
PER UNA BIOETICA LIBERALE
MANIFESTO DELL'ISTITUTO ITALIANO DI
BIOETICA
Luisella Battaglia
E’ possibile nel nostro paese una bioetica
liberale, una bioetica – intendo – che ponga deliberatamente al suo centro
il valore dell’autonomia individuale, che riconosca una netta divisione tra
sfera della morale e sfera della legge, che coltivi un autentico pluralismo
etico?
Il caso Welby - nel rivelare insieme e
simmetricamente, l’onnipotenza della medicina e l’impotenza della persona -
ha mostrato come si continui a rendere, nella nostra cultura, solo un
formale e ipocrita omaggio a quel principio di autonomia che si
traduce nel diritto all’autodeterminazione e che gioca un ruolo rilevante
nella costruzione dell’idea moderna della dignità umana. Nel lontano 1859
John Stuart Mill, uno dei padri del liberalismo, si interrogava, in un testo
ormai classico On Liberty, sulla natura e sui limiti del potere che
la società poteva esercitare sull’individuo e rispondeva formulando il
‘principio del danno’, secondo cui l’intervento della società è giustificato
solo quando la condotta di un individuo è tale da nuocere agli altri e il
singolo deve rispondere verso la società solo delle azioni che incidono
sulla sfera di attività del prossimo. La società non ha dunque in alcun modo
il diritto di definire che cosa sia il ‘bene’, sia fisico che morale di un
individuo il quale, di conseguenza, non può essere costretto a fare o non
fare qualcosa in base alla pretesa giustificazione che ciò sarebbe meglio
per lui, lo renderebbe più felice o il suo agire sarebbe più saggio o più
giusto. Ci troveremmo in tal caso in presenza di uno ‘stato etico’ che si
prefigge il conseguimento di certi valori a cui la volontà del singolo deve
obbedienza, anziché di uno ‘stato di diritto’ che lascia ciascuno libero di
definire il proprio piano di vita, sulla base di valori spontaneamente
scelti. Da qui l’importanza essenziale di quel principio di autonomia in
base al quale “su se stesso, sul suo corpo, sul suo spirito l’individuo è
sovrano.”
E’ inevitabile oggi la domanda: il nostro
è uno stato che può definirsi liberale o siamo ancora, per quanto riguarda
le scelte fondamentali della nostra vita, in una condizione di minorità,
sotto l’ombra protettiva di un paternalismo che nega la nostra libertà, una
sorta di dispotismo illuminato di tipo nuovo, fondato sul potere della
tecnologia? La tutela di una sfera di autonomia personale dalle
interferenze del potere politico e religioso era la preoccupazione di Mill
ed è, o dovrebbe essere, anche la nostra. La sua opera risulta singolarmente
attuale se letta alla luce del dibattito cruciale, in ambito bioetico, sulle
questioni poste dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche e sul loro
impatto sulla nostra vita, sulla stessa immagine della nostra umanità. Mill
appare schierato a difesa della libertà individuale, sostenitore, diremmo
oggi, di un ‘diritto mite’, di una ‘legislazione leggera’ che dia ampio
spazio alla coscienza del singolo più che alla responsabilità forzata da
parte della legge. “La libertà che sola merita questo nome – si legge in
quello che potrebbe chiamarsi un vero e proprio manifesto della società
liberale – è la libertà di cercare il nostro bene personale come meglio
crediamo, finchè non priviamo gli altri del loro o non ne ostacoliamo gli
sforzi per procurarselo. Ognuno è custode naturale delle proprie facoltà,
sia fisiche che intellettuali e spirituali. Il genere umano si avvantaggia
di più se si lasciano vivere gli uomini come meglio loro piace, che
obbligarli a vivere come piace gli altri.” Una dottrina certo non nuova che
tuttavia – aggiunge Mill – appare singolarmente in contrasto con le opinioni
e i costumi attuali i quali testimoniano una forte e crescente inclinazione
ad estendere sempre più il potere della società sull’individuo. Una
riflessione che possiamo applicare anche all’odierna società italiana,
considerando ad es. la recente legislazione in materia di procreazione
assistita – la legge 40, la più restrittiva e illiberale a livello europeo –
da cui emerge nettamente la volontà di regolare l’intera vita privata dei
cittadini facendo intervenire l’autorità pubblica proprio nella sfera più
personale e più intima, quella della sessualità e delle connesse scelte
procreative. L’indicazione milliana è indubbiamente a favore di un
ampliamento della sfera della liceità, nella direzione, in campo bioetico,
di una moralità del benessere e delle simpatie sociali, cioè di un’etica
tollerante e rispettosa delle opzioni personali, anche se da noi non
condivise, a condizione naturalmente che non ostacolino in alcun modo
l’altrui libertà.
Superfluo rilevare l’importanza di questo
principio cardine – che sancisce la libertà di disporre di sé, della propria
vita – per il dibattito attuale sul testamento biologico, in un momento in
cui pare si venga progressivamente restringendo, nel nostro paese, l’area
delle decisioni lasciate all’autodeterminazione delle persone.
Etica relativistica? Tutt’altro. Per Mill,
esistono ‘vizi morali’ come la crudeltà, l’invidia, la cupidigia, l’egoismo
estremo etc. che rendono un carattere cattivo o odioso ed espongono al
biasimo. Ma è fondamentale distinguere tra il discredito a cui una persona
può esser sottoposta per i suoi ‘vizi’ e la riprovazione che le è dovuta per
aver violato i diritti altrui. Nel primo caso, ci muoviamo nell’ambito della
libertà – e la società non ha alcun diritto di interferire poiché non è
offeso direttamente alcun individuo – nel secondo, nell’ambito della legge
– e l’intervento dello Stato è richiesto in presenza del danno arrecato
alla collettività. Di qui l’importanza della lezione liberale di Mill col
suo richiamo alla diversità strutturale del momento etico rispetto a quello
giuridico e alla necessità di non confondere i due ambiti di discorso.
La distinzione liberale tra sfera pubblica
e privata risulta, a mio avviso, particolarmente utile oggi in presenza di
una crescente ‘giuridicizzazione’ della morale, e cioè del prevalere –
specie in ambito bioetico - di sanzioni di tipo giuridico nei confronti di
comportamenti attinenti propriamente la dimensione etica.