
IL CORPO DELLA DONNA
E LA CITTADINANZA NEGATA
Lorenzo De Caprio
- Maria Antonietta La Torre
Quando
si dice che l’uomo domina la Natura, si pensa alla capacità conseguita dagli
individui della specie homo sapiens sapiens, di controllare e sfruttare a
proprio vantaggio un generico insieme di eventi e forze “naturali” poste al
di fuori della munitissima città dell’uomo; dimentichiamo che questo stesso
dominio s’esercita anche all’interno delle mura, su noi stessi, per come
siamo e quello che siamo: corpo, biologia.
La
Natura è nell’immaginario arcaico la Dea Madre o la Grande Madre Terra, che
procrea, onnipotente e solitaria, uomini, animali, i viventi tutti, in una
generazione incessante. Nell’antica Creta la patria è metrìs anziché
patrìs, terra materna. Essa è Gaia, la Terra che accoglie e che fa
germogliare (physis da phyein¸ scaturire), ma è anche divenire e
dissoluzione, distruzione e Chaos, dinanzi ai quali l’uomo antico
elaborava riti propiziatori, l’uomo moderno sviluppa la tecnica. In Cina vi
erano ambienti appositi ove si radunavano le gestanti per proteggerle dalla
violenza della vita comune; in questi luoghi esse vivevano a contatto con la
natura, la musica e le varie espressioni artistiche. Le donne greche partorivano
velate, nella parte più nascosta della casa, ma ben presto il mistero viene
aggredito per portare alla “luce” e sottrarre alla Natura la generazione
eliminando il “velo”, che è anche reverenza e rispetto. La physis si
trasforma in oggetto da controllare e dominare. Al pari del corpo della donna.
L’immagine della terra madre e nutrice, della madre primordiale Gaia,
consegnataci da Esiodo, già nella tradizione epica si trasforma in terra-patria
e territorio da difendere e luogo di esercizio del potere. Il potere dell’uomo
sulle forze della natura, sugli altri gruppi, sull’”altra parte”
dell’umanità, sul corpo sessuato della donna, sulla corporeità. Un potere
che dimostra il bisogno di porre dei confini, tracciare i limiti del “campo”
al fine di renderlo controllabile, “governabile”. E il corpo della donna,
con i propri ritmi autonomi e scanditi dalla “natura”, in quanto sembra
sottrarsi a questo controllo, diviene bersaglio, al pari della natura,
dell’esigenza di dominio, che nasconde la paura…
Corpo
che viene generato, nasce, che ha fame e sete, che vuole riprodursi e si
riproduce; e che poi, come ammonisce Zarathustra, vuole tramontare... morire;
ed appunto muore. Ed è per quel dominio che, su questo corpo, s’è
stratificato ed è andato crescendo un corpo immaginario non meno reale del
primo e l’intero universo delle regole sociali, norme non meno vincolanti di
quelle naturali.
"Se
la comunità temeva il passaggio della morte non era solo perché la perdita di
uno dei suoi membri l’indeboliva, era anche perché la morte, quella di un
individuo o quella di tanti, come avveniva in un’epidemia, apriva una breccia
nel sistema di protezione elevato contro la natura e il suo aspetto selvaggio. A
partire dalle età più remote l’uomo non ha accettato né il sesso né la
morte come dati bruti di natura. La necessità di organizzare il lavoro, di
assicurare l’ordine e la moralità, condizione di una pacifica vita in comune,
portò la società a mettersi al riparo dalle spinte violente della natura. Come
l’uomo ha contrastato la letale violenza della natura esteriore, così ha
combattuto il mondo interiore delle profondità umane, assimilato per la sua
brutalità e irregolarità alla natura, il mondo dei deliri passionali....
Grazie a una strategia ponderata che respingeva e incanalava le forze
sconosciute e formidabili della natura si mantenne uno stato d’equilibrio. La
Morte ed il Sesso erano i punti deboli del muro di cinta, perché la cultura vi
prolungava la natura senza discontinuità evidente. Quindi furono sottoposti ad
accurato controllo".
La
simbolica del corpo vivente ed amante, procreatore e generatore, con la
ritualizzazione, e normalizzazione, della sessualità rientra nella
domesticazione globale della natura, come caso molto particolare, segnando, fin
dai tempi più remoti, la serie degli interdetti e quella delle concessioni. Se,
come volevano gli orfici, in principio era Eros dalle ali d’oro, il dio
Protogonos non può essere domato; posto in principio, simboleggia l’origine
che è all’origine di quel tutto che chiamiamo vita.
Crescita
demografica e ricambio generazionale rappresentano interessi vitali per la
sopravvivenza della specie e quindi delle società. L’alta natalità rientra
in una lucida strategia tesa alla conservazione e all’espansione delle specie;
mira a sopravanzare l’alta mortalità da qualunque causa. Molti nascono perché
molti moriranno; anche se pochi giungono in età riproduttiva, quei pochi
saranno sufficienti a perpetuare con successo la specie. Sul piano sociale, la
riproduzione dei corpi è necessaria, vitale per la sopravvivenza di qualunque
insieme umano. Ogni “politica” favorevole alla crescita demografica risponde
alla elementare esigenza di sopravvivenza del corpo sociale. Maggiore è il
numero dei corpi disponibili, maggiore è la forza lavoro e la carne da cannone
che la società ne può trarre. Ma l’altra esigenza opposta, non meno antica,
e più o meno forte e pressante a seconda delle situazioni create dalla storia,
è quella di dover limitare per tutta una serie di complessi motivi, la crescita
potenzialmente illimitata delle popolazioni, di rallentare il ricambio
generazionale. Si direbbe che le comunità umane, dalla dimensione familiare a
quella pubblica, si siano sempre dibattute in questa tenaglia.
Il
corpo sacro
Il
maschio feconda, ma la femmina compie il miracolo: concepisce e genera; dà la
vita. Dalla notte dei tempi, il corpo proli-fico della donna è socialmente
apprezzato, universalmente sacralizzato. Si favoleggia di uno stato edenico
caratterizzato da una sessualità umana “libera”, vale a dire: regolata
dalle leggi di natura. Si ipotizza un’organizzazione ginecocratica e
matriarcale che sarebbe decaduta con l’apparire di strutture economiche e
culturali più complesse tese ad incanalare crescita e ricambio demografico.
Comunque sia, considerando le potenti pressioni dell’ambiente sui remoti
agglomerati umani, si comprende il senso della mistica della fertilità, e la
sacralizzazione dell’organo maschile e dell’intero corpo della donna.
"La
scoperta di figurazioni femminili nell’ultimo periodo glaciale ha posto
problemi che continuano ad essere discussi... Si tratta di statuette, scolpite
in pietra, osso o avorio. Sono state definite, abbastanza impropriamente
“Veneri”.... E’ impossibile precisare la funzione religiosa di queste
figure che rappresentino qualche accezione della sacralità femminile, e quindi
dei poteri magico-religiosi delle dee. Il “mistero” costituito dalla modalità
di esistenza specifica delle donne ebbe notevole parte in numerose religioni,
sia primitive sia storiche".
L’antica
gioia della riproduzione e della generazione si tramanda nel lessico. La magica
parola “felicità” origina dal latino felicitas, "che risale
alla radice indoeuropea “fe”, da cui il greco “the”, e il cui
senso primo è quello di fecondità e prosperità. Tali nomi sono in primo luogo
felix, ma insieme, femina, quindi fetus, quindi fecundus,
ove è più che mai evidente la connessione tra femminilità e generatività....
La femmina è feconda non solo in quanto genera, ma anche in quanto nutre... Il
termine filius si collega alla famiglia lessicale del verbo felo e
di fecundus, che implicano la nozione del “nutrire”".
Dea
Mater. Tellus Mater. Divinità
possente e terribile, Gaia d’ampio petto
nutre l’uomo e lo accoglie da morto; dà e riprende la vita. Giobbe esclama:
Nudo uscii dal ventre di mia madre e lì ritornerò.
Nera la terra fertile che, fecondata dall’uomo, produce il cibo che lo nutre.
Nel Museo Campano di Capua, le matres matutae sostengono con orgoglio
millenario i molti frutti di poderosi ventri. Passando per le solenni dee
pagane, infinite variazioni di una unica fecondità e d’unica religiosità,
arriviamo al culto della grande madre che sostiene il frutto del suo ventre: il
figlio dell’uomo. Ma-donna, che nella tradizione contadina mediterranea spesso
viene rappresentata come “bruna”, nera.
La
generazione umana è dunque cosa divina; Sacro che crea categorie sociali e
morali. Il celibato è stato sempre visto con sospetto, se non apertamente
condannato. La donna sterile è come una cosa morta. Nella società della
tecnica, la sterilità di coppia è considerata una malattia, il che può
suscitare anche riprovazione. La sterilità non è mai stata vissuta come
naturale, ma sempre e solo come condizione innaturale e dis-umana; è
conseguenza di un malocchio, d’una fattura, d’un sortilegio; è segno dello
sfavore degli dei, punizione inferta dall’unico Dio, malattia. Contro la
sterilità, rituali beneauguranti, controfatture, pozioni, processioni,
preghiere, riti d’espiazione e ... fecondazione assistitita. Anche le società
umane che, enfatizzando il valore morale della castità, hanno sacralizzato una
sterilità artificiale, indotta dalla cultura, hanno combattuto quella
“naturale” perché situata al di fuori del controllo umano. Per gli stessi
motivi, credenze, pregiudizi, e discriminazioni hanno criminalizzato le donne
feconde, ciclicamente sterili.
Il
sangue, simbolo transculturale di tutti i valori connessi al fuoco, al calore e
alla vita, è universalmente considerato il veicolo della vita, se non la vita
stessa. "La vita sta ... nel sangue" - dice YHVH- "e Io ve
l’ho dato il sangue".
Posta l’equivalenza tra sangue e vita, breve è il passo da compiere per
considerare il sangue come il principio della generazione. Nel pensiero
decisamente maschilista di Aristotele, il seme maschile anima la materia, ed è
chiaro che la femmina concorre alla generazione con la materia e questa
costituisce il mestruo.
Ma c’è anche un sangue che è simbolo di morte, e che signi-fica la
violazione della norma che punisce l’omicidio e l’aborto. E’ il biblico
sangue versato, il sangue nero che esce dalle ferite degli eroi greci. Per
millenni, il ciclo venne letto simbolicamente, come se fosse sangue versato,
morte inferta, aborto. E la vita tolta a chi doveva essere e invece non è
stato, né sarà, trasfigurava il corpo della donna in una sorta di tomba
omicida, e su di lei gli interdetti: "la donna, che al
ricorso mensile ha il suo flusso di sangue, starà segregata per sette
giorni".
Il corpo della donna precipitava nella categoria degli immondi da allontanare
dalla comunità vetero-testamentaria e da reintegrare solo dopo i riti di
purificazione, e con lei coloro che hanno avuto a che fare con la morte: i
lebbrosi, quelli che hanno
contratto immondezza per via d’un morto.
Il
corpo “criminale”
Nel
periodo degli amori, tra animali “normali”, i maschi competono per il
po-sesso della femmina; s’intimidiscono con ostentazione di potenza,
combattono ma non si ammazzano. Tra i maschi umani le cose vanno in modo
completamente diverso. Con la garanzia della riproduzione, le bestie
“normali” s’uniscono solo in periodi e per tempi ben determinati. Come tra
gli scimpanzé bonobo, la “lussuria” accompagna sempre gli umani ed è
indipendente dal ciclo della fertilità femminile, e questa qualità è antica
fonte d’infiniti guai. Gli scimpanzé giudicano indifferente il fatto che il
rapporto esiti in figliolanza, non così gli umani.
Eros,
declama Esiodo, il più bello degli dei immortali, spezza le membra e doma il
cuore ed il saggio consiglio di tutti gli dei e di tutti gli uomini.
Eros, aggiungerà Platone, è dio dalla infida natura. Figlio di Afrodite
Pandemos, è il dio del desiderio brutale che accoppia i corpi, ma figlio di
Afrodite Ourania, è divinità che unisce le anime. Generato da Poros,
l’Espediente, e Penìa, la Povertà, Eros, come il povero, è sempre
insoddisfatto, perennemente affamato, è sempre alla caccia dell’oggetto del
desiderio e non esita a ricorrere all’inganno ed alla violenza per raggiungere
i suoi fini. Eros semina aspri
conflitti, porta nella città dell’uomo un ordine biologico che si converte in
disordine sociale. Colpa d’una Natura improvvida che ha reso appetibile la
riproduzione, miscelandola con il piacere, e il piacere scatena negli umani
indomabili desideri e formidabili passioni.
Si
ritiene che in un imprecisabile punto, collocato nel più remoto passato, la
sessualità dovette essere più energicamente controllata dalla cultura. Ma l’addomesticamento
della sessualità ha anche significato una prima forma di gerarchizzazione del
gruppo facendo decadere la donna dal suo ruolo di socia paritaria (o forse
dominante) a quella di “bene” da utilizzare
in funzione dell’ interesse della famiglia, della tribù, della società,
dello stato. La riproduzione esce dalla polarità maschile-femminile e la donna,
diventata pericolosa, viene domata. Il maschio s’assicura il possesso
simbolico, dunque reale, del corpo della donna, e da qui domina l’unico
oggetto che vuole controllare: l’apparato riproduttivo.
Genesi
presenta due distinte versioni della creazione dell’uomo e della donna, queste
sembrano testimoniare del passaggio dalla sessualità paritaria a quella che
esalta il ruolo maschile aprendo la via alla lettura criminale del corpo della
donna.
E
creò Iddio l’uomo ad immagine sua; ... maschio e femmina li creò. E li
benedisse Dio, dicendo: "crescete e moltiplicatevi, e popolate la terra
ed assoggettatevela… Così fu fatto. E vide Dio tutte le opere sue, ed erano
grandemente buone". Immaginiamo un Dio
sorridente, contento della sua grande opera, della sua doppia immagine e della
loro riproduzione. Sessualità santa e sacra che rigenerava il primo creatore,
moltiplicandosi per mezzo del maschio e della femmina dell’uomo, immagine di
Dio, Dio stesso. Non sorprenderà dunque che YHVH vorrà controllare il corpo
affinché la moltiplicazione all’infinito dell’immagine vada a buon fine.
Appartiene a YHVH, dunque alla piccola comunità veterotestamentaria, il corpo
del primogenito; e Dio testimonia la sua benevolenza all’uomo giusto e
timoroso concedendogli lunghissima vita e una numerosissima prole. YHVH,
infatti, benedice, favorisce, protegge la riproduzione di Israele, ieri come
oggi minacciato dalla demografia di popoli vicini e nemici.
<<Al
Signore tuo Dio appartengono i cieli, i cieli dei cieli, e la terra e quanto
essa contiene. Ma il Signore predilesse soltanto i tuoi padri (i padri
d’Israele ), li amò e, dopo di loro, ha scelto fra tutti i popoli la loro
discendenza, cioè voi. Circoncidete pertanto il prepuzio del vostro
cuore...".
Commenta Jack Miles: "Circoncidete il prepuzio del vostro cuore! La
metafora è perfino più possente nella sua barbarica immediatezza, della
circoncisione del pene ... Quando si fa riferimento al “levav”, il
cuore, si deve intendere la mente e l’immaginazione. Come si è visto nel
libro della Genesi, allorché Abramo cedette una parte del proprio pene, e
simbolicamente, la propria autonomia riproduttiva a Dio, lo fece in silenzio. Si
sottomise e nulla più ... Ma la mera sottomissione, dice Mosè, non basterà
... Si deve recidere una parte dell’intelletto - il prepuzio del vostro cuore
- per significare la cessione dell’autonomia mentale, proprio come si
circoncideva una parte del pene, il prepuzio, per significare la cessione
dell’autonomia riproduttiva..."
alla volontà proli-fica di Dio onnipotente.
E
il corpo della donna? La Sacra Scrittura si segnala per un capolavoro della
letteratura amorosa di tutti i tempi: quel Cantico dei Cantici che,
addomesticato in letture spirituali ed interpretazioni allegoriche, resta
un’offerta al corpo della donna e spettacoloso tributo alla passione: "M’hai
ferito il cuore, sorella mia sposa, m’hai ferito il cuore... quanto sono belli
i tuoi amori... più deliziosi del vino sono i tuoi amori...".
In
Genesi, nella seconda rappresentazione, Dio non creò ma formò l’uomo (il
maschio) dal fango della terra, e ne trasse, dopo, la femmina da una delle
coste. "E l’uomo lascerà il padre e la madre, e si stringerà a sua
moglie, e saranno due in un corpo solo".
Nella prima narrazione la distanza tra uomo e Dio potrebbe essere definita
“corta”: l’uomo, immagine di Dio, è il riflesso del creatore. Inoltre, il
maschio e la femmina sono sullo stesso piano; la seconda, come il primo, è
“uomo”: immagine di Dio. Nella seconda rappresentazione, la distanza tra Dio
ed Adam è maggiore: l’uomo (il maschio) è definito persona vivente, non
immagine di Dio. La femmina, formata da una parte del corpo del maschio, ha ora
una precisa ed esclusiva funzione sociale: essere moglie sottoposta al maschio;
ed in ciò sembra che si riproduca il rapporto di totale sudditanza di Adam a
Dio.
Non
che tra gli Elleni la condizione della donna fosse migliore. Prendiamo, a mo’
d’esempio, l’olimpica condizione matrimoniale. Le divinità maschili non
fanno altro che tradire le consorti a vantaggio delle donne dei mortali. A
confermare che l’Imitatio Dei è categoria centrale in Occidente, le
Dee sono modelli di virtù e castità. Era rimane tenacemente fedele all’
illustrissimo signor marito; Atena ed Artemide figurano l’ideale della
verginità più impenetrabile. Come a dire che fedeltà matrimoniale e castità
pre-matrimoniale sono virtù divine, doti che rendono coniugate e fanciulle in
fiore del tutto simili alle dee immortali. Ci si potrebbe aspettare qualche
licenza da Afrodite, ma anche la dea Pandemos delude. Cercò una volta di
tradire il marito Efesto con Ares, Dio macho senza rivali, ma nel momento
culminante d’un finale travolgente, Afrodite si trovò con il mancato amante
intrappolata in una rete d’oro, tra le risa di tutte le divinità chiamate da
Efesto a godersi lo spettacolo.
Da
questa parte del Mediterraneo, da Esiodo in poi, tira infatti un forte vento di
misoginia. Continuiamo tutti a rallegrarci per il fatto che Prometeo rubò il
fuoco a Zeus e lo donò ai mortali, ma scontiamo ancora la sua terribile
vendetta. Il Re degli Dei ordinò ad Efesto di trasformare un fantoccio di fango
in una bella fanciulla: Pandora, colei che dona tutto, colei che è ricca di
doni.
Atena ed Afrodite le insegnarono tutto quello che una fanciulla in età da
marito deve sapere, ed Ermes l’istruì nell’arte dell’inganno. Il genere
umano viveva allora in uno stato edenico, senza dolore, malattie e morte; ma,
giunta tra gli umani, Pandora sollevò il coperchio del grosso vaso ove tutti i
mali erano custoditi, e questi si sparsero dappertutto. Fu allora che, per colpa
della donna, piombando la morte in mezzo agli uomini, si compì la decisiva
separazione tra umani mortali e divinità immortali.
Anche
in Genesi la condizione edenica viene persa per colpa della donna: Eva cede alle
lusinghe del serpente, ancestrale rappresentazione delle forze oscure. Il frutto
proibito viene colto; come conseguenza, la morte piomba nel mondo, ma alla donna
una pena in più: partorirà con dolore. Il mito di Pandora non ebbe
conseguenze, non così la narrazione biblica... Nasce qui la rappresentazione
maledetta da cui l’Occidente sarà incapace di liberarsi e che condizionerà e
giustificherà la sottomissione della femmina. Nei testi evangelici invano si
cercheranno toni sessuofobici, misoginismo e criminalizzazione del ruolo e del
corpo femminile. Cristo non discrimina, è tenero con la Maddalena, accoglie le
preghiere della vedova, difende l’adultera. Il matrimonio cristiano,
monogamico e indissolubile, rappresentò, per quei tempi e in quella società,
un indubbio miglioramento nella condizione della serva del maschio. Bisogna
arrivare ad Agostino, profondamente intriso di puritanesimo e misticismo
platonico, perché venga definitivamente sancita, sacralizzata ed
istituzionalizzata la serie delle equivalenze di valore tra donna, sessualità,
peccato, demonio e morte. Si stabilisce che il peccato mortale, dunque la morte
stessa, si trasmette nel coito. Far sesso porta difilato all’eterna
dannazione. Eros Pandemos può essere tollerato solo nell’ambito del
matrimonio e solo a condizione ed in vista della procreazione. Dunque
l’immortalità ha un prezzo: esige l’assoluta castità; e molti che avevano
voluto cacciare da sé il demonio, si sono cacciati da sé stessi nella pelle
del maiale.
Il
perverso fascino della sacra rappresentazione è tutt’altro che esaurito.
Secondo William R.Clark, professore di Immunologia, c’erano una volta, ma
tanto, proprio tanto tempo fa, "cellule primigenie... cellule singole che
vivevano per conto proprio, capaci di nutrirsi, muoversi e generarsi per i fatti
loro, cellule come le amebe, i batteri, i lieviti, ma molto resistenti. Ma poi
le cellule si misero insieme e persero la robustezza, e la morte obbligatoria
comparve più o meno allorché le cellule cominciarono a fare i primi
esperimenti sessuali".
Interdetti
e Concessioni
Rinchiudere
il corpo della donna entro i limiti della camera matrimoniale e, qui giunti,
controllare la fecondità, razionando il piacere e smobilitando la passione
dovette sembrare la soluzione di parecchi problemi. Ma, fin dall’inizio, la
cosa non funzionò bene come era nelle attese, e ad un certo punto YHVH dovette
personalmente intervenire: non desiderare la donna d’altri.
Un
poeta cinese è dell’avviso che più norme e leggi gli uomini si danno, più
a-normali e delinquenti essi avranno. Il cinese sembra pieno di buon senso.
Infatti il matrimonio moltiplicò categorie e sotto-categorie morali. I maschi,
da che erano solo: o potenti, od impotenti, divennero anche: o coniugati, o
celibi, o vedovi. I mariti si divisero in fedeli od infedeli, buoni e cattivi;
mentre i celibi si videro consegnati o alla santità perpetua o all’eterna
dannazione. Quelli che per vocazione rimisero il sesso al Signore, godettero di
prestigio sulla terra e si videro facilitate anche le dure vie del Paradiso; al
contrario gli scapoli impenitenti non trovarono pace sulla terra. Avendo privato
la società del personale contributo, si trasmutarono in peccatori, libertini,
a-normali. All’antica divisione in feconde e sterili, le donne sommarono
quella tra sposate e non sposate. Le prime vennero ulteriormente classificate in
fedeli e infedeli. Le non sposate godettero d’una ripartizione piuttosto
complessa. Si divisero in: a) spose di Cristo; b) vergini per bene con la
speranza di un marito; c) vergini per bene ma senza alcuna speranza; d) zitelle
acide; e) amanti semplici, lussuriose, venali, venali e lussuriose; f) etere,
cortigiane, donne di malaffare, prostitute, squillo d’alto bordo, puttane e
zoccole. La serie degli interdetti portò alla serie delle concessioni; ed i
templi pagani destinati alla prostituzione sacra cedettero il passo ad: alcove,
case d’appuntamento, bordelli, trivi, quadrivi e marciapiedi. Il disastro fu
reso definitivo ed irreversibile dalle automobili.
Nella
difesa implicita delle istituzioni, per una sessualità finalmente “sana” e
“responsabile”, i medici scesero in campo fin dai tempi d’Ippocrate.
Sollevarono lo spettro della Malattia d’Amore,
del Furore Uterino,
della Melanconia Erotica,
delle Passioni. Ma fu nella moderna età
positiva che l’aggressione al corpo della donna toccò il suo vertice
scientifico: isteria, clorosi, masturbazione, igiene, follia, tare ereditarie,
mostri, sifilide.
Continuò
una criminalizzazione che ha radici antiche, anche nella filosofia classica e
nella medicina ellenistica. La lotta alla passione è un motivo dominante nel
pensiero politico e morale di Platone; più accomodante Aristotele predica il
buon senso. Nell’età della decadenza, la filosofia esalta atarassia ed apatheia:
autocontrollo ed indifferenza ai piaceri del mondo. Galeno pone una analogia tra
l’epilessia e l’orgasmo: entrambi sono provocati da una congestione
cerebrale. Far l’amore, concede il medico, è piacevole; certo, non fa ancora
bene, ma almeno non fa “troppo” male . In questi regimi medici, vediamo
profilarsi una certa “patologizzazione” dell’atto sessuale. Ma
intendiamoci bene: non si tratta affatto della stessa tendenza che si è
prodotta molto più tardi nelle società occidentali, quando il comportamento
sessuale è stato riconosciuto portatore di devianze morbose. "Esaminando
la “morale” che emerge dalla filosofia e dalla medicina antica, si può
avere l’impressione che l’etica sessuale attribuita al cristianesimo, o
addirittura all’Occidente moderno, fosse in qualche modo già sanzionata,
quanto meno in alcuni dei suoi aspetti essenziali, al momento dell’apogeo
della cultura greco romana. Ma vorrebbe dire disconoscere differenze
fondamentali che attengono al tipo di rapporto con il Sé e dunque alla forma
d’integrazione di quei precetti nell’esperienza che il soggetto fa di se
stesso".
Alle
interdizioni filosofiche, teologiche e mediche fanno da contraltare le
concessioni e gli omaggi che gli artisti tributano pericolosamente al Dio dalle
ali d’oro. l’Amore in Occidente è verace solo se è piacere, ed il piacere
è tale solo se vitalizzato da Pathos. Muovendo da Tristano ed Isotta, gli
artisti celebrano con impudenza la passione erotica; cantano il piacere che si
cela nella passione erotica in se stessa; esaltano, in prosa ed in rima, la
soddisfazione che il maschio e la femmina traggono dall’amore
extramatrimoniale, e più ancora da quello adulterino.
Il che ovviamente suscita gravissimi problemi e violentissimi conflitti. I figli
di Nessuno e adulterini moltiplicano l’incubo per la catastrofe. Violento,
feroce ed immutabile l’odio per i nati al di fuori delle regole.
Da
un testo d’educazione sanitaria della prima metà del XX sec.: "Sono
esseri quasi atrofizzati e bruciati dall’intemperanza... quasi inerti,
malamente emessi e malamente raccolti... Se pure si svilupperanno e
completeranno il frutto di quell’amore incosciente, di quel coito faticoso,
quale potrà essere la soddisfazione dei genitori quando vedranno crescere...
una specie di mostriciattolo che è chiamato umano solamente perché è nato da
umani?... Povera creatura sciaguratissima, storta, ebete, dinoccolata, con gli
occhi vitrei ed una smorfia pietosa ... Oh, i genitori allora! La vergogna, il
rimorso terribile."
L’identità
nel bios
L’uomo
realizza la propria umanità prendendo le distanze dalla natura e negando la
propria corporeità, superandola. Il femminile/naturale viene identificato con
quella finitezza che va trascesa per poter raggiungere l’universale.
L’identità delle donne non si definisce a partire dalle sue qualità come
individuo, bensì dalle sue attitudini biologicamente connotate e determinate.
La donna in quanto madre e nutrice resta vincolata al bios. Il suo corpo
diviene uno strumento al servizio della continuazione della specie.
Nell’Emilio (1762) si legge che "non vi è alcuna parità fra i sessi
quanto alle conseguenze del sesso. Il maschio non è maschio che in certi
momenti, la femmina è femmina per tutta la vita", poiché tutto ciò che la
costituisce rinvia alla sua appartenenza di genere. “Per il Rousseau della Nouvelle
Héloise la libertà della donna è slancio sentimentale verso i doveri
prescritti dalla natura.”
Questa caratterizzazione è vincolante e condiziona qualsiasi ruolo la donna
possa assumere. Ed è un ruolo che non si sceglie, ma si è. Ella è
relegata alla dimensione privata, l’unica che sembra sapere e potere gestire.
Una identità costituita e costruita esclusivamente sul “genere” trasferisce
senza alcuna giustificazione apparente le caratteristiche naturali sul piano
delle relazioni e del ruolo socio-politico: dal biologico all’istituzionale,
una qualità innata legittima una differenza nei diritti.
Queste
distinzioni sono generate e consolidate in primo luogo all’interno della
famiglia. In periodo fascista “il lavoro del medico viene utilizzato per il
controllo dello stato di salute dei cittadini, ma nello stesso tempo come
strumento di propaganda del regime, come dimostra la campagna tesa ad assegnare
alla donna un ruolo esclusivamente familiare, imputando, ad esempio, all’uso
di cosmetici o al lavoro fuori casa le responsabilità prime della sterilità.”
L’antitesi tra i sessi è una contrapposizione di funzioni che si trasforma
nella “destinazione” alla “cura” dei familiari ed esclude la
partecipazione alla vita pubblica, riservata all’uomo. In Italia soltanto nel
1962 viene abolita la norma che consente il licenziamento della donna in caso di
matrimonio e che legittimava quella separazione netta dei ruoli: la donna
relegata alla cura domestica, “alternativa” alla vita pubblica.
La
prigione della “cura”
In
effetti, la cosiddetta “natura femminile” è un costrutto sociale utilizzato
per legittimare l’esclusione dalla politica e relegare nel privato metà
dell’umanità. L’individuazione di una connotazione “femminile” della
socialità presuppone per giunta un modello trans-culturale di donna che non
trova riscontro nella realtà della varietà etniche e culturali. Eppure, anche
in tempi recenti,
il concetto di cura è stato interpretato come una caratteristica specificamente
“femminile”, allo scopo di provare che le donne seguono percorsi di sviluppo
morale caratteristici e diversi da quelli maschili, poiché sono orientate a
valorizzare l’importanza della relazione con l’altro e dell’ascolto dei
suoi bisogni; si fa appello ad una sorta di disponibilità o capacità empatica
che deriverebbe alle donne dall’esperienza della maternità e consentirebbero
loro di prestare ascolto anche a “voci diverse”, un’attitudine,
evidentemente, preclusa agli uomini, i quali, viceversa, concepirebbero le
relazioni intersoggettive piuttosto in termini di contrapposizione e
affermazione di sé, improntandole alla rivendicazione di diritti e ai doveri,
che di ascolto. La contrapposizione di un’etica “delle regole” e dei
diritti, che sarebbe ispirata a principi di giustizia, privilegerebbe criteri di
valutazione astratti, piuttosto che modellati sui bisogni specifici, e
anteporrebbe l’interesse generale a quello del singolo individuo, a un’etica
femminile della “cura”, la quale, al contrario, favorirebbe una modalità più
marcatamente relazionale del “prendersi cura”, una sorta di “indulgenza”
materna rispetto alle regole, ripropone quegli stereotipi secondo i quali il
femminile si assocerebbe a forme non razionali di relazionalità, offrendo il
destro alla misoginia di molta tradizione occidentale.
Le
teorie che ascrivono alla condotta femminile i valori della cura, della
disponibilità verso i bisogni degli altri, della capacità di empatia e di
assunzione del punto di vista dell’altro finiscono con il danneggiare le
donne, mancando proprio l’obiettivo di rivendicare il loro ruolo specifico
contro il primato maschile. L’associazione tra il
caring
e il “femminile” perpetua la marginalità morale delle donne e
l’intollerabile identificazione della loro natura con la maternità e i
sentimenti a questa connessi, rafforzando l’idea della sua presunta incapacità
di astrazione e generalizzazione.
Essa trasforma in un dato teorico e un carattere sociale ciò che è soltanto
una risultanza empirica, la pratica della “cura” parentale, un dato storico
e culturale.
La
cittadinanza negata
Irrigidita
in questa immagine stereotipata, la donna sembra estranea alla “storia”,
relegata a vivere in un tempo parallelo nel quale tutto è immutabile, le sue
funzioni e i suoi doveri in primo luogo. La donna non deve “costruire” se
stessa realizzandosi nel mondo, ma è sempre, per così dire, “già data”,
prevedibili essendo i suoi compiti e le sue possibilità. Corollario di ciò è
che le donne sono nei fatti delle non-cittadine: confinata nella sfera del
“privato”, per la donna non vi è accesso alla vita pubblica, quindi alla
decisione, all’autodeterminazione: non può far sentire la propria voce.
I
governi democratici della nostra epoca sono figli della più grande invenzione
dell’Europa moderna, vale a dire, la cittadinanza universale. Ma non appena
definiti e proclamati a gran voce,
i diritti di cittadinanza sono stati negati alle donne con una sistematicità
stupefacente per la sua, questa si, trans-culturalità. Esse infatti non
partecipano, di fatto, alla vita pubblica per molto tempo, proprio a causa della
propria “natura”, intrinsecamente legata alla funzione riproduttiva e perciò
relegata all’accudimento, alla cura dell’OIKOS, della casa, luogo per
eccellenza di esercizio di tale compito.
Eppure
è proprio la “natura” che solleva una patente contraddizione: nel Preambolo
alla Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, il primo
testo che propone una rivendicazione dei diritti per la donna, Olympe de Gouges
invitava, rivolta all’uomo: “percorri la natura in tutta la sua grandezza
cui tu sembri volerti avvicinare, dammi, se puoi, un esempio di questo impero
tirannico. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, dà
infine un'occhiata a tutte le modificazioni della materia organizzata e
arrenditi all’evidenza quando te ne offro i mezzi; cerca, scava e distingui se
puoi, i sessi nell’amministrazione della natura. Ovunque tu li troverai
confusi e cooperanti nell’insieme armonioso di questo capolavoro immortale.”
Questa “pasionaria” ante litteram attacca pubblicamente i Diritti
dell'Uomo perché vede lucidamente che le donne sono escluse per principio e di
fatto dall’esercizio dei diritti individuali.
La
Déclaration de droits de la femme et la citoyenne (1791) rappresenta un
documento straordinario anche per la consapevolezza della interconnessione
proprio tra quelle due sfere che sembravano fondare la separatezza: natura e
ragione. Fino a non molto tempo fa soltanto i cittadini che godevano di certi
privilegi avevano accesso al voto; questi erano considerati come dotati della
“capacità di giudizio”. Natura selvaggia, femmina indomita e istintiva,
maschio capace di esercizio del logos.
La
storia della discriminazione sessuale passa, si diceva, attraverso la famiglia:
la donna che esprimesse il proprio voto politico violerebbe le regole del
“genere”, ossia della femminilità e della famiglia. “La storia della
lotta delle donne per l’affrancamento insegna che un’eguale cittadinanza per
le donne include la libertà dalla subordinazione nella o attraverso la
famiglia.”
Ancora nel 1979 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite elabora la
“Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei
confronti della donna”, prendendo atto delle gravi disuguaglianze pur sempre
presenti, a causa di quel dominio fondato sulla differenza biologica, sul corpo,
una differenza analoga forse a quella del colore della pelle?
“Una
delle contraddizioni tipiche della modernità: quella tra gli uomini ai quali
sono riconosciuti diritti per la loro qualità di esseri viventi e gli uomini
come individui di sesso maschile e capifamiglia”, trova qui la propria
legittimazione, poiché nella tradizione “la famiglia è la vera base e la
parte fondamentale dello Stato, mentre l’individuo, in quanto componente dalla
famiglia, esiste solo all’interno di essa ed è come invisibile per lo Stato,
a meno che non sia padre e capofamiglia, l’unico che può essere considerato
cittadino.”
Il
“contratto” che è alla base della società non prevede una
“negoziazione” circa il ruolo della donna: il rappresentante è per lungo
tempo indiscutibilmente il capo-famiglia (uomo). La sperimentazione biomedica
predilige “cavie” di sesso maschile perché meno soggette ad
“interferenze” periodiche, poco curandosi dell’efficacia dei risultati
quando applicati all’altra metà del genere umano: tradizionalmente le donne
in età fertile non sono prese in considerazione come cavie per la
sperimentazione di farmaci per evitare possibili danni all’apparato
riproduttivo e ad un eventuale feto; ma ciò ha comportato talvolta conseguenze
terribili (si veda per tutti l’esempio del talidomide): ulteriore esempio di
discriminazione sulla base dell’appartenenza biologica.
La
voce del silenzio
E
se la cittadinanza nelle società occidentali avanzate è ormai soltanto (o
ancora) “indebolita”, per le persistenti disparità nel mondo del lavoro e
la scarsa visibilità politica, nelle società “altre” essa è pur sempre
negata, così come è negata alla donna la reale disponibilità del suo proprio
corpo e la facoltà di decidere su di esso.
“L’espressione
missing women riassume drammaticamente
la gravità dello squilibrio innaturale tra i sessi, depurato dai fattori di
rischio genetici e ambientali. Quante sono le donne disperse mancanti
all’appello? Lo squilibrio tra i generi a vantaggio dei maschi, documentato in
Asia dai censimenti, è stato valutato con due diverse metodologie: l’una ha
portato a concludere che vi sono 44 milioni di donne mancanti in Cina, 37 in
India e, in totale, 100 nel mondo; l’altra, 29 milioni in Cina, 23 in India e
60 nel mondo. Questi dati, mostrano che le discriminazioni culturali e sociali
riescono a capovolgere la superiorità biologica delle donne (dai primi giorni
di vita in poi, infatti, la sopravvivenza biologica femminile è superiore, in
condizioni normali, a quella maschile). Tra le cause che sono state individuate
appaiono primari i valori tradizionali e gli interessi economici che inducono
alla trascuratezza verso le bambine nell’assistenza sanitaria, alla loro
minore ammissione negli ospedali, alla diversa nutrizione e alla più elevata
mortalità infantile, spontanea o indotta.”
Nel
terzo rapporto delle Nazioni Unite sulla condizione femminile nel mondo (The
Wolrd Women’s 2000) si legge che in 22 paesi compresi nelle aree in via di
sviluppo un quarto delle ragazze tra i 15 e i 19 anni ha già contratto
matrimonio e che in alcuni paesi africani più della metà delle donne ha subito
mutilazioni genitali. I movimenti “multiculturalisti”, come ha rilevato Okin
in un suo famoso quanto dibattuto articolo, che trovano nei movimenti femministi
accesi sostenitori, trascurano che la subalternità della donna è un carattere
strutturale in quelle stesse culture che si intende difendere. In tal senso il
multiculturalismo procede, paradossalmente, in direzione opposta al “women’s
empowerment”, ossia alla trasformazione delle relazioni ineguali di potere
grazie alla quale le donne possono raggiungere una maggiore eguaglianza con gli
uomini. Esso ha implicazioni sia sociali che individuali, ma elemento essenziale
ne è il riconoscimento del pieno diritto alla salute riproduttiva e sessuale.
Ancora
nel corso dell’Ottocento in Europa, lo status della donna singola
gravida la espone ad ogni tipo di controllo e interferenza. Si legittimano
“poteri di visita coattiva per il solo fatto di essere gravida e nubile. E
poi, la femmina incinta, se non è mantenuta dall’autore della gravidanza o
dai suoi genitori, è destinata al ricovero a carico della comunità nello
stesso luogo di tutti gli altri poveri: il solo fatto di esser una fanciulla
deflorata e gravida dà alle pubbliche autorità poteri di inquisizione e
ricovero […] riconosciuti di diritto o di fatto, in tutti i contesti, anche in
epoche successive. E’ nondimeno paradossale che donne irrilevanti, nei
rapporti familiari e nella rappresentanza sociale ed economica della famiglia,
acquistino, per effetto del loro stesso errore, un rilievo, uno status
particolare, anche se degradato.”
Il
dominio sul corpo della donna comincia assai presto e continua nella pubertà,
nell’adolescenza, nell’età adulta che paga le conseguenze di quelle; la si
priva del diritto a decidere in merito alla riproduzione (significativa è la
resistenza alla legalizzazione della contraccezione, che rende la donna capace
di “decidere”); nel contempo e paradossalmente la si ritiene l’unica
responsabile delle conseguenze dell’attività sessuale…. Questioni esclusive
di società con culture, usanze, costumi “diversi” (vale a dire:
“inferiori”) e che quindi non riguardano più la civilissima Europa?
In
molti paesi asiatici
le
donne sono merce di scambio tra le famiglie, vengono costrette a matrimoni
combinati e restano succubi dei mariti per tutta la vita,
spesso
escluse dai più elementari diritti come il quello all’istruzione o alla
salute. Nella Dichiarazione
del diritti della donna e della cittadina si leggeva anche, all’art. XVI,
che “Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la
separazione dei poteri determinata, non ha costituzione; la costituzione è
nulla se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione non ha
cooperato alla sua redazione.” E’ una sorta di delegittimazione anche
politica, oltre che morale, delle società sessiste che mantiene una desolante
attualità, a più di 2 secoli di distanza, non solo nelle poche residue società
tribali, ma in molti Stati i cui governanti siedono ai tavoli dei negoziati
internazionali.
Del
domare
“La
Madre Terra dei Lakota non è un suolo da riconquistare. Essa appartiene al
cosmo, è il cosmo stesso. Fra le cose insopportabili che gli Europei trovarono
negli ‘Indiani’ vi fu certamente la libertà del rapporto che molte fra le
loro ‘nazioni’ intrattenevano col territorio, un rapporto slegato da
esigenze di appropriazione e di occupazione stabile. Per loro la sacralità di
certi luoghi consisteva semplicemente nel fatto che essi esprimevano più di
altri l’appartenenza della terra a se stessa.”
Se l’immagine della natura madre benefica ha lasciato il posto all’altra
immagine: quella della natura come femmina selvaggia che va domata poiché
produce turbamento e disordine, la rivoluzione secentesca è vittoria sul caos
ma anche morte della natura,
meccanicisticamente interpretata e così perduta nella sua complessità e nel
suo organicismo. La scienza non può accettare l’indeterminato. Non basta che
il futuro sia possibile: esso deve essere programmabile. La nuova teleologia
della salvezza promette la rimozione del male attraverso l’eliminazione di
ogni ostacolo, la cancellazione del dolore, l’espulsione del tragico; la
logica del dominio sostiene l’illusione dell’invulnerabilità e sopprime la differenza.
La natura viene domata e ricreata artificialmente. La
Heim (casa)
perde la connotazione materna. Infine,
portando a compimento tale processo, la generazione, con l’alibi ancora una
volta della “cura”, stavolta intesa come terapia, viene sottratta alla donna
e artificializzata. Domato è il caos. “Datemi l’arco”, chiese Ulisse.
L’arco che doma e produce morte e rende sterile la terra ... la donna.
Comunità,
Identità, Stabilità
Il
Selvaggio stava a guardare. “O mirabile mondo nuovo, o mirabile mondo
nuovo...”
Le
lancette di tutti i quattromila orologi in tutte le quattromila stanze del
Centro di Bloomsbury segnavano le due e ventisette minuti. “Questo alveare
industrioso”, come il Direttore si compiaceva di chiamarlo, era in pieno
fervore di lavoro. Sotto i microscopi, con le code che battevano furiosamente,
gli spermatozoi penetravano con la testa avanti nelle uova; e, fecondate, le
uova si dilatavano, si dividevano, o, se erano bokanovskizzate, germogliavano
... in intere generazioni di embrioni distinti.
Dalla
Sala di Predestinazione Sociale, gli ascensori discendevano rombando nel
sottosuolo, dove ... al caldo ... rimpinzati di psudo-sangue e d’ormoni, i
feti crescevano, crescevano. Oppure, avvelenati, intisichivano, mal cresciuti
allo stato d’Epsilon .…
Nella
Sala di Travasamento, i bambini ... emettevano il loro primo vagito d’orrore e
di spavento ... Le dinamo ronfavano ... gli ascensori salivano ... Da
milleottocento poppatoi milleottocento creaturine, etichettate con cura,
succhiavano simultaneamente il loro litro di secrezione esterna pastorizzata.
Sopra di loro, in dieci piani successivi di dormitori, i bambini e le bambine
... erano occupati ... ad ascoltare incoscientemente delle lezioni ipnopediche
sull’igiene e la socialità, il sentimento di classe e la vita amorosa del
marmocchio che cammina appena. Ancora al di sopra i locali di ricreazione dove
... novecento ragazzi si divertivano a fare dei giochi erotici .…"
In
ossequio ai valori planetari: Comunità, Identità, Stabilità, in un
imprecisato anno della Era dopo Ford; la tecnica è riuscita finalmente a
separare definitivamente la riproduzione dal piacere ed il piacere dalla
passione. Togliendo dalle mani degli umani il controllo della sessualità, essa
ha finalizzato la fecondazione alla sola necessaria riproduzione; con ciò
giungendo a risultati di gran lunga migliori di quelli ottenuti dalle pratiche
che pure si diffusero in Occidente a partire dalla seconda metà del XX secolo
d.C. Il controllo completo della sessualità ha finalmente ordinato demografia e
ricambio generazionale, ha liberato l’umanità dalle guerre, dalla filosofia
morale, dal peccato e dalla virtù, ha affrancato gli umani dalle corna, dalle
scenate di gelosia, dai complessi di colpa, dai figli naturali e dai casi di
coscienza.
Ma
la castità vuol dire passione, e vuol dire nevrastenia. "E passione e
nevrastenia vogliono dire instabilità. E instabilità vuol dire fine della
civiltà. Considerando che non si può avere una civiltà durevole senza una
buona quantità di amabili vizi",
il Governo Mondiale ha razionalmente liberalizzato i rapporti tra i sessi,
passando così ai posteri per una decisione che non ha alcun precedente storico.
Eros Pandemos è stato spogliato d’ogni incanto, è stato reso alla sua pura
essenza originaria di bruto e neutro fatto di natura. La passione è stata
finalmente sconfitta. Non c’è più.
Escrescenze,
protuberanze e rientranze decorano ancora il corpo del maschio e della femmina e
li rendono tra loro differenti e reciprocamente riconoscibili e desiderabili.
Nella prospettiva della più assoluta Identità globale, il Governo Mondiale è
impegnato nel progetto del rivoluzionario corpo standard unificato (CSU) onde
eliminare le memorie delle più antiche superstizioni.