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ALLOCAZIONE DELLE RISORSE SANITARIE IN UNA SOCIETA’ MULTICULTURALE

 

Francesco Esposito e Felicia Accardo

(lezione tenuta nell'ambito del X corso di perfezionamento in Bioetica: "Introduzione alla Bioetica")

 

PREMESSA

L’ Economia e le ricadute disciplinari

 

La riduzione a disciplina consente, quando la percezioni del sapere allarga i suoi orizzonti, di concentrare lo studio dei fenomeni, trasponendoli dal livello molecolare al livello atomico. E’ un’azione di razionalizzazione del comportamento analitico la cui efficacia ha mostrato i suoi effetti. Quando, però, l’uso specialistico della disciplina ha prodotto i suoi  risultati, si rende spesso necessario riportare gli effetti degli studi atomici al contesto molecolare. Ciò accade soprattutto qualora i risultati ottenuti debbano essere oggetto di scelte, di decisioni, di interventi.

Gli interventi nel campo delle politiche economiche necessitano di una visione degli insiemi atomici che costituiscono la base,  cioè il contesto sociale ove tali scelte, tali decisioni, intervengono ed attivano una  modifica della base stessa.

Quando argomentiamo di sistemi sanitari o di tutela della salute, parliamo di modelli, di tecniche, di risorse implicabili o implicate, di aspetti giuridico-formali, di attese, di bisogni, di soddisfazione, ecc., parliamo, insomma, di un fenomeno e delle scelte umane ad esso correlate.

Nel Fare salute richiamiamo, più o meno consapevolmente, diverse discipline. Lo facciamo quando vogliamo comprendere che cosa sia il fenomeno salute  e cosa s’intende per ripristino di livello o di cosa s’intende per benessere, vita o morte (filosofia); lo facciamo quando valutiamo la coerenza o meno dei sistemi di produzione, nonché la compatibilità delle scelte al contesto umano ( Economia Politica ); lo facciamo, ancora, quando riflettiamo sul contesto e i suoi bisogni, nonché gli effetti e la loro percezione ( sociologia – economica o sanitaria ); lo facciamo quando dobbiamo scegliere l’allocazione delle risorse e gli interventi ( Politica Economica ).

Non sono le uniche discipline in gioco, ne esistono di innumerevoli ognuna delle quali si assume il compito di analizzare l’aspetto atomico del problema ed occorre, quindi, un momento finale di sintesi, sintesi riassumibile nell’azione delle public policy  che nel nostro Paese sono configurabili con la Norma , espressione delle scelte della rappresentanza indiretta della volontà popolare e dell’etica contestualizzata.

In questa sede occorre aprire un confronto, un dialogo sul rapporto insistente, o presunto tale, tra la disponibilità delle risorse, allocate od allocabili, nel sistema di produzione dei servizi sanitari  e la presumibile, o presunta, variabilità che tale allocazione avrebbe ( rispetto alle esigenze di diversificazione delle modalità di produzione del servizio sanitario o sociosanitario) con la presenza nella nostra società di differenti modelli culturali.

E’ in relazione a tale compito, cercando di visualizzare il fenomeno sotto l’aspetto economicistico (1), che affronteremo l’argomento cercando di rispondere innanzitutto ad una domanda: Cosa intendiamo per multiculturalità qualora argomentiamo di politiche sanitarie?

 

DENTRO LA QUESTIONE

Cultura e risorse

 

I – IL SENSO DI APPARTENENZA

     Il diritto di cittadinanza originario ( lo Stato/Nazione), la razza.

     La presenza immigratoria.

 

Quando una collettività organizzata può definirsi multiculturale? Quando, di norma, in essa si riconoscono individui o gruppi che rappresentano comportamenti, credi, una concezione della vita e dell’esistere diverso l’uno dall’altro. Il termine multiculturale  viene evidenziato, enfatizzato, qualora le culture insistono su di un territorio ( uno spazio geografico ), nel quale la collettività organizzata si riconosce, dando origine alla considerazione di un ceppo originario il cui senso comune di appartenenza ha forgiato un sistema di comuni intenti, provocando la nascita di un modello culturale condiviso dagli appartenenti al gruppo stesso. La multiculturalità, quindi, è diversità e, una società multiculturale, è una collettività culturalmente organizzata che riconosce, o quantomeno tollera, la presenza di modelli esistenziali diversi dal ceppo costitutivo.

Da qui il linguaggio analitico individua l’etnicità  quale strumento di identificazione creato da un’azione sociale (2 ).

Quindi, una prima visione della multiculturalità può essere indotta dal concetto di etnicità, ovverosia, dalla presenza su di un territorio, lo Stato/Nazione, di soggetti diversi dal ceppo originario. Ma la diversità etnica può essere conservata dal gruppo culturalmente originario anche nel tempo. Con ciò s’intende rilevare che qualora in uno Stato/Nazione insistono soggetti, o gruppi, che seguono religioni che legano l’appartenenza ad aspetti genetici ( razza) (3)o a soggetti, che pur se nati in tale stato nazione, anche se annoverano la presenza nello stesso di antenati , vengano considerati etnicamente legati alle origini degli antenati stessi (4 ).

Il principio dello Stato/Nazione, correlato con il concetto di ceppo originario (etnicismo) spesso determina l’evidenza dell’esistenza delle minoranze in base alle quali si dà una interpretazione della differenza per gli aspetti etnici, religiosi, sessuali, storici o mitici.

Il multiculturalismo diventa un enigma, il quale pone la questione su come possiamo stabilire una condizione di giustizia e di eguaglianza tra le parti. Coloro che credono in una cultura nazionale unificata, quelli che legano la loro cultura all’identità culturale etnica. Per risolvere l’enigma, bisogna ripensare il significato di nazionalità o Stato/Nazione, identità etnica o appartenenza etnica come base di cultura (5).

Il fenomeno palesemente legato al concetto di etnicismo è l’immigrazione (6 ).

Alla fine del 2000 i cittadini stranieri in Italia, registrati come titolari di permesso di soggiorno, risultano 1.338.153. tenendo conto dei permessi validi, ma non ancora registrati, e dei minori iscritti nei permessi di soggiorno dei genitori, si arriva prudenzialmente alla stima di un totale di 1.687.000 soggiornati stranieri (7).

L’incidenza della popolazione straniera su quella italiana, quindi, è attualmente del 4,2 %, un punto in meno rispetto alla media europea. Il 1.600.000 circa di stranieri regolarmente presenti in Italia, e quindi iscrivibili all’anagrafe del SSN, dovrebbero impiegare circa 1500 Medici di Medicina Generale giacchè nel nostro Paese viene incaricato, in media, un medico per ogni 1000 abitanti (8).

Gli immigrati rappresentano una risorsa inestimabile come manodopera a buon prezzo e disponibile anche ai lavori più pericolosi, senza tutele né garanzie.

Dallo schiavismo, passando per il colonialismo e arrivando alle ultime leggi sull’immigrazione, gli immigrati si ritrovano sempre oggetto di sfruttamento nel campo lavorativo.

Nonostante la complessità della situazione sembri non offrire vie d’uscita, si profila in maniera chiara  sempre più un bivio tra l’esasperazione di un modello basato sul potere economico di pochi su molti e la ricostruzione di una società multiforme fondata su valori comuni alle varie culture, nelle direzione di un mondo umano universale. (Universalismo – Relativismo culturale)

Dai dati emersi dalla Commissione antimafia e del Comitato Schengen del 28.02.01 si rileva che i nuovi schiavi, soprattutto donne e bambini, sono circa 200 milioni nel mondo. Un fenomeno che vede coinvolte direttamente le organizzazioni mafiose e che ha un  fatturato annuo stimato tra i 7 e i 13 miliardi di dollari. Un business, definito “promettente”, visto che aumenta ad un tasso  del 40-50% l’anno, molto più velocemente della droga. L’Italia è al primo posto in Europa. E’ al centro di questo commercio, considerando il fatto che la schiavitù moderna è strettamente collegata con “l’immigrazione clandestina”. La condizione di clandestino sembra un’ovvietà, invece dipende dalle leggi restrittive e miopi dei governi;la chiusura delle frontiere, attivata fortemente dal trattato di Schengen, non permette non solo l’ingresso ma neanche la regolarizzazione di immigrati  che già vivono nel nostro paese,  che essendo  entrati  senza visto sono automaticamente considerati clandestini ( cioè da espellere) e quindi, pur conducendo una vita “normale”, non possono in nessun modo regolarizzarsi.Il desiderio di continuare la vita iniziata nel Paese scelto per migliorare le proprie condizioni li relega ad una condizione di ricattabilità e quindi di schiavi, non solo di chi li ha fatti entrare clandestinamente ma, semmai fossero riusciti a liberarsene, schiavi di chi gli offre un lavoro o di chi gli dà un alloggio.

Configurando, quindi, questo fenomeno in una “emergenza strutturale” i governi nazionali e sovranazionali si sono adoperati ,attraverso l’istituto legislativo, a contenere per lo più i risvolti di ordine e sicurezza sociale, e nell’esercizio della retorica per quanto concerne i proclami di integrazione multiculturale (e non interculturale).

A livello mondiale: La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Carta della Convenzione internazionale per i diritti dei lavoratori emigranti, Convenzioni del Consiglio d’Europa; convenzione sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale del 5 febbraio 1992.

A livello comunitario:Trattato di Maastricht, Schengen, Amsterdam, Convenzione di Dublino, Risoluzione sul rispetto dei diritti umani nell’Unione Europea del Parlamento Europeo (1996); Costituzione della Repubblica Italiana: art.2,3,8,10,13,15,24,32,35,36 38,51.

A livello italiano: Legge 6 marzo  1998 n.40, Decreto Presidenza del Consiglio 16 ottobre 1998 n.286, Decreto Presidente della Repubblica n.215 del 5 agosto 1998, Legge 5 febbraio 1992 n.91 e relativi regolamenti di esecuzione, introdotti con d.p.r. del 12 ottobre 1993, n.572 e d.p.r. 18 aprile 1994, n.362 sulla cittadinanza italiana, sentenza della Corte Costituzionale n.454 del 30 dicembre 1998., Legge Bossi-Fini 2003.

 

La presenza degli stranieri in Italia, come detto, è vincolata solo alla necessità di forza lavoro per gli industriali: tipi di lavoro ormai rifiutati dalla maggior parte dei giovani perché ritenuti troppo umili (nonostante l’imperante disoccupazione dei cittadini italiani) e alla maggior flessibilità del lavoratore extracomunitario che, pur di guadagnare qualcosa, accetta anche di essere sottopagato e lavorare in nero con conseguenti tensioni sociali con gli italiani e anche tra gli stessi extracomunitari. Logico, quindi che anche tutti gli altri diritti come alloggio pubblico, la cittadinanza e l’assistenza sanitaria, siano legati all’avere un posto di lavoro o all’iscrizione alle liste di collocamento, per altro spesso negata fino al gennaio 1999 quando è stata pubblicata la sentenza n.454 della Corte Costituzionale. Ai cittadini italiani costretti a farlo, non viene chiesto  altrettanto, né subiscono una conseguente espulsione se sono disoccupati; paradossalmente il dpr 215-98 nella parte terza, articolo2, punto B parla di “Garantire pari opportunità di accesso e tutelare le differenze”.Sul tema della cittadinanza, così come in altri paesi europei, la nostra legge è ancora improntata sul principio dello lus sanguinis”, il diritto del sangue, per il quale la nazionalità dei figli dipende da quella dei genitori piuttosto che sullo lus soli”, “il diritto della terra”, che darebbe diritto alla cittadinanza italiana a chi, comunque, è nato e vive in Italia  anche se l’attuale legge è parecchio avanti in questo senso rispetto a quelle precedenti.

Sul tema del diritto di voto risulta scandalosa la mancata applicazione del capitolo C della convenzione del Consiglio d’Europa, escludendo così gli extracomunitari dalla elezioni per il rinnovo degli enti locali (i cittadini comunitari degli  altri 14 paesi residenti in Italia invece rientrano in questo contesto).

Ci si preoccupa piuttosto di creare una legge per gli italiani all’estero .Il diritto di  voto andrebbe esteso alla possibilità di poter essere eletti nei vari organismi istituzionali del Paese con pari poteri rispetto ai cittadini italiani.

Le varie “Consulte” comunali sono state un bell’esperimento sulla carta ma un fallimento nella realtà: a parte il valore esclusivamente consultivo di questi organismi in realtà non sono tanto  espressione degli interessi extracomunitari residenti quanto invece espressione di quelli degli stessi partiti presenti nei vari consigli comunali.La legge inoltre garantisce l’effettività del diritto allo studio garantita dallo Stato, dalle Regione e dagli enti locali anche mediante l’attivazione di appositi corsi intensivi di lingua italiana. Il problema è che tutto questo rimane clamorosamente sulla carta.

Molti stranieri arrivano in Italia per lavorare o per studiare, essi sono costretti a ritornare nei luoghi di origine, molto spesso, perché non sono a conoscenza dei diritti acquisiti nello Stato ospite, non riuscendo ad orientarsi in una burocrazia che è spaventosa persino per i cittadini italiani. C’è da segnalare poi che la legge sull’immigrazione prevede solo  5 giorni per presentare ricorso  in caso di espulsione, un tempo breve per difendersi perfino per un italiano, durante il quale chi riceve il provvedimento si trova “ospitato” in un centro di detenzione.

Ogni straniero in Italia porta con sé una cultura, tradizioni e a volte una religione diversa che gli impone uno stile di vita diverso da quello italiano.

Un manovale di religione mussulmana deve osservare per 40 giorni ogni anno il digiuno fino all’ora del tramonto, un ebreo festeggia la Pasqua in giorni diversi dai cattolici e il sabato non può lavorare (ma può  farlo di domenica); una donna islamica può aver scelto di non mostrare il suo viso ma per poter lavorare in Italia dovrebbe trasgredire alle regole imposte dalla sua religione?

Sotto il profilo delle risorse disponibili a favore dei nuovi cittadini la quota capitaria, che corrisponde alla rimessa da parte delle amministrazioni interessate di risorsa finanziaria per ogni cittadino residente, è equilibrata rispetto alle esigenze anagrafiche, pertanto, gli stranieri regolari di fatto determinano un incremento del finanziamento reso disponibile a favore delle Aziende Sanitarie Locali per la produzione di Servizi Sanitari. Insiste, comunque, uno scarto tra Sud e Nord Italia in relazione alle differenze di registrazione anagrafica, le quali variano dal 14% del sud al 90% del Nord/ Centro Italia (9).

I termini epidemiologici l’immigrato, generalmente, arriva nel nostro Paese in buona salute. Il tentativo migratorio viene messo in atto da quei soggetti che, per caratteristiche socio-economiche e per condizioni sanitarie, hanno un’alta probabilità di portare a buon fine il progetto migratorio stesso, escludendo in partenza individui che non godono di apparenti buone condizioni di salute. Emerge, quindi, il profilo di un migrante di età giovane adulta, appartenente nel proprio Paese a classi sociali meno svantaggiate con un grado d’istruzione medio – alto. Tuttavia, se in una prima fase l’immigrato può essere particolarmente vulnerabile per le precarie condizioni di vita a cui è sottoposto una volta giunto nel Paese ospite, successivamente la possibilità/capacità di interagire, di accedere ai servizi, di manifestare i propri bisogni di salute e la capacità del Sistema Sanitario del Paese di adattarsi a questa nuova  (10) utenza (11), fa scomparire tale vulnerabilità , o quantomeno diviene pari al livello di vulnerablità del cittadino originario del Paese ospite.

 

Le cause di eventuali malattie, pertanto, sono generate dai fattori qui di seguito riportati:

1.                                dalla gravosità dei lavori assegnatigli e con ciò non si differenzia da ciò che accade ad un autoctono che si trovi nelle stesse condizioni socio-economiche, basti pensare che la pratica del lavoro sommerso riguarda moltissimi lavoratori italiani. Nel 1995 il Rapporto Eurispes “ Italia 1995” segnalava circa 11 milioni di lavoratori impegnati nel sommerso (12);

2.                                dalla mancanza di un lavoro o di un reddito;

3.                                dal degrado abitativo;

4.                                assenza di un supporto familiare:;

5.                                dal disadattamento alle diverse condizioni climatiche in rapporto alle condizioni logistiche;

6.                                acquisizione di diverse abitudini alimentari;

7.                                rischio di devianza;

8.                                discriminazione nell’accesso ai servizi sanitari e sociali

Come intuibile sono fenomeni che di norma appartengono alla più ampia condizione di disagio sociale, che non trova distinzione tra immigrato e autoctono, come dire che tra i meno abbienti non esiste disuguaglianza nella condizione.

Atteggiamenti di ostilità o di scarsa disponibilità all’integrazione, da parte della società ospitante, provengono anche da falsi preconcetti in merito ai rischi sull’igiene pubblica derivanti dalla presenza degli stranieri, ma studi  epidemiologici effettuati nel merito (12) dimostrano all’inverso :

1.                              che le malattie infettive, classicamente ritenute pertinenti, in realtà rappresentano meno del 10 % del totale delle patologie;

2.                              studi basati sull’impiego di tecniche di biologia molecolare dimostrano che i microbatteri, responsabili di malattie negli immigrati, sono differenti da quelli responsabili di malattie negli autoctoni, deponendo contro l’ipotesi di un “travaso” dell’epidemia dagli immigrati agli italiani.

 

Cosa si può argomentare, poi sulle fantasticherie in merito alla presunta sottrazione di risorse da parte  dell’ospite straniero.Si può dire che l’8,1 % circa degli stranieri in Italia, provvisti di regolare permesso di soggiorno, risiede per motivi di lavoro, mentre 8,9 costituiscono i familiari al seguito, il 62,7 costituiscono soggetti con residenza elettiva, il 22,5 sono presenti per motivi di studio ed il 24,6 % dichiara di essere presente nel nostro paese per motivi religiosi (13).  Quanto indicato palesa che su di un 1.600.000, 144.000 circa, producono reddito, fornendo un contributo all’economia del paese in relazione all’incremento del PIL ( prodotto interno lordo ), delle somme dagli stessi percepiti, l’ 84 % circa è rimesso ai Paesi d’origine. La percentuale, rapportata al reddito dichiarato, costituisce una quantità talmente minima che diviene imparagonabile rispetto alle somme prodotte dai cittadini italiani e che  sfuggono alla fiscalità ordinaria poiché esportate all’estero illegalmente. Dei rimanenti 91,9 cittadini stranieri, se pur non sono produttori di reddito, di certo sono usufruitori di servizi anche a pagamento (14), ciò, naturalmente, incrementa il valore degli scambi del mercato interno.

Sotto il profilo dell’assistenza sanitaria il presunto incremento di spesa proporzionato al 4,2 % della popolazione italiana, che secondo l’ultimo censimento è pari a circa 57.440.000, si può considerare scarsamente influente sul bilancio della spesa sanitaria, giacché nessuna particolare patologia rara e costosa può essere ad essi attribuita.

 

II – LA PLURALITA’ RELIGIOSA

      Credo, riti, concezione della vita, stili di vita, influenzano l’impiego delle risorse nella produzione di servizi sanitari?

 

Una ricerca condotta dal sociologo Franco Garelli (15) dimostra che siamo ancora un popolo di cattolici e che prima di essere cattolici gli italiani sono religiosi, in grandissima maggioranza, o che comunque amano la ritualità.

Il 40% di coloro che si dichiarano credenti, ma non praticanti, è costituito da persone che sentono una identità ed appartenenza religiosa, cioè riconoscono i valori religiosi , tendono a realizzarli, ma senza porsi in relazione vitale con Dio.

Il 40% degli italiani che si dichiara religioso vive di fatto come se Dio non esistesse, quindi vive in un ateismo pratico . Tra gli atei esiste una piccola minoranza di persone, per lo più intellettuali, che partecipano alla vita sociale impegnandosi con tutte le loro risorse per costruire la giustizia e la pace , contando solo sulle proprie forze, facendo a meno di qualsiasi aiuto soprannaturale, trascendente.

La percentuale di coloro che manifestano una identità religiosa diversa da quella cattolica è dell’ 1,92 %, corrispondente a circa 1.100.000 cittadini italiani, se invece si considerano i cittadini sul territorio, e quindi anche gli immigrati non cittadini italiani, la percentuale di appartenenti a minoranze religiose sale intorno al 3,50% corrispondente a poco più di due milioni di unità (16).

 

 

MINORANZE RELIGIOSE IN ITALIA

 

CATTOLICI DI FRANGIA E DISSIDENTI

20.000

ORTODOSSI

20.000

PROTESTANTI

363.000

EBREI

35.000

TESTIMONI DI GEOA

400.000

ALTRI GRUPPI DI ORIGINE CRISTIANA

24.000

MUSULMANI

10.000

ISAHA’ E ALTRI GRUPPI DI ORIGINE ISLAMICA

3.000

INDUISTI E NEO INDUISTI

15.000

BUDDISTI

74.000

GRUPPI DI OSHO E DERIVATI

4.000

SIKH, RADHSOAMI E DERIVAZIONI

1.500

ALTRI GRUPPI DI ORIGINE ORIENTALE

800

NUOVE RELIGIONI GIAPPONESI

2.500

AREA ESOTERICA E DELL’ANTICA SAPIENZA

13.500

MOVIMENTI DEL POTENZIALE UMANO

100.000

MOVIMENTI ORGANIZZATI NEW AGE E NEX AGE

20.000

ALTRI

4.000

TOTALE

1.100.300

 

 

E’ realistico pensare che il credo religioso, con i suoi riti e i suoi assiomi di riferimento ( 17), costituisca una forte base culturale. Una società multiculturale è, quindi, una società che accetta o condivide le diverse forme di culto in una forgia di compromissione liberale e liberalistica. Ed è anche vero che la predominanza di un credo rispetto ad un altro può essere origine di predominio di una cultura rispetto ad un’altra. Ma questo aspetto investe la predisposizione delle società organizzate ad accettare quale forma costitutiva della stessa il criterio della summa delle individualità e non della maggioranza degli uguali.

L’attività di produzione sanitaria, essendo incentrata sull’opera dell’uomo sull’uomo, può, e di fatto avviene, essere influenzata dalle diversità di credo religioso. Ma da questo aspetto, che coinvolge l’educazione del singolo rispetto alla collettività (18) non vi è nessuna correlazione con la valutazione sulla presumibile maggiore spesa ( risorsa finanziaria ) che l’evento multireligiosità apporterebbe nel dedicarsi differenziato in un sistema di produzione di servizi sanitari.

L’operatore sanitario, nell’espletamento dei suoi compiti, dovrebbe agire solo nel rispetto della dignità umana nella sua specificità culturale, purché tale specificità non sia in contrasto con i principi di democrazia e di laicità dello Stato e con l’esigenza bioetica di tutelare l’integrità psicofisica dell’individuo nel rispetto della salute ed ai fini della sua promozione (19).

E’ pur vero che se, nel tentativo di procedere ad un’ottimale integrazione al nostro modello culturale dei soggetti aventi diverso credo religioso, rispetto alla maggioranza dei cittadini italiani, creo sovrastrutture operative (20), queste non solo mi creano costi maggiori, ma rispetto al potenziale bacino di utenza ( stiamo sempre parlando di presunti 2 milioni di esseri umani su 57.000.000 circa di iscritti al SSN) essa può mettere a rischio il rapporto costi/ benefici e non solo, ma rischia di innalzare quelle barriere discriminatorie che l’intento originario voleva abbattere o evitare.

 

III – CULTURA  COME LIVELLO BASE DI CONOSCENZE

       Il divario nel bagaglio culturale di base

 

Spesso, qualora si argomenta di processi multiculturali e di sistemi assistenziali di tipo sanitario, si trascura o ci si dimentica che un terzo degli italiani adulti ha difficoltà di lettura, di scrittura e di conteggio ed è, quindi, praticamente analfabeta: Un terzo supera queste difficoltà, ma non procede oltre nei livelli di analfabetismo, e quindi, in una situazione che gli  psicologi e sociologi definiscono di rischio (21).

 

ANALFABETI

2.1

ALFABETI PRIVI DI TITOLO DI STUDIO

12.2

LICENZA ELEMENTARE

32.0

LICENZA MEDIA

30.6

DIPLOMATI

18.6

LAUREATI

4.5

 

Inoltre, nell’anno scolastico 2001/2002 per la sola scuola elementare, quindi per la scuola dell’obbligo, il tasso di dispersione è pari allo 0.03 %.

Siamo forse in grado di affermare che le differenze sulle conoscenze di base, fonte del convivere sociale, non siano foriere di differenze culturali?

I bisogni, nonché le capacità comunicazionali di un soggetto analfabeta sono paragonabili a quelle di un laureato ?

Se al 2.1 % di analfabeti, aggiungiamo il 12.2 % di coloro che sanno quantomeno scrivere il proprio nome ed aggiungiamo coloro che hanno le sole conoscenze della scuola elementare e la loro esperienza personale, cioè il 32 %,  abbiamo il  46.3 % ( 21.524.516 ) di italiani che su di una popolazione adulta di circa 46.489.236 ( 80,37% DI 57.844.017) ( fonte ISTAT - 2001)costituiscono  una quota che è abbondantemente superiore alle presenze straniere per le quali si ritiene esista un problema di multiculturalità e quindi di gestione dei servizi sanitari.

 

 

IV – REDDITO E CULTURA

        Il Divario reddituale

 

Se per cultura intendiamo quel complesso di conoscenze, esperienze, credenze che sono espressione di un gruppo o di un singolo,  possiamo annoverare, in tale concetto, anche la visione della vita indotta da un livello di condizione economica?

La capacità reddituale può incidere sulla evidenza culturale?

La distribuzione del reddito quale elemento inibitorio del livello di benessere nonché condizionante della quanti/qualificazione dei bisogni può avere incidenza sul modello culturale.

Ad ascoltare molti politologi appare che ciò sia vero. Perché, allora, non tener conto anche di questo ( cioè della eguaglianza distributiva) nella valutazione del fenomeno costitutivo della multiculturalità?

 

In Italia insistono il 5% dei cittadini (22) che vivono in famiglie in cui nessuno dei componenti ha un’occupazione rispetto al numero delle persone che vivono in famiglie in cui almeno uno dei componenti ha un lavoro. Il tasso di rischio di povertà in famiglie senza reddito è pari al 45%, per i monoreddito è del 26%, per il restante è del 4%.

Appare giusto a tal punto fornire alcuni, ulteriori dati economico sociali

 

Giovani che hanno lasciato prematuramente l’istruzione

29%

Tasso di disoccupazione

10.5 %

Rapp.Disoccupati giovanili/popolazione giovanile

11.8 %

Tasso di disoccupazione a lungo termine

6.3 %

Spesa per la protezione sociale in % sul PIL

25.3 %

Rischio di povertà prima dei trasferimenti sociali

23 %

Rischio di povertà dopo i trasferimenti sociali

20 %

 

 

Il CENSIS (23), inoltre, ci fornisce altri dati relativi al disagio economico, quali:

 

 

POVERTA’ ECONOMICA

3.028.000

DISOCCUPATI DI LUNGA DURATA

917.000

LAVORO MINORILE

147.000

 

 

I dati esposti ci evidenziano che i  cittadini italiani che versano in stato di indigenza sono circa il doppio degli stranieri, regolari e non, presenti sul territorio. Essi sono anche il doppio di coloro che hanno una matrice culturale fondata sul culto religioso.

Altre forme di disagio che possono creare diversità culturale sono:

 

DISAGI NELLE RELAZIONI SOCIALI

 

ALCOLISMO

1.600.000

MARGINALITA’ MINORILE

223.000

TOSSICODIPENDENZE

160.000

PROSTITUZIONE

80.000

RECLUSIONE/DETENZIONE

55.670

DISAGIO ABITATIVO

20.387

 

 

DISAGI IN RELAZIONE ALLE PATOLOGIE SANITARIE CRONICHE/DEBILITANTI

 

SORDOMUTISMO E SORDITA’

973.000

PARKINSON , ALZHAIMER,EPILESSIA,PERDITA DELLA MEMORIA

643.000