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 Alcune riflessioni sugli OT (OGM)(*)

 

Donato Matassino, Mariaconsiglia Occidente

 

 

Relazione svolta al X Corso di formazione in Bioetica dell'Istituto Italiano di Bioetica Campania

Sommario

1.Introduzione. 2. Transgenia. 2.1. Applicazioni e potenzialità degli OT. 3. Alcune problematiche e analisi dei potenziali rischi. 3.1. Impatto sulla salute umana. 3.1.1. Tracciabilità e rintracciabilità 3.1.2. Complessità. 3.2. Impatto ambientale. 3.3. Impatto economico-sociale. 3.3.1. Brevettabiltà. 4. Alcuni documenti di riflessione. 5. Conclusioni. 6. Approfondimenti  e/o Bibliografia.

 

 

GRAFICI E TABELLE

 

 

1. Introduzione

I vorticosi progressi della biologia e, soprattutto il loro significato operativo, date le notevoli implicazioni sociali, etiche, economiche e ambientali, lasciano ‘disorientati’ non solo i cosiddetti ‘uomini della strada’, ma anche gli stessi ricercatori e scienziati sollecitando l’opinione pubblica a un ampio dibattito sul significato e sul valore, per il benessere fisico, psichico e sociale dell’uomo, del sapere e del progresso scientifico, nel tentativo di trovare una mediazione tra ‘libertà della ricerca scientifica’ ed ‘esigenza di regolamentazione’.

La corretta informazione scientifica dei risultati della ricerca e la corretta utilizzazione operativa degli stessi sono due condizioni necessarie affinché l'umanità possa usufruire delle  innovazioni ai fini del miglioramento  del proprio 'status'  di vivente.

Il sistema educativo, a qualsiasi livello, costituisce lo strumento principe per permettere una continua elaborazione 'culturale'  in grado di facilitare l'immissione dell'individuo, con notevole capacità critica, nei dinamici cambiamenti che sempre piú caratterizzeranno l'attuale millennio. La 'flessibilità' 'culturale'  e la riqualificazione permanente potranno facilitare notevolmente l'individuo nella  sua 'affannosa'   ricerca di capire  il 'perché' degli eventi 'culturali' e/o 'biologici'.  Necessita, pertanto,  un'informazione corretta, seria e disinteressata, quindi non di parte senza 'demonizzare', né 'santificare' le biotecnologie.

Per inciso, si ricorda che la libertà della scienza  ha il suo fondamento giuridico a livello  di 'rango costituzionale'  (art. 33). Ritengo che il vivo interesse di conoscere sia un elemento fondamentale proprio per la stessa dignità umana e per una sua sempre piú marcata valorizzazione. In altre parole, la conoscenza ha un valore  etico sempre superiore all'ignoranza. Pertanto,  l'assiduo  appassionato desiderio di sapere  e il continuo progredire della conoscenza non sono assolutamente sindacabili dal punto di vista etico;   viceversa,   l'applicazione   dei    risultati   della   ricerca   può   essere   orientata   ad alterare gli equilibri di un sistema complesso come il pianeta 'terra' e, quindi, può essere foriera di gravi effetti sugli essere umani come quelli  causabili da gravi ingerenze e/o interferenze con la dignità umana. E' a questo secondo livello che il problema etico si pone in tutta la sua valenza; ciò acquista sempre piú rilevanza nella società in quanto ci avviamo velocemente verso una globalizzazione totale  dell'attività antropica,   ma con una forte accentuazione di una società a civiltà multiple  quindi multiculturale , multietnica  e multietica.

La realtà  è sondabile all'infinito, ma la scepsi deve sempre guidare l''uomo-scienziato',  che, specialmente se  opera nel campo  biologico (considerata la complessità dei rapporti fra le varie componenti di tale sistema), deve sempre assumere un atteggiamento (un comportamento) di dubbio verso i risultati  ottenuti da qualsiasi processo cognitivo.

Credo che  si possa affermare facilmente che ogni essere vivente destinato a fornire  alimenti, servizi, attività professionali, ecc. all'uomo sia sempre un passo piú in là rispetto alle nostre conoscenze”. Da ciò è facile dedurre che la impossibilità di controllare totalmente la complessità biologica di un essere vivente deve condurre a una maggiore attenzione e a una maggiore prudenza.

Simon, nel 1976 e nel 1985, di fronte allo studio di fenomeni complessi, quali quelli interessanti gli agroecosistemi, per i quali i risultati conseguiti  in laboratorio possono essere ben lontani da quelli reali, suggerisce la sostituzione, nella ricerca, del concetto di ‘razionalità oggettiva’ con quello di ‘razionalità procedurale’; in tale contesto sono nati gli approcci multicriteriali (multiobiettivo) che mirano a considerare allo stesso tempo piú attributi di un sistema in relazione alle prospettive di attori differenti.

In una visione democratica degli eventi di vita reale, la 'sicurezza d'uso in funzione della salute'  deve costituire l'imperativo unico da perseguire. Questa sicurezza può scaturire solo da una ricerca disinteressata, fortemente  interdisciplinare e sistemica. Il percorrere altre strade significa  'mistificazione'.

 

2. Transgenia 

La 'transgenia' è un evento naturalissimo: a esempio, il mulo (prodotto dall'accoppiamento  fra un asino e una cavalla) altro non è che un animale 'transgenico', poiché ha in sé geni della specie asinina e geni della specie equina. Tutti gli individui esistenti sul pianeta terra, definibili biologicamente 'ibridi',  sono organismi geneticamente diversi dai genitori che li hanno prodotti e si identificano, sempre  biologicamente, con quelli che comunemente si chiamano, oggi, organismi transgenici (OT). In definitiva, possiamo dire che la differenza  fra un individuo  ‘transgenico’ 'naturale'  e uno 'culturale',  cioè  prodotto dall'uomo,  è sostanzialmente di natura temporale, nel senso che il primo  è il risultato di trasferimenti genici non dipendenti - ordinariamente - da una scelta antropica; in piú, i diversi trasferimenti 'naturali'  di geni sono sottoposti a 'verifiche combinatorie' di lunga durata; durante queste 'verifiche' alcuni individui si riproducono altri no per incompatibilità biologica. La ‘transgenia’ consente di superare le barriere  di incompatibilità sessuale tra specie diverse determinatesi con l'evoluzione.

Sempre per una corretta e disinteressata informazione, sorge spontanea una domanda: come l'uomo ha gestito gli altri esseri viventi dall'inizio della sua comparsa sul pianeta terra? La risposta è solamente ipotizzabile per un lunghissimo periodo (2-3 milioni di anni), mentre è storicamente documentata per gli ultimi 13-15 mila anni. Durante questo ultimo periodo, egli ha sempre effettuato una serie di scelte che si sono concretizzate in vere e proprie manipolazioni geniche, favorendo o limitando o eliminando, inconsciamente, 'geni'. Gli effetti di queste  'manipolazioni' sono stati 'verificati' con l''orologio biologico'  dei 'processi naturali'.

La produzione di OT è possibile grazie all'universalità del codice genetico che è scritto sul DNA. La legge fondamentale che regola il funzionamento di questo DNA è biologicamente la stessa qualunque sia  l'essere vivente interessato.

Tecnicamente l’ottenimento degli OT è reso possibile dall’ingegneria genetica che, anziché dipendere dalla ricombinazione casuale tra un grande numero di geni, consente di ottenere un organismo con nuove associazioni geniche, denominato ‘transgenico’, attraverso l’inserimento, nell’insieme delle informazioni genetiche di un organismo (genoma), di  costrutti genici portatori di specifici caratteri. 

Attualmente, stante alle nostre conoscenze, sono piú di 5.000 gli OT 'rilasciati' negli USA e circa 1.800 nella UE. Il 98% circa di questi OT sono vegetali, lo 0,16% sono animali e la restante percentuale è costituita da batteri (0,83), funghi (0,13) e virus (0,23). Il numero delle notificazioni per il rilascio nell'ambiente di OT, pervenute dal 21 ottobre 1991 al 17 aprile 2003, alla Commissione Europea da parte degli Stati membri dell'UE, ai sensi della Direttiva 2001/18/CE, che regolamenta l'immissione nell’ambiente degli OT, è pari a 1.869  e il primato spetta alla Francia.

I prodotti transgenici, il cui uso è autorizzato nella UE sono attualmente 18.

Le stime di Assobiotech circa il fatturato delle imprese biotecnologiche, formulate in base al valore presunto del fatturato dei prodotti biotecnologici relativo al 1994 (11,9 miliardi di euro), prevedono per il 2005 un valore, a livello di Pianeta terra, di 128 miliardi di euro e per l’Italia di 2,8 miliardi di euro con la quota maggiore spettante al settore ‘salute umana’.

Secondo l’ultimo rapporto del Servizio Internazionale per l’acquisizione delle Applicazioni AgroBiotecnologiche (ISAA), a livello globale si è avuto nel 2002 un incremento delle superfici adibite a coltivazioni transgeniche del 12%, rispetto al 2001. Sono quasi 6 milioni (nel 2001 erano 5 milioni) gli agricoltori  che hanno scelto di passare dalle coltivazioni ‘tradizionali’ a quelle ‘transgeniche’ e, piú di ¾ di essi appartengono ai paesi meno sviluppati (Least developed Countries, Ldc). Il maggior tasso di incremento (27%) si è avuto per il mais, con una superficie totale di area coltivata pari a 12,4 milioni di ettari, a cui seguono la colza (incremento pari all’11% con 3 milioni di ettari) e la soia (incremento del 10% con 36,5 milioni di ettari), mentre restano invariati i valori delle coltivazioni di cotone (6,8 milioni di ettari).

La Spagna ha raddoppiato le superfici coltivate a mais Bt, mentre in Romania sono triplicate  quelle di soia ‘biotech’.

I maggiori produttori di OT sono gli USA, Argentina, Canada e Cina. Nel 2002, per la prima volta, in Asia, e precisamente nelle Filippine, è stata approvata a uso alimentare una varietà di mais transgenico; colture transgeniche sono state rilevate anche in India, Colombia e Honduras.

Lo stato brasiliano del Paranà, il 14 ottobre 2003, ha approvato una legge che vieta, fino al 2006, di piantare e di commercializzare soia transgenica; per lo stesso periodo sarà anche vietato utilizzare i porti di Paranagua e di Antonina per l’esportazione di soia transgenica attraverso il Brasile o in altri paesi.

Il 23 gennaio 2002,  la Commissione europea, con la  Comunicazione n. 27 23.I.02, ha promosso un programma completo per lo sviluppo delle scienze della vita e delle biotecnologie in Europa, evidenziando che  l’Europa ha superato gli Stati Uniti quanto a numero di imprese impiegate nell’uso di biotecniche innovative (BI) (1.570 contro 1.273) e che solo la Germania investe nelle biotecnologie 330 milioni di euro all’anno. Tuttavia, in Europa le imprese ‘biotech’ sono di dimensioni ridotte e i  posti di lavoro  sono circa 61.000, contro i 162.000 degli USA.

L’Italia sta recuperando il gap rispetto al resto dell’Europa e, secondo le stime di Assobiotech, riferite nell’assemblea annuale svoltasi a giugno di quest’anno, le imprese ‘biotech’ dovrebbero raddoppiare, passando da 100 a 200 con un incremento notevole del numero degli addetti.

 

2.1. Applicazioni e potenzialità degli OT 

Le biotecnologie vanno discriminate in relazione alla loro utilizzazione; infatti, esse possono interessare i piú svariati campi:

(a)     medicina umana e animale; recentemente è stato messo a punto un metodo per modificare geneticamente un virus in modo tale da renderlo in grado di replicarsi selettivamente nelle cellule cancerose inattivandole; in questo modo si svincola il paziente dall’impiego dei chemioterapici, questi ultimi associati a notevoli effetti collaterali indesiderati

(b)     ambiente; a esempio microrganismi ingegnerizzati utili per accelerare decontaminazioni

(c)      produzione di alimenti per l’uomo e per l’animale, con particolare riferimento alla produzione di molecole a elevata funzione terapeutica (nutraceutica, alimenti funzionali)

Nel settore vegetale l’impiego degli OT ha come scopi:

(a)   aumento della produttività attraverso:

(i)      induzione della resistenza ai parassiti

(ii)    induzione della resistenza a stress ambientali

(iii)  ottenimento di varietà resistenti agli erbicidi 

(iv)  aumento delle rese per unità di terreno coltivato

(v)    riduzione della taglia (es. cereali)

(b)   miglioramento della qualità dei prodotti attraverso:

(i)      aumento del contenuto di componenti essenziali (aminoacidi, proteine e sali minerali) e di vitamine e/o di molecole bioattive con valore ‘extranutrizionale’ (nutraceutica)

(ii)    esaltazione del contenuto di molecole (flavonoidi, terpenoidi, esteri, ecc.) responsabili della tipicità dei prodotti

(c)    miglioramento dei processi di trasformazione microbica delle derrate agricole

(d)   ottenimento di piante da utilizzare come ‘biofabbriche’ di vaccini (subunità b della tossina LT (heat-labile toxin) di Escherichia coli; antigene di superficie del virus dell’epatite B; la proteina F del virus sinciziale respiratorio; la proteina del capside del virus norwalk); le piante piú usate a tale scopo sono: il tabacco, la patata, il pomodoro, la banana; la produzione di molecole immunogeniche per l’uomo attraverso la modificazione genetica di piante e di cloroplasti offre notevoli vantaggi operativi per le popolazioni degli Ldc: sicurezza intrinseca del prodotto; basso costo ed elevata efficienza di produzione; eliminazione delle costose catene del freddo per la conservazione dei vaccini

(e)    produzione di anticorpi; recentemente è stata inserita nella pianta del tabacco la sequenza di DNA responsabile della produzione di anticorpi umani contro la rabbia; ciò consentirà di far fronte alla drammatica carenza di questi anticorpi, attualmente  ottenuti da cavalli oppure da esseri umani che hanno già contratto la rabbia

(f)    riduzione di allergeni naturali

(g)   bonifica di terreni contaminati da sostanze esplosive; i Dipartimenti della Difesa del Canada e degli Stati Uniti, in collaborazione con l’Università di Alberta, hanno avviato un programma di ricerca finalizzato allo sviluppo di piante transgeniche nelle quali siano stati inseriti geni di origine batterica  che conferiscono alla pianta la capacità di cambiare colorazione in presenza di tritolo o di altre sostanze esplosive.

Il National Center for Food and Agricultural Policy (NCAFP) statunitense ha divulgato, nel 2002, i risultati di uno studio avente lo scopo di stimare l’impatto dell’ applicazione degli OT in agricoltura, in termini di utilizzo di pesticidi e in chiave economica (resa produttiva, costo di produzione, utile di gestione, ecc.) negli USA, esaminando 40 casi. I parametri tecnico-economici considerati hanno riguardato: la tolleranza agli erbicidi (herbicide tolerance, HT); la resistenza ai batteri (bacteria resistance, BR) , ai funghi (fungus resistance, FR), agli insetti (insect resistance, IR), ai Nematodi (nematode resistance, NR) e ai virus (virus resistance, VR). L’indagine è stata condotta sulle seguenti colture transgeniche, di cui alcune ancora in fase di sperimentazione: papaia VR; zucca VR, arachide VR e IR, pomodoro VR e HT, lattuga HT, fragola HT, ananas NR, broccoli IR, agrumi VR e BR, mais dolce IR e HT, pesca VR, lampone VR, patata IR-VR e HT, barbabietola da zucchero HT, uva BR, mela BR, girasole FR, canola HT, soia IR e HT, riso HT, mais da foraggio (interessanti 3 aree geografiche diverse), cotone IR e HT, erba medica HT, orzo FR, frumento HT  e VR, melanzana IR, canna da zucchero HT. I risultati, a livello di tutto il territorio USA, hanno evidenziato che: la produzione sarebbe aumentata di 19,74 miliardi di euro all’anno; la riduzione nell’uso di pesticidi sarebbe pari a un valore di 229,830 miliardi di euro all’anno. Recentemente, l’NCAFP ha ricevuto finanziamenti da alcune multinazionali (Monsanto, Syngenta e BIO) per estendere l’indagine all’Europa sulle seguenti colture transgeniche: mais IR, barbabietola HT patata FR.

La ricerca biotecnologica nel settore alimentare è sostanzialmente focalizzata all'identificazione di processi di trasformazione sempre piú selettivi e mirati a ridurre i danni meccanici, chimici e  tecnici nonché a ottenere alimenti con caratteristiche ben definite e stabili.

Numerose sono le ricerche per modificare alcuni costituenti del latte con effetti positivi sull’attitudine alla caseificazione e sulle caratteristiche nutrizionali; un  progetto molto ambizioso dell'industria biotecnologica dei transgeni è quello di 'umanizzare' il latte bovino inserendo nei geni per le proteine del latte sequenze tipiche dei geni umani.

Nel settore animale, gli OT interessano soprattutto: 

(a)     la produzione di farmaci per uso umano in fluidi o prodotti di origine animale; a esempio: 

(i)   gene pharming: tale campo di applicazione, consistente nella produzione di ‘molecole-farmaco’ nel latte, è in rapida espansione e a oggi, sono circa 20 le proteine umane ricombinanti prodotte dalle specie d’interesse zootecnico e di esse, 11 sono espresse a livelli utili dal punto di vista commerciale (≥ 1g/l);

(ii)     è stato sviluppato un sistema per inserire geni nella quaglia (Coturnix coturnix) in modo tale da renderla capace di produrre proteine o peptidi farmacologicamente attivi nelle uova; le stesse procedure potrebbero essere applicate anche ai polli e ciò consentirebbe di produrre farmaci ricombinanti a un costo decisamente inferiore rispetto a quello attuale;

(iii)   proteine ricombinanti farmacologicamente attive sono state ottenute anche nel fluido seminale di suini, attraverso la tecnica della semenesi; quest’ultima consente di modificare geneticamente il suino in modo da fargli produrre proteine ricombinanti complesse, come quelle coinvolte nella carbossilazione, nella glicosilazione e nella metilazione, difficili da ottenere in altri sistemi; queste molecole vengono successivamente recuperate con particolari metodiche

(b)     ottenimento di animali con caratteristiche produttive e riproduttive migliorate (esempio: pecore con migliorata capacità di produrre lana, polli contenenti un gene di alligatore che, attraverso il controllo della temperatura consente di produrre soltanto femmine)

(c) ottenimento di animali con migliorata resistenza alle malattie; anche la profilassi nei confronti della encefalopatia spongiforme bovina (BSE, bovine spongiform encephalopathy) potrebbe trarre giovamento attraverso la clonazione a partire da cellule modificate in cui sia stato eliminato il gene della proteina prionica cellulare (PrPc, prion proteincellular)

(d) un animale d’interesse zootecnico geneticamente modificato in modo tale che i suoi organi siano compatibili con il sistema immunitario dell'uomo, da utilizzare con successo per il trapianto trans-specifico o 'xenotrapianto'

(e) ottenimento di animali transgenici, quali modelli per lo studio di malattie umane; a esempio, sono stati ottenuti topi che manifestano i sintomi della schizofrenia, utili per il monitoraggio dell’azione di alcuni farmaci; di particolare interesse è il topo di ceppo C57BL6-apoEtm.Unc, cioè carente  in apolipoproteina E e quindi in grado di sviluppare lesioni aterosclerotiche sovrapponibili ad alcune lesioni dell’uomo; una delle piú promettenti applicazioni degli animali transgenici è lo studio dell’oncogenesi.

Inoltre, gli animali transgenici potrebbero svolgere un ruolo importante nella ricerca di base, attraverso:

(a) la messa a punto di modelli animali per lo studio degli elementi di regolazione dell'espressione genica nel corso dello sviluppo embrionale e della vita adulta

(b) utilizzo di OT per valutare la capacità del transgene di ripristinare il fenotipo normale in un animale knock out, in modo da verificare che il fenotipo prodotto sia dovuto al gene stesso e non all’alterazione o all’espressione di altri geni che si trovano nelle vicinanze del locus inattivato.

         Interessanti sono le applicazioni delle BI finalizzate al miglioramento dello stato dell’ambiente, aventi, fra l’altro,  come obiettivi:

(a)     decontaminazione dei suoli e delle acque

(b)     fissazione dell’azoto

(c)      solubilizzazione dei fosfati

(d)     aggregazione dei suoli

(e)      composting

(f)       trattamento di depurazione

(g)     produzione di biogas

(h)     produzione di plastiche biodegradabili

(i)       piante o animali come biosensori per contaminanti.

Attraverso l'uso di tecniche e di biotecniche innovative a sfondo ambientalistico si contribuirebbe  tangibilmente all' aumento della produttività  secondo i canoni propri di uno sviluppo sostenibile.

3. Alcune problematiche e analisi dei potenziali rischi

  Un tentativo di analisi oggettiva degli OT, come di qualsiasi intervento antropico sulla natura, non può  essere disgiunto dalla valutazione del ‘rapporto rischi/benefici’, nel senso di ‘correlare ciascuna attività antropica al livello di tolleranza del rischio che viene accettato in confronto con i benefici che derivano dall’attività stessa. La determinazione  del ‘rapporto rischi/benefici’, che ha come principale destinatario l’uomo, deve essere estesa a tutti gli organismi viventi e all’ambiente nel suo complesso prendendo sempre in considerazione il ‘principio della conservazione degli equilibri biologici basati sulla esistenza della biodiversità’.

L’immissione nell’ambiente degli OT pone interrogativi di natura: 

(a)  biologica [rischi per la salute umana (tossicità e nocività)]

(b)  ambientale (effetti sulla biodiversità, interferenze con la sostenibilità agricola)

(c)  economico-sociale (proprietà intellettuale; scelte del consumatore; effetti sull’economia degli Ldc, equità nell’accesso ai risultati e nella distribuzione degli utili e dei vantaggi prodotti dalle biotecnologie)

(d)  etica (nel caso degli xenotrapianti, accettabilità dell’intervento dell’uomo sull’”ordine naturale”, praticabilità etica dell’utilizzo degli animali per migliorare la sopravvivenza dell’uomo, eventuale impatto che un organo o un tessuto di origine animale può avere sull’identità del soggetto umano che lo riceve).

Ritengo che solo un confronto serio, su base scientifica, potrà favorire alcune soluzioni possibili.

 

3.1. Impatto sulla salute umana

Per quanto concerne i rischi nell’uso di OT sulla salute umana, particolare attenzione è rivolta al principio della ‘equivalenza sostanziale’ tra alimento ‘transgenico’ e alimento ‘tradizionale’, introdotto nel 1993 dall’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo (OECD) e approvato da una consultazione congiunta Food and Agriculture Organization (FAO)/World Health Organization (WHO) nel 1996. Tale principio, ampiamente applicato in USA, è stato giudicato ‘ai limiti della pseudoscienza’ dalla rivista Nature (vol. 401, 525, 1999), e ‘approccio soggettivo e inconsistente’ dalla Royal Society canadese nel report intitolato ‘Elements of Precaution: Recommendations for the Regulation of Food Biotechnology in Canada’, pubblicato nel febbraio 2001. Nel rapporto FAO/WHO 2000, in seguito a una revisione critica, sono stati riconosciuti i principali limiti del principio di ‘sostanziale equivalenza’, quali: subordinazione all’esistenza dell’elemento ‘comparatore’, la cui sicurezza sia stata ampiamente provata; assenza di valutazione del rischio a medio e lungo termine (nocività); assenza di  approcci analitici mirati all’identificazione del profilo dei nutrienti e al saggio dell’impatto degli  eventuali cambiamenti nutrizionali inattesi dell’alimento ‘in toto’ sullo stato nutrizionale della popolazione. Tuttavia, nel rapporto FAO/WHO 2000, il principio della ‘sostanziale equivalenza’ viene ancora considerato come criterio fondamentale nella valutazione della sicurezza degli OT o dei prodotti da essi derivati, data l’assenza di strategie alternative capaci di fornire garanzie di sicurezza. Secondo quanto riportato dalla Royal Society canadese nel report del 2001, l’equivalenza sostanziale potrebbe essere sostituita dal ‘principio di precauzione’ in attesa dei risultati scaturenti da ricerche inerenti a:

(a)     struttura del DNA

(b)     modalità di espressione genica o trascrittomica

(c)      profilo delle proteine o proteomica

(d)     profilo metabolico o metabolomica 

Pertanto, il ‘principio di precauzione’, elemento fondamentale per ‘sistemi complessi in divenire’, ai quali sono connessi ampi margini di ‘incertezza dovuta a ignoranza’, non deve essere considerato come fattore di  limitazione per la ricerca, ma come punto di partenza per il suo sviluppo, in modo da giungere alla totale sicurezza ambientale e alimentare (full environmental safety).

Il ‘principio di precauzione’ è stato accolto anche dai 12 esperti del Consiglio nazionale delle ricerche statunitense per l’elaborazione del rapporto sui rischi dovuti all’impiego degli OT in campo animale, commissionato dalla Food and Drug Administration, l’organo che certifica la sicurezza di farmaci e alimenti; il suddetto Consiglio ha anche insistito sulla valutazione delle applicazioni ‘caso per caso’.

In merito al ‘principio di precauzione’, uno studio finanziato dall’Unione europea sottolineando la difficoltà nell’adozione di tale principio , propone 5 regimi di ‘gestione del rischio’, classificati in base al ‘livello’ e al ‘tipo di rischio’:

(a)     gestione del rischio ordinario (routine risk management), da applicarsi nel caso dei rischi piú frequenti

(b)     gestione basata sulla valutazione del rischio (risk-based management), da praticarsi per rischi complessi e sofisticati, per i quali si rende necessario un alto livello di modellizzazione (esempi: rischi da industrie che trattano materiali pericolosi, malattie infettive)

(c)      gestione precauzionale (precaution – based management) quando un rischio comporta un elevato grado di incertezza (esempi: nuove epidemie, malattie come la BSE)

(d)     gestione basata sul dialogo (discourse – based management) nel caso in cui il rischio sia altamente controverso (esempi: ingegneria genetica, biochip per applicazioni in campo umano)

(e)      prevenzione (prevention) da adottarsi nelle situazioni di grave pericolo

Tale studio ha, inoltre, sottolineato l’importanza di discriminare tre tipi di rischi:

(a)     ‘rischio’ dovuto a ‘complessità’;

(b)     ‘rischio’ dovuto a ‘incertezza’, quest’ultima dovuta a risultati variabili, a errori, a ignoranza;

(c)      ‘rischio’ dovuto ad ‘ambiguità’, quest’ultima riferita al risultato ‘intenzionale’.

In tale contesto, il ‘principio di precauzione’ viene considerato come una risposta ‘razionale’ alla ‘complessità’, alla ‘incertezza’ e alla ‘ambiguità’.

Infine, è stata sottolineata l’importanza del coinvolgimento del ‘consumatore’ affinché ‘questi raggiunga la piena consapevolezza di tutti gli aspetti di una problematica’ al fine di condividere o di rifiutare le proposte e le decisioni imposte dalle istituzioni.

La percezione e la comprensione, da parte del consumatore, delle problematiche relative all’impiego delle biotecniche innovative variano in relazione all’area geografica essendo variabile il substrato socio-economico e culturale e notevole è l’influenza dall’informazione, nonché del grado di fiducia nelle istituzioni.

La problematica dell’informazione e del coinvolgimento del consumatore, con particolare riferimento al rapporto tra ‘stili di vita’ e ‘prevenzione delle malattie’, è oggetto di notevole attenzione da parte della Comunità europea, come testimoniato dalla recente Conferenza su ‘Stili di vita salutari – Educazione, Informazione e Comunicazione’, promossa dal Ministero della salute  nell’ambito del semestre di presidenza italiana della UE, svoltasi a Milano il 3-4 settembre 2003.

La notevole attenzione per la suddetta problematica, di indubbio valore positivo, tuttavia, suscita alcune puntualizzazioni e riflessioni:

(a)     il benessere dell’uomo è influenzato da vari fattori che interagiscono tra loro, quali i fattori genetici e quelli legati ai consumi

(b)     la tendenza a imporre ai consumatori regole precise comporta il rischio dell’omologazione e dell’annullamento delle specificità culturali (‘radicalismo salutistico’ culturale e istituzionale).

            Per tale motivo è necessario sviluppare e non perdere di vista i seguenti due principi:

(a)       ‘autoregolazione individuale’, intesa come sviluppo nel consumatore della capacità di decidere e di scegliere a partire dalle conoscenze e dalle informazioni messe a disposizione di tutti

(b)       ‘alleanza sistemica’, intesa come tutto quanto nella società fa da contorno sia  agli stili di vita sia a ciò che è in relazione con il benessere fisico psichico e sociale della persona umana.

Particolare attenzione va anche rivolta alla problematica della sicurezza nutrizionale degli alimenti transgenici nel lungo periodo (‘nocività’), che è stata oggetto di discussione della consultazione FAO/WHO del 2001. Da tale consultazione è scaturita l’utilità, se non la necessità, di condurre ricerche sui ‘rischi’ (‘nocività’) per il benessere (fisico, psichico, sociale) della persona umana a livello sia degli alimenti ‘transgenici’ che di quelli ‘convenzionali’. Particolare attenzione va posta nel considerare la variabilità genetica presente nelle popolazioni umane in quanto essa può essere  responsabile della differente risposta individuale agli effetti indotti dagli alimenti. La futura ricerca sulla nutrizione, anche indipendentemente dall’uso degli OT, dovrà sempre di piú concentrarsi sul modo in cui l’alimentazione condiziona i nostri geni e, in tale contesto, notevole importanza assume la ‘nutrigenomica’ (genetica applicata alla scienza della nutrizione), il cui scopo è quello di disegnare regimi alimentari ‘su misura’ partendo dall’analisi del DNA del singolo individuo.

E’ opportuno precisare che la valutazione della sicurezza ’nutrizionale’ ed ‘extranutrizionale’ degli alimenti costituisce l’elemento chiave per qualsiasi tipo di alimento, anche per quelli ‘convenzionali’, inclusi i prodotti ‘tradizionali’ e quelli ‘biologici’.

Un aspetto importante da prendere in considerazione nella valutazione delle proprietà ‘nutrizionali’ ed ‘extranutrizionali’ degli alimenti è quello di effettuare i rilievi sia sull’alimento ‘crudo’ sia su quello presente sul ‘desco’ del consumatore, cioè quello ‘ingerito’ dal momento che sono la quantità e la qualità delle molecole contenute nell’alimento all’atto del consumo che, in ultima analisi,  alla fine influenzano il ‘benessere dell’uomo’.

Attraverso l’integrazione tra proteomica (studio di tutte le proteine espresse da una cellula in ogni momento del suo ciclo vitale) e trascrittomica (studio dell’insieme dei trascritti presenti in una cellula in ogni momento del suo ciclo vitale), entrambi aspetti della ‘post genomica’, è possibile individuare e caratterizzare marcatori molecolari da utilizzare come parametri di  qualità, salubrità e tipicità degli alimenti.

  Indubbiamente, i risultati di queste ricerche necessitano di un’ampia divulgazione, quindi di un’educazione alimentare da promuovere sin dalle prime fasi della trasmissione delle conoscenze.

 

3.1.1. Tracciabilità e rintracciabilità

E’ necessario evidenziare che qualsiasi prodotto destinato all’alimentazione umana deve essere etichettato in modo che sia individuabile nella ‘tracciabilità’ e nella ‘rintracciabiltà’ sua o dei suoi derivati.

L’etichettatura è una componente indispensabile per la tutela della libertà di scelta da parte del consumatore. Poiché gli attuali metodi di campionamento e le attuali tecniche per la determinazione dei transgeni non consentono di rilevare valori assoluti di presenza – assenza, si rende necessaria l’accettazione del principio ‘de minimis’.

Le posizioni assunte sul problema dell’etichettatura variano da paese a paese. Gli Stati Uniti producono ed esportano vegetali transgenici senza alcun obbligo di etichettatura . Il Giappone ha imposto la soglia del 5%, seguito dalla Corea con il 3%. La Cina non ha ancora stabilito linee guida chiare per la produzione e l’etichettatura degli alimenti transgenici. Australia, Nuova Zelanda e Russia hanno stabilito la soglia dell’1%. L’Argentina ha adottato un sistema volontario di etichettatura; anche il Canada si sta orientando in questa direzione. 

Per quanto attiene all’Unione europea, è in corso di definizione la decisione  di adottare nuove regole sull’etichettatura, nonché sulla rintracciabilità e sulla tracciabilità  dei prodotti transgenici. Secondo la nuova normativa, che entrerà in vigore dal prossimo autunno, sarà obbligatorio indicare sulle etichette  dei prodotti alimentari la presenza di OT, quando questa ecceda lo 0,9 % degli ingredienti; tale obbligo vale anche per gli alimenti d’uso zootecnico, ma non interessa le carni di animali nutriti con cereali transgenici. Al di sotto della soglia prevista, la presenza di OT sarà considerata accidentale. Contrari a questa normativa sono la Gran Bretagna, L’Austria e il Lussemburgo: la prima considera il suddetto limite troppo restrittivo, mentre l’Austria e il Lussemburgo valutano tale soglia troppo tollerante.

La decisione recentissima da parte della Monsanto di abbandonare i mercati europei potrebbe essere collegata alla difficoltà nel rispettare i nuovi limiti imposti dalla nuova normativa sull’etichettatura e, precisamente, alla impossibilità, da parte della multinazionale, di controllare la filiera alimentare e di tenere separati i prodotti convenzionali da quelli transgenici.

Gruère e Carter hanno condotto un’analisi economica critica in materia di etichettatura degli alimenti transgenici, valutando attraverso un modello analitico i rischi e i benefici economici che potrebbero derivare da una politica di armonizzazione delle varie iniziative sull’etichettatura degli alimenti transgenici. Da tale studio è emerso che  le preferenze dei vari paesi sono ampiamente divergenti e che nessuno schema di armonizzazione si rivela ideale. Una possibilità è uno scenario misto in cui gli importatori uniformerebbero gli standard legislativi ‘obbligatori’ e gli esportatori si atterrebbero a una politica ‘volontaria’

 

3.1.2. Complessità

La 'complessità' identificabile con qualsiasi essere vivente, è stata oggetto di numerose definizioni:

- 'La complessità è la proprietà di un sistema modellizzabile suscettibile di mostrare dei comportamenti che non siano tutti pre-determinabili (necessari) anche se potenzialmente anticipabili (possibili) da un osservatore intenzionale di questo sistema' (P. Valéris, letterato);

- 'La complessità non è quel male assoluto che la bella razionalità francese bracca nel nome della chiarezza, dell'omogeneità e dell'universalismo. Al contrario, è il riconoscimento della ricchezza della diversità delle organizzazioni di ogni dimensione e natura' (J. Melise).

Morin afferma che la 'complessità'  è l'origine delle teorie scientifiche e, secondo Küng, 'le teorie scientifiche sono organizzate a partire da principi che non dipendono assolutamente dall'esperienza'

La 'complessità'  è un vero e proprio 'sistema complesso' in quanto:

(a) è da delimitare, di volta in volta, nei suoi confini

(b) è da conoscere nelle sue componenti qualitative e quantitative e nelle loro interrelazioni

(c) è flessibile e variabile spazialmente e temporalmente perché strutturalmente instabile

(d) ha capacità al costruttivismo differenziata per effetto del grado di informazione del tempo e dello spazio

(e) è fortemente autoregolatore, omeostatico, per cui può produrre nuove combinazioni fra le parti costituenti che possono dare origine a dinamici  peculiari 'status' le cui regole di funzionamento possono mutare nel tempo e nello spazio come, a esempio, il sistema 'genoma' per effetto delle continue nuove combinazioni geniche (grazie anche ai geni trasposoni) e delle mutazioni selettive

(f) non è un modello lineare: assenza di proporzione tra causa ed effetto

(g) alla luce delle precedenti caratterizzazioni, è 'imprevedibile' nel senso che esso non è totalmente 'computabile', perché può essere considerato una vera e propria 'struttura caotica deterministica'

(h) ha una sua 'singolarità': è un 'universo soggettivo' non riducibile a mero oggetto di riduzionismo, ma discernibile e con una sua propria 'alterità';

(i) ha una sua specifica pertinenza: 'dialogare' tra le parti componenti.

Non bisogna dimenticare che la nostra ignoranza  è somma  nel settore della conoscenza delle informazioni genetiche e  dei meccanismi che regolano  la espressione  dei geni. Questi ultimi, come tutti i sistemi biologici, quasi certamente, operano in modo sistemico identificabile con una vera e propria rete biologica cibernetica. In piú, al fine di favorire il mantenimento di grandi 'riserve profetiche'  solo una parte delle sequenze nucleotidiche si esprime, mentre la maggioranza è  silente. Le recenti acquisizioni sul genoma umano  evidenziano che ben il 98% del DNA che costituisce il genoma non viene espresso in  proteine; di esso, circa il 50% è rappresentato dal cosiddetto 'DNA ripetitivo'  e circa il 23% da introni e pseudogeni. Del DNA, ripetitivo, denominato anche ‘DNA spazzatura’, non sono note né l’origine né le funzioni; alcuni studi preliminari evidenziano che esso contribuisce a fornire spiegazioni soprattutto in merito ai meccanismi evolutivi degli organismi viventi nonché a quelli di regolazione dell’espressione genica; questi ultimi esplicati attraverso la sintesi di molecole di RNA coinvolte nell’attivazione e nella disattivazione dei geni. E' da  aggiungere la presenza dei cosiddetti geni 'ballerini' (trasposoni) cioè segmenti  di DNA senza fissa dimora, che rientrano nella famiglia del ‘DNA ripetitivo’ e rappresentano circa il 45%  del DNA genomico. Indubbiamente, questi trasposoni svolgono un ruolo molto importante nella conservazione della diversità genetica, cioè  biologica. E' ipotizzabile che questo meccanismo comportamentale favorisca la ‘transgenia’ 'naturale', quindi l'incremento, se non il mantenimento, di una variabilità genetica 'soglia'  nelle popolazioni numericamente modeste viventi in determinati microecosistemi. Un recente studio ha evidenziato nel lievito che una particolare categoria di trasposoni è in grado di spostarsi lungo i filamenti di DNA che presentano rotture e di contribuire alla riparazione

 

Rifkin riferisce che negli USA e nel mondo, a causa dell’imprevedibilità nell’impiego degli OT,  le compagnie di assicurazione negli USA e nel mondo si rifiutano di assicurare le aziende che producono e commerciano OT, sottolineando che la manipolazione genetica comporta rischi ben diversi da tutte le precedenti forme di dominio dell’uomo sulla natura dovuti al fatto che: “il risultato non si ferma al cambiamento genetico, ma va in direzioni difficili da prevedere, legate alle possibili interazioni tra  il prodotto  del transgene e le proteine dell’ospite, queste ultime considerate in chiave di rete metabolica”.

Le recenti acquisizioni sui ‘genomi’ di varie specie evidenziano che la complessità di un organismo non dipende dalla sua ‘dotazione genomica’, come dimostrato dal fatto che l’uomo, sulla base del genoma ‘codificante’ che è stato possibile determinare, possiede solo il doppio dei geni di una banana; il nematode Caenorhabditis  elegans, composto solo di 959 cellule, dispone di ben 19 mila geni.

I risultati preliminari scaturiti dal sequenziamento e dalle analisi comparative del genoma di topo hanno evidenziato che il genoma murino sarebbe solo del 14% piú piccolo rispetto a quello umano [2,5 miliardi di paia di basi (gigabasi, Gb) vs 2,9 Gb] e che l’uomo condivide con il topo circa il 99% del genoma in termini di omologia di sequenza e circa il 90% in termini di gruppi di sintenia (geni posti sullo stesso cromosoma).

Rispetto  allo scimpanzé, recenti acquisizioni hanno evidenziato che l’uomo ha in comune, il 95 % del genoma in termini di sequenza e non il 98,5 % come era emerso da studi precedenti; tale differenza sarebbe dovuta al fatto che nel recente lavoro, per il calcolo del grado di ‘divergenza – similitudine’, sono state prese in considerazione non solo le differenze dovute a sostituzioni di basi, ma anche quelle dovute a ‘inserzioni – delezioni’.

Le suddette conoscenze, che però sono in continuo aggiornamento (sulla base delle continue acquisizioni di risultati di ricerche in atto o da realizzare), indicano che i geni, come tali, sono solo i portatori dell’informazione; pertanto, è il numero di proteine prodotte che caratterizza la complessità di un essere vivente: la realizzazione delle diverse attività vitali richiede la partecipazione di proteine variabili nel numero, nella qualità e nella quantità combinatoria (specialmente in chiave di rapporto fra di loro). Le proteine vanno studiate soprattutto in quanto componenti di una rete costituita dalle interazioni fisiche e funzionali tra le varie proteine; interazioni che sono fondamentali per la fisiologia della cellula, dei tessuti e quindi dell’intero organismo. Di qui l’importanza della proteomica che consente di ‘fotografare’ e di ‘catalogare’ tutte le proteine espresse da una cellula in ogni momento del suo ciclo vitale, indipendentemente dalla conoscenza dei geni.

In tale contesto rivestono particolare significato tutti quegli approcci metodologici non invasivi, che nel loro insieme costituiscono le basi per una nuova era, quella ‘post-genomica’, il cui scopo è quello di colmare il ‘gap’ profondo esistente tra sequenza del DNA e fisiologia della cellula.

Da ciò è facile dedurre che la impossibilità di controllare totalmente la complessità biologica di un essere vivente deve condurre a una maggiore attenzione e a una maggiore prudenza.

 

3.2. Impatto ambientale

La struttura dinamica degli ecosistemi è la ragione per cui i livelli di prevedibilità delle applicazioni delle BI sono bassi  e richiedono la necessità di forti sistemi di controllo. Ciò che può essere facilmente sotto controllo a una certa scala spazio-temporale , a esempio in laboratorio, può dar luogo a effetti imprevedibili a livello di ecosistema ‘in senso lato’, un sistema complesso che opera in parallelo su multiple scale spazio-temporali.

Inquinamento genetico del suolo. Una questione ampiamente dibattuta concernente l’impatto ambientale degli OT, riguarda l’inquinamento genetico del suolo; suolo che va considerato come un vero e proprio ‘sistema dinamico’ che include componenti viventi e non, di natura organica e inorganica organizzate in ‘strutture complesse’, definite ‘aggregati’; questi ultimi  sono formati dall’interazione di particelle organiche e inorganiche e sono  caratterizzati dalla presenza di cavità contenenti aria e/o acqua, microrganismi e radici di piante. Data la presenza nel suolo di una moltitudine di specie viventi, vi è anche la presenza di materiale genetico estremamente differenziato, noto con il termine di ‘metagenoma’; tuttavia, molecole di DNA possono anche trovarsi al di fuori della cellula nell’ambiente interagendo direttamente con i componenti del suolo, in particolare con quelli di natura colloidale e argillosa, con tempi di permanenza che variano da poche ore ad alcuni anni; 1 g di argilla può adsorbire fino a 30 mg di DNA. L’adsorbimento del DNA sui materiali argillosi è influenzato dai cicli di essiccamento e di inumidimento del suolo, nonché dai valori di temperatura di quest’ultimo. Le zone del suolo in cui la comunità microbica è altamente rappresentata sono costituite dalla parete radicale (rizoplano), dal volume di suolo situato adiacente le radici  e da esse influenzato a livello fisico, chimico e biologico (rizosfera), dai residui vegetali (residuosfera) e, soprattutto dall’interno della pianta qualora si verifichi un attacco patogeno. Una delle maggiori problematiche legate all’uso di piante transgeniche è data dall’eventuale possibilità di trasferimento di materiale genetico tra specie differenti (trasferimento orizzontale dell’informazione genetica), con particolare riferimento alla comunità microbica del suolo. Gli esigui dati esistenti al riguardo evidenziano che non esiste alcuna dimostrazione scientifica che ciò avvenga in natura almeno con una efficienza tale da interferire con la specificità delle specie (espressione e affermazione dei geni estranei), anche se è possibile ottenere in laboratorio il trasferimento genico orizzontale da una pianta a un batterio. Tuttavia, analisi comparative di sequenze genomiche e proteiche hanno evidenziato come nel corso dell’evoluzione siano avvenuti trasferimenti di materiale genetico sia tra procarioti che tra procarioti ed eucarioti (a esempio, tra batteri e piante). Inoltre, va precisato che l’incorporazione di geni esogeni è un meccanismo evolutivo proprio dei microrganismi: in Escherichia coli il 16 % del genoma deriva da trasferimento genico orizzontale attraverso i meccanismi della coniugazione, traduzione e trasformazione e ceppi patogeni possono originarsi con queste modalità. Affinché possano verificarsi tali eventi, è necessario che si realizzino determinate condizioni sia a livello della cellula ricevente che della sequenza estranea; inoltre, una volta che il DNA esogeno si è integrato nel genoma dell’ospite, non è detto che si attivi (gene silente). Tuttavia, sulla base di effetti epigenetici, la cui importanza verrà in seguito sottolineata quale causa determinante del margine di imprevedibilità nell’uso delle biotecniche innovative, i geni ‘silenti’ potrebbero attivarsi. In particolare, per quanto attiene alla trasformazione, essa, oltre a consentire lo scambio tra materiale genetico a basso grado di omologia, non prevede il contatto fisico tra cellula ricevente e donatrice, permettendo alla cellula ricevente di incorporare anche DNA extracellulare presente nell’ambiente. Tuttavia, la frequenza e l’efficienza di trasformazione in natura è molto bassa per il fatto che il batterio ricevente, per poter accettare il DNA estraneo, deve sviluppare la condizione fisiologica di ‘competenza’ e, in natura, solo il 10% dei batteri a oggi noti presentano tale condizione. Inoltre, particolare importanza assume ai fini dell’efficienza di trasformazione anche la dimensione del frammento di DNA estraneo. Ancora non è stato possibile dimostrare lo sviluppo della competenza nel suolo.

Tra le possibili conseguenze negative dell’inquinamento genetico del suolo va ricordato l’ ‘effetto deriva’, dovuto alle conseguenze che eventuali metaboliti prodotti dall’OT e presenti negli essudati radicali possono avere sulle popolazioni microbiche del suolo, favorendo alcune specie di microrganismi a scapito di altri. Un esempio è rappresentato dalla tossina Bt, prodotta dal mais Bt , rilasciata dalle radici della pianta; essa  si lega a particelle del suolo che proteggono la tossina stessa dalla degradazione.

La valutazione dei rischi legati all’inquinamento genetico del sistema suolo è complicata dalla dinamicità che caratterizza tale sistema e dalla molteplicità di sollecitazioni che il sistema riceve; tutto ciò rende difficile stabilire se le fluttuazioni osservate sono dovute all’immissione dell’OT oppure ad altre cause.