
Alla fine della
vita
Accompagnare alla morte in una comunità agapica
Pasquale
Giustiniani
La “fine della vita”
nell’orizzonte di una comunità agapica
L’espressione “ alla fine della
vita” non riguarda soltanto il cosiddetto “paziente terminale” e neppure
selettivamente il paziente oncologico o in stato vegetativo permanente
irreversibile. La fine della vita concerne tutte quelle situazioni patologiche e
non che, dal punto di vista socio-statistico, fanno presumere che il momento
dell’exitus sia piuttosto vicino, ovvero che la salute di un soggetto
umano, sia stata giudicata dagli esperti, in scienza e coscienza, ormai in
imminente o assai probabile pericolo di morte, come è generalmente il caso di
coloro che versano nello “stato vegetativo”,.
Spesso questa stagione finale
dell’esistenza è accompagnata da sofferenza e dolore, per cui interroga sia il
malato, soprattutto se cosciente, sia coloro che ne trattano la peculiare
situazione, anche dal punto di vista sanitario. La formalizzazione di questi
interrogativi apre al cosiddetto “mistero del dolore e della sofferenza” che
assume configurazioni diverse caso per caso. In merito, le sempre più diffuse
discipline analgesiche e palliative aiutano a distinguere opportunamente tra
aspetti nocicettivi e percettivi del dolore (sul cui controllo e gestione
possono oggi abbastanza le terapie antalgiche e sedative) ed ulteriori aspetti
di tipo psico-fisico-relazionali: sono questi ultimi che, sommati a quelli
nocicettivi, conducono in situazione di sofferenza il soggetto alla fine dei
suoi giorni. Spesso egli, se cosciente, pone a sé e a coloro che lo circondano
la domanda, a volte angosciosa, circa il senso del suo dolore, della sua
sofferenza e della sua singolare malattia e richiede forme non usuali di
risposta e di comunicazione. Tutto questo diventa, perciò, una serie di
provocazioni sul senso stesso del soffrire che accompagna la vicenda di noi,
esseri umani contingenti, chiamati da quel vero e proprio areopago
contemporaneo, che è il mondo della comunicazione, a rendere ragione di questo
senso, anche in vista del reperimento di strumenti di guida e di ispirazione per
i comportamenti individuali, familiari, sociali. Talvolta la situazione
patologica, oltre che procurare uno stato di ansia e di pena nel soggetto malato
cosciente o incosciente, sollecita nel gruppo umano di riferimento l’esigenza di
organizzare, oltre che una serie di azioni di cura e di assistenza, di reperire
determinate terapie ad hoc, anche una vera e propria “comunità
terapeutica”, costituita non soltanto da esponenti del mondo sanitario, bensì da
un insieme di persone chiamate, per vocazione e status, a non tralasciare
nulla di quanto possa essere fatto, tentato e sperimentato al fine di
accompagnare il sofferente e il morente, comunicar con lui in forme tradizionali
e non tradizionali, recar sollievo al corpo, di garantire le cure e le terapie
minimali, quelle cioè che, normalmente e nelle condizioni abituali, sono
destinate a mantenere in essere la vita (alimentazione, trasfusioni di sangue,
iniezioni…), nonché a recare sollievo anche allo spirito di chi soffre nelle
fasi prossime alla morte.
In tali momenti, infatti, soprattutto in presenza di soggetti in stato di
incoscienza provocata dalla malattia o indotta tecnicamente, i rapporti
interpersonali si configurano sempre di meno come dei “contratti terapeutici” e
sempre di più come delle relazioni in cui dovrebbero armonicamente convivere
specialismi e prossimità, terapia ed assistenza. In siffatta comunità,
articolata al suo interno ben al di là delle figure parentali e professionali,
gli esponenti del mondo sanitario, tuttavia, conservano il delicato compito di
comunicare, in scienza e coscienza, quando occorra procedere ulteriormente con
terapie e quando sia, invece, da considerare, in coscienza e scienza, inutile e
dannoso l’ostinarsi a praticarle, pur senza mai negare l’assistenza, la quale,
per unanime orientamento, non va mai sospesa. In merito, circa la particolare
situazione di un paziente in situazione di nutrizione artificiale (in genere
accompagnata da altri stati patologici quali lo stato vegetativo) mentre qualche
esperto ricorda che «la comunità scientifica, ma anche quasi tutte le cosiddette
persone di buonsenso o di opinione, concordano che in caso di accanimento
terapeutico la nutrizione artificiale, come tutte le terapie, vada interrotta»,
la Congregazione per la dottrina della fede, il 14 settembre 2007,
nell’accompagnare la risposta al quesito dei Vescovi statunitensi, dopo il caso
di Terri Schiavo, se l’alimentazione e l’idratazione di questi pazienti,
soprattutto se somministrate per vie artificiali, non costituiscano un onere
eccessivamente pesante per loro, per i parenti o per il sistema sanitario, fino
al punto da poter essere considerate, anche alla luce della dottrina morale
della Chiesa, un mezzo straordinario o sproporzionato, e quindi non moralmente
obbligatorio, ha ribadito che la nutrizione - intesa come somministrazione
artificiale di acqua o liquidi e cibo -, non è, né intende essere, una terapia
risolutiva, ma soltanto una cura ordinaria per la conservazione della vita; per
cui, anche quando avvenisse per vie artificiali, tale nutrizione rimarrebbe
comunque un mezzo naturale di conservazione della vita e non un trattamento terapeutico, con la conseguenza che, dal punto di vista morale,
non potrebbe essere mai interrotta, non potendosi far mancare, in linea di
principio, le cure normali dovute all’ammalato, foss’anche in uno stato
vegetativo che, per convenzione medica, viene denominato permanente.
Il richiamato dovere di
sollevare il fisico del malato senza inutili accanimenti terapeutici e di
confortarne lo spirito che soffre alla fine dei suoi giorni, implica, dal punto
di vista dei doveri della comunità terapeutica, non soltanto una peculiare
attenzione circa gli aspetti psicologici, ascetici e pastorali dell’assistenza e
della cura, ma anche circa i presidi - farmacologici, nutrizionali,
sociopsicologici, pedagogici, comunicativi in tutte le direzioni anche
fisico-tattili e olfattive…-. Soprattutto, dal punto di vista dell’articolazione
temporale, li sottintende non solamente nella delicata fase terminale della
vita, oggi accompagnata da accesi dibattiti tra chi accentua gli aspetti del
morire in pace, scegliendo liberamente, anche in maniera anticipata, le terapie
da accettare o rifiutare e chi, invece, dà rilievo all’indisponibilità della
vita umana nelle sue fasi terminali.
Infatti, il morire umano dipende non soltanto dalle peculiari condizioni
socioculturali e sanitarie dei momenti ultimi, ma da come si è affrontata
nell’intera esistenza, da parte del gruppo sociale e dei singoli, la grande
domanda sul senso della vita e della morte, nonché sul senso della rilevanza
etica delle credenze di fede, sul modo di compiere l’esercizio stesso del
cristianesimo tra scienza e fede, nonché tra verità e relativismo. Quelli da
porre in essere in una comunità terapeutica si configurano, dunque, come un
insieme di gesti e di modi di essere che, nel corso dell’intera esistenza,
contribuiscono ad un esercizio costante di educazione remota e prossima
all’ultima ora. Coltivando, tuttavia, una gestione della vita che non è mai
soltanto biologica, neppure soltanto intellettuale, neppure soltanto legata alle
emozioni, decisioni e scelte. Difatti, «nei momenti cruciali della vita di una
persona, la categoria della motivazione, per mezzo della quale ci spieghiamo i
nostri comportamenti e le nostre convinzioni, le nostre risposte e anche le
nostre emozioni, può fare cilecca. C’è una sfera, uno strato, un livello della
vita personale che è, come la rosa di Silesio, senza perché […]. Vi appartengono
le zone più profonde dell’esperienza estetica, l’insieme di tutto ciò che in
etica è “surrogatorio” e non dovuto, l’amore stesso personale al suo livello più
essenziale».
Per questo, tali gesti e modi possono diventare, nel loro insieme,
effettivamente lenitivi e palliativi, in quanto aiutano il soggetto malato,
oltre che a sopportare validamente il suo male o il suo stato assai compromesso
di benessere – nei momenti in cui attraversa i diversi e articolati stadi verso
il morire, fino alla percezione o quasi consapevolezza che il momento finale
stia effettivamente giungendo -, bensì anche a combatterlo per ripristinare
eventualmente, se non proprio la salute e il benessere psicofisico, almeno
l’accettazione consapevole del proprio status mediante quelle vie
alogiche, ma non illogiche, che sanno percorrere i profondi sentieri
dell’inconscio e del sentire simbolico piuttosto che rappresentativo e
argomentativo. Siffatta “accettazione” permette, tra l’altro, al malato
cosciente di aprirsi delle inedite possibilità antropologiche, oltre che
religiose; di accettare progressivamente che, con l’evento della morte – che è
un processo dinamico e non un momento puntuale -, non finisca del tutto
l’esperienza relazionale del vivente umano.
Se poi la comunità terapeutica è
gestita da credenti cristiani, essa assume la configurazione, come già osservava
il filosofo Max Scheler nella parte centrale della sua riflessione scritta,
quale vera e propria comunità di agàpe. In essa, infatti, dovrebbe essere
ormai definitivamente avvenuto il passaggio dall’eros all’agape,
con la conseguenza non soltanto di una profonda trasformazione dell’idea di Dio
e del suo rapporto con l’essere umano, ma altresì dei modi stessi di desiderare,
di conoscere e di amare. Nelle persone qualificate da nuove modalità di vivere
l’eros e l’amore, infatti, non esiste più, come avveniva nel mondo greco
classico, un amore del “bene” come oggetto esterno da desiderare e da afferrare,
in quanto ora è l’amore stesso a divenire il soggetto del valore “buono”, nel
senso che esso è amore sorgivo, indipendentemente da ciò che produce ed opera
come possibili effetti del bene compiuto.
In prospettiva bioetica, una tale comunità agapica è in grado di porre in
essere, a vantaggio del malato, un insieme di gesti funzionali di prossimità e
di vicinanza, alla luce della precomprensione che la vita del soggetto, già
vissuta attraverso gioie e dolori, speranze ed angosce, non possa mai chiudersi
con una morte assurda e priva di senso; in particolare, senza prestare ossequio
ad una forma di orgoglio luciferino, per cui i sopravvissuti debbano inutilmente
continuare ad infierire, pur potendolo tecnologicamente, tale comunità non si
accanisce mai su una vita allorché essa sia ormai irreversibilmente entrata nel
tunnel della morte attraverso le fasi pre-agonica ed agonica.
Dialettica tra comunità
terapeutica e storicizzazione delle decisioni terapeutiche
La nozione di comunità
terapeutica, così descritta sul piano morale, non trova ancora molti riscontri
sul piano dell’organizzazione sociale, nonché su quello dell’organizzazione
sanitaria. E ciò non soltanto per ostacoli tecnici o economici, ma soprattutto
ideali. Essa suppone, infatti, una nuova concezione dell’amore e dell’impianto
solidaristico nei rapporti tra persone e, principalmente, un superamento di una
concezione individualistica e soggettivistica del benessere, della salute e, di
conseguenza della stessa patologia.
Certe ipotesi eutanasiche o di suicidio assistito si spiegano assai meglio,
infatti, alla luce di un quadro che, sul piano teoretico, è stato già denominato
postmoderno e soggettivistico, in quanto caratterizzato da un troppo disinvolto
scavalcamento della nozione di natura umana (che è natura da non confondere con
cosmo regolato da leggi), a vantaggio di un riduzionismo che non soltanto
storicizza quest’antica nozione filosofica di natura, fino a sostenere «che essa
sia compiutamente culturale», cioè totalmente «dipendente dalle scelte, valori,
decisioni degli uomini»,
ma tende altresì ad esclusivizzare il principio della determinazione soggettiva:
sarebbe il soggetto, e soltanto il soggetto senza raccordi con la “luce” etica
pur proveniente dalla collettività o dalle comunità religiose, a scegliere di
accettare o di rifiutare la prosecuzione della terapia e, nei casi estremi,
anche di rifiutare di alimentarsi o di idratarsi. Questa storicizzazione
sproporzionata della natura giunge, talvolta, a negare la possibilità stessa di
valori universali e non contestuali, a cui invece continuano comunque a far
riferimento sia Dichiarazioni universali dei diritti che le Carte
deontologiche, che tendono, invece, a riconoscere come universali e necessari
dei diritti umani, che risultano attribuiti alla persona in quanto tale,
indipendentemente dalle sue condizioni storico-contestuali. Alcuni tratti di
tale concezione che marca forse un po’ troppo, anche nella discussione di casi
bioeticamente rilevanti, l’autonomia e la soggettività del morente, fanno
prevalere, rispetto alle relazioni comunitarie, il suo legittimo desiderio di
non essere ulteriormente di peso agli altri, fino a poter rifiutare le cure o di
proseguire i mezzi ordinari e proporzionali di terapia, talvolta a scapito delle
stesse esigenze agapiche o solidaristiche.
Certo il “discorso
sull’autodeterminazione”
del soggetto malato circa l’adesione/non adesione alle terapie proposte,
soprattutto se pensato come via alternativa responsabile alla soluzione dei
problemi personali di tanti individui il cui destino finale sia diventato
(oppure si presuma diverrà nel futuro) insopportabile,
ha le sue buone argomentazioni e le sue buone ragioni. Le ha e le esibisce
soprattutto quando ricorda, per esempio, che l’attuale assetto di gestione,
soprattutto sanitaria, del morire è sempre meno un “affare” a cui viene chiesto
direttamente a morente o al morituro di partecipare, dal momento che
costui non sempre viene sentito (né può essere sentito se in situazione
d’incoscienza) circa il tipo di morte che desidererebbe in presenza di
determinati stati patologici e limitate possibilità di terapia. Davvero «sono
tanti coloro che non possono decidere nulla, né della loro vita né della loro
morte», anzi «milioni e milioni di uomini» sul globo terrestre non hanno oggi
«la minima possibilità né di scegliere né di morire in modo degno dell’uomo»,
tanto meno di determinare ora per allora la sospensione di certi trattamenti
sanitari. In particolare, mentre in Occidente si discute molto circa il come e
il quando procedere o fermare, per esempio la nutrizione artificiale in soggetti
in stato vegetativo permanente, altrove si continua a morire senza nutrizione
naturali e senza semplici presidi terapeutici di sostegno o salvavita, per
l’impossibilità fisica di disporre di soluzioni, al punto che le stesse linee di
principio morale, esibite per esempio da parte cattolica, si vedono costrette a
dichiarare che, in circostanze simili a quelle evocate, ad impossibilia nemo
tenetur.
Certo, alcune tendenze delle
società opulente orientano la comunità terapeutica più a combattere e a
differire a ogni costo la morte degli individui umani, anziché a gestire
sensatamente e solidaristicamente le singole sorti dei morenti. Non è un caso
che i nostri dibattiti bioetici indugino sugli aspetti di dedizione e assistenza
socio-sanitaria piuttosto che su quegli altri, altrettanto rilevanti – seppur
non sempre finanziabili dal sistema sanitario -, per il malato incurabile, il
quale domanda comunque agli altri, con il suo stesso versare in condizione
finale e incurabile, «una dedizione umana che duri sino alla fine […]. La
massima attenzione accompagnata al minimo della terapia».
Il che esigerebbe, ad esempio circa la dibattuta questione della nutrizione
artificiale in soggetti in stato vegetativo, di distinguere non soltanto tra i
diversi tipi di nutrizione artificiale: enterale se utilizza l’apparato
gastroenterico; parenterale se utilizza vene periferica o centrale; mista in
particolari condizioni; ma di stabilire anche le differenti situazioni di un
paziente in terapia intensiva per il quale vi sia diagnosi di non guaribilità,
che è ben diverso rispetto ad un paziente dimesso da terapia intensiva in stato
vegetativo persistente (perdurante nel tempo, con la conseguenza che la
patologia diverrà irreversibile e, dopo un certo numero convenzionale di mesi,
permanente), ma anche rispetto ad un paziente oncologico incurabile, oppure ad
un paziente affetto da altra patologia non più curabile (laddove incurabilità,
da preferire forse a “terminalità”, corrisponde all’impossibilità oggettiva di
una terapia allo stato delle conoscenze mediche), per non dire poi di un
paziente in stato preagonico o agonico, il quale abbia cioè già iniziato il suo
processo biologico di morte.
Tuttavia, le pur opportune
indicazioni in vista di un approccio globale alla vita e alla malattia, che
rimarcano la necessità d’instaurare in ogni caso un clima umano, una dedizione e
un dialogo ininterrotto, di comunicare con modalità adeguate le verità al
morente, di prendersi cura non soltanto della sofferenza del corpo ma anche
dell’anima, di diffondere nelle aziende sanitarie la cultura degli hospice,
mentre rivelano il desiderio della nostra società di rendere più lieve il morire
del soggetto, spesso finiscono per porre al primo posto, forse proprio a motivo
del puntare eccessivamente sul principio di autonomia del paziente -, la sola
questione della soggettività dei morenti e delle loro personali decisioni di
fine vita, perdendo di vista altre forme di accompagnamento e di comunicazione.
I non più curabili si trovano, così, tutt’al più chiamati a gestire pressoché
“in solitario” la propria fine, anche ora per allora mediante deliberazioni
anticipate di trattamento ammesse ad hoc dalla legislazione di turno. Se, da un
lato è vero che, a volte, «costoro non desiderano essere tranquillizzati o resi
incoscienti mediante psicofarmaci o morfina», è anche vero che dal momento che
non possono ancora morire, «domandano una morte dignitosa: chiedono di essere
aiutati a morire»,
ovvero richiedono alla comunità terapeutica non tanto di essere soppressi
anticipatamente, bensì di essere accompagnati da opportuni ausili e presidi sia
personali e sanitari, che relazionali e sociali. L’odiosità ancora riconosciuta
per la soluzione eutanasica viene, così, riservata soltanto alla cosiddetta
“eutanasia imposta per costrizione al soggetto”, supposto sempre arbitro
insindacabile della gestione sanitaria e assistenziale del proprio benessere,
fino al punto che anche delle pratiche “attive” sarebbero da derubricare da
omicidio su consenziente ad «un atto volontario, un atto di pietà liberamente
chiesto dal paziente».
Tutto questo non chiama soltanto
in causa una discussione filosofica ed etica, ma altresì teologica, poiché
sollecita a non domandarsi tanto – come pure il magistero cattolico sembra oggi
voler fare – se la vita sia un “valore non negoziabile”, e quindi del tutto
indipendente dalle decisioni del soggetto circa la sua fine, bensì se l’essere
umano abbia «in generale, anche per la concezione cristiana, il diritto di
disporre da sé dell’essere o del non essere della propria vita».
Le connesse possibili soluzioni etiche, fondate sulla nozione di autonomia e
autodeterminazione del paziente, della decisione anticipata di escludere
eventualmente, dalla propria stagione d’incurabilità finale, una medicina
esclusivamente tecnica, cioè utile soltanto a ritardare o differire di poco la
morte ormai imminente, sul piano teologico risollevano altrettanti problemi di
più ampia portata: per esempio, quelli relativi alla corretta immagine del Dio
da supporre in relazione al valore della vita umana; alla configurazione della
vita e della sua gestione come dono prevalente della creazione divina piuttosto
che della collaborazione dei genitori; al grado di pertinenza da assegnare al
Creatore circa la fine meramente biologica di un’esistenza; alla tematica
dell’adesione alla volontà divina da parte del malato in situazione drammatica
di vita definitivamente distrutta e di dolore ormai non più umanamente
sopportabile. L’alternativa teologica secca tra responsabilità esclusivamente
divina e responsabilità esclusivamente libera dell’essere umano, oltre a porre,
poi, delle serie questioni circa la rilevanza della funzione del medico nelle
decisioni terapeutiche e sanitarie di fine vita, finisce per attutire quel senso
più ampio di comunità terapeutica a cui si alludeva all’inizio, riducendo i
momenti del morire di un soggetto a un problema etico individuale, in qualche
modo analogo a quello della paternità responsabile (da gestire, cioè,
all’interno dell’etica individuale o, tutt’al più, di coppia), ma di fatto
emarginando da questo “affare” la stessa comunità terapeutica e agapica,
costretta sempre più a dividersi «tra il rigorismo morale e il libertinismo
amorale».
Anche se il Dio misericordioso avesse «lasciato all’uomo che è in procinto di
morire la responsabilità e la libertà di coscienza di decidere il modo e il
tempo della sua morte»,
lo stesso Dio non esonererebbe mai la comunità, almeno quella peculiare comunità
pastorale e terapeutica che è la comunità ecclesiale, dal compito di comunicare
in modi molteplici, non soltanto linguistici e verbali, con il paziente, di
accompagnarlo cioè costantemente nella buona morte, con modi e forme, anche
gestuali, mimiche e tattili, che esaltino il senso di prossimità e solidarietà,
relazionalità e cura globale, ovvero con tutte quelle modalità elettivamente
simboliche che dovrebbero contrassegnare una comunità agapica.
Per dare corpo a siffatta
prospettiva, delle utili indicazioni provengono dalla storia del pensiero
occidentale. Per esempio, il tema della definizione dell’essere umano, se
ripensato alla luce di tutte queste considerazioni, spinge a qualificare la
gestione del proprio morire e del morire altrui alla luce di ciò che
caratterizza e distingue, pur senza specismi, l’animale umano dagli animali
non-umani. Così, la stessa sprovvedutezza biologica dell’essere umano, il suo
inadattamento a un particolare ambiente, su cui hanno tanto insistito certe
antropologie filosofiche germanofone del secolo XX, sta lì a ribdaire la tipica
condizione in cui versa un organismo cronicamente indefinito, qual è quello
umano, che tuttavia, già a partire dal modo sensoriale di entrare in contatto
col mondo, evidenzia una grande capacità simbolica non soltanto nei processi di
apprendimento linguistico e concettuale, ma anche nell’esercizio della
sensibilità: dimensione, questa. che assume una così grande rilevanza nei
rapporti tra paziente incurabile alla fine dei suoi giorni e comunità
terapeutica, la quale comunica e parla, appunto, prim’ancora che con linguaggi
verbali, mediante gli ambienti, i protocolli sanitari, l’assetto dei luoghi e
delle terapie, la capacità di assistenza e di interazione tattile, acustica,
visiva, olfattiva. Così, le insistenze lockiane sull’idea di “solidità”,
nettamente distinta dall’idea di spazio, legata al solo senso del tatto e senza
equivalenti nella vista, o quelle di Herder sulle forme di connessione
sinestetica, in cui ancora il tatto diventava il punto di partenza di una
differenziazione percettiva complessa, e, al tempo stesso, la condizione di
possibilità del linguaggio, al di là delle estremizzazioni sensistiche e
materialistiche che corrono in filosofia dal primo Berkeley al secondo
Condillac, segnalano alla riflessione bioetica sulla vita alla fine il grande
potere percettivo e cognitivo dei sensi e delle altre forme “primitive” di
comunicazione. In particolare, le insistenze di certe filosofie sensiste sul
tatto, sono oggi probabilmente le più operative ed attive nel campo dei rapporti
da stabilire tra comunità terapeutica e paziente morente, non senza riverberi
sugli altri modi percettivi che entrano comunque in gioco nella relazione tra
paziente e comunità di cura: dall’odorato che evidenzia il legame fisico tra il
nostro corpo e gli altri corpi, nonché con l’ambiente e sostiene l’operazione
del ricordo[18].
Percorsi
pedagogico-bioetici verso una comunità terapeutica agapica
Una certa carenza, non tanto
etica e bioetica sulle situazioni di fine vita, quanto pedagogica, nell’attuale
società ipertecnologica e tecnoscientifica spiega anche un certo ondeggiare tra
illusioni su una vita indefinita, se non proprio infinita, e situazioni di “fine
vita” troppo stressate dalla medicina e dalla discussione bioetica. È in questi
contesti di stress accentuati e di carenze pedagogiche comunitarie che la
persona umana potrebbe sentirsi sospinta a vivere l’ineluttabilità umana della
morte come “tragedia” piuttosto che come “transito”, ovviamente con notevoli
riverberi negativi sia dal punto di vista medico-sanitario e psicologico, che
sociale e culturale. La pedagogia della relazione interpersonale, in
particolare, insiste invece su nuove possibilità da attribuire ai linguaggi
altri e alla comunicazione non verbale (soprattutto iconica e, per quel che ci
interessa, gestuale), con o senza la mediazione di strumenti informatici (che
sono diventati in ogni caso “alla moda” in alcune situazioni patologiche
estreme, accompagnate da richiesta di “sospensione dei trattamenti” o da
“assistenza al suicidio”, comunicate mediante strumenti virtuali e informatici
in assenza di linguaggi tradizionali), lanciando inedite possibilità alla stessa
prassi che abbiamo chiamato agapica. Del resto, proprio una tale prospettiva, a
motivo dei suoi rinvii esplicitamente religiosi, rinvia, ai fini del
miglioramento della qualità dei rapporti umani nella fase conclusiva della vita,
alla tenerezza paterna e materna dei soggetti che entrano in relazione, che a
loro volta dovrebbero evocare la tenerezza paterna e materna di Dio.
Si tratterebbe di ri-abituare a conoscere e a riconoscere le persone e le cose
con l’aiuto dei sensi, con la vista, l'udito, il tatto, con gli stessi strumenti
meccanici, fisici, chimici o telescopici. D’altra parte, è proprio l’universo
simbolico della liturgia cristiana - la cui simbolicità si svolge all’interno di
una più ampia teoria dei segni e del linguaggio, nella prospettiva di stabilire
ritualmente una connessione tra due mondi per definizione “altri”, così come,
anticamente, indicava la metà di un oggetto che, spezzato in due, veniva dato
come pegno di amicizia fra città e famiglie, oppure come mezzo d’identificazione
per sconosciuti, come contras-segno
– a ribadire un fatto pedagogicamente rilevante: la capacità simbolica sta
davvero alla base del funzionamento dell’intelligenza umana, per cui richiede di
per sé «la collaborazione dei nostri sensi: la vista, l’udito, l’olfatto, il
tatto. Essa ricorre al contributo delle icone, della musica, del canto, della
luce, dei fiori, dei colori, della coreografia. La liturgia ha bisogno degli
elementi del creato: il vino, l’acqua, il pane, il sale, il fuoco, la cenere,
ecc. La liturgia sembra perciò voler raccogliere tutta la creazione e far
propria la bellezza sparsa nel mondo. La lode che si innalza nella liturgia,
quindi, non è un atto riservato solo all’uomo: tutta la creazione viene invitata
ad unirsi a noi nel rendere gloria al Padre, per Cristo, nello Spirito Santo».
È la simbolica del sacro la
disciplina che, particolarmente attenta alla totale identità che qualunque
simbolo è in grado di porre ed evocare tra significante e significato, ad
aiutare a questo punto la nostra riflessione. In quest’ottica, infatti, «il
simbolo […] è un significante performativo, ontico, insostituibile, incorporante
in se stesso il significante»[22].
Di fronte a questo termine peculiare - “simbolo” -, in grado davvero - grazie
alla sua potenzialità di ri-unificare mondi e sensi distanti - di “far cose con
le parole” (potenzialità performativa del simbolo)[23],
di elevare e trasformare il soggetto nel suo contesto vitale (potenzialità
perlocutiva del simbolo); di fronte a questo veicolo linguistico e iconico verso
un mondo altro che, in esso e per esso, si fa presente ed accade mediante la
medesima parola simbolica (potenzialità ontologica e metafisica del simbolo),
non è mai sufficiente una ragione argomentativa, deduttiva o induttiva che sia.
Al simbolo, infatti, piuttosto che una ragione che “spezza” e divide (che
diverrebbe diabolica piuttosto che simbolica), piuttosto che l’immaginario ed il
fantastico, piuttosto che l’onirico ed il razionale argomentato, sa meglio
accedere un conoscere per natura “complesso” e “caotico”, un sapere nelle sue
forme primigenie sensibili e tattili, immaginative ed evocative. Si tratta dello
“immaginale”, ovvero di quel tipo particolare di conoscere che è in grado di
mettere pienamente in luce la funzione immaginativa della parola, del gesto, del
segno sensibile, del linguaggio, dell’allusione e del rinvio, quindi pure di
ogni mito e di ogni rito, che di queste funzioni immaginative si nutre e nelle
quali si articola. L’immaginale funge, insomma, da vero mondo intermedio tra la
sfera delle percezioni sensibili e quella della pura spiritualità superiore[24].
Si comporta da soglia che dà completa ragione del simbolico, in quanto è confine
sul quale si confrontano, si fondono e si distinguono, esperienze sensoriali,
olfattive e tattili, oltre che visive ed acustiche, insieme con elementi
impercettibili, indeterminabili, forse perché risalenti sempre all’a-ragionevole
ed all’inconscio, all’a-logico, che non è mai illogico e irrazionale pur dicendo
in maniera “altra” il senso.
Com’è stato scritto,
«l’immaginale che dà forma al simbolico comporta, per dar completa ragione del
simbolico medesimo, di non essere inteso soltanto come una forma o una modalità
espressiva e comunicativa di natura sensoriale (pur essendo anche sempre tale),
bensì come la forma unica e la modalità unica di esprimere un simbolico vissuto
e partecipato»[25].
Così, mentre articolano parole di vita e di morte, di passioni e di
innamoramenti e di alterne vicende relazionali, i simboli vanno narrando, anche
nella comunità terapeutica, non soltanto di esperienze dei fondatori e dei
veggenti, degli dei e degli esseri venienti da altri mondi, ma pure dei rapporti
storici, istituzionali e culturali, perfino sanitari e medici, che le comunità
sacrali hanno intessuto e vanno intessendo con l’Assoluto e con il divino e, su
quel modello, tra loro, generando futuro dal passato e persino presente dal
futuro presagito e presentito.
In particolare, riterrei
inevitabile, nell’ottica indicata, una rilettura della stessa ritualità
liturgica cristiana. In prospettiva di “bioetica della vita alla fine”, mi
sembra stimolante soprattutto il Rito liturgico dell’Unzione degli infermi[26].
Ritengo che esso, riletto nella chiave proposta, consentirebbe appunto la
riscoperta e la valorizzazione di numerosi linguaggi “altri”; in particolare,
conferirebbe il giusto valore simbolico al senso del tatto, forse quello
maggiormente in grado di comunicare, nel contesto di chi lascia la vita terrena,
in maniera emotivo-immaginifica e simbolica, piuttosto che argomentativa,
induttiva e deduttiva, facendo riverberare l’immaginale nella comunità
terapeutica e, soprattutto, aiutando in maniera alogica, ma non illogica,
l’interlocutore, anche se privo di consapevolezza psicologica e gnoseologica,
affinché si senta “in compagnia sensibile” con gli altri, con coloro che,
rispetto a lui che è ormai in dipartita da questo mondo, vi restano comunque
ancora attaccati con la “pesantezza” dei loro sensi e la “tattilità” dei loro
sentimenti. Non è un caso che, nel toccare con olio il corpo dell’infermo, come
prescrive la rubrica rituale, il ministro finisca per estrinsecare
liturgicamente, e con linguaggi altri, il significato della premura che l’intera
comunità vuole nutrire verso gli infermi. Tale premura si esplica, tra l’altro,
mediante le cosiddette opere caritative e di mutuo aiuto, nelle quali vanno
inventariate anche le prassi di cura, terapia ed assistenza, destinate ad
alleviare ogni umano bisogno. Tuttavia, raggiunge il massimo grado di
esplicitazione nella semplice presenza silenziosa e affettuosa. Gli stessi
tentativi che la scienza va, frattanto, compiendo sul piano dei presidi
terapeutici, anche quelli di tipo sedativo, palliativo e di abbassamento della
soglia di nocicezione, possono essere vissuti come parte integrante dell’insieme
di queste premure di “carattere materno” e paterno verso gli infermi, che la
comunità apprezza ampiamente da chiunque siano esercitate, in quanto esse sono
davvero considerabili come modalità educativa e preparazione ad accogliere la
buona notizia di Cristo, nonché come partecipazione al ministero di colui che,
in quanto guaritore ferito, è venuto appunto nel mondo per liberare dalla
sofferenza e recare salute integrale. Inoltre, siffatta comunità, in nome del
principio d’incarnazione, è particolarmente attenta alle forme di prossimità e
di comunicazione mediante i sensi e la soglia dell’immaginale, nella convinzione
«che il Dio rivelato in Gesù Cristo ha realmente riscattato e santificato la
carne e tutto il mondo sensibile, cioè l’uomo con i suoi cinque sensi, al fine
di permettergli “di rinnovarsi costantemente secondo l’immagine del suo
Creatore” (Col 3, 10)»[27].
Già il Decreto della sacra
Congregazione per il culto divino[28]
sottolineava questa sollecitudine da parte della comunità, la quale è chiamata
appunto a prendersi cura degli infermi, «non solo visitando i malati, ma anche
confortandoli con il sacramento dell'Unzione, sostenendoli, sia durante la
malattia che in pericolo di morte, con il sacramento dell’eucaristia, e
raccomandandoli con le sue preghiere a Dio, specialmente negli ultimi istanti
della loro vita»[29].
Del resto, ungere le parti del corpo dell'infermo, secondo l’antichissima
tradizione liturgica, in particolare a partire dal Medioevo, porre l’olio nelle
sedi principali degli organi di senso, corrisponde, sul piano liminale,
all’espressione simbolica della fiducia ragionevole che i sopravvissuti nutrono
nel fatto che l’infermo, così risollevato, sopporti «meglio i fastidi e i
travagli della malattia» e più facilmente resista «alle tentazioni del demonio»,
talvolta riacquistando «la stessa salute del corpo, quando ciò convenga alla
salute dell'anima»[30].
Significativamente, poi, a partire dal Vaticano II, poi, viene unto non soltanto
il moribondo, ma ogni fedele che, per malattia o per vecchiaia, cominci a essere
in pericolo di morte, ovvero, come si dice nel gergo dei bioeticisti, sia stato
giudicato trovarsi, con diagnosi certa, nella situazione di “non curabilità” o
“con bassissima aspettativa di vita”[31].
Questo gesto, prevalentemente tattile, effettuato, secondo il Rito liturgico,
sulla fronte e sulle mani dell’infermo comunica con linguaggi altri la volontà e
il desiderio di recare sollievo, anzi di “salvare”, di contribuire affinché il
morente si unisca spontaneamente alla passione e alla morte di Cristo[32].
Non sono da meno gli altri elementi rituali - quali il benedire il malato,
imponendogli le mani, l’aspergerlo con l'acqua benedetta, lo stargli vicino
nella fase preagonica ed agonica -.
Tutti parlano, e possono aiutare
a parlare, in maniera immaginale, evocando in maniera non rappresentativa una
comunità che finalmente tiene conto di ogni minima reazione del malato, che
intende in qualche modo lenirne le sofferenze, offrendo modalità percettive e
segni visivi, aromatici e rituali per recare sollievo nel dolore e conforto
nelle sofferenze. Sarà forse anche questo il senso di una terapia palliativa
nell’accompagnamento del morente?
NOTE