
La
Medicina in una Società Pluralista e Multietnica
Lorenzo
De Caprio
Dal
Sistema Sanitario Nazionale brutte
notizie, ma non solo per gli immigrati
Come
tutti i paesi del nord del mondo, l’Italia figura agli occhi delle popolazioni
del terzo mondo come quella biblica terra di latte e miele che bisognò
raggiungere ad ogni costo, anche a prezzo della vita. Per noi italiani, specie
se meridionali, l’ accorrere in mezzo a noi di genti così affamate dovrebbe
risvegliare il ricordo salutare di un passato no
troppo lontano. Per noi non partono
‘e bastimente pe’ terre assaje luntane.
Non più se gira ‘o munno sano, se
va a cercà furtuna. Il futuro non è più nella valigia di cartone ed il
treno per Torino oggi ci porta in villeggiatura.
Adesso
è nostro il ruolo dei “torinesi” e “milanesi”. Nostra è la parte degli “americani”.
Stati
Uniti d’America. Ruggenti anni ‘20. Le frontiere si chiudono escludendo
selettivamente le popolazione provenienti del Sud ed Est dell’Europa.
Ad
alimentare quelle leggi non solo la paura collettiva che con quegli immigrati
s’importassero pidocchi e malattie infettive. Dietro,
non solo la medicina eugenetica
che agitò il fantasma della certa corruzione del puro sangue nativo, della
disgregazione dei tratti nobili, gentili, pacifici della popolazione
nordamericana. <<Insieme ad essa, molte volte più consistente, vi fu
l’idea che quell’immigrazione dall’Europa portasse con sé... speranze di
trasformazione collettiva; l’idea che percorsi di radicalismo politico si
potessero inserire nella cultura statunitense ( anzitutto all’interno della
realtà industriale) riproponendo una utopia di uguaglianza>>.
La
società americana viveva allora una fase di rapida industrializzazione, ma agli
alti profitti corrispondevano le veementi richieste delle prime organizzazioni
sindacali. Sfruttamento, scioperi, scontri di piazza, cariche, fucilate,
linciaggi e morti ammazzati sono la faccia dimenticata
e rimossa dello sviluppo industriale degli anni ‘20.
L’industria,
se voleva espandersi, aveva bisogno di mano d’opera preferibilmente a basso
costo, meglio se docile, meglio ancora se docilissima ed a bassissimo costo. Si
pone allora la domanda sul perché della chiusura delle frontiere a danno
soprattutto delle popolazione del Sud ed Est europeo. <<Una chiusura...che
andava contro il processo di rafforzamento dell’esercito industriale di
riserva e di manodopera a buon prezzo>>.
Si trattava di importare da paesi e regioni escluse dalla civiltà
industriale l’eccedenza di quelle popolazioni. I suoi rifiuti e gli scarti:
cafoni, sottoproletari, emarginati, devianti, “mafiosi”, “camorristi”.
In più, confusi nella massa e temuti che più mai: socialisti, comunisti,
anarchici. Sacco e Vanzetti.
Il
timore d’un’ ulteriore spinta alla conflittualità sociale si dimostrò
infondato. Le popolazioni immigrate si collocavano ben al di sotto del livello
più basso della gerarchia sociale indigena. Gli stranieri, peggio dei negri,
non avevano diritti, né avrebbero
potuto pretenderli. L’ infima qualità del
lavoro svolto li
differenziava dalla classe operaia. Un fossato incolmabile li separava dalle
istituzioni sindacali.
<<L’altro
motivo...può essere rappresentato dalla realtà esistenziale di quelle
popolazioni , dal giudizio “inappellabile” sul loro sottosviluppo, mentale,
fisico, culturale, economico, che le faceva troppo distanti
(pur all’interno di enormi sacche di povertà) dalla dinamica
esistenziale di quegli anni venti centrati sulla costruzione sociale del
desiderio e del consumo>>
Italiani, greci, russi, spagnoli, cattolici, ortodossi, ebrei
rappresentavano culture europee
“sottosviluppate”, inferiori intellettuamente diverse biologicamente da
quella dominante nella società anglosassone, protestante e liberista. Dunque è
rispetto a questo groviglio di minacce che il processo immigratorio, soprattutto
dall’Est e dal Sud d’Europa andava drasticamente disincentivato.
Ci
siamo soffermati su leggi che ci hanno discriminato per sottolineare analogie e
differenze. L’immigrazione di oggi, come l’emigrazione italiana di ieri, è
provocata dalla eccedenza demografica e dalla povertà nei paesi d’origine e
dalla richiesta di manodopera del paese d’accoglienza. E qui finiscono le
analogie. L’immigrazione di oggi non è giustificata da un ciclo economico in
espansione, ma è sorretta dalla crisi demografica che da tempo travaglia le
società opulente.
Michel
Foucault
ha sostenuto che con la nascita del moderno stato nazionale, l’essenza del
Potere cambia radicalmente. Al diritto della spada, potere del sovrano di
prendere le cose, il lavoro, i corpi la vita stessa dei suoi sudditi, si
sostituisce una forma di potere che si esercita direttamente sulla vita dei
cittadini allontanando da essi la morte. “Biopotere” che in nome della
sopravvivenza della comunità nazionale fa crescere ed alimenta la vita delle
popolazioni. L’ordina, l’amministra, la controlla. Da questo momento in poi
la ricchezza economica e la forza militare dello stato nazionale risiederanno e
si identificheranno nella potenza della sua popolazione, nella crescita
demografica. Questa offrirà insieme ed in abbondanza mano d’opera e carne da
cannone .
Dalla
fine della seconda guerra mondiale fino a quella sorta di spartiacque epocale
che fu lo shock petrolifero conseguente alla guerra del Kippur negli anni ‘70,
le economie delle società occidentali sono cresciute vorticosamente sotto la
spinta di una espansione demografica che assicurò abbondanza di mano d’opera
all’ industria, folle di consumatori al libero mercato e... milioni di corpi
all’immanente olocausto termonucleare.
<<Se
tracciamo un diagramma della crescita della produzione industriale...vediamo che
la curva segna un’ascesa di 40 volte nell’ultimo secolo, ma i due terzi di
questo aumento si verifica negli ultimi 40 anni. Insomma, proprio negli ultimi
40 anni la curva della crescita s’impenna sotto la spinta di una formidabile
accelerazione. Nello stesso periodo si verifica...un’esplosione
demografica...Si verifica dunque uno straordinario aumento del benessere,
concentrato soprattutto nei paesi industriali avanzato e uno straordinario
allungamento della durata della vita>>.
Fino
agli anni ‘70 l’Italia ha vissuto godendo dei benefici del “miracolo
economico” ed, in quello stesso periodo, dalla convergenza tra
socialdemocrazia, cattolicesimo avanzato e neocapitalismo nasce lo stato
sociale. Questo verrà fondato, non senza difficoltà e conflitti, sui tre
classici pilastri della istruzione pubblica, del sistema sanitario e della
previdenza sociale.
La
pace sociale sembrò allora stabilmente assicurata grazie ad una forma
d’intervento pubblico che ridistribuiva ricchezza e garantiva alle classi più
svantaggiate: il diritto allo studio, alla salute ed ad una decorosa vecchiaia.
Questo per dire che, nella prospettiva solidaristica del
welfare
state, gli immigrati si vedono riconosciuto il diritto alla salute, al pari
degli altri diritti elementari, per una sorta d’automatismo implicito nei
fondamenti etici dello stato sociale. Il problema sarà allora per noi
semplicemente quello di trovare le forme giuridiche che consentano di estendere
agli uguali di altre nazioni, una parte dei nostri diritti di cittadinanza.
Operazione tutt’altro che facile visto che le vicende della politica interna
ed internazionale stanno risollevando
pregiudizi
religiosi, etnici e razziali. Credenze che la Modernità s’era illusa d’aver
distrutto e che oggi, pubblicamente condannati, si sommano ad un pericolo che
viene da altre parti.
Da
circa 30 anni le economie opulente sono entrate in una fase che alterna periodi
espansivi. più o meno gonfiati dalle alchimie monetarie, a fasi di
rallentamento, stagnazione, recessione. Dietro l’altalena dell’economia si
intravede lo spettro della crisi demografica. Le società a sviluppo cosiddetto
“avanzato” sono invecchiate.
Nelle regioni italiane più industrializzate, i tassi di natalità da tempo
viaggiano al di sotto della soglia
del 2.1 figli per coppia che assicura il solo ricambio generazionale. La
popolazione italiana, dal 2010 in poi, entrerà in aperta recessione demografica con un deficit, stimato per il
2025, di 6 milioni di persone tra 0 e 19 anni. Al calo
dei giovani corrisponderà l’incremento
delle persone con età maggiore di 60 anni, che passeranno dai 6 milioni
del 1955 ai 16 milioni nel 2025.
Il
modello economico vigente che avvita pace sociale e benessere economico al
maggiore consumo e questo alla crescita della produzione industriale e questa al
maggiore salario e/o alla maggiore occupazione è minacciato anche al suo
interno perché mancano e mancheranno operai e consumatori. Al loro posto una
massa crescente di pensionati .“Vecchi” improduttivi di cui la società del
benessere non sa che farsene.
Vecchi
cronicamente malati, spesso affetti da disabilità d’ogni ordine e grado che
avrebbero dovuto essere soccorsi da forme d’assistenza domiciliare sparse nel
territorio. Modelli da tempo teorizzati ed auspicati ma che sono rimasti tra le
buone intenzioni per il semplice motivo che aggiungere un altro capitolo a quelli della
spesa farmaceutica, ospedaliera e della medicina di base è impossibile. Vecchi
che oggi sono assistiti da “badanti” provenienti dal “terzo mondo”.
Soluzione del tutto coerente con l’espressione “terza età” che ciò che
dice signi-fica: << la vecchiaia è una specie di terzo mondo>>.
Negli
Usa, il sistema sanitario a finanziamento federale “Medicare” .finalizzato
all’assistenza degli anziani, è destinato a soccombere di fronte al crescere
delle richieste. Questo per quanto parsimonioso sia il livello quantitativo e
qualitativo dell’assistenza prestata. Le stesse previsioni sono state fatte
per i sistemi pubblici ad impronta solidaristica. Dare tutto a tutti, si
argomenta, sarà sempre più difficile. Bisogna
razionalizzare, razionare, se si vuol evitare di dare poco o niente a
tutti. <<In alcuni paesi, la solidità finanziaria dei programmi di
assistenza per anziani è già incrinata. A livello generale, i problemi più
gravi si presenteranno subito dopo il 2010, quando la generazione dei figli
dell’esplosione demografica degli anni ‘50 avrà raggiunto l’età della
pensione>>.
Gli
immigrati servono al sistema
Italia. Già svolgono un ruolo chiave e del tutto trascurato nell’assistenza
agli anziani. Ma ancor di più sono necessari all’industria nazionale se
questa vuole espandersi. Anzi. Gli immigrati sono indispensabili all’industria
anche nel caso che essa voglia sopravvivere alle sfide del mercato globale
accontentandosi di mantenersi in instabile equilibrio sul ciglio del burrone…
globale.
La
guerra economica che passa sotto la rasserenante etichetta di “mercato
globale” non sta portando
ricchezza globale, ma sta elevando i tassi di povertà un po' dovunque,
disseminando l’occidente di disoccupati-morti. La quadratura del cerchio
invocata da Dahrendorf,
già problematica di per sé, diviene del
tutto impossibile se ad essa si aggiunge che da tempo le società occidentali
vivono in un’ubriacatura liberista di quelle autenticamente tossiche. Non c’è
economista, capo di governo, ministro, politico, industriale che non ci
rassicuri sull’efficacia prodigiosa della mano provvidenziale del libero
mercato per quanto riguarda sviluppo, crescita, posti di lavoro, costo della
vita... Vi risulta? O già vi affidate alla divina provvidenza?
Non
solo si pretende di guidare la complessa economia globale adottando, più o
meno, il liberismo classico di Adam Smith; vale a dire: rispolverando a qualche
secolo di distanza, come se nulla fosse successo, i criteri ed le forme di un
liberismo coerente con lo sviluppo del neonato sistema industriale di allora. Si
pretende anche di trasferire nella sanità pubblica il modello liberista, e ciò
a dispetto del fatto che il sistema sanitario non deve produrre “beni di
scambio”, ma “beni d’uso”: servizi e prestazioni che non hanno valore di
mercato ma valore d’uso per i cittadini.
Questi striscianti orientamenti rendono attuali le critiche che nel 1907 George
Bernard Shaw indirizzò al libero mercato in medicina: << Non è colpa dei
dottori, se il servizio medico nella comunità è, nella sua organizzazione
attuale, un assurdo criminale. Che una nazione ragionevole, avendo osservato che
ci si può procurare il pane offrendo un interesse economico ai fornai che ce lo
fabbricano, seguiti ad offrire a un chirurgo un interesse per le gambe che ci
amputa, è quanto basta per farci disperare dell’umanità politica>>.
L’umanità
politica non afferma che il diritto alla salute è secondario all’interesse
del chirurgo. Giura che vorrà rendere l’assistenza
migliore ed infatti la
renderà tale nel senso
“migliore” dell’economia
.
La
trasformazione della sanità pubblica è
in
atto dal tempo del ministro De Lorenzo, che per controllare la spesa ospedaliera
introdusse all’ interno adel sistema la forma inapparente e di gran lunga più
efficace del cambiamento burocratico- amministrativo. L’introduzione di
criteri di libero mercato nella sanità pubblica: la concorrenza tra gli
ospedali, la gestione ospedaliera con criteri aziendali, il miglioramento
dell’efficienza interna dei servizi, il controllo implicito delle spese
attraverso il sistema del pagamento della prestazioni ospedaliere secondo
diagnosi e cure, avrebbero provvidenzialmente arginato le spese e migliorato la
qualità delle prestazioni offerte a pazienti promossi al rango, poco
convincente, di “clienti”.
Gli
esiti di queste razionalizzazioni non sono ancora ben conosciuti, ma, visto che
nessun economista sanitario li ostenta, si può supporre che abbiano prodotto
risparmi di gran lunga inferiori alle attese. Oggi infatti l’umanità politica
annunzia rimedi ben più radicali.
Nel
1990 la Commissione per la Sanità nominata dal governo olandese,
respinse le opzioni liberiste e le forme di razionamento implicito ed
affermò che il miglior modo di salvaguardare la realizzazione di nozioni
morali come l’uguale acceso e la solidarietà nella futura pratica della sanità,
consisteva in un processo democratico che permettesse di scegliere tra quello
che è più importante nella cura della salute e quello che lo è di meno o non
lo è affatto.
Lo stato avrebbe dovuto darsi condivise liste di priorità che selezionassero
tra tutte le patologie diffuse nella popolazione quelle che, per la loro
rilevanza epidemiologica e sociale, dovessero essere certamente e
prioritariamente offerte gratuitamente a tutti dal sistema pubblico. La
Commisione, preso atto che il progresso ed il rinnovo delle biotecnologie aveva
sempre dilatato le spese ospedalire, ma non sempre messo a disposizione cure
autenticamente efficaci, ritenne che <<lo sviluppo di alcune tecnologie
debba essere soggetto a restrizioni quando tali tecnologie siano considerate
indesiderabili da un punto di vista sociale. Il denaro pubblico potrebbe quanto
meno essere impiegato per risolvere problemi più importanti >>.
Consapevole delle difficoltà di operare eque scelte in sanità la Commissione
raccomandò: << il Governo incoraggi
ampi dibattiti pubblici sulle scelte nell’assistenza sanitaria. La
Commissione è convinta che tali dibattiti creerebbero un consenso sociale,
auspicabile nel prendere le decisioni politiche>>.
A
tutt’oggi solo pochi paesi (Oregon, Nuova Zelanda, Canada, Svezia, Olanda) si
sono incamminati lungo la difficile strada
dalle liste di priorità,.
Nel frattempo il fantasma dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) s’aggira
silenzioso nei sotterranei del Sistema Sanitario Nazionale (SSN).
I
LEA stabiliscono indirettamente quali siano, tra tutte le patologie, quelle che
lo SSN deve contrastare per mezzo
della definizione del “livello” di prestazioni sanitarie che lo SSN dovrà
fornire agli aventi diritto. Prescindento da troppo facili ironie circa il
carattere democratico del processo decisionale, ci preme mettere in evidenza
un’altra questione che pure attiene alla democrazia.
Nella
prospettiva di uno stato federale, in cui i governi regionali assumono ogni
potere in materia di politica sanitaria c’è da attendersi: o LEA differenti
tra le regioni con conseguente esasperazione dell’emigrazione sanitaria verso
le regioni che offrono LEA più generosi, e quindi per le regioni più povere
sempre crescenti deficit di bilancio con aumento per i cittadini della
tassazione diretta od indiretta. Oppure, una sorta di accordo tra gentiluomini,
un cartello tra le regioni che porti su tutto il territorio nazionale i LEA al
livello più basso: quello economicamente sostenibile dalle regioni più povere
e quindi più vantaggioso e risparmioso per quelle più ricche.
Diretta
emanazione dei LEA sono le Linee Guida (LG). Queste, dirette ai medici delle
aziende ospedaliere, stabiliscono tra le tante opzioni tecniche che il progresso
scientifico mette a disposizione nella cura di una singola patologia quale sia
la migliore da adottarsi da parte del medico
e da proporre (od imporre?)
al paziente. E’ auspicabile che il processo decisionale faccia giustizia delle
tante e costose cure futili e che privilegi le opzioni più accreditate sul
piano scientifico. Ma poiché il
conflitto d’interessi in medicina
ha fatto sì che le soluzioni tecnicamente migliori per i medici siano quelle più
costose per le aziende ed anche quelle più remunerative
per l’industria c’è da temere che il processo decisionale che porta
alle LG, del tutto sordo alla voce dei cittadini
ed ai bisogni dei malati, tenga conto delle esigenze economiche dei
direttori d’azienda, delle (deboli) ragioni dei medici e degli interessi
(forti) degli industriali.
In
conclusione lo SSN traballa vistosamente ma silenziosamente sotto l’attacco
della mano provvidenziale e della riforma (non) costituzionale cosiddetta
“federalista”. C’è da domandarsi, infatti, se la privatizzazione di gran
parte del sistema vigente non sia il fine di tutta la manovra. Sembra, infatti,
ragionevole prevedere un effetto di “scrematura del latte” sull’utenza. I
malati, in funzione di ciò che si potranno permettere, ricorrerrano
massicciamente alle strutture private che forniranno a pagamento quello che lo
stato negherà negli ospedali, con ciò trasformandosi, loro stessi, da utenti
in boia del SSN. Una significativa parte dell’umanità politica nostrana non
propone un modello di riferimento su cui discutere, ma ha un chiodo fisso nel
cervello. Il chiodo a cui s’aspira e che ispira quest’umanità
s’identifica nel peggior sistema sanitario del mondo occidentale. Quel sistema
assicurativo e privatistico statunitense, che con l’esclusione da ogni
forma d’assistenza di 40 milioni di cittadini, provvidenzialmente mette
d’accordo l’interesse del chirurgo con i maggiori guadagni degli
assicuratori e degli industriali, scaricando sulla società i più elevati costi
di gestione, la peggiore efficacia in termini di protezione della salute
collettiva e la maggiore iniquità possibile.
In
conclusione: Il diritto alla salute degli immigrati è a rischio, perché prima
sono a rischio i diritti elementari di noi
indigeni. Ne viene di conseguenza che la lotta per i diritti degli
immigrati è la lotta per i diritti di tutte le classi che sfortunatamente non
possono definirsi miliardarie.
La
medicina scientifica davanti alla sfida del multiculturismo e del pluralismo
terapeutico
Il
diritto alla salute in una società solidale e multietnica non si esaurisce
garantendo agli immigrati l’accesso al sistema sanitario. Un altro aspetto,
non meno importante, è dato dal fatto che queste persone ci sono culturalmente
straniere e noi siamo per loro estranei culturali. Sofferenza, generazione,
salute, malattia, vita e morte hanno significato e valore diversi tra gli uomini
perché riverberano culture differenti. Inoltre, ogni uomo fonda e identifica la
propria individualità personale nella cultura in cui è nato ed in cui è
cresciuto. I valori, le credenze, i simboli della società d’appartenenza e
quanto altro va sotto il nome di cultura, sono la sua morale, le sue credenze, i
suoi simboli, la sua identità. Il problema, per ciò che è in gioco in
medicina è trovare una piattaforma addirittura antropologica prima che etica su
cui iniziare a costruire una pacifica convivenza.
Nel
periodo del colonialismo europeo, medici ed istituzioni mediche hanno preceduto
gli eserciti dei conquistatori. Tramontato, almeno formalmente quella forma
d’imperialismo, la nostra scienza medica è rimasta egemone ed è rimasto
imperialismo sanitario. Ma con l’offerta e per mezzo della nostra
“superiore” capacità curativa, noi trasferiamo agli altri non solo la
nostre rappresentazione del corpo, della salute e della malattia ma anche i
nostri valori in ambito morale. In tempi di postmodernità questa forma
d’universalismo rischia di sfociare nell’intolleranza. Atteggiamento già
poco conveniente all’interno di una cultura come la nostra, profondamente
divisa su eutanasia, fecondazione assistita, allocazione delle risorse in sanità,
ingegneria genetica… Se facciamo nostro il relativismo culturale assumeremo un
atteggiamento tollerante, ma arriveremo anche alla conclusione che tutte le
pratiche mediche e tutte le prospettive etiche sono tra loro equivalenti. Ma se
tutte medicine e tutte le etiche hanno diritto di cittadinanza perché nessuna
è migliore dell’altra, si scivola in quella notte postmoderna nella quale
tutti i dottori insieme coi filosofi appaiono tutti neri come i gatti.
E’
del tutto condivisibile lo sforzo del Comitato Nazionale di Bioetica
(CNB)
che propone una <<bioetica interculturale, meta culturale,
transculturale>> che <<intenda individuare alcuni valori e diritti
irrinunciabili che consentano di delineare un criterio comune di riferimento>>.
Preso atto delle buone intenzioni (che notoriamente lastricano le vie
dell’inferno), il CNB riesce nell’impresa?
Al
multiculturalismo che il CNB considera prossimo se non equivalente al
relativismo culturale, vengono opposti <<limiti che incarnano non solo i
valori della cultura occidentale ma che attengono ai valori naturali dell’uomo
che il diritto è chiamato a riconoscere e a tradurre positivamente nelle
diverse culture>>.
A
questo punto un polemico induista potrebbe domandare: << di che natura
sono i valori naturali? A quale natura si fa riferimento come fonte dei valori?
Esiste una natura naturale, tanto naturale da poter essere “universale”?
Quale diritto ( romano, canonico, anglosassone, islamico…) dovrebbe, in
concreto, tradurre positivamente i diritti “naturali” ammesso che questi si
possano dare>> Potrebbe inoltre, il nostro induista accusare CNB, quanto
meno di etnocentrismo. Obietterebbe che il CNB in quanto organo consultivo del
governo italiano, composto da persone che rappresentano solo le componenti
cosiddette “laiche” e “cattoliche” della cultura indigena, non può
esprimere altro che i valori d’una cultura locale, che, prima si presenta
unitaria, poi si autopromuove a rappresentante di tutta cultura occidentale e,
poi ancora, si eleva arbitrariamente nella stratosfera universale dell’
interculturale, metaculturale, transculturale.
Ma
quali valori metaculturali il CNB oppone al relativismo sanitario? Il più
importante e meritevole di attenzione è il valore “Scienza” che dovrebbe
limitare la diffusione nel nostro paese delle <<forme non convenzionali di
cura della salute, definite come quelle né insegnate nelle scuole di medicina,
né generalmente disponibili negli ospedali>>,
forme che comunemente vengono chiamate
medicine non scientifiche, alternative, non convenzionali.
Il
CNB si esprime a favore di un sistema sanitario che fornisca pratiche mediche
suffragate da prove scientifiche di efficacia. Il CNB opera una scelta di campo,
e sono d’accordo sul fatto che dovesse scegliere e dovesse scegliere in questo
modo. Ma per onestà intellettuale dobbiamo essere consapevoli che il CNB non si
è espresso in termini interculturali. Anzi, la scelta operata la si potrebbe
definire apertamente etnocentrica.
Il
problema non è risolto. Se da un lato quella forma di conoscenza che chiamiamo
“Scienza” è un prodotto esclusivo della cultura occidentale, dall’altro,
solo le pratiche allopatiche della medicina occidentale, in quanto scientifiche,
possono essere sottoposte alle sue prove scientifiche d’efficacia. Se già è
impossibile ridurre alle misure del metodo sperimentale, le qualità
infinitesimali della medicina omeopatica che pure condivide il paradigma
scientifico della medicina allopatica; con quale metodo potranno essere
positivamente misurati e valutati le azioni e gli effetti di medicine come
quella cinese od ayurvedica che tradizionalmente ignorano il paradigma
meccanicistico e determinista della nostra Scienza?
Le
prove scientifiche d’efficacia che già sbarrano le porte alla omeopatia
chiudono anche a forme di medicina che hanno alle spalle grandiose e
rispettabilissime tradizioni culturali e che, tra l’altro, negli ambiti
culturali d’appartenenza sono ritenute efficaci quanto se non più della
nostra.
Il
pre-giudizio operante è quello tipico della medicina scientifica occidentale
che in ultimo si rappresenta il corpo come una macchina e la vita come un mero
processo chimico-fisico e che divide questi “oggetti” nelle categorie del
patologico e del fisiologico secondo i criteri oggettivi del suo codice
linguistico. Scienza che, per questo stesso motivo, ha escluso ed esclude dalla
propria prospettiva culturale il significato soggettivo che la sofferenza ha
nell’esistenza di una persona malata, e le non meno importanti e le non meno
relative rappresentazioni del corpo, della salute, della malattia, della vita e
della morte come elaborate da culture diverse dalla nostra.
Il
pregiudizio etnocentrico traspare quando s’afferma che è bene evitare
<<il diffondersi di iniziative curative tradizionali intraprese da
guaritori improvvisati o in ambienti igienicamente impropri e pericolosamente
inquinanti>>, poichè il CNB sembra individuare nelle arretrate
popolazioni immigrate gli sciamani e gli stregoni che veicolando altre forme di
cura, minaccia di contagiare gli italiani come per magia imitativa.
Se
questa è la preoccupazione, gli studi sull’argomento , almeno al momento, non
la giustificano, anzi. Se il ricorso alle medicine alternative è assunto come
indice di un livello mentale e culturale di tipo primitivo, il CNB ha altre cose
su cui meditare.
Nel
solo 1990 il 34% dei bianchi adulti
della middle-class americana, sono ricorsi almeno una volta a trattamenti non
ortodossi per un totale di 425 milioni di visite, quasi il 50% di tutte le
visite, presso non meglio definiti “alternative
health care providers”.
Negli stessi anni almeno il 25% degli Europei s’affidava a cure
alternative, che, in Italia, trovavano
minore fiducia tra il pubblico.
Indagini recenti ci dicono che in Italia, le persone che si rivolgono alla
medicina alternativa sono raddoppiate in dieci anni, interessando il fenomeno il
16% della popolazione. L’altra medicina, dunque, anche nel nostro paese
compete in modo quasi paritario con quella ufficiale.
Queste statistiche hanno misurato ciò che possono misurare; nulla ci dicono
della clamorosa espansione di un tipo di “medicina” che s’immaginava
abbandonata. Che dire della folle italiche che si recano in pellegrinaggio dai
nostrani guaritori magici?
Se
si presta attenzione a quanto accade nell’ambito della nostra medicina
scientifica l’intera questione apparirà molto più complessa ed articolata.
Il
grande sogno di C.Bernard era quello di arrivare, col metodo sperimentale, a
teorie oggettive ed impersonali, condivise, universalmente valide nella comunità
scientifica. Contrariamente alle aspettative il metodo ha prodotto anche
pluralismo scientifico, perché ogni ricercatore inforcati i suoi occhialini
rosa, dà alle evidenze sperimentale una sua rosea interpretazione.
Nel
deprecabile matrimonio tra industria ed accademia, il progresso biotecnologico
ha generato poi una forma molto particolare e peggiore di pluralismo
scientifico. Oggi infatti una data patologia può essere aggredita spesso con
interventi terapeutici tra loro differenti. Bene, direte voi. Bene, se non fosse
che non tutte le terapie che la scienza ufficiale dichiara “scientifiche”
sopravvivono poi alle verifiche della medicina basata su prove d’efficacia.
Allora, in cosa e perché la “scienza” di una certa medicina che diffonde
cure inefficaci sarebbe diversa dalla “magia” della inefficace medicina
alternativa?
Nel
caso Di Bella, poi, un “eretico” al di fuori del circuito della scienza
ufficiale, ha proposto una terapia anticancro alternativa, basata principalmente
su un presidio ben noto, ma in commercio a costi elevati e con indicazioni
scientifiche del tutto diverse.
E’
interessante notare che il valore “scienza”, come non ha fermato e non
fermerà la pioggia dei farmaci inutili nei nostri ospedali, allo stesso modo,
ma per ragioni diverse, non ha fermato l’eretico Di Bella e non fermerà i Di
Bella prossimi venturi. Il medico modenese, infatti, per quanto isolato dalla
comunità scientifica e condannato dall’ordine dei medici, ha sfondato tra la
gente perché s’è presentato nei panni umani del vecchio, buono e saggio
medico d’altri tempi, e come conseguenza si è ritrovato a fianco una parte
massiccia dell’opinione pubblica, dei mass media, dei medici, dei pazienti,
dell’umanità politica e della magistratura.
<<Se,
infatti, si cita prevalentemente la cultura cattolica come esempio di
fondamentalismo etico... il caso Di Bella ha mostrato con tutta evidenza come
possa essere altrettanto intollerante anche una certa cultura laica... lo
scontro tra la medicina ufficiale ed il fisiologo modenese, ha assunto tutte le
caratteristiche di una vera e propria guerra di religione. E il mondo
scientifico ha rappresentato la parte dell’ortodossia, che messa in
discussione e in crisi, reagisce in modo intollerante con anatemi e
scomuniche>>.
A
dispetto della “Scienza”, il relativismo
avanza sotto la bandiera tricolore della più assoluta libertà di cura.
Nasce all’interno e non ha troppo senso chiudere alle altre forme di cura
delle malattie. Infatti mentre i cosiddetti “selvaggi” pregano per poter
accedere ai benefici della nostra medicina , i civilissimi occidentali esigono
pratiche mediche alternative, diverse, dolci... umane.
Sulla
possibile pretesa di un immigrato di ricevere prestazioni non scientifiche in
una struttura sanitaria, il documento del CNB così si esprime:
<<Nell’ambito dell’accesso alle strutture sanitarie e ai singoli
medici va considerata la possibile pretesa (già presente in non trascurabile
misura e apportatrice di tendenze imitative) di ricevere terapie non
convenzionali (estranee alla medicina ufficiale); si tratta di un’aspettativa
che non può essere ignorata o respinta, ma tenuta presente come problema e
momento di riflessione... E’ necessario conoscere e far conoscere i
fondamentali presupposti scientifico-tecnici che debbono sempre garantire la
scelta e la erogazione dei mezzi diagnostico terapeutici. Ad essi il medico è
tenuto ad ispirarsi in forza di precise norme deontologiche”.
Tuttavia,
l’ art. 13 del codice deontologico sembra diretto non verso i dottori indiani
o cinesi, che per noi non sono “medici”, ma verso certi dottori nostrani. Di
Bella docet.
L’articolo
13 rispetta l’autonomia decisionale di un medico che è però ambiguamente
costretto ad attenersi alle prescrizioni normative della medicina ufficiale. Le
pratiche eretiche gli sono consentite ma poste sotto la sua diretta
responsabilità personale (civile e penale). Il medico viene avvertito del fatto
che: <<qualsiasi terapia non convenzionale non deve sottrarre il cittadino
a specifici trattamenti di comprovata efficacia previo consenso>>.
Che
la norma sia ad uso interno ci è suggerito dall’esempio che vi proponiamo. Se
un paziente indiano richiedesse una specifica terapia
ayurvedica andrebbe dal suo dottore ayurvedico. Infatti, se si rivolgesse
ad un medico di un nostro ospedale, dovrebbe trovare un medico “scientifico”
che conoscesse la medicina ayurvedica e fosse in grado di praticarla. Posto che
trovasse un tale dottore, questi non avrebbe l’obbligo morale di fornire la
prestazione richiesta se la ritenesse, in scienza e coscienza, inefficace o
pericolosa. Ma quel medico, ancorché scientifico, non può imporre le terapie
ufficiali. Il nostro indiano al pari dell’indigeno se da un lato non deve
essere sottratto a specifici trattamenti
di comprovata efficacia dall’ altro ha il diritto di rifiutarli e di ricorrere
al medico ed al farmaco che più gli va bene.
Conclusione
Siamo
tutti d’accordo sul fatto che ognuno può scegliere il medico che preferisce
ed è libero di curarsi come gli pare, ma il diritto alla salute obbliga la
comunità a pagare tutti i conti? A nostro avviso la risposta è: no. Lo SSN ha
l’obbligo morale di fornire terapie efficaci di comprovata efficacia
scientifica, ma poiché la scientificità di un farmaco o d’una tecnologia è
giudizio di cui è padrona solo la Scienza, le istituzioni scientifiche sono le
prime a dover ritrovare la propria morale. Ma non basta.
Il
valore Scienza non può essere imposto a chi non condivide la nostra idea di
Scienza. Piaccia o no ai positivisti, il concetto ed il bisogno di salute si
sono ampliati e diversificati nel seno stesso delle società avanzate.
L’affermarsi delle medicine alternative nasce dalla crescente sfiducia della
gente verso una pratica tecnologica a cui non si nega (ancora) l’efficacia, ma
che è sempre più percepita come arida, fredda, disumana. L’omeopatia
occidentale e le medicine orientali hanno successo perché il pubblico trova in
essa quel discorso tra persone umane che la medicina scientifica ha da tempo
smarrito.
Per
questi motivi qualche altro conto, prima o poi, bisognerà pagarlo. Mentre in
Inghilterra, Francia, e Germania i farmaci omeopatici sono già inseriti nei
prontuari e rimborsati in parte o del tutto, in Italia la proposta di legge
Galletti che fa riferimento ad agopuntura, fitoterapia, omeopatia, medicina
antroposofica, medicine orientali si è persa nei meandri del parlamento.