tempo ed in ogni
luogo.
In
effetti, <<certi indizi ci obbligano a congetturare che l’esperienza ha
rivelato questo metodo e ne ha fatto conoscere i vantaggi alle nutrici
degli infanti così come a coloro che trattano ritualmente la mania dei
coribanti. Infatti quando le madri vogliono addormentare i neonati
che hanno il sonno difficile danno loro non il riposo, ma al contrario,
movimento, cullandoli senza sosta nelle loro braccia, e non già il
silenzio ma cantando qualche ninna nanna; e proprio come nel processo
curativo che ha luogo nei tempestosi riti bacchici, questa cura
mediante movimento e combinazione di danza e di musica è impiegata dalle
madri per incantare i loro pargoli. Insomma, si potrebbe dire che
calmano i bambini>>, (Platone,
Leggi, 1996), come se davanti a loro suonassero il flauto, come
fanno le donne che con la musica fanno rinsavire quelle che si
comportano come baccanti per la pazzia. Il pavor del bambino e lo
stato delirante sono da mettersi in rapporto con l’angoscia, col
terrore immotivato, con << un pavore che procede da uno stato di
fragilità e d’inettitudine dell’anima. Quando dal di fuori si reca una
scossa a stati di questo genere, il movimento recato dal di fuori
padroneggia quello interno, che è di angoscia (phobos) e di
delirio (mania), e allorché lo ha padroneggiato, esso ha
visibilmente reso all’anima la pace e la calma, liberandola dai penosi
soprassalti del cuore… Tale movimento induce negli infanti il sonno,
mentre gli altri… sono ricondotti da un comportamento che per noi è
frenesia, alla ragionevolezza ed al buon senso>>, (Platone,
Leggi, 1996).
Ma il
flauto non è amato da Apollo. Lo strumento che libera dalla follia è lo
stesso che provoca il delirio orgiastico giacché tutto ciò che
appartiene alla trance bacchica dipende dal flauto dal punto di vista
strumentale (J.P.Vernant, 2001).
Il flauto fu inventato da Atena che volle simulare i suoni acuti che
aveva udito dalla bocca della Gorgone, ma la dea s’accorse che lo
strumento a fiato le sfigurava il volto ed allora lo maledisse e lo
buttò via. Di quel flauto s’impossessò Marsia, il satiro che osò sfidare
Apollo generando quei suoni che abbrutiscono gli uomini portandoli alla
perdita dell’ io cosciente. Nelle ferme mani del dio la cetra generò
invece la melodia che si armonizza con la parola umana di cui nel canto
costituisce l’accompagnamento. Marsia uscì dalla contesa sconfitto e
scorticato e la cetra elitaria s’impose sugli strumenti a fiato. Il
motivo della vittoria ce lo spiega Aristotele: se Atena ha gettato il
flauto è perché questo strumento non contribuisce in nulla al
perfezionamento dell’intelligenza. Al contrario esso si oppone al
bisogno d’istruzione impedendo di servirsi della parola. E soprattutto
non è strumento etico, ma orgiastico, (J.P.Vernant,
2001).
La
cetra forse non serviva ad Apollo solo per raffinati intrattenimenti.
E’ lo strumento che il dio guaritore consegna ai “medici” che con
l’armonia guariscono. <<La catartica musicale, sia come pratica
religiosa che come elaborazione teorica ebbe nella Magna Grecia la sua
patria elettiva... I Pitagorici furono non solo teorici della efficacia
risanatrice della musica, ma essi stessi catarti operanti. Pitagora
praticava la musica risanatrice, e così pure la praticavano i tarantini
Archita, Aristosseno e Clinia. Da Aristosseno musico si recavano per
farsi guarire coloro che erano affetti da sciatica e da “morbo sacro”...
Con la musica Aristosseno curava anche l’eccitazione provocata dal vino,
e nella sfera che noi chiameremmo morale riteneva che l’aulos e la cetra
fossero particolarmente adatti a moderare i costumi e a salvaguardare il
buon governo della città. L’impiego catartico della musica investiva
dunque nel pitagorismo la sfera del pathos nella sua triplice valenza
somatica, psichica e morale, con un’evoluzione storica che va dal
rapporto magico della espulsione degli spiriti a quello prevalentemente
morale>>, (E.De Martino, 1996).
Che i
nostri preclari matematici andassero strimpellando nella sciocca
speranza di sanare sciancati e matti ci offende in quel che per noi è
più sacro: nell’ anima scientifica. La distanza fra arte magica della
guarigione e medicina scientifica è ampia e profonda, ma l’abisso che
le separa va ricondotto <<ad un diverso spazio storico d’esperienza. Se
ricordiamo che a condizionarla in una società non letterata è la penuria
possiamo ricondurre tutta una serie di condotte mentali, proprie del
mondo magico, ad un sentimento complesso che domina il comportamento dei
“primitivi” e che possiamo definire la paura collettiva a fronte dell’
incertezza>>, (F.Voltaggio, 1992).
La
catartica musicale rientra coerentemente nelle arti magiche della
guarigione, che sono a loro volta i prodotti di una cultura che si
rappresenta l’intero mondo come animato, come una realtà nella quale l’
aldiquà dell’uomo e l’ aldilà degli spiriti si compenetrano fino a
confondersi. Lo sciamano partecipa dei due ordini e funge da mediatore
tra le comunità umane e le ubiquitarie potenze oltremondane.
Entità che, più forti del braccio dell’uomo e più astute della sua
intelligenza possono di lui quel che vogliono e quel che di lui
vogliono possono illimitatamente.
Il
guaritore magico è il conoscente delegato a controllare con le sue
manipolazioni un mondo che fa paura. Una realtà nella quale è
onnipresente <<il rischio esistenziale di “essere-agito-da”. Rischio
che la forze morale della cultura domina e risolve con l’agire aperto al
valore. La magia si ripete nella storia, e sembra atteggiarsi più come
un fatto naturale che come un atto umano perché affonda le sue radici
nel rischio onnipresente di non esserci nel mondo>>, (E.De
Martino, 1960). <<Un timore che è poi quello della morte. In
questo senso concordiamo con la tesi di Ernesto De Martino forse il
solo che abbia pienamente colto la storicità, dunque la necessità del
mondo magico, secondo cui l’universo magico rappresenta la prima forma
di cultura che si costituisce ed si istituzionalizza per garantire
questa “presenza”>> (F.Voltaggio,
1992). Se la conoscenza tecnico-scientifica fa da discriminante
tra il mondo civilizzato e quello primitivo, l’identico confine
separa un mondo controllato dall’uomo, dunque sicuro, da uno
incontrollabile, incerto, dunque pauroso. Discriminante è il potere
della Tecnica che, come provocatoriamente ci ricorda Max Weber, ha
eliminato la magia perché più efficace tecnica di salvezza.
Se la
magia è storicamente possibile ed è necessaria solo in un mondo che fa
paura; e se tra le qualità che ne definiscono la proteiforme natura vi
è quella, autenticamente efficace, di esorcizzare in riti e
simboli le più profonde e terribili paure; c’è allora da domandarsi se
il successo che i guaritori magici stanno riscuotendo nelle società
dell’occidente secolarizzato non sia rivelatore di una sofferenza
sotterranea ed ampiamente diffusa (Eurispes,
2000). Non avrebbe troppe difficoltà a trovare pezze d’appoggio
ai suoi argomenti, un critico della modernità che arrivasse a sostenere
che l’umanità occidentale si trova oggi, all’inizio del terzo
millennio, in una condizione non troppo diversa da quella in cui la
stessa umanità si trovava in prossimità del fatale anno mille: oppressa
dall’angosciante presentimento di una certa Apocalisse ed in dubbiosa
attesa di salvezza e redenzione. Trasportate dall’onda lunga dei nuovi
movimenti religiosi o mistico-esoterici, le arti della guarigione a
connotazione magica trovano fertile terreno nella paura ambientale, nel
<<disagio della postmodernità>>, (Z.Baumann,2002),
nella <<situazione di sofferenza, frustrazione e solitudine in cui
versa la maggior parte delle persone. Non bisogna mai perdere di vista
questa condizione umana, a cui s’aggiunge una sfiducia crescente nei
confronti della medicina tradizionale allopatica…e della psichiatria
tradizionale. Esiste dunque una forte richiesta di terapie
alternative>>, (M.Lacroix,1998).
Ma non solo, La sistematica patologizzazione della vita quotidiana,
l’enfatizzazione del “rischio” di malattia, l’evocazione mediatica dello
spettro inverosimile di una devastante nuova epidemia tiene ben alto il
fuoco già di per sé robusto delle angosce collettive e minaccia di
colmare il fossato che protegge la medicina razionale dall’ invasione
del pensiero magico.
Il
cervello
Apollo
donò la cetra al figlio del re trace Eagro e della musa Calliope: Orfeo,
citaredo e rianimatore.
Per
quanto la cura musicale del morso di insetti o animali velenosi ha solo
qualche rarissimo riscontro in Grecia, la vicenda di Orfeo ed Euridice
potrebbe deporre in tale senso. Il mito, che <<originariamente narrava
il successo del tentativo di Orfeo di strappare dall’Ade, mediante la
musica, la giovane Euridice uccisa dal morso di una serpe, potrebbe
...testimoniare in favore dell’incantesimo musicale per riportare in
vita e per risanare fanciulle “morse” da animali velenosi. Ma dati di
questo genere...sono troppo indiretti per consentire un’utile paragone
col tarantismo>>, (E. De Martino,
1996). Piuttosto nel mito d’ Orfeo, le componenti sciamaniche
sono numerose e manifeste, (F.Voltaggio,
1992). Patria di Orfeo fu la Tracia. Là egli, adoratore o
compagno di una divinità identificabile come Apollo, fu poeta, mago,
maestro religioso, datore di oracoli. Come certi sciamani leggendari
della Siberia, attirava con la musica uccelli ed animali. Come gli
sciamani di tutti i paesi visitò l’oltretomba per recuperare un’anima
rubata. Orfeo venne sbranato dalle Menadi, ma l’ io magico non perse i
suoi poteri . La testa, trasportata dalle onde, cantò e profetizzò e
continuò a profetare nella grotta di Antissa. Ebbene questa testa
vivente forse nasconde una rivoluzione.
Il
corpo dell’uomo è sacro, ma nelle culture umane non è costituito da
parti tutte allo stesso modo sacre. Per gli indigeni australiani il “grasso
dei reni” è il sancta sanctorum che rappresenta ed è
l’essenza della vita. <<Si tratta di una rappresentazione così diversa
dalle nostre idee abituali che non possiamo in nessun caso sperare di
afferrarla completamente. Il grasso dei reni è per gli indigeni quello
che è per noi e cioè una sostanza biancastra, molle, sita in una certa
regione del corpo? Sì, senza dubbio; ma nello stesso tempo è un’altra
cosa>>. Questo grasso concreto e visibile è una qualità immateriale ed
invisibile. << E’ la “vita dell’uomo”, oppure come altri dicono, il
“principio vitale”, oppure “l’anima dell’individuo”>>. La sottrazione
magica dell’ organo sede della biologia immortale, equivale alla morte
e l’ unico rimedio è recuperare il “principio vitale”, l’anima, … il
grasso dei reni, (L.Levy-Bruhl,
1990).
Parola
del Signore: <<Io ve l’ho dato il sangue, la vita che è nel sangue>>. Ma
Dio padre e Cristo quando parlano agli uomini non s’intrattengono con
il loro sangue ma si rivolgono all’organo che per millenni è stato
reputato la sede dell’individualità passionale, pensante e cosciente
dell’uomo: il cuore.
Il
paradigma medico che invece attribuisce al cervello la guida dell’uomo è
elitario, greco ed antichissimo. Tuttavia, la medicina occidentale ha
molto faticato a liberarsi dell’ opposizione di valore tra l’anima ed
il corpo e della rappresentazione d’origine religiosa che
identificava nell’anima il principio vitale e la guida spirituale. Il
dualismo cartesiano res extensa, res cogitans trasferito
in medicina non migliorò la relazione che l’anima non intratteneva
con il corpo e così “i materialisti” si misero alla ricerca di una
alcova ove l’ anima potesse carnalmente confondersi con il suo corpo.
<<Per molto tempo, filosofi e naturalisti si erano chiesti in quale
punto dell’organismo situare il luogo di articolazione dell’anima con il
corpo e, senza il sostegno di una vera e propria argomentazione, si
ammetteva che un luogo simile non poteva che trovarsi nel cervello>>, (G.Sentieri-Laura,
1998). Difficoltà provennero dal fatto che del cervello
nulla si sapeva. Gli anatomisti l’avevano descritto superficialmente:
come l’organo che si limita ad occupare la cavità cranica. Fino al XIX
sec la parte migliore del sistema nervoso: la corteccia cerebrale
costituì un mistero. Quando negli anni della rivoluzione Cabanis
affermò che il cervello elabora le sensazioni , secerne
il pensiero ed è sede dell’Io non aveva dalla sua il peso di moderne
evidenze sperimentali, ma rielaborò la dottrina dell’autore della
“Malattia Sacra”; e, più importante, ne rilanciò la sottesa
antropologia, (P.G.Cabanis, 1973). Se l’uomo altro non è che un organismo
“fisico”, lo studio dell’agire “morale” dovrà necessariamente includere
tutto ciò che lo condiziona nella sua materiale corporeità. <<Questa
complessa linea di ricerca non è del tutto originale: sotto certi
aspetti risaliva addirittura ad Ippocrate e Galeno…Nell’evidenziare la
complessa attività degli organi interni, nel rivelare l’esistenza
nell’essere umano di una sensibilità inconscia e di oscure pulsioni
istintuali, nel dimostrare in quale misura lo stato dei nervi e delle
strutture organiche del “phisique” possa influenzare la vita del “moral”,
l’antropologia cabanisiana delinea un’immagine dell’uomo che la cultura
moderna ha fatto per più aspetti sua>> .(S.Moravia,
1973).
Nei
primi decenni del XIX l’anima trovò finalmente domicilio e, con
l’occasione, anche le misteriosissime omeriche phrenes ritornarono a modo loro clamorosamente alla ribalta. Ad opera di Gall,
(F.J.Gall, 1985), nacque la
frenologia: la scienza che situò nelle diverse aree della corteccia ,
corrispondenti congeniti “bernoccoli”: quello della pubblica moralità,
della poesia, dell’onestà, del patriottismo…Insomma, nacque la scienza
che saldò al cerebrale “Organo dell’Anima”, quel patriottismo
che Omero aveva più bellamente collocato nell’ampio torace di Ettore,
in quelle sue eroiche, ineffabili phrenes.
Phrenes che l’ippocratico autore, a dispetto dei poeti e delle
credenze tradizionali, neanche volle prendere in considerazione. <<Gli uomini devono sapere che i piaceri, le gioie il riso e gli
scherzi non ci vengono da nessuna altra parte se non da quella da cui
derivano i dolori, le pene, le tristezze e i pianti. Con questa
soprattutto pensiamo, comprendiamo, vediamo, ascoltiamo e distinguiamo
le cose brutte e le belle, le buone e le cattive, le piacevoli e le
spiacevoli; alcune le giudichiamo secondo l’utile, e poiché con questa
parte distinguiamo, secondo le circostanze anche i piaceri e i
dispiaceri, non ci piacciono le stesse cose. Per causa sua siamo in
preda alla follia e al delirio, ci sovrastano timori e paure, a volte di
notte, altre anche di giorno, insonnie, vaneggiamenti immotivati,
preoccupazioni non fondate, incapacità di riconoscere la situazione
presente e perdita della memoria. Tutto questo ci viene dal cervello>>,
(La Malattia Sacra,1996).
L’enfalocentrismo
ippocratico chiama in causa un illustre medico del VI sec.a.C. :
Alcmeone, pitagorico di Crotone. Mentre, prima di lui e anche in
seguito, il cuore era considerato come il sensorio comune e la sede del
pensiero, <<grazie alla pratica, coraggiosamente scientifica, della
dissezione per la prima volta praticata>>, (L.Geymonat,
1981), questa funzione è attribuita al cervello, a cui dei
canali, o poroi, trasmettono gli stimoli degli organi sensoriali.
Senza negare i meriti del medico c’è da domandarsi se le dissezioni
che gli si attribuiscono, dimentichi dei tabù dei pitagorici e della
conoscenza astratta da essi perseguita, non fossero invece speculazioni
cariche di ben altra teoria.
Il
linguaggio omerico distingue il thumos dalla psiche. Benché si tratti di due principi del tipo “anima-respiro” <<il
thumos
è ripetutamente descritto come entità che sente e pensa: attivo nei
polmoni (phrenes) o nel petto della persona…. La psiche,
d’altra parte è nella persona, ma non si parla di essa come di qualcosa
che si trova nei polmoni e nel petto, né che pensi o senta finché la
persona é viva. Sembra piuttosto un principio vitale od anima non
coinvolta allo stato di coscienza ordinaria…Mentre psiche lascia
il corpo “come un fantasma della persona, quale la si vede in un sogno”,
continuando la propria esistenza nella dimora di Ade sottoforma di eidolon…, il
thumos viene “distrutto” e fatto a pezzi dalla
morte>>, (R.B.Onians, 1998).
A
differenza del thumos che rappresenterebbe il principio
dell’individualità irascibile di Achille, psiche sarebbe la
biologia immortale che sopravvive in forma di doppio incosciente, di
eidolon d’ Achille che recupera la coscienza solo dopo aver bevuto
sangue. Questo simulacro decerebrato, è psiche capace di sfuggire
alla corruzione della morte. <<A mio parere psiche era …
associata alla testa, da dove era naturale che venisse e-spirata. Ha
ricevuto scarsa considerazione il fatto che mentre il petto ed i suoi
organi, le phrenes, il cher, … sono continuamente
menzionati nei poemi come sede della coscienza e dell’intelligenza, del
sentire e del pensiero, nondimeno anche la testa ha grande importanza,
seppure in altro senso. Essa è in realtà considerata straordinariamente
preziosa o sacra … equiparata a quell’anima o principio di vita che
sembra coincidere con la psiche>>. In analogia con le credenze di
altre culture indoeuropee che avevano attribuito alla testa una
sacralità del tutto particolare, nella Grecia arcaica <<la testa
poteva essere concepita come la sede dell’anima ed essere impiegata in
letteratura e in pittura come una sorta di compendio dell’eidolon o dell’uccello dalla testa umana come simbolo dell’anima . Svariate
testimonianze confermano che la testa era sacra, dotata di una potenza
nel cui nome giurare e a cui fare appello. Si credeva che essa recasse
la vita (o psiche) in ciò che conteneva, l’enkephalos- vale a
dire il cervello, ancora alquanto misterioso, e il liquido
cerebrospinale -la più peculiare delle parti del corpo- come la
definiva il pensiero scientifico greco..... Il cervello era sacro, ma
non aveva nulla a che fare con la coscienza comune (percezione, pensiero
e sensazione erano di pertinenza del petto e dei suoi organi),
rappresentava piuttosto il veicolo stesso della vita, di ciò che permane
e non muore>>, (R.B.Onians, 1998).
L’anima immortale
La
novità scientifica consisterebbe nella scoperta di vie anatomiche
grazie alle quali il cervello riceve dalla periferia le sensazioni e
dell’idea (ippocratica?) che nello stesso organo avessero sede
coscienza e pensiero. La scoperta, priva d’applicazioni pratiche in
campo medico, potrebbe aver avuto tranquillizzanti implicazioni in altri
ambiti.
L’encefalocentrismo
di Alcmeone potrebbe avere avuto motivazioni e risvolti religiosi. <<Non
siamo in grado di affermare se guida ulteriore in questa direzione
furono per lui la dottrina orfica e pitagorica che assegnavano
un’esistenza più ricca alla psiche individuata nella testa, e
sostenevano la tesi della retribuzione che tende per natura a stabilire
un’identità tra chi è punito dopo la morte ( ciò che sopravvive, la
psiche) e chi è responsabile delle azioni buone o cattive compiute in
vita (l’entità cosciente), proprio in questo può essere identificato un
elemento di importanza primaria>>,
(R.B.Onians, 1998).
Siamo
individui e non ci tranquillizza il sapere che dopo la morte, di noi
residuerà un’omerica psiche demenziale. Vogliamo essere presenti
dopo tutt’interi. La salvezza è vera se ci convinciamo che andremo
nell’altro mondo con tutto il nostro Io. << La psiche
gradualmente trascorre da semplice vita, o anima vitale, quale era in
Omero ed Esiodo, a entità concepita e definita come coinvolta nella
percezione, nel pensiero, nella sensazione, fino ad allora opera del thumos, delle
phrenes e del ker nel petto. <<Vita>> e
<<coscienza>> già divise e accentrate nella testa e nel petto,
rispettivamente nella psiche e nel thumos, si congiungono
ora nella psiche concepita come singola unità>>, (R.B.Onians,
1998).
Nel
momento in cui, Alcmeone medico collocò nel cervello, già sede
dell’immortale psiche anche il thumos mortale, Alcmeone
pitagorico fece salti di gioia. L’io individuale, cosciente e pensante,
s’immortalizza per il semplice fatto di confluire nella essenza eterna
della vita. Non sopravvive più alla morte un principio indifferenziato,
ma l’ Io di un individuo che in vita si è reso responsabile di azioni
buone o cattive e che solo ora, poiché conserva l’individualità
originaria, può affrontare il tribunale oltremondano. Si può
ragionevolmente supporre che: <<per un ateniese del V secolo la parola
psiche avesse o potesse avere in sé un vago sentore di
sovrannaturale, certo non aveva nessuna intonazione puritana, né alcuna
suggestione metafisica. L’anima non era una prigioniera, riluttante del
corpo; era la vita, lo spirito del corpo, nel quale si trovava come a
casa proprio. Ma ecco che il nuovo schema di religione portò il suo
contributo carico di conseguenze: attribuendo all’uomo un io occulto di
origine divina e contrapponendo così l’anima al corpo, inserì nella
civiltà europea un’interpretazione nuova dell’esistenza umana,
un’interpretazione che noi diciamo puritana>>,
(E.R.Dodds, 1997).
L’
ascetica sciamanica è di tipo individuale, e, d’altra parte, la
promozione dell’ Io occulto al sofisticato rango di anima
immortale ben s’addiceva all’ individualismo delle polis. La
purezza elitaria e la conoscenza settaria a cui aspiravano i pitagorici
è conquista e patrimonio individuale. Individui sono i favoriti
d’Apollo: filosofi, poeti, artisti, medici…. L’orfismo in quando
esoterica religione di salvezza garantiva l’immortalità a pochi, ai
singoli ed era, dunque, necessariamente individualistica. Ma non
solo, un giudice oltremondano può darsi solo se esiste l’ anima che
gli tocca giudicare. Sotto il profilo morale, la dottrina orfica,
pitagorica, platonica dell’immortalità dell’anima, del tribunale
oltremondano e della reincarnazione <<offrivano al problema della
giustizia divina una soluzione più soddisfacente che non l’ereditarietà
della colpa.... contemporaneamente col progredire dell’emancipazione
dell’individuo dall’antica solidarietà familiare…il concetto di
espiazione per procura di colpe altrui cominciò a diventare
inaccettabile>>. Questa rivoluzione carica di molteplici e
perduranti conseguenze in tutti gli ambiti della cultura occidentale, è
stata attribuita da Rodhe ad una goccia di sangue estraneo nelle vene
dei Greci e da allora <<gli studiosi hanno scrutato l’orizzonte,
cercando l’origine della goccia estranea. In massima parte hanno
guardato verso Oriente, l’Asia minore o più in là. Per quanto mi
riguarda, sarei propenso a cominciare le ricerche da una zona diversa>>,
(E.R.Dodds, 1997).
Il
Sogno ed il Delirio
Per un
arbitrio del pensare per analogia il sonno è simile alla morte. Il sonno
simula il tra-passo della morte; una porta si chiude e se ne apre
un’altra. Ne viene di conseguenza che quando sogniamo ci troviamo, come
se fossimo morti, nell’altro mondo e qui giunti veniamo a contatto,
appunto, con gli spiriti dell’altro mondo. Non per caso zi’ Titina,
‘a bonanima, quando dormiamo ci da i numeri da giocare al
lotto. Zi’ Titina esemplifica il caso di uno spirito benigno,
anzi filantropo; ma, come tutti sappiamo, nel sogno possiamo incontrare
enti di tutt’altra natura. Possiamo essere visitati, assaliti,
posseduti, per esempio, da Efialte, l’ Incubo: un maligno demone del
sottoterra che, nel IV sec. d.C. il medico Oribasio (Synposis 8,2,1)
avrebbe liquidato come <<una malattia grave. Questi i segni che
annunciano l’efialte: soffocamento, perdita della voce >>.
La
credenza, invece, secondo la quale psiche genera i sogni quando
il corpo cede al sonno o ,come puntualizzava Aristotele, quando il corpo
sta per morire, libera la “fisiologia” del sogno dal demonico
oltremondano, e, non meno importante, stabilisce un rapporto di
proporzionalità inversa tra l’attività dell’anima e del corpo. <<Ora una
credenza di questo genere è elemento essenziale nella civiltà
sciamanistica... la quale ha lasciato tracce del suo passaggio in una
zona vastissima… Si può definire uno sciamano come una persona
psichicamente instabile, dotata di vocazione religiosa. A causa di tale
vocazione, deve affrontare un periodo di rigorosa disciplina che di
solito comprende isolamento e digiuno... Da questo ritiro religioso lo
sciamano esce in possesso della facoltà vera e presunta di passare di
passare a suo piacimento in una condizione di dissociazione mentale. Ma
quando si trova in questo stato egli non è posseduto da uno spirito
estraneo... si crede invece che la sua anima (l’io occulto) lasci il
corpo e viaggi verso regioni lontane, più spesso nel mondo degli
spirito>>, (E.R.Dodds, 1997).
Nella pratica della trance si riscontra, come nel sonno e nella morte,
la relazione inversa tra l’attività dell’anima e del corpo. Quando è
in sé lo sciamano è vivo mentre l’Io occulto giace nel corpo come un
morto nella tomba. Quella fase del rito che noi chiamiamo trance è
quella morte fisica che consente all’Io occulto di liberarsi del peso
del corpo e viaggiare fino ed oltre i confini del mondo. Si comprende
perfettamente come il corpo potesse diventare in seguito la tomba
dell’anima. <<E se avesse ragione Euripide>>- scrive Platone- <<là dove
dice: “chi può sapere se il vivere non sia morire e morire non sia
vivere? “Forse la nostra vita è in realtà una morte. Del resto ho già
sentito dire, anche da uomini sapienti che noi ora siamo morti e che il
corpo per noi è una tomba>>. (Platone,
Gorgia, 2000).
La
relazione inversa tra le attività dell’anima e del corpo affronta ed a
modo suo risolve la contraddizione “insanabile” tra la vita cosciente,
il sogno e gli stati deliranti. Condizioni diverse tra di loro ma che,
per un altro arbitrio del pensare per analogia, sono apparse agli uomini
ed ai medici (che sono uomini) così simili che sempre le hanno
unificate.
Da una
parte, <<la convinzione spontanea della persona che si è appena
svegliata è che i suoi sogni, anche se non sono venuti essi stessi da un
altro mondo, lo hanno comunque trasportato in un altro mondo>>,
(S.Freud, 1996). Dall’altra
parte, Don Chisciotte della Mancia che, fuori dalla nostra Realtà, vive
felice nel suo mondo di sogno . Il mondo di Don Chisciotte, -
direte- è illusione, delirio. Senz’altro! Ma quel delirio è per lui più
vero di quanto il mondo reale possa sembrar Realtà ad un sano di mente.
E come la mettiamo poi con Alonso Chisciano? Diremo che è “uscito”
pazzo, che è invasato dal dio della mania o che è posseduto dal
demonio? Diremo che un donchisciottesco gene lo ha biologicamente
affatturato? O diremo che il super-Io d’ Alonso è crollato e l’
infantile cavalleresco sogno sollevandosi dall’ Inconscio ha preso il
sopravvento trasfigurando Alonso (beato lui!) nel più grande cavaliere
della Mancia?
Se
affermiamo che i sogni sono l’appagamento mascherato di un desiderio
inconfessabile, rimosso dalla coscienza e sepolto nell’inconscio,
finiamo con l’attribuire il sogno ad un desiderio che si libera nel
sonno. Una voglia repressa che emerge dall’ inconscio non appena il
controllo repressivo della coscienza s’addormenta. Se aggiungiamo che la
coscienza non costituisce il centro della vita psichica, ed a lei
facciamo subentrare come psichico reale e “determinante” l’inconscio,
abbiamo ridefinito ed a modo nostro reintegrato l’Io occulto poiché
abbiamo trasformato l’ inconscio non nel limite inferiore del conscio,
ma nel suo occulto ed indefinibile centro di riferimento e d’azione. Né
la cosa cambia troppo se al posto dell’ indefinibile Id freudiano ci
mettiamo, come è oggi di gran moda, un po’ di materialistici geni gran
decisionisti. Sotto certi aspetti avremo recuperato per questa via la
mistica che confondendo il fisico e lo spirituale ci riporta difilato…
al grasso dei reni.
Malattie “psichiatriche” e sogni erano considerati nell’antichità
fenomeni diversi ma dalla comune origine sovrannaturale. Non
sorprende che l’onirologia medica, derivata della più generale mantica
onirologica, fosse diffusa e praticata. Tuttavia i testi omerici non
menzionano queste pratiche. Sembra infatti che l’onirologia fosse
invece praticata da sciamani sciti <<che osservavano particolari diete,
vivevano nell’astinenza sessuale assoluta, isolati dal mondo, si
mostravano agli adepti e ai malati in stati di estasi o di trance. Essi
avevano un comportamento ieratico alimentato da una coscienza
crepuscolare...e ciò suggestionava e influenzava positivamente in
special modo i soggetti con disturbi mentali. Questi maghi erano detti
dai Greci Anandri, non uomini, perché vestivano abiti femminili...Guarivano
i malati mentali con tecniche suggestive come l’uso di canti, di parole
misteriose, di danze, di bizzarri rituali magici e complicati
esorcismi....Gli stessi fondatori mitici della civiltà greca...Tiresia,
Melampo, Baci e Orfeo sono ritenuti maghi e guaritori di ammalati
psichici>> , (G.Roccatagliata,
1981).
In
Grecia, a partire dalla fine del V sec. a.C. , vennero eretti numerosi
templi ad un dio originario della Tessaglia che, praticando un “arte”
sconosciuta ad Apollo, invia sogni e guarisce per mezzo dei sogni:
Asclepio. Si tratta proprio di quell’Asclepio che Omero menziona come
re di Tricca in Tessaglia e padre di Macaone e Podalirio. Quell’
Asclepio che, invece, stando alla mitologia “ufficiale” fu figlio ad
Apollo e che fu affidato al saggio e mite Cheiron, “ l’uomo dalle
mani risanatrici”, affinché lo ammaestrasse nelle arti della guarigione.
Cheiron? Un centauro generato da Kronos, un demone per metà
uomo e per metà cavallo, una divinità tellurica di quella Tessaglia
rinomata per le streghe, (P.Phillipson,
1983). I cantori mitici narrano anche che Asclepio, seguendo il
destino che era allora riservato agli eroi, ascese tra gli
olimpici. Zeus, infatti, lo fulminò per divinizzarlo subito dopo, quando
peccando di hybris, oggi diremmo d’accanimento terapeutico,
rianimò, resuscitò alcuni eroi morti col sangue della Gorgone.(R.Graves,1988).
In
conclusione, Asclepio assume le vesti di un secondo Apollo, ma non è un
nume olimpico. Potrebbe trattarsi di una divinità ctonia tessalica poi
integrata nel mito apollineo; o di una figura originata dall’antico
culto degli eroi.<<Questi conservano, dopo la morte, virtù eccezionali
che li mettono in grado d’esercitare un’attività benefica sui vivi. Per
questo vennero istituiti in Grecia numerosi santuari dedicati agli eroi,
tra i quali possono figurare anche quelli d’Asclepio>>, (M.Barzaghi,
2004).
Dalla
fine del V sec.a.C. <<la crescente richiesta di cure magiche trasformò
Asclepio, in un paio di generazioni, da eroe di secondo ordine in
divinità di primo piano, e del suo tempio di Epidauro fece una meta di
pellegrinaggio famosa quanto oggi Lourdes… Si può ragionevolmente
supporre che la sua fama in Atene (e forse anche altrove) abbia avuto
inizio con la grande pestilenza del 430>>, (E.R.Dodds, 1997). L’ epidemia che nel 293 a.C. contaminò
l’aria del Lazio, disseminando dappertutto cadaveri esangui determinò
un’ulteriore espansione del culto del dio. Accogliendo benevolo il grido
di dolore del popolo romano Asclepio lasciò Epidauro e nelle sembianze
infere di un enorme serpente dalle creste d’oro giunse a Roma per
insediarsi stabilmente come nume salutare della città nell’Isola
Tiberina. Nell’età ellenistica il carattere salvifico della divinità si
accentuò tanto da meritarsi l’epiteto di soter, “il Salvatore”.
La
medicina templare ebbe il suo momento di maggior gloria alla fine del
V sec. a.C. e rimase rinomata sino alla fine del paganesimo. Ad
Epidauro, in un scenario da favolosa Arcadia i pazienti si preparavano
mentalmente alla visita notturna del dio. I malati osservavano
particolari regimi dietetici, si sottoponevano a distensivi riti
propiziatori, giunti in uno stato di tensione psichica fatta di fiducia
e di propensione alla guarigione, dormivano in stanze speciali e
nella notte attendevano il sogno. L’incubazione verosimilmente si
realizzava in via autosuggestiva, sotto forma di narrazione onirica
nella quale il dio con serpente a seguito giaceva sopra di loro come
in intimo rapporto . <<La trama manifesta del sogno veniva utilizzata
soprattutto per svelare... il tipo di malattia e quindi per dedurne
anche i presidi terapeutici da seguire... tanto è vero che il dio,
tipica rappresentazione paterna, edipica, buona giusta, consiglia per
guarire purghe, salassi, clisteri, diete, digiuni o ingiunzioni
punitive>>, (G.Roccagliata, 1981).
I
soliti positivisti hanno equiparato il santuario ad una clinica per
ipocondriaci e nevrastenici diretta da preti non ancora cattolici ma
comunque imbroglioni. Gli storici hanno fatto giustizia di sì
illuministico verdetto. Il tempio Epidauro era molto di più di una
moderna clinica per matti scientificamente dichiarati. Era questa con
in più Lourdes e l’ospedale di padre Pio messi insieme, ed il tempio
godeva di un ulteriore vantaggio. Il figlio d’Apollo, il dio Asclepio
vi prestava servizio ed operava miracoli con una serietà, un’assiduità
ed una disponibilità sconosciute tanto ai neuroscienziati, quanto alla
risanatrice di Lourdes ed al santo taumaturgo.
Le
iscrizioni votive che ci sono pervenute testimoniano dell’efficacia
prodigiosa delle cure prestate a malati affetti da ogni specie di morbo.
Il che fa pensare che la medicina templare fosse per l’epoca tutt’altro
che “tecnicamente” sprovveduta e che le terapie offerte ai pazienti non
s’esaurissero nel rito propiziatorio dell’incubazione. Ma era
“oggettivamente” efficace la medicina templare? Gli oniromantici
contemporanei sono portati a vedere tra quelle antiche pratiche della
buona psicoterapia. Esagerano? Il significato che si attribuisce al
sogno è conforme alla cultura di una civiltà, e le guarigioni per
incubazione riflettono credenze ampiamente condivise. La guarigione,
determinata dalla credenza, a sua volta la conferma. O, detto in altro
modo, perché il devoto di padre Pio sia beneficato dai miracoli,
bisogna, prima ed insieme che creda nei miracoli ed in Padre Pio. Si
tratta di un’ennesima variazione del tema : ciò che il
“sognatore” crede, per ciò stesso lo vede, e ciò che egli vede, per ciò
stesso lo crede.
C’è
poi da domandarsi quale sia stato il rapporto tra la medicina
razionale dei discendenti di Asclepio e quella “miracolosa” praticata
dal clero dello stesso dio. Per quanto può sembrare sorprendente, gli
ippocratici, mentre attaccano frontalmente ciarlatani, purificatori
ed indovini evitano ogni polemica con la medicina templare. Un
atteggiamento così attento potrebbe dipendere dal fatto che si
considerassero discendenti del dio del tempio. Oppure che ritenessero
le pratiche religiose compatibile con l’esercizio medicina “razionale”.
Non per questo le differenze sono meno forti. Quando l’ippocratico si
trova davanti a guarigioni inspiegabili , si limita a constatarne il
carattere eccezionale e, <<si guarda bene dal dedurne un intervento
divino; nella medicina religiosa l’eccezionale è la regola, la
manifestazione normale dell’onnipotenza divina. E’ impossibile che la
medicina razionale sia nata nei templi d’Asclepio>>, (J.Jounna,
1992).
Nata e
fiorita in territorio magico l’onirologia mantica viene trasferita
dagli ippocratici in quello delle scienze mediche. L’intera operazione
avviene nel segno della continuità e della frattura.
Le
“Lettere sulla follia di Democrito” attribuite ad Ippocrate, ne
tramandano un’ immagine diversa. Qui, infatti non abbiamo più a che
fare con il noioso proto-positivista d’una certa storiografia.
Un
giorno Ippocrate si vede recapitare la lettera dei cittadini di Abdera.
Democrito il filosofo, la gloria, l’ onore ed il vanto della città trace
è uscito pazzo. Sintomo inequivocabile della sicura follia di un
vecchio che fu il saggio è quel certo suo sorridere che poi esplode in
riso immotivato. Ride infatti Democrito e ride alla grande come, alla
grossa, si scompisciano il folle ed il mentecatto. Vive come un cane il
povero Democrito e di tutto fragoroso sghignazza. Indifferente alle
effimere glorie della vita se la ride Democrito che sorride anche
davanti alla morte. I sani di mente non capiscono, il vecchio matto
de-ride le cose che per loro sono il senso stesso della vita. I savi
sono alla disperazione e chiedono l’immediato soccorso di Ippocrate. Il
medico prende male la notizia. E’ turbato, agitato. Un filosofo, quel
filosofo- rimugina- non può uscire pazzo, folli saranno gli abderiti.
Cala dolce la notte ma Ippocrate non prende sonno, il dubbio lo
tormenta. Poi sul fare dell’alba s’addormenta e quel che segue è la
cronaca di una diagnosi demonica.
<<Ippocrate
a Filopemene, salute!
Questa
notte, in ansia e preoccupato per Democrito, mi sono addormentato sul
fare del giorno e ho visto un sogno dal quale traggo la convinzione che
non accadrà nulla di grave...mi sembrava infatti di vedere Asclepio in
persona e sembrava che mi fosse vicino. Eravamo già alle porte di Abdera.
Asclepio non era come lo si vede nelle sue immagini, dolce e gentile, ma
aveva un aspetto agitato e incuteva timore a guardarlo. Lo seguivano dei
serpenti, rettili enormi, anch’essi agitati, che incalzavano con grandi
sibili,...Poi il dio mi tese la mano e io la presi con gioia e gli
chiesi di venire con me e di non venirmi meno nella terapia, e lui: <<
In questa circostanza non hai nessun bisogno di me, ma ora questa dea
...ti guiderà>>. Ed io, voltandomi, vedo una donna grande e bella....Il
dio si fece da parte, e la donna mi prese per un braccio, con una presa
ferma e delicata...mi condusse per la città. Quando fummo vicini alla
casa dove erano in corso i preparativi per ospitarmi, si dileguò come un
fantasma dicendo soltanto: << Ti rivedrò domani da Democrito>> E mentre
si stava già voltando: << Ti prego>> dissi << o nobile signora chi sei e
come ti dobbiamo chiamare?>< ed essa << Verità (Aletheia)>>
disse << e questa che vedi arrivare>> e improvvisamente mi apparve una
donna non priva di bellezza...ma sfrontata e che incedeva con sussiego
<< si chiama Opinione (Doxa); essa abita con gli Abderiti>>.
Allora
mi sono alzato ed ho interpretato il sogno in questo modo. Democrito non
ha bisogno di un medico dal momento che il dio stesso della medicina si
è allontanato come se non avesse materia da curare. La Verità del suo
esser sano (di mente) sta con Democrito, l’Opinione della sua malattia
invece abita con gli Abderiti.; questo sono convinto che sia vero,
Filopemene, ed è vero. Non rifiuto i sogni, soprattutto quando hanno una
loro coerenza. La medicina e la mantica sono affatto affini, e infatti
queste due arti hanno un unico padre Apollo, il mio avo, che annuncia le
malattie presenti e future e guarisce chi è stato colpito dalla malattia
ed è malato. Stai bene! >>, (Lettere
sulla follia di Democrito,1998).
Dal
testo appare chiaro che Ippocrate fa sua la “fisiologia” demonica del
sogno ed è interessante notare che ippocratico autore de “I Sogni”
sull’argomento la pensa in tutt’ altro modo.
<<Chi
ha correttamente riconosciuto dei segni nei sogni, troverà che essi
hanno notevole influenza su tutto. L’anima quando è al servizio del
corpo sveglio e si divide tra molte cose, non è padrona di sé, ma
attribuisce una qualche sua parte ad ogni funzione del corpo: all’udito,
alla vista, al tatto, al camminare. Il pensiero però non è padrone di
sé. Quando invece il corpo riposa, l’anima, che è in azione ed è
sveglia, amministra la propria casa e gestisce tutti gli atti del corpo.
Infatti il corpo quando dorme non ha facoltà percettive; essa invece,
che è sveglia, riconosce tutto, vede ciò che è visibile, ascolta ciò che
è udibile, cammina, sente, soffre, riflette; in breve,quante sono le
funzioni del corpo… altrettante l’anima nel sonno gestisce… Il sogno
nasce dallo stato del corpo...i sogni segnalano un buon stato di salute…
perché durante il sonno il corpo riposa e l’anima lo percorre e fa essa
stessa tutte le operazioni corporali>>, (I
Sogni, 1993).
L’autore comprende che le visioni oniriche possano essere proiezioni di
desideri inappagati, concede che possano darsi sogni profetici d’origine
autenticamente “divina” e che questi debbano essere interpretati dagli
specialisti in materia. Ma esistono sogni d’origine somatica, che per
essere correttamente interpretati richiedono competenze mediche.
<<Quanto ai dolori del corpo che l’anima predice....anche questi vengono
interpretati e a volte costoro ( gli interpreti di sogni) li indovinano,
altre volte li sbagliano, mai ne indovinano le cause né per ciò che
indovinano né per ciò che sbagliano, esortando a stare in guardia
perché non capiti qualcosa di male. Essi non insegnano come è
necessario stare in guardia ma esortano a pregare gli dei: Ed è cosa
buona, nel modo in cui s’addice, pregare e abbondantemente. Tuttavia
bisogna anche aiutarsi, e mentre s’invocano gli dei>> chiamare il
medico, (I Sogni, 1993).
L’asclepiade
dota l’anima di preveggenza medica e le affida compiti di prevenzione
sanitaria. Se, in un certo senso, l’autore anticipa Freud secondo il
quale il sogno è sempre egocentrico, questo principio viene applicato in
modo “materialista ”. Le rappresentazioni oniriche, in un rapporto di
continuità e dipendenza dal materiale somatico, esprimono in figure
niente altro che le condizioni fisiche del soggetto. Il sogno predice le
malattie future in quanto registra i mali che covano dentro corpo, le
malattie che in fase asintomatica il paziente ancora non avverte.
E’
nata, nei suoi tratti essenziali, la dottrina somatica del sogno e del
delirio. Teoria di straordinario successo storico, visto che oggi il
contenuto mentale dei sogni è in rapporto con la fisiologia del sonno,
che a sua volta è il prodotto dell’attività ciclica di sistemi
neurochimici diversi, ma concatenati. Teoria che Freud combattè
strenuamente. << Abbiamo ora raggiunto la teoria d’origine dei sogni
preferita dalle autorità mediche. L’oscurità che nasconde il nucleo del
nostro essere alla nostra conoscenza ( Io splancnico, come lo chiama
Tissié) e l’oscurità che circonda l’origine dei sogni coincidono troppo
bene per non essere mese in relazione. La corrente di pensiero che
considera le sensazioni vegetative organiche come costruttrici di sogni
presenta un altro fascino per i medici, poiché permette una singola
eziologia per i sogni e le malattie mentali, le cui manifestazioni hanno
tanto in comune; infatti i mutamenti dei sentimenti comuni e gli stimoli
provenienti dagli organi interni sono considerati responsabili
dell’origine delle psicosi. Non c’è da sorprendersi quindi se la teoria
degli stimoli somatici è sorta da più fonti indipendenti l’una
dall’altra... Non ci meraviglieremo per la sopravalutazione del ruolo
svolto da quegli stimoli non provenienti dalla vita mentale nella
formazione dei sogni. Infatti, non solo essi possono essere scoperti
facilmente e perfino confermati sperimentalmente, ma la visione somatica
dell’origine dei sogni è perfettamente allineata alla corrente di
pensiero prevalente al giorno d’oggi in psichiatria. .La teoria somatica
del sogno semplifica il delirio nel momento in cui lo spiega come
sogno. L’idea infatti che la vita psichica è in qualunque modo
indipendente da mutamenti organici dimostrabili, allarma il moderno
psichiatra come se il riconoscimento di tali cose dovesse riportarci ai
giorni della Filosofia della Natura , e della visione metafisica della
natura della mente>>, (S.Freud,
1998).
L’arco ricurvo
I selvaggi confidano nel sapere-potere dei
loro medici e, con ammirevole coerenza, ad essi si affidano. Tuttavia,
nei loro confronti nutrono una terribile paura. Tale primitiva
avversione è verosimilmente dovuto al fatto che il guaritore magico è
uno che assomiglia più agli spiriti che al resto dei mortali. In
effetti <<questo individuo che si è reputato e posto al di fuori ed al
di sopra dei suoi simili, e nel contempo i suoi simili hanno reputato e
posto al di fuori ed al di sopra di essi>>, (
E. Durkheim, H.H.Mauss, 1991),
fa paura perché guarisce con gli stessi strumenti della morte. Se può
con le sue magie allontanare gli spiriti birboni è perché conosce il
modo magico con cui operano gli spiriti. Questa conoscenza sacra è
ambigua, pericolosa. Chi sa come poter guarire e guarisce è lo stesso
che sa come poter uccidere e che uccide. Si potrebbe dire che nel
momento in cui il guaritore magico combatte gli spiriti maligni ne
assume le sembianze, diventa lui stesso immagine e rappresentazione
della morte.
L’arco
che Apollo orgogliosamente impugna, potrebbe esprimere questa
originaria ambivalenza sacra.
Il simbolismo dell’arco e della freccia
oltrepassa la geografia sciamanica e si distende su un’area
eccezionalmente ampia. Apollo è colui che colpisce da lontano, come
Rama e Budda. << Ebbene la freccia è presente nelle cerimonie
sciamaniche siberiane,... ma il genio greco ha rivalutato brillantemente
questo tema arcaico, proprio come ha trasfigurato le tecniche e la
simbolica sciamanica>>, (M.Eliade,
1996).
Febo omerico con l’ira nel cuore discende
dalle vette dell’Olimpo. Sulle spalle porta l’arco e la faretra e i
dardi risuonano sulle sue spalle. Avanza verso l’accampamento degli
Achei, inarrestabile, simile alla notte (Iliade I:43-45). In origine
apparentato alla fatale e femminea simbologia lunare, il nume assunse
poi le caratteristiche maschili di un dio solare, e l’ arco, ricurvo e
d’argento come la falce della luna e della Morte, sarà paragonato al
sole e le sue frecce ai raggi.
Un misterioso rapporto intercorre tra l’arco e
la cetra. Odisseo, prima d’uccidere i Proci, appena ebbe in mano l’arco
lo palpò e lo osservò come un uomo che è esperto della cetra, poi con
la mano destra pizzicò e provò il nervo che bene gli cantò sotto, simile
a grido di rondine (Odissea. XXI: 400-404) . Al vendicativo arciere
bastò solo avvicinarsi al campo acheo. Si fermò lontano dalle navi e
scagliò una freccia; emise un suono sinistro l’arco d’argento. Cantarono
stridule le rondini che uccisero i muli, i cani, gli uomini a centinaia.
Fitti e senza tregua ardevano i fuochi dei roghi. Per nove giorni
volarono le frecce del Dio. Apollo tenne fede al suo nome che
deriverebbe da apollunai: mandare in rovina, far perire,
distruggere. Apollo è colui che distrugge totalmente, (M.Detienne,
2002).
<<I
passi di Apollo nella dimora di Zeus fanno tremare tutti gli dei; tutti
si levano dal loro seggio al suo avvicinarsi quando tende il suo arco>>,
(Inno Omerico ad Apollo, 2004).
Ancora di più terrorizza i mortali che in lui, per quell’arma,
riconoscono il signore del loro destino. Quando Apollo disse che
avrebbe imposto la volontà immutabile di Zeus, volle in realtà dire che
le sue mortali saette rappresentavano, anzi erano la volontà di Zeus.
Gli
stessi gesti obbligati del Dio arciere evocano il rigore del destino: la
concatenazione temporale di atti veloci, precisi, necessari l’uno
all’altro. Arma regale l’arco è <<ovunque un attributo della tensione
vitale, presso i giapponesi come presso i greci, o i maghi sciamani
dell’Altai... Alla base di questo simbolismo troviamo il concetto
eracliteo di armonia come espressione della forza vitale e spirituale,
della tensione tra i contrari, come quella tra l’arco e la lira>>, (J.Chevalier,
A.Gheerbrandt, 1992).
Ma non
per fare della filosofia Odisseo impugnò l’arma. Immaginatelo travestito
da mendicante al banchetto dei Proci. Quando prende l’arco dalle mani di
Telemaco è pronto e tutto è pronto. Odisseo sa quel che deve fare, sa
come e quando farlo. Nulla ha lasciato al caso. Quando Odisseo fa
cantare l’arco i Proci sono già tutti morti, come i sette figli di
Niobe non appena Apollo sfiora l’arco. Dei giovani nel pieno delle
forze, vengono colpiti all’improvviso da un dardo che non da scampo.
Cadranno tutti paralizzati nel movimento.
C’è il
segno apollineo nella morte dolce e immediata degli aspiranti al talamo
di Penelope. L’odio acceca e la ragione esige che la vendetta
sia veloce e fredda. La disciplina dell’arco sottomette la passione alla
ragione. Lo sforzo fisico è congelato delle braccia che reggono l’arco,
nella mano che incocca, tende e scaglia le frecce. La fatica è
dell’occhio che controlla le mosse dei Proci, calcola la posizione,
sceglie la preda e dirige la freccia veloce alla gola. La tensione
appartiene alla mente che domina il tempo e lo spazio, misura la
distanza e decide il momento. Mente che si è come astratta dalla
contingenza pur essendo ad essa presente. Ragione che sovrasta il
combattimento e lo ordina veloce, senza fretta e senza errore.
<<Grazie ad Apollo il simbolismo dell’arco e dell’arte di usare quest’arma
rivela altre situazioni spirituali: il dominio della distanza, e dunque
il distacco dall’ immediato, dalla viscosità del concreto; la calma e la
serenità che sono necessarie ad ogni sforzo di concentrazione
intellettuale>>, (M.Eliade,1996).
Lo
stesso arciere si muta nel dio che tiene lontano il male. Ecco che
l’arco si solleva e frecce in perenne allarme aggrediscono chi minaccia
le case, i villaggi, le città. << L’arco è anche uno strumento di
esorcismo, di espulsione, di purificazione: si eliminano le potenze del
male lanciano delle frecce verso i quattro punti cardinali, verso l’alto
e verso il basso>>, (J.Chevalier,
A.Gheerbrandt, 1992).
<<Apollo è effigiato come difensore della città sulle monete di
Selinunte, ... Sul recto delle tetradracme... Apollo tende il suo arco e
si accinge a scagliare una freccia davanti a sé…>>. L’arciere tiene a
distanza i lupi dagli armenti, li stermina. Protegge i raccolti dai
topi, i campi dalle cavalette. <<Quando la morte e la malattia si
abbattono sulla città di Ierapoli in Frigia, l’oracolo prescrive di
tagliare dei recinti sacri (temeneizein) davanti ad ogni porta (pulai)
innalzando una santa statua di Febo…, il dio ben armato di frecce che
distruggono la piaga. Una muraglia irta di arcieri che mirano diritto
agli occhi del flagello attraverso la feritoia più stretta. Recinti
tagliati, statue consacrate: la procedura è su misura per l’epidemia del
166, sotto il regno di Marco Aurelio. Più spesso è sufficiente una
nicchia nella postierla, con un Apollo delle Porte, Pulaios,
collocato nel pulon, nello spessore del portone >>, (M.Detienne,
2002)
Il
sangue freddo, la determinazione, la rapidità d’esecuzione dell’
arciere congiunte con la tecnica esperta del sacrificatore tornarono
utili al chirurgo. Quando Coronide mortalmente trafitta, gli rivelò che
aveva ucciso anche suo figlio Asclepio, Apollo non esitò. Tentò
vanamente di rianimarla, poi il ventre cadaverico si aprì sotto il
coltello del dio, che estrasse, illeso, Asclepio, colui che guarisce.
Nell’ Iliade (XVI:510-525) intervenne su Glauco gravemente ferito:
<<Ascolta, Signore: che tu sia nella fertile terra di Licia, oppure a
Troia, dovunque puoi ascoltare un uomo che soffre, come io soffro, ora.
Ho una grave ferita, acuti dolori mi trafiggono il braccio, non
s’arresta il sangue, la spalla è pesante; non posso impugnare la lancia
e affrontare i nemici…Signore risana questa mia grave ferita, calma il
dolore…Così disse pregando e Febo Apollo lo udì: subito calmò i dolori
e stagnò il sangue della dolorosa ferita, gli infuse forza nell’animo>>.
Omero non ha bisogno di troppe parole per dirci che Apollo è medico di
fatto. Alla chiamata il dio era già partito ed arriva preparato, pronto
a fare quello che andava fatto.
Omero
(Odissea XV: 403-411) ce lo descrive anche mentre è impegnato in una
opera di soccorso ispirata da una pietà medica di tutt’altro genere: <<
Cert’isola, se mai parlar ne udisti, Giace a Delo di sopra, e Siria è
detta, …ivi la fame, non entra mai, né alcun funesto morbo consuma lento
i miseri mortali. Ma come il crine agli abitanti imbianca, cala portando
in man l’arco d’argento Apollo con Artemide.. E gli uccide di saetta non
vista un dolce colpo>>.
Avete dubbi sul bontà del dio, sulla moralità
del medico o sul racconto di Omero? Eppure Omero non ci ha ingannati. La
dolce morte che il dio distribuisce è coerente con le funzioni del
medico e del protettore . Gli epiteti : apotropaios, prostaterios,
alessikakos definiscono Apollo come la divinità che tiene lontano
il male. Il dio della eutanasia è sempre apotropaios ed adesso
previene le malattie degenerative che lentamente consumano noi
miseri mortali: i morbi umilianti che ci porta il peggiore di tutti i
mali: Gheras, quella vecchiaia che figlia di Nyx, la
Notte, è sorella carnale della Morte.(Esiodo,1961).
La
divinazione apollinea
Il mito
che tramanda le sanguinose vicende del giovane Apollo diretto alla
conquista di Delfi, conosce molte intricate versioni, (R.Graves,1988).
Le narrazioni testimonierebbero delle difficoltà che il nuovo Dio
dovette superare per imporsi su più antiche divinità profetiche.
Sembra infatti che Delfi fosse la sede di un antichissimo oracolo, ma
non è chiaro in nome di quale o di quali divinità le sacerdotesse
dessero responsi ai postulanti. Forse divinità ctonie e femminili: Gea,
la Terra; o forse Temi, forse la coppia Gea Poseidone. L’interesse del
dio per Delfi può a noi sembrare eccessivo ma in realtà nasconde
strategiche motivazioni. Nell’antica Grecia, infatti, chi controllava il
tripode di Delfi esercitava sulle città dell’Ellade un potere che,
cambiando ciò che va cambiato, si potrebbe definire simile a quello che
tuttora promana dalla cattedra di Pietro; vale a dire un potere
spirituale non immune da valutazioni politiche e non privo di
conseguenze temporali.
Esibendosi in un fulmineo attacco Apollo prima si sbarazzò del gigante
Tizio, reo di tentata violenza carnale contro Leto, poi su Delfi
concentrò tutti gli sforzi. Qui condusse la guerra-lampo contro
Pitone e quando l’ebbe ucciso uscì da trionfatore nella battaglia che da
sola decise dell’intera guerra.
Si
narrava che Pitone, avesse inseguito Leto per impedire la nascita di
Apollo. Appena nato Apollo si vendicò e l’uccise. Sembra che il serpente
Pitone sia stato in realtà una serpe e qui il dio si rivela
maschilista. << Il nemico vero e proprio di Apollo era di sesso
femminile, era una dragonessa di nome Delfine. Il nome è in connessione
con un’antica parola che significa “utero”, esattamente come il nome
della località di Delphoi per la quale si usa oggi la forma
latinizzata Delfi. Presso il serpente femmina Delfine abitava un
serpente maschio di nome Tifone che si diceva fosse stato partorito da
Era irata senza la cooperazione del marito....Nessuno dice che Apollo
avesse ucciso anche il figlio maschio di Era. Sembra che i narratori
abbiano confuso il drago di Delfi... con Tifone o Tifeo avversario di
Zeus>>,(C.Kerenyi, 1963).
Per
farla breve, la raffinata strategia del dio si fondò sulla
uccisione-assimilazione delle divinità più antiche. Uccise Delfine,
il serpente utero, e risparmiò Tifone il maschio, anzi lo prese a
servizio col nome di Pitone, da cui il nome Pizia o Pitonessa pitica
attribuita alla sacerdotessa che veniva invasata dal Dio che adesso
signoreggiava incontrastato sull’ utero della Terra.
Il
mitico serpente lo ritroveremo al seguito di Asclepio ed avrà un
ruolo importante della medicina templare. Quest’animale che riassume in
se una vastissima simbolica è legato ad Asclepio poiché probabilmente
rappresenta le antiche divinità ctonie e femminili di cui esso stesso è
veicolo e porrebbe in evidenza l’origine infernale dei poteri e delle
virtù mediche dello stesso figlio di Apollo.
Scientifici disincantati come siamo, siamo portati a credere che i
delfici vaticinii dovessero suonare ermetici ai creduli postulanti come
a noi le profezie di Nostradamus o certe prognosi di medici. Potremmo
anche dire che il dio medico, prevalendo sul dio divinatore, si
volesse cautelare; che usasse le parole come ostruzione,<< poiché
è di grande aiuto un termine che non sia capito dalla gente. Bisogna dunque che il medico sia dotto nella diagnosi, attento ed
accurato nelle prescrizioni, circospetto e cauto nel rispondere, ambiguo
nella prognosi>> (A. da Villanova,
1986) .Enunciati che ognuno può intendere come più gli
pare e piace, e di cui si apprezza il valore solo dopo che, tra le
possibilità previste, si è realizzata l’unica non prevista. Evenienza
che non compromette il carisma di Nostradamus e di certi medici, né
offusca la malia della divinazione e della prevenzione visto che in
nessun modo ci possiamo sottrarre all’ idea che vi sia un qualche
pre-vedibile, dunque controllabile, ordine nel mondo.
In
realtà in ben altro modo stavano queste antiche cose. <<Apollo non
voleva sciamane informi, ma fanciulle uscite dalle grotte del Parnaso…
che pronunciassero versi ben plasmati. Le invasate da Apollo, parlavano
in versi impeccabili, anzi proprio allora gli uomini appresero che cosa
vuol dire la parola perfetta… Ma questo non gli bastava: le sue figlie
vaticinanti dovevano rivelare… gli enigmi del futuro. La poesia si
presentò come la forma di quelle parole ambigue che i consultanti
chiedevano per decidere della loro vita e di cui spesso capivano il
significato solo quando i fatti erano già avvenuti>>, (R.Calasso,
1988).
Quando
Apollo pizio parla non va sottovalutato, non parla mai a vanvera. Gli
oracoli del dio “ obliquo” , “contorto” sono in greco, ma per gli
stessi greci difficili da intendersi. <<Apollo, il nostro Dio, sa
medicare e risolvere i dubbi della vita dando responsi a chi lo
interroga; ma i dubbi dell’intelletto è lui stesso a suscitarli ed a
proporli agli uomini che possiedono un’indole filosofica, risvegliando
nelle loro anime la passione per la verità>>, (Plutarco,
1995). La divinazione apollinea é ri-velazione della Verità:
enigma, e la cultura greca ha visto la sfida mortale celarsi nel
linguaggio ambiguo che offre e cela la verità. Una verità, si noti ,
che non è sempre e non necessariamente è bene che l’uomo conosca. Omero
morì a causa dell’ indovinello che non seppe risolvere. Edipo che
interrogò oracolo di Delfi circa la sua nascita, erroneamente ne
interpretò il responso e fu per il momento salvo. Andò via da Corinto e
si diresse a Tebe, ma qui perse se stesso dopo che volle sciogliere
l’ enigma tenebroso delle proprie origini.
Apollo
Pizio, dunque, non avrebbe mai tirato ad indovinare ma sulla base della
conoscenza dei fatti passati e presenti si sarebbe limitato ad avanzare
delle pre-visioni probabilistiche circa il futuro degli uomini.
<<Il
dio è indovino e l’arte divinatoria prevede il futuro sulla base del
presente e del passato: nulla infatti si crea senza una causa, e nulla
si predice senza una ragione. Anzi poiché tutto il presente deriva e
dipende dal passato e tutto il futuro è legato al presente secondo un
processo che corre da un principio a una fine colui che possiede la
scienza di connettere e porre in relazione le cause tra loro secondo il
loro rapporto naturale, è anche in grado di annunciare: il presente e il
futuro e il passato. Giustamente Omero ha collocato al primo posto il
presente e poi il futuro ed il passato, perché dal presente nasce il
sillogismo ipotetico, come “se esiste questo, è esistito quest’altro”,
e poi “se questo esiste, esisterà quest’altro”. L’arte della logica
consiste infatti nella conoscenza del nesso causale, mentre la
sensazione offre all’intelletto la percezione dei fatti. Perciò,
sebbene l’espressione riesca forse strana, non esiterò ad affermare che
questo tipo di argomentazione è il tripode della verità che, stabilendo
il legame tra causa ed effetto e aggiungendo la constatazione del reale
, porta a termine la dimostrazione>>,(Plutarco,
1995).
Apollo
eleva templi ed oracoli in tutto il mondo greco ed il successo con cui
si espande sembrerebbe dovuto alla sua più avanzata tecnica
divinatoria. Riconosciuto dagli dei, venerato dagli uomini, temuto da
entrambi, Apollo conosce ciò che fu, è, sarà L’eccellenza di questo dio
consiste in una conoscenza che ha per oggetto il tempo, il che
consente agli uomini di difendersi dall’incertezza del futuro.
<<Profetizzare, mostrare, significare:
epithespizein, deiknunai, semanein, i tre termini si enunciano
intorno alla relazione maggiore tra la voce oracolare e il cammino>>, (M.Detienne,
2002) che l’uomo deve percorrere una volta che giunto
all’ incrocio delle molte strade, non sa per dove andare perché non
conosce o non riconosce la via giusta da percorrere. Eraclito non
mente:<< il Dio a cui appartiene l’oracolo di Delfi non dice e non
nasconde, accenna, signi-fica>>, (Eraclito, 1998). Apollo non separò il Bene dal Male, non
indicò e tanto meno ordinò agli uomini quale fosse la via da
percorrere per conseguire il bene. Piuttosto li difese dalle insidie
della vita armandoli con una serie di indizi. Tracce che i mortali in
autonomia avrebbero dovuto riconoscere e seguire. Segni che,
intelligentemente interpretati, avrebbero signi-ficato ai postulanti
per dove incamminarsi per andare là dove è bene avviarsi.
La Clinica
Semanein, far conoscere attraverso
segni, tracce, segnali, indizi. Verbo cruciale che si è
trasferito dalla divinazione apollinea alla medicina. Semeiotica: lo
studio dei segni e dei sintomi della malattia e del metodo per
rilevarli. Ed il metodo messo a punto dagli Ippocratici anticipò nei
suoi quattro momenti quello della moderna clinica.
Autopsia: La vista, il più greco dei sensi avvolge, afferra il corpo.
L’occhio clinico scruta, osserva. Cerca e mette a fuoco i segni fisici
della malattia. Non si tratta di un semplice vedere, ma di un vedere
sapendo che cosa cercare, per poi, come accadrà ben più estesamente
nella moderna “visita”, visitare il corpo: palpare, toccare, auscultare,
percuotere.
Anamnesìs. Come applicando la suddivisione della anamnesi in
familiare, fisiologica, patologica prossima e remota. L’ippocratico
interroga il malati sui sintomi presenti, sui mali recenti e passati e
la vita trascorsa. Cerca nella confusione degli eventi la causa,
l’errore, la colpa commessa dal paziente nel suo stile di vita. Cerca un
fatto che, in un significativo rapporto di causa ed effetto, possa
collegare il passato al presente. Reso internamente coerente l’intero
complesso delle informazioni, dei segni e dei sintomi, l’ippocratico
giunge alla diagnosi che, come oggi, rappresenta il momento in cui
quadro clinico, viene ricondotto ad una specifica ed astratta “idea” di
malattia.
E adesso:
<<quanto al medico, sembra a me che la
cosa migliore sia che egli pratichi la previsione; perché con una
conoscenza e dichiarazione preventive, di fronte ai malati, dei loro
casi presenti, passati e di quelli che dovranno presentarsi in futuro, e
con una puntuale esposizione di quanto gli infermi tralasciano di dire,
egli sarebbe maggiormente accreditato di conoscere le condizioni dei
malati... E, quanto alla cura, nel modo migliore vi provvederebbe,
prevedendo gli sviluppi futuri sulla base degli accidenti presenti. In
effetti, far risanare tutti quanti i malati è impossibile; e questo
varrebbe di più di conoscere preventivamente gli esiti che si dovranno
dare. Ma dal momento che gli uomini muoiono…prima che il medico possa
contendere con ognuno dei diversi morbi; occorre allora conoscere le
nature di tali affezioni, quanto sono al di sopra del potere dei corpi e
insieme anche se vi è nelle malattie un elemento divino, ed acquisirne
la previsione. Perché è così che si sarebbe giustamente ammirati e si
sarebbe un buon medico>>, (Il
Prognostico, 1999).
La
migliore arma del medico è una tecnica pre-visionale che, come
orgogliosamente tenevano a precisare gli ippocratici, nulla ha a che
fare con la divinazione. Ma nelle parole del medico c’è dell’
archeologia. La prognosi è la pre-visione probabilistica dell’evoluzione
del morbo. Colonizzazione del futuro che si fonda sulla classificazione
dei segni in “buoni” e “cattivi”.
<<Una
malattia in cui il sonno nuoce, è mortale; ma se il sonno è benefico, la
malattia non è mortale>>.
<<Quando il sonno pone fine al delirio è buon segno>>.
<<Nelle
dissenterie protratte, l’inappetenza è cattivo segno; se poi si
accompagna a febbre è segno anche peggiore>>
(Aforismi, 1994).
La
ripetitività degli eventi morbosi nella continuità del tempo consente al
medico di delineare la storia naturale della malattia e di pre-vederne
l’evoluzione. L’ippocratico tuttavia ben sa che, data una
definita malattia, questa può mostrare nei singoli pazienti variazioni
nel quadro e nell’evoluzione clinica. <<Era necessario pertanto
servirsi di uno strumento concettuale che lasciasse dei margini
disponibili in relazione al caso individuale. E una delle scoperte
concettualmente più rilevanti della medicina greca è quello di
tendenza/probabilità: in tal modo si poteva uscire dalla enunciazione di
una casistica di singoli casi specifici, e nello stesso tempo non
costringersi entro le pastoie di una totale ripetitività>>, (V.DiBenedetto, 1986).
L’ippocratico
attribuisce alla malattia le caratteristiche di evento naturale che
“tende” a presentarsi in modo ripetitivo e che è dunque
probabilisticamente prevedibile. Cerca il metodo che meglio possa
cogliere quel che vi è di invariante nella maggior parte dei casi in una
data malattia; dunque la misura che consenta ai medici di prevederne
il decorso nel caso individuale come adattandosi alle fluttuazioni del
morbo. Ippocrate non peccò di hybris quando dotò l’arte di un
metodo fondato sull’ osservazione empirica. Prese atto che le malattie
<<sono molto più varie e complesse e reclamano una maggiore precisione.
Bisogna infatti mirare ad una misura; e la misura, non la potresti
scoprire né in un numero né in un peso facendo riferimento al quale
verrai a sapere in che consista questa precisione, se non nella
sensazione del corpo. E’ perciò opera ardua riuscire ad acquisire una
comprensione così precisa da commettere piccoli errori nell’uno e
nell’altro senso; ed io farei un forte elogio del medico che commettesse
piccoli errori, ma l’esattezza è possibile vederla poche volte. In
effetti, almeno alla maggior parte dei medici, mi sembra che succeda lo
stesso che ai cattivi nocchieri>>,
( Il Prognostico, 1999)
Il
senso della travagliata storia della medicina è forse tutto riassunto in
quel cercare la misura, il numero, il peso che valga come punto di
riferimento per l’ esatta conoscenza. Dimenticando o in polemica più o
meno aperta con la tradizione ippocratica, si tentò di sottrarre la
medicina a quanto vi è d’indeterminato nelle malattie ed a quanto v’è di
fallace nella sensazione del corpo. La medicina fu organizzata in
grandi Sistemi, attaccata al carro della iatromeccanica e della
iatrochimica. Fondata, demolita e riedificata sull’esatta conoscenza
della meccanica galiliana, della fisica newtoniana, della chimica.
Ippocrate si prese, in un certo senso, la sua rivincita tra la fine del
XVIII e gli inizi del XIX con la Nascita della Clinica, <<il primo
tentativo dopo il rinascimento di fondare una scienza sul solo campo
percettivo e in pratica sul solo esercizio dello sguardo>>,
(M.Foucault, 1969).
Ma la Clinica riuscì a dare un’inedita maggiore precisione alla
sensazione del corpo perché si fondò su una conoscenza che la
Medicina aveva fino ad allora del tutto trascurato : sull’
identificazione e classificazione dei segni rilevati nel vivente avendo
come riferimento le lesioni anatomo-patologiche riscontrate nel
cadavere. Il morto diventò la misura, il numero, il peso, la
fonte dell’esatta conoscenza. << L’anatomia patologica è una scienza che
ha come scopo la conoscenza delle alterazioni che lo stato di malattia
produce negli organi del corpo. L’apertura dei cadaveri è il mezzo per
acquisire tale conoscenza… Studiando la tisi, G.L. Bayle considera la
morte come una situazione sperimentale che dà adito alla verità stessa
della malattia… Una volta conosciuti e dominati i fenomeni invarianti e
le manifestazioni invariabili della morte, si può ricostruire
l’evoluzione di tutta una serie morbosa>>,
(M.Foucault, 1969).
Tosse, dolore toracico, dispnea, febbre…. smisero di essere
un’incerta pleurite ma divennero i segni essenziali della certa
pleurite. Una malattia che poteva essere riconosciuta e diagnosticata
nel vivo perché prima conosciuta ed identificata come tale nei cadaveri
dei morti per pleurite. In questa operazione, il segno perse l’ opacità
di misterioso fenomeno naturale e divenne il signi-ficante che
signi-ficava la malattia. Il clinico , in un certo senso, ritornò iatromantis, convertì il balbettio dei segni e dei sintomi in
parole sensate e l’ enigma della malattia si sciolse in un
comprensibile linguaggio.<<All’occhio clinico il segno annuncia:
pronostico quello che succederà; anamnestico quello che è successo;
diagnostico quello che si svolge attualmente>>,
(M.Foucault, 1969).
Lo
studio anatomopatologico condotto nel cadavere stabilì un nuovo più
intimo rapporto carnale tra il medico, l’impuro, il putrefatto ed il
morto. Fino a quel momento, nel pensiero medico la morte era un mistero
“altro” dalla vita, essa costituiva il termine della vita. Ma Bichat
definisce la vita come << l’insieme delle funzioni che resistono alla
morte>> , (S.Bichat, 1806),
e la morte diventa <<ciò a cui la vita si oppone e ciò a cui la
vita si espone, ciò rispetto a cui è vivente opposizione,
dunque vita; ciò rispetto a cui è analiticamente esposta,
dunque vera>>, (M.Foucault,
1969).
La
medicina scopre gli uomini non muoiono perché s’ammalano, ma che
s’ammalano perché muoiono. << Lo sguardo medico s’impernia su se stesso
e alla morte chiede conto della vita e della malattia…Non doveva la
medicina aggirare la sua più antica preoccupazione per leggere, in ciò
che testimoniava il suo scacco, ciò che doveva fondare la sua verità?>>
,(M.Foucault, 1969).
Alla
fine del XIX sec, Claude Bernard si mise alla ricerca della misura, del
numero, del peso che finalmente portasse la medicina all’assoluta
conoscenza.. Dobbiamo- affermò - abbandonare Ippocrate e la mitologia
dell’occhio clinico per imitare i fisici e i chimici. <<La medicina
può diventare una scienza vera, cioè una scienza sicura solo basandosi
sul determinismo sperimentale…La medicina sperimentale non è un nuovo
sistema medico, ma la negazione di tutti i sistemi. L’avvento della
medicina sperimentale farà scomparire tutte le opinioni individuali
dalla scienza e le sostituirà con teorie generali ed impersonali, come
quelle delle altre scienze. Perché non dimentichiamolo, la scienza vera
esisterà solo quando l’uomo potrà prevedere esattamente i fenomeni
naturali e padroneggiarli>>
(C.Bernard,
1994).
S’
avviò il processo che, non senza contrasti e contraddizioni, vittorie e
fallimenti, avrebbe provocato, in poco più di un secolo, il declino
della clinica e lo sviluppo rigoglioso della medicina tecnoscientifica.
Un sapere ed una prassi che avranno a fondamento dell’esatta conoscenza
le certezze del laboratorio. Una scienza, che, come
collocandosi sul lato opposto della vecchia clinica, fonderà tutte le
sue verità e le sue ambizioni sulla conoscenza dei più intimi
meccanismi della vita, riducendo quella umana a mera biologia: <<una
questione di fisica e di chimica>> , (J.D.Watson,
2005).
Come
mai, nonostante il metodo, crescono a dismisura i risarcimenti per
riconosciuto, dimostrato errore medico? Come mai, in Cardiologia,
nonostante gli indiscutibile progressi delle conoscenze di base e delle
tecniche da essa derivate, <<venti anni di ultrasonografia,
scintigrafia e tomografia non hanno ridotto la frequenza delle diagnosi
sbagliate>>? (L.Goldman
et al. 1983; S.Zonereich et al., 1995). Non è, per caso,
che la prima causa degli errori sia nel fatto che i medici hanno
smarrito l’arte difficile del ragionamento clinico? (D.A.Grimes,1993).
Non è per caso che l’ambizioso metodo non ha affatto abolito
quell’errore, che a parere d’Ippocrate, sarebbe come consustanziale alla
pratica della Medicina?
L’introduzione del metodo sperimentale in medicina ha avuto
l’indiscutibile merito di aver energicamente contrastato ed enormemente
ridotto l’errore che in modo catastrofico scaturiva da giudizi medici
soggettivi, infondati, campati in aria; ed ha aumentato, nel contempo,
l’efficacia dei procedimenti “logici” che tutt’ora portano il clinico
sagace dal segno alla diagnosi corretta. C.Bernard ha eliminato la
mutevole, fallace “opinione”, ha reso i medici (quasi) degli scienziati,
ma non ha elevato la capacità previsionale della medicina fino al
grado della “scienza vera”, dei saperi cosiddetti “duri”: fisica,
chimica, matematica. Ha messo a disposizione del medico non “teorie
generali ed impersonali”, ma un patrimonio di conoscenze oggettive,
impersonali, sperimentalmente veri-ficate . Conoscenze di grandissima
utilità se nella pratica prese con attenzione, perché tendenzialmente,
probabilisticamente vere per l’induzione empirica che le ha generate, (H.R.Wulff,
et al, 1995; D.Gillies, G.Giorello, 1995).
L’enunciato: <<il farmaco X è efficace nella cura del dolore nella
malattia A>> è parente molto prossimo di quello più noto e vecchio che
recita <<Tutti i cigni sono bianchi>>. Il primo generalizza all’ intera
popolazione dei malati con A , quanto gli sperimentatori hanno osservato
e verificato in un campione “rappresentativo” di tutta popolazione
affetta dalla malattia A. Il secondo, a modo di legge universale,
generalizzava a tutti i cigni del mondo, il carattere: “colore bianco”
dei cigni osservati dagli europei in Europa. Quando i colonizzatori
arrivarono in Australia, in virtù della legge che prescrive che “tutti i
cigni sono bianchi”, prevedevano d’imbattersi in altri cigni, pure
essi bianchi. S’accorsero invece che quelli australiani, mai osservati
fino a quel momento, erano neri. L’enunciato terapeutico va riscritto :
<<Il farmaco X si è dimostrato efficace nella cura del dolore nel 80,
90, 99.9% dei 40, 100, 10000 casi studiati>>. Detto in altro modo: per
quanto nelle condizioni “controllate” della ricerca sperimentale, il
farmaco X si sia nel passato dimostrato efficace nella stragrande
maggioranza dei pazienti, è presente la probabilità, piccola quanto si
voglia, che nell’ uso pratico, aumentando il numero delle osservazioni,
si dimostri nel prossimo paziente, contrariamente a quanto prevedibile,
scarsamente o per nulla efficace.
La
Purezza e l’Igiene
La
credenza che attribuisce l’etiologia delle malattie alle colpe umane
e pone la loro pato-genesi nelle mani degli spiriti, degli dei o di
Dio sembra ignorare limiti di tempo e spazio. Sotto questo riguardo
gli olimpici trattavano gli umani in modo forse moralmente peggiore, ma
non troppo diverso da quello del Dio che, con l’importante eccezione di
Giobbe, li bastonava severamente solo quando, come poi di regola
accadeva, offendevano la sua Legge. Sarà la medicina ippocratica a
rivoluzionare Il concetto di malattia, che, o colpisca i singoli od
intere popolazioni, si naturalizza e si disincanta ma <<conserva tracce
dell’aura magica remotissima in cui nasce.
Nella
Grecia arcaica l’occorrenza di un morbo era spiegata quale espressione
della vendetta degli dei per la perversità degli uomini L’idea di una
colpa, quale causa reale dello scatenarsi di un morbo si mantiene anche
nella dottrina della scuola ma subisce ora una sorta di
razionalizzazione>> .
Eliminate le divinità che controllavano la retta condotta degli umani
in funzione della conservazione dell’ordine rituale, cambia il sistema
di credenze che riferite alla cura funge da sistema di controllo morale.
<<Di questa cattiva condotta risulta ora offeso, non questo o quel dio,
ma l’equilibrio biologico demico ed individuale, vale a dire la
relazione fra l’uomo, la dimensione demica e la natura>>. A provocare
l’insorgenza della malattia resta il comportamento umano: un errore
negli stili di vita , una violazione del regime, una colpa del
singolo o di un’intera popolazione. (F.Voltaggio,
1992).
Il
procedimento clinico che va sotto il termine di anamnesi (anamnesis)
consiste in un interrogatorio volto alla ricerca delle cause (aitiai)
della malattia; il che rende il medico un ”accusatore” ed il paziente
un “colpevole”. La parola greca aitia, da cui etiologia,
significa nel suo primo senso: imputazione, accusa, capo d’accusa Il
concetto medico-biologico di “normalità” ha implicite connotazioni
morali; il patologico, altro non è deviazione dalla normalità,
violazione della norma. Anche se la cosa passa inosservata il linguaggio
medico è ricco d’espressioni giudiziarie: il dottore formula giudizi,
prescrive indagini , consiglia accertamenti, valuta prove…. E non solo.
La medicina combatte , lotta, sconfigge le malattie . La metafora
militare è avvinta a quella etica: è il Male che si combatte nella
malattia. La medicina da sempre è disperatamente contesa dall’esigenza
del conoscere, attinente alla sfera della scienza, e quella dell’agire
che la proietta nella morale.
I greci
non conobbero le ossessioni che scaturirono dal peccato originale; ma
in compenso ebbero interi complessi di colpa da cui purificarsi. Sembra
che in un indefinibile punto della storia, gli “sciamani greci” abbiano
dato origine ad una cultura schiacciata tra l’incudine della purezza ed
il martello della contaminazione; che, grazie a loro, si sia passati
dall’omerica civiltà della vergogna alla civiltà della colpa.
<<Il
secolo decimonono intravide nelle religioni primitive due
caratteristiche che le separavano il blocco dalle grandi religioni . La
prima che erano ispirate dalla paura; l’altra che erano
inestricabilmente confuse con la contaminazione e l’igiene>>,
(M.Douglas, 1993). Tutte le
culture distinguono le categorie del puro e dell’impuro, le
differenziano, le codificano in gerarchie e le segregano rigidamente.
Tutti gli atteggiamenti sono generati dalla angoscia, dalla precarietà
che affligge l’ esistenza in un universo dominato dalla sovrapotenza
incondizionata del Sacro. Un mondo “altro” da quello profano, abitato da
forze, enti, divinità in grado tanto di beneficare quanto di annientare
l’uomo. In breve, ovunque, in tutti i tabù, le norme ed i riti che
concernono l’impurità, il lato oscuro del Sacro si rivela come quella
forza che irrompe mortifera nel mondo dell’uomo e ne distrugge l’ordine
su cui è fondato. Sovrapotenza che lo precipita nel disordine da cui
con fatica l’uomo lo ha tratto e separato. Pena il caos universale, il
puro non deve con-fondersi l’ impuro. Pena tutte catastrofi , tutte le
malattie e montagne di cadaveri, singoli e collettività non devono
contaminarsi, devono evitare ogni contatto col lato terribile del
Sacro. Se i tabù, a mò di “imperativi categorici”, codificano i
comportamenti che il corpo sociale deve darsi e seguire per tener a
distanza il Sacro malefico, i tranquillizzanti riti di purificazione
ristabiliscono simbolicamente la distanza che la contaminazione ha
annullato, (J.Cazaneuve, 1996).
Lo
stato d’impurità riguarda solo il corpo che è venuto a contatto con
qualcosa che lo ha sporcato. Il rito che restaura lo stato di purezza
riguarda solo il corpo. Ma la separazione tra il materiale (corpo, res
extensa) e l’immateriale (anima, res cogitans) è un’acquisizione
relativamente recente. Le culture primitive non separano il corpo
dall’anima, li vedono sempre insieme e così la malattia del corpo
rappresenta in simbolo e figura la colpa, il peccato. La purificazione
che lava e ripulisce il corpo monda simbolicamente l’anima. Nulla di
sorprendente se, more cartesiano, Durkheim abbia attribuito i tabù alla
religione ed interpretato norme ed interdizioni come massime
utilitarie, prima forma di divieti igienici e medici (E.Durkheim
1971).
Nel
fondo troviamo molto di più di una serie di folkloristiche note sulla
genealogia dell’ igiene e della prevenzione sanitaria. << <<Se noi
evitiamo lo sporco ciò non vuol dire che lo facciamo per vile paura,
meno che mai per timore o sacro terrore. Né le idee che abbiamo sulle
malattie rientrano nell’ambito del nostro comportamento verso la pulizia
o verso l’astensione dallo sporco… Lo sporco è innanzi tutto disordine,
minaccia la giusta distanza tra l’individuo e le cose o altri individui,
perché annuncia il mescolarsi di entità eterogenee, il cedimento dei
confini, la regressione nell’indifferenziato. Lo sporco è incompatibile
con l’ordine …. Riflettere sullo sporco comporta la riflessione tra
ordine e disordine, l’essere e il non-essere, il formale e l’informale,
la vita e la morte>>. La sua eliminazione non è un atto negativo ma
piuttosto è uno sforzo creativo, messo tenacemente in atto per
organizzare l’ambiente ed assicurare la vita umana tenendo la morte
fuori dall’uscio di casa. (M.Douglas,
1993).
Esistono tuttavia “oggetti” sporchi che niente e nessuno può rendere
puliti. Esseri che per natura che se la ridono dei confini e mandando a
monte lo sforzo ordinatore. Viventi che s’intrufolano e impongono
la loro presenza senza alcun riguardo per le intenzioni degli architetti
e dei custodi dell’ordine. Bestiacce di una categoria biologica diversa
e perciò percepite come particolarmente maligne ed impure. Allontanare
queste esistenze non previene il contagio mortale. Per proteggere ed
aumentare la nostra vita non resta che l’igiene più radicale:
estinguere, sterminare quelle altre vite.
Nell’analisi di Mary Douglas la lotta contro lo sporco assume il tratto
di caratteristica universale della condizione umana. L’istintiva
repulsione per il sudiciume e la pulsione di purezza sarebbero parenti
prossimi e spie rivelatrici di due antropologici terrori. Abbiamo paura
di tutto quello che, a torto od a ragione, mette a rischio l’ordine del
nostro mondo. Quel disordine privato, sociale, economico, morale… che
morti-fica la sicurezza di cui , da aristotelici animali, abbiamo
bisogno per vivere e che ci consente di vivere. La seconda, più brutale,
immediata ed autenticamente terrificante, è quella individuale che
proviamo verso tutto quello che, a torto od a ragione, mette a rischio
il corpo, la salute, la nostra vita. Spazzare il pavimento, tenere a
distanza i fumatori, astenersi dai grassi, sterminare mosche,
scarafaggi, topi, batteri derivano tutti dal medesimo bisogno di
sicurezza. Ordine che si fonda su una regola antichissima e
modernissima: allontanare la fonte del pericolo dal corpo individuale e
sociale. Separare il puro dall’impuro, lo sporco dal pulito.
Questo
sforzo umano si concretizza oggi nel ritorno camuffato di una
soteriologia di tipo tribale. <<L’igiene, intesa nel senso di
tecnologia moderna per tenere a bada la malattia (la sola veste in cui è
consentito alla morte di ossessionare la vita quotidiana), si riduce ad
un’attività di separazione e mantenimento di distanze. Vanno scansati i
luoghi sudici e le sostanze nauseabonde. Evitare il contatto corporeo
con tutto ciò che è definito pericoloso per il prolungarsi della vita è
la principale preoccupazione di ogni igienista…. L’igiene è, ripetiamo,
il prodotto della decostruzione della mortalità in una serie infinita di
cause di morte individuali>>,
in una serie indefinitamente allungabile di fattori di rischio di
malattie tutte letali. Ma tutte, allo stesso modo e per gli stessi
motivi, prevedibili e prevenibili se si rispettino i tabù dettati
dalla prevenzione sanitaria. Essendo un tentativo irrazionale d’esaurire
razionalmente l’inesauribile la decostruzione simbolica della
morte può sospendere l’angoscia solo per un po’. Da qui l’ossessione,
la tensione, l’isterismo che circondano le attività collegate
all’igiene ed alla prevenzione sanitaria. Sporcizia, batteri , virus,
fattori di rischio, portatori di malattie ereditarie e non, alimenti
proibiti, abitudini “viziose”… <<suscitano paura, angoscia perché
canali vicari di espressione del grande orrore metafisico della Morte>>,
(Z.Baumann, 1995).
Unico
animale che sa di dover morire e che sa di saperlo, l’uomo non può fare
a meno di allontanare da sé la Morte. In tutti tempi ed i luoghi quest’impulso
incontenibile non solo lo conduce ad uccidere in simboli e figure la
morte, ma si è concretizzato, tra l’altro, anche nella credenza
rasserenante dell’immortalità dell’anima. Bene strategico che, tuttavia,
in certe dottrine, l’anima consegue solo se sanata da ogni colpa. Se per
purezza intendiamo l’essere insieme sani e salvi nell’anima e nel
corpo, si capisce come mai certi arcaici ambienti dessero ai riti di
purificazione il valore soteriologico che noi attribuiamo ai salutari
riti della moderna igiene. L’anima pitagorica non muore mai,
trasmigra da un corpo all’altro in un processo simile al ciclo delle
vite nel buddismo. In queste sue reincarnazioni <<l’anima reca le
tracce della vita precedente e perciò tanto le colpe del corpo
(malattie) quanto quelle della volontà e della mente (colpe). Il che
significa che l’uomo nel corso della vita è tenuto al dovere di curare
il proprio corpo non meno che l’anima. Questa cura di sé riproduce nella
tradizione pitagorica…, e si traduce nel martellante imperativo di
prescrizioni dietetiche, di tabù alimentari, di esercizio della
continenza sessuale, che sono tratti dal pitagorismo>>. Nell’ottica
della scuola, la cura dell’anima e quella del corpo sono la stessa cosa
dal momento che, se il corpo mortale è destinato a corrompersi, ciò non
di meno marchia con le sue malattie l’anima condizionandone il destino
futuro. Allo stesso modo e per gli stessi motivi, la colpa che
contamina l’anima provoca la malattia del corpo. <<Ne consegue una
suggestione di ricerca, destinata ad avere un ruolo decisivo nelle
dottrine dei medici: l’individuazione di un “egemonico” destinato a
produrre e a controllare le sensazioni e…a regolare la condotta del
corpo. Un principio superiore che uno dei più grandi medici pitagorici
avrebbe identificato con il cervello>>. (F.Voltaggio,
1992).
Per
Onians, vi sono testimonianze scritte ed argomenti logici per ritenere
che l’orfismo ponesse nella testa la vita ed il seme della vita, e si
tratterebbe di una concezione in grado di spiegare il tabù pitagorico
ed orfico che recita: mangiare fave equivale al mangiare la testa dei
propri genitori. Questa restrizione alimentare verosimilmente non
nacque dall’intuizione prescientifica del “favismo”, non fu una
misura di prevenzione sanitaria, ma un tabù “religioso” che attribuiva
alla fava la sacralità inviolabile della testa . La norma aveva lo
scopo di impedire la nefanda contaminazione che avrebbe colpito chi
mangiando fave avesse divorato simbolicamente, dunque concretamente, il
principio stesso della vita (M.Grmek,1991). Un assassinio per i pitagorici, un delitto
orribile affine al sacrificio di sangue, al limite un atto di
antropofagia. << I Pitagorici sono espliciti: mangiare fave vuol dire
nutrirsi di carne umana…l a fava occupa il luogo più incisivo della
generazione, tanto che nei fantasmi dei Pitagorici appare come
un’orribile mescolanza di sangue e di sesso. L’interdizione…non fa che
riprendere la proibizione di consumare carne o di versare il sangue di
un altro essere vivente>>, (M.Detienne,1977).
La fava
non era l’unico alimento che i pitagorici proibivano, si trattava di
una tabù facente parte di una vera e propria Dietetica Sacra. Di una
serie di regole alimentari che, analoghe a quelle vetero-testamentarie,
miravano a difendere la purezza prevenendo ogni contaminazione. Saranno
gli ippocratici a trasformare tabù e prescrizioni alimentari in una
prassi secolare con finalità preventive. <<L’autore del Regime avverte
un’esigenza fondamentale, quella di una medicina preventiva in rapporto
alla dieta, ed una speranza che si possa preventivamente bloccare il
processo che sta per portare all’insorgere della malattia>>
(Di Benedetto,1986).
L’autore, nel terzo libro, ipotizza come meta ideale della medicina
quella salute perfetta che l’uomo potrebbe conseguire se obbedisse ad un
regime basato sul giusto equilibrio tra alimentazione e attività
fisica. Anche se si rende conto che troppe variabili impediscono di
definire la norma esatta, consiglia a quelli che lavorano un regime
annuale che varia in funzione delle stagioni. All’élites, che
più gli interessano perché possono perdere tempo nella cura della
salute, rivela quella che considera la sua grande scoperta. Infatti, e’
convinto infatti d’aver trovato nella prodiagnosis una forma di
prognosi preventiva della malattia e di diagnosi precoce della causa
della malattia: un poco igienico squilibrio tra attività ed apporto
calorico.
I
medici a venire bene appresero la lezione, e ciò spiega il successo
storico di un genere letterario conosciuto per lungo tempo come Regimen Sanitatis. Nulla di sorprendente dunque se i dottori
contemporanei non tralasciano nessuna occasione pur di ammonire,
esortare, punire … educare alla salute discoli ghiottoni e peccatori
impenitenti.
L’
ippocratico, che ci piace immaginare come un devoto della laicità,
quando con largo anticipo sui tempi appena tratteggiò quelli che poi
sarebbero diventati i fini e i mezzi della moderna igiene fece fare
all’Arte un salto di qualità. Infatti, la pretesa di combattere e
modificare insalubri abitudini ed brutti vizi trasferisce
necessariamente la medicina nel territorio della greca paideia:
di quella educazione morale che ha lo scopo di regolare i costumi
affinché siano kata physin, secondo natura e non para physin,
contro natura. Vocazione ragionevole dell’Arte antica ma che
oggi ha assunto i tratti della morale del dottor Leviatano.
Dagli
ippocratici fino all’età moderna, la medicina ha conosciute diverse
definizioni di salute e malattia, ma ha usato questi termini in modo
sostanzialmente antitetico; ha inteso la salute come assenza di
malattia e viceversa. Nel secondo dopoguerra l’Organizzazione Mondiale
della Sanità ha definito la salute come uno stato perfetto di benessere
fisico, mentale e sociale, e rivoluzionato i fini ed i confini di quella
fu nell’antichità chiamata Arte. E qui, Io, Ippocrate, approfittando
dell’occasione, in primo luogo definirò gli scopi della professione
medica: <<liberare dalla sofferenza i malati, indebolire le forze
della malattia e non accanirsi contro quelli sui quali ormai la malattia
ha prevalso>> (L’Arte,
2000).
L’OMS
assegna alla medicina il compito di assicurare il benessere degli
uomini, di renderli felici nella trinitaria dimensione del fisico,
dello psichico e del sociale. E’ difficile non vedere dietro a tutto ciò
l’etica utilitaristica della felicità e l’edonismo narcisista
perseguito dalla società del benessere. Il medico s’ accaparra ogni
tipo di sofferenza, amplia il suo dominio fino al punto da coprire tutti
gli ambiti della vita umana. In questa operazione, il dottore assume
la funzione morale del ruolo “sacerdotale”. Si potrebbe dire: torna ad
essere il conoscente del Bene e sul Male. Ritorna colui che,
collocandosi appena sotto Dio, può decidere e decide sul normale e sul
patologico, sul sano e sul malato, su ciò che è consentito all’uomo e su
ciò che gli è vietato.(D.Gracia,1993).
Indifferenti a tutte le mediche rivoluzioni, gli uomini naturalmente
hanno testardamente continuato ad ammalarsi e, come mosche, a morire.
Ieri e l’altro ieri, quando il mondo era sacralizzato, la salute (salus)
dell’anima conduceva i malati peccatori e penitenti sotto il dominio
dei sacerdoti. Oggi nel mondo secolarizzato, la salvezza (salus)
del corpo trasfigura gli identici malati in utenti clienti del sistema
sanitario. Persone che, vogliano o non vogliano, diventano pazienti
penitenti dei loro medici-sacerdoti. <<Sul paziente e sul medico si leva
ora la chiesa della Medicina, la cui teologia definisce i ruoli e le
regole del gioco>>, (T.Szasz, 1981).
Esagerazioni di un critico della medicina ad oltranza? Chissà. Si noti
però che la lingua italiana ricorre comunemente alla parola “salute”
per indicare il Bene che per lungo tempo la medicina ha signi-ficato
con una parola oggi, anche dai dottori, abbandonata: sanità (sanitas).
Il termine più caratteristico dell’ escatologia religiosa s’è
laicizzato, secolarizzato, medicalizzato. Ricorriamo ad un significante
che deriva dal latino salus; che letteralmente signi-fica
“salvezza”. Proprio quella salus dell’anima che le istituzioni
clericali garantivano eterna, ma dietro pentimento, agli italici
peccatori d’altri tempi.
La
malattia di Tebe
<<Abbiamo nello sciamanesimo un significativo rivelatore del modo in cui
si articolano realtà manifeste e forze occulte, risorse visibili e
poteri invisibili nelle religioni primitive.. Ecco degli specialisti
iniziatici della comunicazione col mondo degli spiriti che, nonostante
il loro prestigio…e i timori che possono suscitare, restano in seno alle
loro società rigorosamente allineati sulla sorte comune>>, (M.Gauchet,1992).
In effetti, Apollo, per quanto vendicativo, aristocratico ed
individualista possa essere, resta alessikakos: rigorosamente
schierato a difesa delle comunità umane.
Apollo
era il più importante dio della salute e l’arte che patrocinava
s’identificava nel potere di liberare non tanto e non solo il corpo
individuale dalla lordura fisica e spirituale, ma soprattutto quello
sociale dal miasma, dal contagio del miasma. A livello del
singolo e del collettivo Apollo risana perché purifica, ma purifica e
guarisce perché sacri-fica. Il gran dio lava il sangue che contamina
l’omicida che a sua contamina la comunità in cui vive, con il sangue.
Prima d’ evolvere nel “moderno” dio delle Eumenidi, Apollo frequentò
assassini e se la fece coi macellai. Eccolo che immola vittime e
pratica ecatombi. Ecco il primo Apollo partito da Delo e determinato a
prendere possesso del luogo della parola oracolare: Apollo con il
coltello in mano: makhaira polivalente. Bisturi per scorticare
Marsia, spada per uccidere Tizio, lama per guarire uccidendo, per
purificare sacri-ficando, (M.Detienne,2002).
Sacrificare sì. Ma quale tra gli dei è stato offeso? Purificare e
purificarsi sì. Ma da quale colpa ? Quale tra le tante, troppe colpe
commesse ha scatenato la punizione divina? A tutto questo risponde
Apollo pizio che ben conosce il passato, il presente ed il futuro.
<<Per Eschilo, che sembra avere orecchio assoluto per le armonie del
“Puro esiliato in Cielo” Apollo non è confinato in un unico registro:
<<Lui solo sa coi suoi oracoli medicare ( è iatromantis); lui
solo sa interpretare i prodigi ( è teraskopos);lui solo può
purificare ( è katharsios) >> (M.Detienne,2002).
A
livello comunitario i rituali patrocinati da Apollo agitano pericolosi
simboli. Servono agli “insieme” umani per riconoscersi simili tra di
loro, per proteggere l’identità, l’integrità, e la sopravvivenza del
corpo sociale dalla irruzione dell’ Alterità disgregante. Chi viola
un tabù, nel momento in cui si contamina è Altro dai suoi simili;
partecipe del Sacro malefico, diventa il diverso portatore di ulteriore
contaminazione. All’interno dell’interpretazione di Mary Douglas sulla
natura simbolica dei rituali di purezza e contaminazione spicca
l’analogia tra il corpo dell’uomo, nella sua concretezza fisica, ed il
corpo collettivo. <<Il corpo è un modello che può valere per qualsiasi
sistema circoscritto: i suoi confini possono servire a raffigurare tutti
i confini minacciati e precari…l’idea del corpo, delle sue aperture e
dei suoi confini risponde in tal modo ad una delle preoccupazioni
principali delle società umane: come affrontare le minacce all’ordine ed
alla stabilità rappresentate dalla Alterità>>, (M.Douglas,1993).
<<Tutti
i margini sono fonte di pericolo. Se vengono modificati in un modo o
nell’altro, ne viene alterata la struttura…. Ogni struttura… è
vulnerabile ai suoi confini. Ci si dovrebbe aspettare che gli orifizi
del corpo simboleggino i suoi punti di speciale vulnerabilità. Il
materiale che essi emettono è sostanza marginale: sputo, sangue, latte,
urina, feci o lacrime hanno attraversato i confini uscendo semplicemente
all’esterno…L’errore sta nel considerare i margini del corpo
isolatamente da tutti gli altri margini. Le idee sulla contaminazione
operano perciò a due livelli. Al primo…servono a rafforzare le pressioni
e le regole sociali, a ribadire i valori morali e a sostenere il potere
politico…Al secondo livello, quello simbolico, le credenze sulla
contaminazione, rispecchiando le idee sulla gerarchia o la simmetria
delle relazioni sociali, fungono da modelli di timori più ampi, relativi
al sistema sociale>> , (M.Douglas,1993).
Le
categorie del Puro e dell’ Impuro disciplinano il rapporto tra il
corpo e l’ambiente circostante. Il controllo si esercita sul confine del
corpo e sulle sue “aperture”. Le idee su quali sostanze possano essere
immesse riflettono idee analoghe relative alla società, come i suoi
confini possano essere mantenuti saldi regolando l’ingresso di certe
persone ed escludendo le altre pericolose. L’igiene rituale riguarda ciò
che il corpo tocca, espelle, introduce. Tra il “dentro ed il fuori”. La
pelle, che confina il dentro e lo isola dal fuori. va lavata se
contaminata; per essere sempre pulita non deve venire a contatto con il
fuori. Il dentro va protetto dallo sporco che può penetrarvi da fuori:
fave, carni impure, stranieri, sconosciuti, Edipo. Fuori vengono
scacciate tutte le immondezze che si sono accumulate dentro:
secrezioni, escrezioni, lebbrosi, ebrei, Edipo.
I
tebani hanno voluto come re Edipo, lo straniero che li affrancò
dalla Sfinge, maga e dura cantatrice.
Ma ora
la città fin troppo ormai è come sbattuta dai flutti, e non è più in
grado di risollevare il capo dalle profondità e dal flutto mortale; la
prende la morte nei germi in cui si formano i frutti della terra, la
prende la morte nelle sue mandrie pascolanti e nei parti sterili delle
donne. Una divinità portatrice di febbre piombata su di noi, peggiore
fra tutte, la pestilenza perseguita la città; da questa è svuotata la
casa di Cadmo, mentre è arricchito di gemiti il nero Ade.. Tutto il
popolo è preso dal male.(Sofocle,
Edipo Re, 1991).
Incomprensibile il
miasma . Inspiegabile l’ira del dio. Nessuna
arma v’è d’intelligenza che possa proteggere Tebe e l’unico
provvedimento che Edipo possa mettere in atto è interrogare l’oracolo
di Delfi.
Creonte: Riferirò ciò che ho udito dal Dio. Febo c’ingiunge apertamente
questo: il miasma è nutrito in questa terra, si cacci colui che avvelena
i pozzi, per non rendere insanabile l’epidemia.
Edipo:
Con che rito? E di che natura è il male?
Creonte: Con l’espulsione o con l’occhio per occhio: è il sangue che
travaglia la città.
Edipo:
Sangue di chi? Cosa denuncia il Dio?>>. L’assassino di Laio contamina
la città. L’ordine del guaritore di Delo, è chiaro: soddisfare il morto
poiché nessuno sorse a vendicare Laio. Edipo fa voto di purificare Tebe
da qualunque impurità provenga dal morto , di farsi alleato del Dio
come del morto, di punire l’omicida , di combattere per Laio questa
battaglia come fosse mio padre.
Per la
salvezza di tutti Edipo convoca un vate apollineo: Tiresia.
<<Il
paradigma greco della calamità-loimos è in atto; un indovino di Apollo
si sostituisce all’oracolo di Delfi verso il quale si rivolgeranno le
comunità e le città colpite da un male tanto crudele. Più di ottanta
oracoli della collezione che ci resta, testimoniano la procedura per
tutta l’antichità. A Cirene, in un documento del IV sec. in cui
l’ossessione per la purezza sembra rendere l’intera città un ambiente
angosciato dalla minima impurità più di una confraternita di pitagorici
di stretta osservanza, Apollo in persona dà le prescrizioni: Quando
sulla terra e nelle città sopraggiunge una malattia, una pestilenza o
una carestia oppure la morte, bisogna sacrificare, purificare, uccidere
per guarire. Le Opere di Esiodo arricchiranno l’idea di calamità e delle
sue affinità con la fame, con le sterilità misteriose e le nascite
malefiche: le genti si consumano, le casate si estinguono, le donne non
partoriscono più o mettono al mondo figli deformi. Teologo
dell’infelicità della condizione umana Esiodo insiste sulla causa
intima della calamità : Spesso un’intera città divide la sorte di un
uomo malvagio che si rende colpevole ed ordisce azioni inique>> (M.Detienne,
2002).
Platone
non ha dubbi:<<Anche dalle malattie e dalle pene più grandi, che
provenendo per antiche colpe da qualche parte, si abbattono su alcune
delle stirpi, la mania, sorgendo e profetando in quelli in cui doveva
operare, trovò una via di scampo… E, procurando purificazioni e
iniziazioni rese libero chi ne fosse in possesso, per il presente e per
il futuro>> (Platone, Fedro, 2000).
Tiresia,
il cieco che era come presente sul luogo, all’ora del delitto, riconosce
Edipo. E’ lui il parricida. La salvezza della città esige la
purificazione di una sola colpa, il riconoscimento di un solo
colpevole. Edipo accusato da tutti, si difende, poi cede. Lui stesso
cerca e trova le prove delle sue colpe. Edipo conosce se stesso. Si è
identificato nel delitto che gli è stato attribuito, per essere
riconosciuto colpevole da tutti quelli che lo hanno indicato come il
colpevole della peste. Edipo si punisce, s’acceca, prende la via
dell’esilio. La città purificata dalla sua presenza è salva. Edipo
vagherà fino alla morte senza trovare casa, villaggio, città disposta
ad accogliere l’ebreo che portando su di sé il peggiore miasma reca con
sé il miasma della peggiore malattia.
Edipo
non è colpevole in senso moderno ma è il responsabile delle sventure
della città. Il suo ruolo è quello di un vero e proprio capro espiatorio
umano. Si tratta sempre di addossare la responsabilità del disastro a un
individuo particolare che viene sacrifi-cato per la salvezza collettiva.
Apollo
è il dio della katharsis ed i greci chiamavano katharma l’oggetto malefico buttato fuori nel corso di operazioni rituali certo
analoghe a quelle dello sciamanesimo. Causata dalla penetrazione
nel corpo dell’uomo di un “agente” estraneo, la malattia guarirà quando
lo sciamano espellerà dal corpo l’agente portatore d’impurità sia
spirituali – gli spiriti cattivi- sia materiali. Se l’estrazione
del katharma viene riportato alla dinamica tragica, il meccanismo
si chiarisce. Al pari di una malattia provocata dalla
penetrazione di un agente malefico, la peste che attanaglia Tebe può
guarire e guarisce se viene espulso dal corpo politico l’equivalente
sociale di quel katharma che è, al singolare, causa e vettore
d’impurità morale e materiale. Si tratta per Tiresia d’aiutare il corpo
sociale a partorire la propria guarigione come se fosse un corpo
individuale.
Il
katharma è sempre estraneo al corpo. L’oggetto malefico non avrebbe
dovuto introdursi nel corpo esattamente come Edipo non avrebbe dovuto
entrare nella polis contagiandola col suo miasma. <<Ora la
parola katharma designa anche…: una vittima sacrificale umana,
una variante di pharmakos… E la parola katharsis significa
anzitutto il misterioso beneficio che la città trae dalla messa a morte
del katharma umano. Generalmente si traduce con purificazione
religiosa. L’operazione è concepita nelle modalità di un drenaggio, di
una evacuazione, di ablazione chirurgica>>, (R.Girard, 2000).
Prima
di essere sacri-ficato <<il katharma è solennemente portato in
giro..., la vittima deve calamitare sulla propria persona tutti i
cattivi germi ed evacuarli facendosi eliminare essa stesso.... Accanto
all’uso religioso e a quello sciamanico, intermedio tra i due, c’è un
uso propriamente medico del termine katharsis. Un rimedio
catartico è una potente droga che provoca l’evacuazioni di umori o di
materie la cui presenza è ritenuta nociva. Il rimedio è spesso concepito
omeopaticamente, come partecipante della stessa natura del male o
perlomeno suscettibile di aggravarne i sintomi e di provocare una crisi
salutare da cui emergerà la guarigione. Costituisce insomma un
supplemento di male che spinge la crisi al parossismo e provoca
l’espulsione degli agenti patogeni>>,(R.Girard,
2000).
Fare di
un individuo, di una classe, di un etnia, di un intero popolo un
deposito di malattie, un’ immondizia, dalla subumana biologia vuol dire
violenza e follia. Violenza tuttavia ambigua, follia
particolarmente pericolosa perché facile da giusti-ficare. Si può
paragonare questa inconcepibile follia alla ragione di un chirurgo che,
a fin di bene asporta con la violenza un calcolo renale od una massa
tumorale. Uccidere il portatore vero o presunto di malattie può esser
presentato ( ed è stato presentato) come un razionale esercizio d’igiene
sociale e di prevenzione sanitaria a… difesa della vita. Si sopprimono
delle vite malate, indegne, inferiori perché altre vite sane, degne,
superiori siano preservate dal contagio razziale. <<la scoperta del
virus ebraico- disse Hitler a Himmler nel 1942- è una delle più grandi
rivoluzioni che siano mai avvenute al mondo. La battaglia in cui ci
impegniamo oggi è dello stesso tipo di quella ingaggiata, il secolo
scorso, da Pasteur e Koch. Dal virus ebraico hanno origine innumerevoli
malattie…Riguadagneremo la nostra salute soltanto eliminando gli
ebrei>>, (Z.Baumann,1992).
L’ambivalenza della violenza e della follia omicida deriva forse dal
pharmakos stesso che, da vivo, agisce nel corpo sociale come se
fosse un veleno mortale ma che, ucciso e fatto sacro dalla morte,
diventa, non farmacologicamente inerte, ma benefico come se fosse una
medicina. <<Lo slittamento che conduce dal katharma umano
alla katharsis medica è parallelo a quello che conduce dal pharmakos umano al
pharmakon che significa veleno e
rimedio ad un tempo>>,(R.Girard,
2000).
L’
italiano “farmaco” ha conservato il significato della parola greca in
quanto designa: una qualunque sostanza in grado di produrre
nell’organismo effetti benefici e si parlerà allora di “medicina”, o
nocivi e si parlerà di “veleno”. <<In entrambi i casi, si passa dalla
vittima espiatoria al farmaco duplice, malefico e benefico a un tempo,
vale a dire ad una trasposizione fisica della dualità sacra. Nei
clisteri, nei salassi del XVII, nella categoria dei farmaci catartici,
degli emetici, dei diuretici, degli espettoranti… è costante la
preoccupazione di evacuare gli umori peccanti, non facciamo affatto
fatica a riconoscere la presenza ossessiva dell’espulsione e della
purificazione come tema medico essenziale…E’ facile ridere dei clisteri
di Monsieur Purgon, ma la purga ha un’efficacia reale. E che dire di
fronte ai moderni procedimenti di immunizzazione e di vaccinazione?.
Non è forse un solo e unico modello a operare in tutti i casi e a
fornire il suo quadro intellettuale… ora alla pseudoscoperta ora alla
scoperta vera? Si tratta di introdurre un po' di malattia sotto la forma
del virus o del batterio che “attenuato” provoca la reazione
dell’intero sistema immunitario che si mobilita per annientare
l’estraneo patogeno. L’operazione benefica è sempre concepita nella
modalità dell’invasione respinta, dell’intruso malefico cacciato via.
Qui nessuno può permettersi di ridere perché l’operazione è
scientificamente efficace>>
,(R.Girard, 2000).
La
Malattia di Oreste
Far
fuori l’altro rappresenta il modo più antico, semplice e comune per
risolvere i conflitti tra gli uomini. Quando all’interno di un clan o
tra clan rivali ci scappa il morto, ne scappa fuori un altro, poi un
altro ancora e così via all’infinito. L’idea che il sangue si debba
lavare con il sangue ben si sposa con l’ereditarietà “biologica” della
colpa. Dottrina arcaica ma sempre di moda, in virtù della quale la
responsabilità del delitto commesso in origine dal padre, si trasmette
alle generazioni successive per ricadere su figli chiamati dagli dei e
da Ananke a pagare la fatidica somma che fa il totale. Un
sistema giudiziario , se così si può dire, fondato sulla faida
ereditaria non poteva che risultare inaccettabile nella sofisticata
realtà civile delle polis.
Atreo
uccise e cucinò i figli del fratello Tieste. Agammennone l’Atride
sacri-ficò Ifigenia, sua figlia. Clitemnestra, in incestuosa combutta
con il cognato Egisto vendicò Ifigenia: uccise Agamennone. All’interno
del clan l’obbligo della ritorsione adesso cade sul figlio d’Agamennone:
Oreste, che, incerto su da farsi, interroga Apollo. L’oracolo è chiaro.
Il figlio maschio deve vendicare il maschio padre, anche al costo d’
uccidere la madre. In caso di inadempienza il dio lo colpirà con la
malattia bianca: lebbra. Il matricidio è sapientemente messo in
esecuzione da Oreste con la complicità della dura Elettra.
Impuro,
contaminato dal sangue materno, Oreste deve ora vedersela con divinità
femminili più antiche degli olimpici. Le Erinni che proteggono insonni
la Madre e la vendicano se necessario. Aletto, Tisifone e Megera
perseguitano Oreste che ha violato la sacralità della consanguineità
matrilineare.
<<Un
insieme di racconti narrano gli sconvolgimenti dell’assassino, gli
attacchi di cui il suo corpo è oggetto, i trattamenti che i riti
appropriati gli fanno subire. Attacchi e sconvolgimenti di cui Delfi e
Apollo profetizzano l’arrivo>> (M.Detienne,
2002). La Pizia svela le collere funeste dei
morti irati che sorgono su dalla terra. Profetizza malattie spaventose
destinate ad arrampicarsi sulla carne d’Oreste con bocche selvagge.
Pre-vede le tremende visioni che di notte dilateranno nel buio gli
occhi infuocati del matricida.
Oreste
si è strappato a morsi un dito. L’espiazione placa momentaneamente le
Erinni. Oreste si punisce con una dieta da fame. Ma Le Erinni lo
vogliono morto non sciupato e dimagrito. Oreste si inonda col
sangue di un pharmacon: un porcellino da latte, generoso
di sangue. Purificazione di sangue che lava, estingue il miasma di
sangue e rigenera l’assassino al bianco candore dell’innocenza perduta.
Riti
che disgustano Eraclito: <<Si purificano lordandosi con altro sangue,
come chi per detergere il fango si cacciasse nel fango, che ogni uomo lo
riterrebbe pazzo, se lo vedesse far questo. E rivolgono preghiere a
queste statue, come chi conversasse con i muri, senza sapere chi sono
gli dei né chi sono gli eroi>> (Eraclito,1998).
Terapia che l’autore de “la Malattia Sacra” disprezza .
Purificano <<quelli che di notte sono visitati da visioni o colti da
spaventi e deliri…Curano i malati col sangue e con altri mezzi del
genere, come se fossero contaminati o perseguitati da demoni maligni o
come se qualcuno li avesse stregati ( o come se avessero compiuto
un’azione empia>> (La Malattia
Sacra,1996).
Oreste
in Apollo confida ed a lui s’affida. Per ordine della divinità , viene
condotto a Atene per essere processato. Il matricida si presenta davanti
agli uomini per essere giudicato e davanti agli stessi uomini
compaiono le divinità ora chiamate a giusti-ficare le loro azioni. Le
Erinni sostengono gli ancestrali diritti della madre uccisa; accusano
Apollo di voler distruggere le più antiche divinità femminili. Apollo
parla a nome degli uomini liberi, sostiene che possono, anzi devono
sciogliersi dai vincoli arcaici degli obblighi di sangue. Oreste
esce libero grazie ad Atena ma non assolto dagli uomini. La posta in
gioco in realtà è più importante del destino d’Oreste. Lo scopo della
apollinea macchinazione è chiaro: sostituire alla vendetta dei morti la
giustizia dei vivi. La catena del sangue doveva essere spezzata una
volta e per sempre ché, se no, ci sarebbe sempre uno implicato nel
sangue, quello con l’ultima sozzura sulle mani.
La
macchina che ha schiacciato Edipo si è dissolta. Come se non credesse
più nei riti di cui è pure nume tutelare, Apollo ha tagliato il nodo che
legando la malattia alla colpa veri-fica i riti di sangue. Apollo
esautora le divinità, depotenzia se stesso. Da questo momento in poi gli
uomini giudicano altri uomini in base alle leggi che liberamente si
danno.
Le
divinità che non giudicano non puniscono, e se non puniscono di che
natura è la malattia d’Oreste? Euripide ce lo presenta tormentato da
uno strano morbo. Giace nel letto disarticolato, schiumoso di bava, i
capelli luridi. Vive in un delirio altalenante, tra una attacco di
follia e l’altro. Quando Menelao gli si domanda: <<Qual è dunque il tuo
male?>>, risponde: <<Il rimorso>>, (Euripide,
Oreste,2000).
Oreste
non è affetto da nessuna malattia e non diffonde contagio. Lo squallore,
il disagio in cui vive sono le apparenze della malattia della
coscienza. Operazione che implica la naturalizzazione della malattia.
Operazione quella del tragico simmetrica, sinergica a quella condotta
dall’autore de “La Malattia Sacra”.
La
malattia sacra
Nel
“Bellum Civile”, Lucano s’interroga sulle cause del declino del grande
oracolo di Delfi. Le ragioni sono politiche, afferma. I padroni del
mondo non accettavano un qualche potere indipendente nei paesi
militarmente liberati. Di conseguenza i Romani avevano fatto di tutto
per screditarne l’autorità. Anche al tempo dei Romani si poteva divinare
in un solo modo, nel modo dei Romani. Tuttavia, il poeta dimentica che
il disincanto della mantica aveva origini lontane. Ed era avvenuto
anche per merito di un lontano discendente di Apollo, di un medico
vissuto tra il V e IV sec. a.C., tale Ippocrate.
Costui
si allontanò dalle credenze tradizionali quanto basta per scrivere il
libro che in poche eleganti pagine avrebbe di riflesso disincantato la
mantica profetica, naturalizzando una malattia creduta, come la mania
apollinea, sacra. Il destino della pitonessa di Delfi fu allora deciso.
Coinvolta dal Dio nell’edipica catastrofe, fu dal medico buttata giù
dall’alto del tripode. La Pizia, l’invasata, decadde a stravagante,
innocua malata. La dimenticarono. Cadde in un lungo sonno. Quando le
croci si levarono in alto se ne erano perse le tracce. Poi la
rievocarono brutalmente. Si ritrovò ancora una volta violentata,
posseduta, in-demoniata. Senza darle il tempo di capire fu gettata tra
le fiamme. Quando i roghi si spensero, fu afferrata da mani robuste. Le
dissero che soffriva di furore uterino, ninfomania, isterismo. Visse
segregata e legata in un manicomio parigino, sorvegliata, occhieggiata
da un certo Charcot. Un suo giovane allievo riconsiderò le peripezie di
Edipo e la camicia di forza che la rinserrava si sciolse faticosamente.
Fu allora che la Pizia sperò d’essersi liberata di Apollo, degli
indovini, di Dio, dei preti, degli inquisitori, dei medici. Dovette
ricredersi. Mani ferme la condussero in uno studio viennese. Il signore
alto e distinto che le si parò davanti, dolcemente prese ad interrogarla
su di un tale che aveva conosciuto: un certo Edipo.
Il
sistema tradizionale di credenze magico-religiose viene confutato per la
prima volta in Occidente dai phisiologoi di Mileto; da Senofane
che contesta gli dei antropomorfi di Omero ed Esiodo; dai filosofi, dai
sofisti, da Euripide il tragico. Tuttavia, le informazioni che meglio
illustrano la messa in discussione dell’universo magico da parte delle
elites culturali, ci giungono dal territorio che è ad esso più
esposto e sensibile: dalla medicina, da : la Malattia Sacra,
l’epilessia, (G.E.R.Lloyd,1982).
<<Così
stanno le cose a proposito della cosiddetta malattia sacra. A me non
sembra affatto che sia più divina né più sacra delle altre malattie, ma
come anche le altre malattie essa ha una causa naturale e da essa
deriva.
Gli
uomini invece la considerano divina per la loro incapacità e per il suo
carattere straordinario, perché non assomiglia in nulla alle altre…Se la
si vorrà considerare divina per il suo carattere straordinario; mostrerò
che vi sono altre malattie non meno straordinarie e prodigiose…
Mi
sembra che coloro che per primi hanno fatto di questa una malattia
“sacra” fossero uomini simili agli attuali maghi, purificatori,
accattoni e ciarlatani che fingono di essere particolarmente rispettosi
degli dei e di possedere un sapere superiore a quello degli altri.
.Costoro dunque si ammantano della divinità, che adducono a
giustificazione della loro mancanza di risorse, poiché non hanno cosa
somministrare per giovare ai malati; e perché non appaia che non sanno
nulla giudicano questo male sacro e, pronunciate parole opportune,
fissano la terapia in una direzione ad essi favorevole, somministrando
purificazioni e incantamenti e ordinando di astenersi dai bagni e da
molti cibi…>>, (La Malattia Sacra,
1996).
L’antropologia culturale ha dimostrato che atteggiamenti scettici verso
i rappresentati di un sistema di credenze, non implicano necessariamente
sfiducia verso l’intero universo di credenze. Il fatto che i pazienti
contemporanei portino in tribunale i medici non significa che rifiutino
in blocco la medicina scientifica. Piuttosto , si comportano come i
selvaggi Azande nei confronti degli stregoni o gli inglesi del XVI
secolo verso i medici astrologi. Nessuno dubitava della stregoneria e
della medicina astrologica, ma <<ognuno sapeva che...la professione era
infestata da ciarlatani ed imbroglioni da cui bisognava difendersi. Il
paradosso stava nel fatto che gli errori di un qualsiasi astrologo
servivano soltanto a puntellare lo status del sistema>>, (K.Thomas,1985).
La
novità della “Malattia Sacra” non è nell’ invettiva rivolta ai maghi ed
ai purificatori, ma nel fatto che qui viene attaccato il loro potere
tramite la radicale messa in discussione del loro sapere. La critica
razionale delle dottrine che spiegavano l’epilessia come eccezione
dovuta all’intervento divino permette all’autore: 1), di sconfessare sul
piano della conoscenza tutti i tipi di guaritore e 2) di rivendicare ai
medici la cura d’una malattia resa indipendente dalla colpa morale.
Sorta
di manifesto della medicina “scientifica” La Malattia Sacra stabilisce
che l’azione del medico è moralmente buona solo se efficace, ed è
efficace quando giusti-ficata dalla conoscenza delle “vere” cause
naturali della malattia. Con ciò l’autore introduce la differenza
destinata a separare tutti guaritori magici dai medici razionali, ed
inaugura la questione scientifica e morale destinata a traversare la
storia della medicina occidentale per quanto essa è lunga. Scopo
dell’azione del medico ippocratico è il “vero” bene del paziente: la
guarigione. Questa è conseguibile solo se l’intervento ha come bersaglio
non tanto, non solo e non più lo star male del paziente ma le “vere”
cause della malattia. I maghi ed i purificatori non conoscono le cause
naturali dell’epilessia, dunque sono ciarlatani. Sul piano dell’azione,
poiché le ignorano, non possono curare efficacemente la malattia e
dunque, sul piano morale, sono degli imbroglioni. L’ignoranza circa le
cause naturali della malattia cosiddetta sacra fa sì che necessariamente
il guaritore, anche in buona fede, infranga i principi di
non-maleficità e beneficialità. Valori dai quali non deroga il medico
razionale, anzi dai quali non può derogare, per il semplice fatto che
solo lui può agire contro le vere cause naturali della malattia.
I
concetti di natura (physis) e di causa (aitia) chiariscono
la portata paradigmatica della rivoluzione. Per l’autore “natura” è
l’ordine universale ed è la regolarità delle cause e degli effetti. E si
tratta di nozioni che non conoscono eccezioni. Non può esservi di
conseguenza una malattia “sacra”, vale a dire diversa dalle altre.
L’anomalia che si attribuisce all’epilessia gli appare in logica
contraddizione con l’ordine che regge l’intero mondo. Se ammettiamo
l’esistenza di un unico principio di causalità generale, o tutte le
malattie sono allo stesso modo ad etiologia sovrannaturale, o per gli
stessi motivi, nessuna di essa può chiamarsi “sacra”.
La
causalità divina avrebbe potuto essere ridefinita se l’autore non avesse
voluto rompere del tutto con le credenze della tradizione. Avrebbe
potuto negare l’eccezionalità dell’epilessia invocando il principio
della doppia determinazione, secondo cui le divinità agiscono del mondo
per mezzo delle normali leggi naturali. Oppure, avrebbe potuto relegare
gli dei in un cantuccio, concedendo loro di sospendere miracolosamente,
cioè occasionalmente e volontariamente, le leggi della natura.
Tuttavia, il nostro autore non è un ateo materialista: la sua opinione
è che nessuna malattia sia divina, ma piuttosto che lo siano tutte:
tutte contemporaneamente divine e naturali. A suo giudizio, l’intera
natura è divina, ma questo fatto non implica eccezione alla regola
secondo cui effetti naturali sono risultati di cause naturali.
Eliminate le etiologie mitiche, l’autore avanza in alternativa una
documentata spiegazione della Malattia Sacra. Il morbo è provocato dal
flegma che quando cambiano i venti, si accumula nel cervello e lo
impregna. <<Lo si può vedere questo fatto…nel bestiame che viene
attaccato da questa malattia e soprattutto nelle capre (che sono quelle
colpite più frequentemente). Se apri la testa e la osservi il cervello è
molle, pieno di liquido e che ha un cattivo odore…Così succede anche
nell’uomo>>, (La Malattia Sacra,
1996).
Nel
passo emergono alcune “idee” che in embrione anticipano di migliaia
d’anni la medicina scientifica. Prima di tutto l’ippocratico mette in
relazione l’etiopatogenesi del morbo con l’ambiente. Assume la malattia
animale come modello dimostrativo ed esplicativo, di quella umana. Con
ciò abolisce le differenze tra l’ uomo e le altre specie animali e
dichiara l’uniformità dei fenomeni biologici nei viventi. L’Autore
ritiene di dover veri-ficare l’ipotesi avanzata e gli si presenta l’idea
di ricorrere all’esame autoptico come metodo dimostrativo: <<fatto
questo assolutamente eccezionale, non solo per il periodo in cui il
trattato venne composto, non solo per qualunque altro periodo
dell’antichità…>>, (G.E.R.Lloyd,1982).
L’autore volle corroborare la sua teoria facendo appello a dati
osservativi riproducibili, verificabili da altri osservatori come
disegnando una sorta di programma di ricerca; infatti <<se apri la
testa e la osservi>> vedrai quello che io ho visto, veri-ficherai quello
che io ho dimostrato.
Curioso
è piuttosto il fatto che l’asclepiade consideri le capre le vittime
preferite dal Morbo Sacro. Un sacerdote di Apollo, Pausania ce ne
potrebbe offrire la spiegazione. <<La vittima da offrire in sacrificio
a Febo deve essere pura, senza macchia, intatta sia di corpo che di
mente. Per quanto riguarda il corpo non è certo difficile scoprire i
segni di tale attitudine; quanto alla mente della vittima, invece la si
esamina…La capra la si prova con l’acqua fredda: se resta immobile ed
impassibile sotto l’aspersione, significa che la sua mente non è come
dovrebbe…E’ sicuro che il tremito indichi la buona disposizione>> sia
per il sacrificio al dio, sia per la dimostrazione del medico. (Plutarco,1995).
Apollo aveva previsto che sarebbe venuto per lui il momento di
ritirarsi tra gli artisti . Ha generato Asclepio che di lui ha poco. E
da Asclepio, Macaone e Podalirio, due normalissimi, noiosissimi medici
militari.
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