
Maria
Antonietta La Torre
Questioni
bioetiche in una società multiculturale
(tratto
da: V Report Sasci (Servizio Attività Sociosanitarie Cittadini Immigrati)
Dipartimento Sociosanitario ASL Napoli 1, 2006)
La crescente presenza di immigrati nei paesi occidentali, che richiedono
l’accesso a cure sanitarie, determina la necessità di un ampliamento
dell’orizzonte terapeutico, poiché le culture d’origine rivestono una
considerevole importanza nel guidare e condizionare le condotte individuali (e
collettive), al pari delle religioni di appartenenza, e con esse la richiesta
stessa di cure e anche la disponibilità alle terapie.
L’approccio
sanitario, dovendo necessariamente tener conto, ad esempio, delle differenti
concezioni del corpo o della sessualità, è indotto a considerare (se si
intende curare la persona) molteplici elementi socio-culturali e
antropologici, non potendosi più dare per scontata una (per altro, in ogni caso
presunta) comunanza nei criteri di giudizio tra l’operatore e il paziente.
Spesso gli operatori sanitari avranno constatato una inedita complessità delle
diagnosi, determinata dall’intreccio tra malattie acquisite nel paese
ospitante, per le quali gli immigrati sono “poco attrezzati”, e malattie
importate dal paese di provenienza, per le quali sono poco attrezzati gli
ospitanti, eventualmente aggravate da condizioni psicologico-esistenziali non
facili.
Pertanto, per adempiere al proprio compito il personale sanitario è indotto ad
ampliare il proprio ambito d’indagine, non solo, ad esempio, per intervenire
laddove siano state praticate frettolose o incaute “terapie” alternative, e
non solo per affrontare patologie sconosciute o dimenticate nel mondo
occidentale (le “patologie d’importazione”), ma anche per acquisire quelle
nozioni di ordine psicologico, antropologico, etnologico, che consentono di
inquadrare adeguatamente il paziente. Tutto ciò prospetta uno sforzo
interdisciplinare di non lieve entità.
In
tale ambito problematico, la bioetica non si occupa soltanto della esigenza
morale di tenere in considerazione fattori specificamente connessi alle
condizioni di vita (ad esempio le “patologie da sradicamento”, anche
psicosomatiche, dovute, cioè, a mutamenti negli stili di vita), al fine di
offrire cure adeguate alla persona, bensì anche del disagio
interculturale e delle difficoltà di comprensione (linguistico-culturali) che
possono incidere sull’efficacia terapeutica. Dinanzi a tali esigenze nuove,
infatti, nuove difficoltà incontra l’applicazione dei principi della
bioetica, che in maniera più o meno consapevole guidano ormai la prassi
sanitaria nel mondo occidentale, ossia i principi di non maleficenza,
beneficità, autonomia, giustizia, privacy.
Nell’applicazione
dei criteri di non maleficenza e beneficità, ad esempio, si presuppone
di conoscere quale sia il bene del paziente, ma adoperarsi per la sua
realizzazione appare particolarmente difficile quando le condizioni critiche per
la “salute” non siano connesse soltanto a situazioni patologiche, oppure a
stati di salute fisiologici (ad esempio, quelli connessi a fasi della vita, come
maternità, vecchiaia), bensì a posizioni/credenze/abitudini sociali che
differenziano la condizione dell’immigrato da quella del cittadino da tempo
integrato nella comunità.
Analogamente,
il diritto all’autodeterminazione, garantito dal principio di autonomia
(il quale anche in condizioni di comunanza di orizzonte culturale può dar luogo
a conflitto con quello di beneficità, poiché la scelta su quali condotte
sociosanitarie e scelte terapeutiche preferire è condizionata da molteplici
fattori, che il terapeuta non sempre condivide), può risultare ancor meno
“tollerabile” da parte del medico quando le scelte del paziente gli appaiano
iscritte in un orizzonte di “irrazionalità”, poiché dettate da opzioni
culturali piuttosto che da valutazioni “scientifiche”. Forse è sulla
medesima formulazione di un giudizio di “irrazionalità” che l’incontro
interculturale induce a interrogarsi: esso discende, infatti, dall’adozione di
criteri che provengono da uno specifico orizzonte concettuale, quello cosiddetto
della “scienza occidentale”, che è esso stesso una possibilità, non
La Verità. Con ciò non si intende sostenere che qualsiasi richiesta
terapeutica, anche la più “stravagante” (nel senso etimologico originario,
dal latino medievale extra-vagante, di ciò che si pone al di fuori
della norma, senza alcuna valutazione in merito alla “stranezza” o alla
“stramberia”, poiché “la norma” è, ci sembra evidente, semplicemente
quella che abbiamo stabilito di ritenere valida entro un determinato contesto),
ossia la più aliena dai protocolli, debba essere esaudita e magari erogata
gratuitamente dal servizio sanitario pubblico. Però tale consapevolezza aiuta a
tener vivo un senso critico nei confronti della propria medesima sapienza e del
proprio orizzonte valutativo, ossia a ridimensionarne la presupposizione (pur
naturale e comprensibile) di assolutezza. Aiuta a riflettere su tale punto la
questione delle medicine cosiddette “alternative”. A ben vedere, il mancato
riconoscimento della validità terapeutica delle medicine non convenzionali non
si basa, di norma, su considerazioni etiche, bensì piuttosto, com’è ovvio,
epistemologiche: per dimostrare l’assenza di validità dei risultati ottenuti
con terapie non convenzionali si adotta la logica comparativa della medicina
allopatica occidentale (si fa riferimento all’effetto placebo, alla scarsa
rilevanza statistica dei risultati, alla fallacia dei presupposti scientifici ed
epistemologici del tipo di medicina in questione, e così via): ma la medicina
non convenzionale è di fatto irriducibile ad essa, essendo totalmente
“altri” i parametri, perciò occorrerebbe chiedersi se non sia possibile
immaginare dei protocolli di verifica più “neutrali”. D’altronde, per
certi aspetti anche la medicina è venuta sempre più a configurarsi come un
sapere.
Non vogliamo qui sollevare la complessa questione se la neutralità politica
richiesta allo Stato riguardo le concezioni controverse della vita buona
(principio che a nostro avviso va con forza sostenuto e promosso) debba essere
estesa anche alle concezioni epistemologiche, tuttavia riteniamo che possa
essere utile quanto meno la consapevolezza che estrapolare modelli e criteri di
valutazione elaborati all’interno di un determinato contesto per applicarli a
realtà totalmente “altre” non è corretto non solo da un punto di vista
etico, ma neppure da quello puramente epistemologico. Ma soprattutto vogliamo
suggerire che possa essere utile riflettere su come le ragioni per cui un medico
o un malato scelgono una medicina piuttosto che un’altra attengano spesso
assai strettamente alle loro visioni del bene e non sempre o esclusivamente ad
“evidenze scientifiche”. E’ chiaro che in tal senso la rigidità del
terapeuta nella fedeltà alla propria formazione può costituire un ostacolo nel
rapporto medico-paziente.
Il
problema tradizionale dell’etica, ossia la difficoltà ad applicare regole
generali a situazioni particolari, che nell’etica medica si concretizza nella
difficoltà ad individuare il punto di mediazione tra i principi e la prassi
sanitaria, si amplifica, insomma, in maniera talvolta critica per la relazione
terapeutica, nel caso di incontro con differenti Weltanschauungen. La
possibile e non infrequente incompatibilità tra il dovere di “fare il bene”
del paziente e quello di rispettarne la volontà (può accadere che il rispetto
dei principi astratti, ossia dei doveri di tipo universalistico, entri in
conflitto con l’esigenza di realizzare concretamente quello che appare il bene
maggiore o il male minore per un determinato paziente, vale a dire con i doveri
particolari inerenti a situazioni specifiche) diviene particolarmente
problematica quando i destinatari dell’assistenza sanitaria sono portatori di
diverse visioni morali, soprattutto (per fortuna) in una società nella quale
tra i valori-guida si annovera quello di non imporre modelli
ideologico-valoriali o religiosi e di non pretendere di assumere a riferimento
un unico modello di etica. Sorge pertanto l’esigenza di elaborare un’etica
per i problemi biomedici che possa rispondere in modo razionale e condivisibile
alle domande delle diverse visioni morali. Ma tale assunto, apparentemente
condivisibile, è accompagnato da un paradosso. A ben vedere, la cultura
occidentale, in quanto portatrice di un’istanza di uguaglianza che considera
universalmente valida, tende per ciò stesso a proporre una visione
universalistica: avanza, cioè, la richiesta di un’etica universale e
condivisa, che contraddice quella istanza egualitaria, poiché sottintende una
preferenza per la propria cultura e i suoi risultati (i valori ai quali è
pervenuta).
D’altro canto, la pretesa di “neutralità” dinanzi alla differenza
(sostenuta, ad esempio, nel liberalismo) finisce sovente col coincidere con
l’annullamento delle differenze medesime. Ad esempio, l’idea di cittadinanza
universale, uno degli ideali “forti” della vita politica moderna, che
riconosce eguale valore morale a ogni individuo, al di là delle peculiarità o
appartenenze di gruppo, promuove l’“universalità nel senso di leggi e
regole che prescrivono le stesse cose per tutti e si applicano a tutti nello
stesso modo; leggi e regole che sono cieche alle differenze individuali e di
gruppo.”
Ma l’idea di universalità come generalità o, nel senso che qui ci interessa,
come eguaglianza di trattamento confligge con la forte richiesta di
“cittadinanza differenziata” presente nelle attuali società multiculturali.
Infatti,
nel contempo, è faticosamente divenuto anche patrimonio comune il principio del
rispetto della diversità. L’UNESCO, nella Dichiarazione su “Identità.
Diversità e pluralismo”, affermando che “il rispetto per la diversità
fra le culture, la tolleranza, il dialogo e la cooperazione, in un clima di
fiducia e comprensione reciproca, costituiscono le migliori garanzie per la pace
e la sicurezza internazionale”, non solo definisce la diversità culturale
“patrimonio comune dell’umanità” e caldeggia le politiche per
l’inclusione e la partecipazione, ma ritiene il pluralismo culturale
indissociabile dalla democrazia e considera la difesa della diversità culturale
“un imperativo etico, inseparabile dal rispetto per la dignità umana. Questo
comporta un impegno a livello di diritti umani e di libertà fondamentali, in
particolare dei diritti delle persone che appartengono a minoranze e quelli
delle popolazioni indigene.” Lo straniero è storicamente “il diverso”, ma
anche l’estraneo, che per essere pienamente accettato deve adottare costumi
non suoi; sempre più frequentemente, però, e diversamente che in passato, egli
rifiuta l’assimilazione. Robert Park, uno dei padri della Scuola di Chicago,
definisce l’assimilazione come “un processo di compenetrazione e di fusione
nel quale persone e gruppi acquisiscono memorie, sentimenti e modi di pensare di
altre persone o di altri gruppi e, condividendone esperienza e storia, si
fondono con loro in una vita culturale comune”. In tal modo, però,
all’immigrato resta assegnata una marginalità che è determinata dalla
liminarità irrisolta tra le due culture. Ma anche ove le politiche
dell’inclusione hanno tentato il percorso dell’assimilazione, nell’attuale
mondo globalizzato i contatti e i legami con le culture di origine, anche
remote, sono possibili e praticati con una certa facilità, e dunque
l’immigrato non rinuncia quasi mai totalmente al proprio mondo d’origine (al
quale non di rado spera di ritornare).
Si accennava al
principio dell’eguaglianza di trattamento: ebbene, alla luce di tali
considerazioni l’applicazione del principio della giustizia, ossia il
dovere di offrire a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo principi di
giustizia ed equità, non è di più facile realizzazione, proprio per la
difficoltà di coesistenza tra uguaglianza e rispetto della diversità.
Nessuno negherebbe che ciascun individuo vada rispettato indipendentemente dalla
cultura o dalla fede che pratica o dall’etnia di appartenenza, ma come si
traduce questa convinzione nella prassi sanitaria, soprattutto in presenza di
risorse limitate? La garanzia dell’eguale
accesso alle cure non costituisce una certezza di equità, poiché non tutti gli
individui necessitano delle medesime cure e la mera eguaglianza di trattamento
potrebbe produrre (certamente produce) disuguaglianze nella salute. Il giudizio
su di essa, allora, necessita di criteri attinti da altre considerazioni, anche
di ordine morale. Del pari, le disuguaglianze, nell’ambito della salute, non
sono di per sé ingiuste, se derivano da differenze fisiologiche, genetiche,
oppure da condotte individualmente scelte. La difficoltà emerge dalla
considerazione che l’appello al principio di eguaglianza presuppone una
definizione di salute univoca, certa, descrittiva, mentre nelle nostre società
multiculturali vi sono molti esempi di concezioni della salute diverse, se non
divergenti. E se possiamo accettare che siano considerati significativi per la
salute psico-fisica e meritevoli di considerazione interventi un tempo giudicati
superflui, come quelli afferenti alla sfera della chirurgia estetica, significa
che abbiamo già accettato l’idea che la “salute” non è qualcosa di
definito una volta e per sempre, ma, anche grazie ai progressi biomedici,
qualcosa di mutevole nel tempo.
Dunque:
perché non anche nello spazio (culturale)? Ciò significa adottare una
concezione “storica” della malattia, che si trasforma in una
“narrazione”,
ossia in un vissuto anche soggettivo, oltre che oggettivo.
Da tale considerazione discende la necessità di uno studio delle patologie non
solo attento alla biografia del paziente, ma anche non alieno dalla
considerazione dei fattori culturali. Ciascun individuo è inserito un una rete
relazionale e simbolica complessa, determinante per la strutturazione (e quindi
la comprensione) del suo sistema di valori, del suo approccio al reale e,
pertanto, della sua richiesta di cura. La “cultura” influenza in maniera
determinante non solo la definizione delle malattie e della salute, ma anche la
descrizione delle loro cause e la richiesta di interventi, così come l’idea
della propria predisposizione alla malattia e persino la percezione della gravità
della stessa dipendono dagli elementi che il paziente giudica importanti.
L’approccio “narrativo” alla malattia (l’ascolto delle storie di vita,
del racconto delle esperienze, l’attenzione alle biografie e con esse ai
contesti sociali di provenienza) è una modalità per entrare in relazione e
scoprire i bisogni individuali connessi alla condizione di migrante (includendo,
dunque, la percezione del sé, della propria collocazione sociale, ad esempio,
dell’eredità culturale che si riceve dal proprio gruppo), rinunciando ai
modelli e agli stereotipi che annullano le peculiarità dei percorsi e dei
progetti migratori e azzerano le originalità dei singoli. La narrazione stessa
assume talvolta funzione terapeutica, poiché promuove il benessere individuale
non solo in funzione della diagnosi medica, bensì come ritrovamento della
propria identità attraverso le relazioni umane, dopo quella che Beck ha
definito la “frattura biografica”, determinata dalla scelta di partire e
abbandonare il proprio paese.
In
molti casi, e gli operatori della sanità hanno innumerevoli esperienze in
merito, le scelte individuali acquistano senso solo se inquadrate nella
specifica visione della vita del singolo, e sono influenzate anche dalla più o
meno solida rete di relazioni nella quale è inserito. “È solo entro una
comunità morale particolare che si riceveranno istruzioni su quando valga la
pena di smettere di fumare per avere migliori prospettive di salute, di
accettare un’amputazione e un trattamento aggressivo del cancro per avere una
possibilità più elevata di sopravvivere cinque anni, o di svolgere un ruolo
attivo nella scelta del proprio trattamento invece di lasciar decidere il
medico. È solo nell’ambito di una comunità particolare che si impara se sia
giusto o sbagliato, se valga o no la pena di fare le cose che si ha il diritto
morale laico di fare. […] Entro una comunità particolare, si può anche
imparare se sia meglio soffrire le pene di una lunga malattia mortale o evitarle
con il suicidio, se sia meglio allevare con amore un bambino handicappato o
prevenire la sua nascita con la diagnosi prenatale e l’aborto, se sia meglio
accettare la sterilità o affittare una madre surrogata. Tali scelte possono
essere fatte solo sullo sfondo di una concezione concreta dei valori.”
Di
questi il medico non può, a nostro avviso, evitare di tenere conto
nell’“informare” il paziente. Se poi, come riteniamo, l’informazione si
traduce quasi sempre anche in un “indirizzo”,
dobbiamo pure osservare che non poco incidono nella relazione terapeutica le
difficoltà espressive, che potremmo considerare, anzi, di primo livello. Il
senso comune fa riferimento più o meno consapevolmente ad un vocabolario che
considera “decisivo”, almeno per parlare di cose di rilevante importanza (e
precisamente a quello adoperato abitualmente nel contesto entro il quale il
parlante vive), nella convinzione che esso serva anche a giudicare di altri
vocabolari e delle credenze che quelli implicano. In effetti non è così e
poiché la qualità della relazione medico-paziente appare sovente determinante
per il buon esito delle terapie, una cattiva comunicazione ostacola
l’espressione dei bisogni e quindi l’individuazione del metodo di cura più
appropriato. Perciò alcune strutture
sanitarie hanno attivato centri di ascolto per gli stranieri, dotati di
interpreti. Il mediatore culturale, tuttavia, non è né un semplice
interprete, né un assistente sociale, poiché la sua “traduzione” è
un’illustrazione in termini comprensibili culturalmente dei servizi offerti
dalle strutture sanitarie, cosicché egli contribuisce a gestire la
comunicazione tra i sanitari e il paziente non solo in termini di differenze
linguistiche. Tutto ciò costituisce, per altro, una rivoluzione nella relazione
medico-paziente, tradizionalmente duale, e perciò un altro elemento di
difficoltà per l’operatore sanitario che si trova in un contesto multietnico.
Prefiggersi,
insomma, di garantire lo “standard etico minimo” dal punto di vista legale
non equivale a garantire la miglior “cura” possibile dal punto di vista
etico. Indubbiamente non è facile per gli operatori sanitari formatisi nella
scienza occidentale accettare l’idea del pluralismo terapeutico, e anche
applicare il principio di eguaglianza dinanzi a tali differenze, ancor più
dinanzi al non infrequente contrasto tra desiderabilità etica, praticabilità
politica e praticabilità allocativa.
La
Stanford Encyclopedia of Philosophy definisce l’eguaglianza “la più
controversa delle grandi idee sociali”, soprattutto per le difficoltà
derivanti dalla necessità di definire la sua relazione con la giustizia, la sua
estensione, i suoi riferimenti e i criteri per le misurazioni concrete della sua
applicabilità. L’eccessiva astrattezza del criterio dell’imparzialità nei
giudizi morali si manifesta in quelle situazioni che richiedono decisioni con le
quali, nonostante l’appello alle regole condivise, non sembrano soddisfatti
allo stesso modo il principio di autonomia e quello di beneficenza, oppure si è
costretti ad accondiscendere a criteri distributivi, a discapito del migliore
intervento possibile qui ed ora. L’astratta imparzialità rischia di
produrre ingiustizie, mentre il diritto all’eguale rispetto non comporta
un’eguaglianza di trattamento e l’eguale considerazione non impedisce che vi
siano categorie maggiormente tutelate di altre per compensare condizioni di
“minorità”. Le scelte strategiche complessive in merito all’allocazione
delle risorse devono necessariamente essere effettuate in maniera imparziale,
non preferenziale, fondarsi su calcoli economici e su una giustizia astratta che
potrà andare a nocumento di alcuni; tuttavia, le nostre società democratiche
presentano molti esempi dello sforzo di tener conto, all’interno delle scelte
generali, di casi particolari (ad esempio, particolari patologie), che vengono
trattati con interventi specifici, con agevolazioni che non suscitano alcun
risentimento per la loro “parzialità” e non contravvengono al principio
dell’eguale distribuzione delle risorse e dell’eguaglianza nei diritti, ma,
anzi, attraverso la cura di soggetti deboli, finiscono, proprio nella loro
“parzialità”, per favorire l’eguaglianza di condizioni. Dunque abbiamo
modelli di riferimento concreto: il principio dell’eguale dignità di tutti
gli individui, standard etico minimo condiviso nella cultura occidentale,
implica una pari rilevanza dei bisogni, ma non un’identità e una negazione
delle differenze: come ha ben illustrato Dworkin,
esso implica che si trattino le persone come eguali e non che si trattino
nella stessa maniera.
Per tutto ciò, la
risposta alla presenza di immigrati richiede un’evoluzione (oltre che
costituire una sfida) dell’organizzazione tradizionale dei servizi alla
persona. Se in un primo tempo i servizi agli immigrati sono stati strutturati
necessariamente come servizi “dedicati”, sempre più essi saranno inglobati
entro le prestazioni rivolte a tutti i cittadini e ciò sarà un passo in
direzione dell’integrazione e della parità nella cittadinanza. In tal senso i
servizi sanitari possono rappresentare non solo un luogo di scambio tra culture
diverse, ma un’occasione di riduzione delle differenze e di promozione della
non discriminazione e della piena integrazione. Perciò ricade su di esse una
grossa responsabilità. Le politiche sociali in una società multiculturale
devono necessariamente partire anche “dal basso”, ossia dalle richieste di
benessere provenienti dai cittadini, ma soprattutto le azioni di sostegno devono
esser parte di una “rete” di interventi finalizzati all’inclusione e alla
partecipazione. Il modello di riferimento è di tipo relazionale, ossia
pone solo un mutevole e transitorio limite tra qualità e quantità, poiché per
affrontare le differenze culturali non è sufficiente un’analisi quantitativa
dei bisogni e degli strumenti necessari a soddisfarli, ma occorre affiancarvi la
valutazione dei processi comunicativi e intersoggettivi, che non riduce la
persona a “utente”, ma le riconosce un ruolo attivo, e la condivisione
(più che la trasmissione) di informazioni.
Da
tale prospettiva, la riflessione sui problemi bioetici posti dalla multietnicità
incrocia, ci sembra, le istanze della cosiddetta “etica della cura”: secondo
tale prospettiva, mentre la definizione di “cura” sottintende l’attenzione
alla singola patologia, al singolo organo malato, la somministrazione di terapie
standard secondo protocolli consolidati e neutrali rispetto alle differenze e,
entro certi limiti, alle richieste individuali, e anche una neutralità
nell’approccio da parte del terapeuta, che in alcun modo è coinvolto
emotivamente nella relazione con il paziente, il “prendersi cura”, ossia
l’attenzione per l’intera persona, le si contrappone come un agire
che si realizza “in situazione”, legato all’esperienza unica e
irripetibile del momento della sofferenza.
La somministrazione delle terapie è astrattamente regolamentata dal sistema
sanitario; il “prendersi cura” richiede un radicamento nel particolare,
e, in coerenza con i valori deontologici prescritti per la pratica medica,
fornisce un’indicazione per il loro ampliamento a considerare i bisogni
psicosociali, conciliando la cura e il caring
(prendersi cura),
riconoscendo il malato non solo come un individuo che necessita di cure mediche,
ma come una persona che deve essere sostenuta all’interno della sua
rete di relazioni, dalla quale dipende il suo benessere e forse anche la sua
salute.
Jean Keller,
studiandone la sua applicabilità all’ambito medico, indica l’elemento
caratterizzante dell’etica della cura in una particolare rappresentazione
dell’agente morale, concepito come essenzialmente relazionale. La relazionalità
è infatti determinate per la concezione del sé e la propria autodefinizione e
fornisce un “focus” all’orientamento morale alla cura: la relazione di
cura non è altro che il modo in cui si interagisce con agli altri. Di più:
l’impegno dell’etica della cura coincide con la pratica medica, poiché essa
ha tra i propri compiti quello di fornire risposta ai bisogni e alla vulnerabilità
generati dalla condizione di malattia, ma la estende ulteriormente, poiché
questa “risposta” alla vulnerabilità include non solo i bisogni
fisiologici, ma anche quelli psicosociali. Il medico e l’infermiere, dunque,
curano (cure) e si prendono cura (care) dei pazienti, non
considerati individui solitari, bensì in quanto implicati in una rete
relazionale.
La cura intesa come
solidarietà con chi partecipa del nostro contesto relazionale è il
“luogo” della possibile mediazione tra l’applicazione astratta dei
principi e il rispetto delle differenze di cultura. Vi è un diritto alla
differenza, che viene rispettato soltanto se si accetta l’eterogeneità
della moralità, la quale non deriva evidentemente da un’unica “fonte”, e
se si esercita una valutazione delle procedure non tecnico-strategica ma comunicativa,
ossia non “sorda” alla richiesta di senso inter-culturale.
Quando in ambito morale si fa riferimento ad un “noi” che dovrebbe essere
interessato dai giudizi di valore nell’idea di “‘uno di noi esseri
umani’ (in contrasto con gli animali, i vegetali e le macchine)”, il
concetto di “‘noi’ ha, di norma, una valenza contrappositiva, nel senso
che si contrappone a un ‘loro’ fatto anch’esso di esseri umani... di
quelli sbagliati. [...] Il nostro sentimento di solidarietà è più forte
quando colui a cui è rivolto è considerato ‘uno di noi’, dove ‘noi’
designa qualcosa di più piccolo e geograficamente più limitato dell’intera
razza umana.”
Ciò non esclude però la possibilità di ampliare l’ambito degli individui
verso i quali si avverte la responsabilità morale, ossia il numero di coloro
che rientrano in quel “noi” che esclude sempre un “loro”. Da tale punto
di vista vorremmo dire allora che il progresso morale consiste nella crescita
della solidarietà. Questa non presuppone alcuna natura umana
universale, ma si protende a cogliere l’universalità del dolore, un genere di
comunanza che supera le differenze, siano esse di religione o cultura o
consuetudini.