

Alfredo Mordechai Rabello
Lo status giuridico del
nascituro e il problema dell'aborto in Diritto ebraico
1.
Introduzione
2.
Terminologia
3.
Il primo dovere: quello
della procreazione
4.
Il problema della
paternità dell’embrione
5.
Contratti e
proprietà
6.
Donazioni ed
eredità al nascituro
7.
Il procurato
aborto: introduzione.
8.
Esodo, 21: 22-23
9.
L'uomo nell'uomo
10.
Se
una donna ha un parto difficile...
11.
Una
donna incinta condannata a morte...
12.
Seguendo Rashì
e Maimonide
<Rabbí
Meir soleva dire: da dove apprendiamo che perfino gli embrioni ed i feti
nei ventri materni hanno partecipato alla Cantica del Mare? Come
è detto:
"Nelle folle benedite il Sign-re Idd-o, voi che siete dalla fonte di
Israele">.
1. Introduzione
Trattando del problema
del nascituro secondo il diritto ebraico
è forse
opportuno fare una premessa metodologica.
Siamo oggi abituati a
parlare di diritti, diritti dell'uomo, diritti del nascituro ecc. ed
è naturale che
anche gli studiosi del diritto ebraico si siano prestati ad usare questa
terminologia per essere meglio compresi o per raggiungere determinati fini,
come quello della difesa della persona. Dobbiamo tuttavia osservare che non
è quella dei diritti la prospettiva normalmente presa in
considerazione dal Diritto ebraico nell’affrontare
i problemi; tale diritto ci ha abituato a fissare l’attenzione sui doveri
dell'uomo verso D-o, che si traducono anche in doveri verso il nostro
prossimo. Per esempio la Bibbia non parla del diritto del genitore ad essere
onorato dal figlio o del diritto del nostro prossimo all'amore, ma essa
parlerà del nostro dovere,
vero e proprio precetto affermativo, di onorare nostro padre e nostra madre
(come apprendiamo dal quinto dei Dieci Comandamenti) e del dovere di amare
il nostro prossimo come noi stessi;
cosè riguardo al
nascituro non troveremo normalmente in tali testi un riferimento ai diritti
dell'embrione, ma piuttosto troveremo un preciso riferimento a ciò
che è permesso,
o a ciò che è
proibito fare verso l'embrione o il feto (in ebraico ubàr).
Si deve inoltre notare
che molto spesso nel diritto ebraico i problemi sono esaminati attraverso
una prospettiva completamente diversa ed inaspettata per un giurista di
formazione occidentale. Tanto per accennare fin dall'inizio a quale tipo di
problematica desideriamo riferirci,
troviamo nella Bibbia, ed
è notevolmente
ampliato nel Talmud, il divieto assoluto di svolgere qualsiasi lavoro
nel giorno di Sabato.
Tuttavia la stessa Bibbia stabilisce che D-o benedetto ha dato i precetti
all'uomo affinché
"viva in essi",
onde i Maestri hanno stabilito che un ebreo ha il
dovere di trasgredire ogni precetto della Torà per salvare la vita di
una persona umana, fatta eccezione però
per tre precetti, e cioè
il divieto di idolatria, di omicidio, e di adulterio ed incesto: nel caso
che una persona si trovi di fronte al pericolo di morte o
alla trasgressione di uno di questi tre precetti egli ha il dovere di
lasciarsi uccidere, di offrire cioè la sua vita
pur di non trasgredire il divieto divino.
Si pone quindi il
problema di come agire nel caso di pericolo per una madre incinta o anche
solo per l'embrione; ci si chiede,
per esempio, se sia permesso trasgredire il sabato, trasgressione che
normalmente può arrivare fino a provocare la pena di morte per il
trasgressore, per salvare la madre o l’embrione.
La Halachà risponde in modo da non lasciare la soluzione alla
coscienza dell’individuo singolo, e imponendo l’obbligo dell’azione: infatti
secondo tutti i decisori l'ebreo ha il dovere di trasgredire il sabato per
salvare la vita della madre e secondo la grande
maggioranza di decisori tale obbligo (di trasgredire il sabato) sussiste
anche per salvare l' ubar (l'embrione o il feto), il quale avrà
poi il merito, una volta nato e giunto all'età
in cui bisogna osservare i precetti, di osservare lui stesso molti sabati.
Il Talmud stesso
riporta l’opinione di Rav Nachman, a nome di Shemuel, secondo cui nel caso
di “una donna partoriente che muore di Shabbat, si porta il coltello,
si taglia il ventre
e si fa uscire il bimbo”
spiegando poi che con questo si permette di trasgredire il Sabato: appare
evidente da questo testo che si permette di profanare il Sabato per salvare
la vita del feto. Per l'ebreo osservante persona semplice, che non si
interessa di problemi filosofici e che chiede semplicemente di sapere come
deve comportarsi, questa regola pratica: "tu hai il dovere di
trasgredire il sabato per salvare l'embrione", ha un enorme valore ed
influenza sulla sua formazione e l'aiuta a farsi una idea precisa
dell'importanza che la Torà attribuisce all'embrione.
Lo stesso dicasi per
esempio del giorno del digiuno di Kippùr, il più santo giorno del lunario
ebraico;
qualora vi sia un pericolo, od anche soltanto dubbio di pericolo, per la
vita dell' ubàr, in qualunque momento della sua esistenza,
è fatto dovere
alla madre (si noti, non solo
è permesso ma
è per lei
doveroso) trasgredire il giorno del digiuno di Kippùr, bevendo e mangiando
quanto è
necessario per mettere il concepito fuori pericolo.
Solo comprendendo l'importanza straordinaria che hanno il Sabato ed il
Kippùr per l'ebreo fedele alla Torà, si può comprendere l'importanza
che ha l'ubàr per la tradizione ebraica.
Desiderando offrire una
visione il più possibile esatta di questa problematica, cercheremo
naturalmente di attenerci aderenti alle fonti. Tenendo però
presente che ci troviamo di fronte a testi esaminati da due o tremila anni,
con differenti interpretazioni,
è anche evidente che, specialmente per il periodo in cui inizia
una proliferazione di fonti, saremo costretti a fornire solo quelle che ci
sembrino le più
significative.
Desideriamo
ricordare un’altra osservazione, che abbiamo già fatto all’inizio dell’esame
delle Fonti del Diritto ebraico: trattandosi di un sistema giuridico, ha
evidentemente molto valore l'opinione del decisore, mentre non avrà valore
l'opinione dello scrittore, del filosofo, dello storico ecc. Per esempio
potrà essere senz'altro interessante per lo storico del diritto sapere come
un certo versetto sia stato interpretato dalla traduzione biblica greca dei
LXX, o da Filone Alessandrino o da Giuseppe Flavio. Bisogna però sapere che questi testi non hanno alcuna rilevanza per
un’autorità rabbinica che dovrà
dare un responso. L'unico elemento esteriore alle fonti tradizionali che avrà
una importanza grandissima, sarà
l'opinione dei medici: sarà
normalmente un esperto in medicina che deciderà
se una determinata situazione sia da considerarsi
pericolosa per la vita, ed in base a questa opinione verrà
quindi presa la decisione secondo la Halachà.
Vi
è da aggiungere un’ulteriore osservazione, che può
sembrare paradossale: proprio nei periodi in cui le donne ebree non hanno
praticato l'aborto, si possono trovare Responsa più
condiscendenti, più disposti cioè
a permettere l'aborto, cercando di persuadere la donna che era suo primo
dovere salvare la propria vita. Nel corso degli ultimi decenni la situazione
sembra essere mutata; alcuni decisori, messi di fronte alla realtà
di un eccessivo permissivismo della ultime
generazioni, della minore considerazione che viene data alla santità della
vita, hanno iniziato ad usare un linguaggio assai duro
verso l’aborto, sottolineando soltanto una parte delle fonti
ebraiche, ed in particolare quelle che parlano di "uccisione" o di
"omicidio" del feto, o vedendo nel feticidio una chiara connessione con
l’omicidio. Naturalmente in questa sede il nostro scopo
è quello di studiare come il
diritto ebraico nel suo insieme veda il problema. Un altro problema sorto
nella nostra generazione
è quello di una certa mancanza di fiducia
venutasi a creare nel posek verso
i medici; non vi
è cioè
la sicurezza che quando un medico sostiene che una
determinata situazione sia pericolosa, in
realtà egli lo faccia per permettere di far eseguire un aborto; vi sono per
questo autorità
rabbiniche che hanno richiesto l’opinione di un medico di fiducia, oppure di
due medici differenti, che non abbiano avuto contatto l’uno con l’altro.
Prima di passare allo
studio delle fonti giuridiche, desidero ricordare qualche passo biblico e
rabbinico, a base non giuridica, che fa riferimento al nascituro. Si tratta
quasi sempre di testi sull’elezione divina che avviene prima ancora della
nascita, come nel caso del Profeta Geremia:
<<La parola del Sign-re mi fu rivolta in questi termini: Quando
ancora non ti avevo formato nel ventre (di tua madre), Io ti avevo
conosciuto; prima ancora che tu uscissi dal suo utero, ti avevo consacrato e
costituito profeta alle genti>>.
Nel
Midrash ai Salmi
tale verso
viene usato in riferimento a Giacobbe; nel ventre di Rebecca
i due figli Esaù e Giacobbe si muovevamo continuamente; il Midrash dà
la spiegazione che mentre Rebecca passava dinnanzi a templi idolatrici Esaù
desiderava uscire dal ventre di sua madre, mentre quando Rebecca passava
dinanzi alla scuola di Sem, in cui si studiava Torà, era Giacobbe a
desiderare di uscire, come
è detto: <<Quando
ancora non ti avevo formato nel ventre (di tua madre), Io ti avevo
conosciuto>>.
La cosa ricorda
l’atteggiamento divino verso Israele, servo del Sign-re: <<Il Sign-re fin
dall’alvo materno mi ha chiamato, dal ventre di mia madre ha fatto ricordare
il mio nome... Ed ora ha parlato il Sign-re che mi ha formato sin dall’alvo
come Suo servitore, per ricondurre Giacobbe a sè, Israele presso di Lui sarà raccolto..>>.
Un interesse del tutto
particolare mostra la figura del re David, da cui discenderà il Messia; il
Talmud sottolinea come il re David lodò il Sign-re in ogni fase della
sua vita, e già prima di nascere: “Ha detto Rabbì
Jochanan a nome di Rabbì Shimon Bar Jochai: il versetto seguente
<<ha aperto la bocca con saggezza, ed ha sulla sua
lingua una Torà di grazia>>
è stato
pronunciato da Salomone, come se dovesse essere riferito a suo padre David,
che ha cantato a D-o nei cinque mondi in cui ha risieduto. Già nel ventre di
sua madre, ha cantato una cantica, come
è detto:
<<Benedici, o anima mia, il Sign-re, e voi tutte
le mie viscere, il Suo santo nome>>.
Venendo al mondo, vide...”.
Il Talmud riporta
anche che ogni feto apprende, nel ventre di sua madre, tutta la Torà;
al momento della nascita un angelo lo invita ad essere giusto e non malvagio
e lo colpisce sulla bocca e gli fa dimenticare tutto quello che ha studiato,
fino a che non tornerà
a studiare in questo mondo.
Nonostante tutta
l’importanza che possiamo attribuire a questi ed a altri numerosi passi che
troviamo nella tradizione rabbinica, dobbiamo riconfermare che essi hanno un
grande valore educativo, ma non un valore giuridico: al momento che ci si
trova a dover stabilire la regola giuridica per un determinato quesito
pratico essa verrà stabilita secondo la Halachà.
2. Terminologia
Anche dalla terminologia
usata nelle fonti possiamo apprendere qualche notizia sulla situazione
giuridica dell'ubàr.
Tale parola ha il significato sia di embrione, sia di feto e
sta ad indicare chi si trova nel ventre materno, fino a che non spunti la
testa.
Vi
è chi sostiene che il nascituro concepito sia già
compreso nel termine adam (uomo), e vi
è chi sostiene
il contrario; tutti però sono
concordi nell’affermare che il nascituro sia compreso nel termine adàm
baadàm, cioè
"uomo nell'uomo" che troviamo all'inizio del libro della Genesi.
Vi
è chi dice che il termine "figlio" (ben) comprenda anche
il nascituro concepito, sulla base di Gen. 25:22,
riferito ai gemmelli nel ventre di Rebecca: "I figli si urtavano nel
ventre...Il periodo della gravidanza si compì
ed essa aveva nel ventre due gemelli".
Per quanto riguarda il
termine nefesh ( persona) tutte le varie possibilità sono state
sostenute: abbiamo l'opinione negativa e cioè
l'ubàr non è considerato
nefesh
,
e tale sembra essere l’opinione comunemente accolta; abbiamo una seconda
opinione per cui l'ubàr
è considerato safek nefesh (persona in dubbio); secondo
una terza opinione esso
è considerato nefesh solo per quanto riguarda il divieto di
aborto (letteralmente "togliere l'anima"- netilat neshamà);
vi è infine chi sostiene, come
alcuni esponenti della scuola del Maimonide, che l'ubàr sia
compreso nel termine nefesh.
Queste divergenze di
opinione potranno permettere di comprendere anche le divergenze che troviamo
oggi, specialmente fra i seguaci dell'opinione di Rashì,
da un lato, e quelli dell'opinione del Maimonide, dall’altro . E’ anzi da
notare che alcuni decisori sostenitori della posizione di Raschì,
riconoscendo la grande importanza del Maimonide, hanno sostenuto che il
Maimonide stesso non era dell'opinione che gli viene attribuita da chi si
dichiara suo seguace.
3. Il primo dovere:
quello della procreazione
Già esaminando il
matrimonio abbiamo avuto modo di vedere che il primo precetto che
incontriamo nel primo libro della Bibbia
è quello della
procreazione. Esso viene espresso all'inizio della Genesi con le parole:
<<D-o creò l'uomo a Sua immagine; lo creò a immagine di D-o; creò
maschio e femmina; D-o li benedisse e D-o stesso disse loro: "Prolificate,
moltiplicatevi, empite la terra e rendetela soggetta...">>
.
Nel Midrash Bereshit
Rabbà abbiamo una lunga discussione che riguarda in particolare il
problema di sapere a chi fosse rivolto il comando come normativo, e non come
semplice benedizione: “R. Eleazar disse a nome di R. José ben Zimrà:
<<Assoggetatela>> - sta scritto -.
L'uomo è
obbligato alla riproduzione, ma non la donna. R. Johanan ben Beroqa disse:
Sia l'uomo, sia la donna, perchè per ambedue
è detto: <<E li benedisse D-o e
disse: crescete e moltiplicatevi>>”.
Idd-o benedetto si
rivolge quindi direttamente all'uomo non solo concedendogli il potere di
riproduzione, ma anche dandogli la coscienza di questo potere.
Abbiamo già avuto modo di esaminare alcune delle
caratteristiche del matrimonio; ci limiteremo
in questa sede a riportare un passo del Shemot
(Exodus) Rabbà in cui il Midrash prende spunto da due versetti
biblici dell'Esodo, all'inizio quindi della formazione del popolo ebraico
come popolo. <<E
ordinò Faraone a tutto il suo
popolo: Ogni maschio neonato (ebreo) gettatelo nel Nilo ed ogni femmina sia
lasciata vivere…
E un uomo della famiglia di Levi sposò
una ragazza della stessa tribù.>>
Il Midrash
vede una relazione diretta fra i due versetti, che sono uno il seguito
dell'altro (essendo rispettivamente l'ultimo versetto del primo capitolo ed
il primo versetto del secondo capitolo). Il Midrash immagina che Amràm,
il futuro padre di Mosè, avesse
divorziato da sua moglie (dopo che dalla loro unione erano già
nati Aharon e Miriam- futuri fratelli di Mosè).
Il motivo del divorzio era da trovarsi nel decreto del Faraone; Amram voleva
evitare di avere altri figli, per evitare che venissero
buttati nel Nilo. A questo punto intervenne la figlia Miriam con
parole assai dure, facendo presente a suo padre Amram che il suo modo
d'agire era peggiore di quello del Faraone; Miriam avrebbe detto al padre
che mentre il faraone aveva decretato la morte solo per i figli maschi, egli
(Amram) con il suo modo d’agire (e cioè
con il divorzio dalla moglie effettuato per non dover mettere al mondo altri
figli) avrebbe praticamente decretato la mancata nascita (che si potrebbe
equiparare ad una condanna a morte) sia per i futuri maschi sia per le
femmine. Amram, convinto dal ragionamento della figlia, avrebbe quindi
risposato la sua ex-moglie e da questa rinnovata unione nacque appunto Mosè.
Si può
senz'altro obbiettare che è molto
difficile poter trarre delle conseguenze giuridiche da un testo che non
pretende di avere un carattere giuridico; nessun tribunale umano avrebbe mai
agito in base a un simile ragionamento; ciò
è senz'altro vero, ma non si può
non avvertire la forte influenza del Midrash sull'animo di chi lo
studia, quando il Midrash viene a mettere in rilievo, attraverso le
parole di Miriam, la relazione esistente fra la volontaria astensione dal
dovere di procreare e quella dell'infanticidio.
È da notare che troviamo fra i
poseqim (decisori) questa relazione fra il dovere della procreazione e
la proibizione dell'aborto, come ragionamento a fortiori: se tu hai il
dovere di procreare, a maggior ragione hai il dovere di astenerti dal far
cessare la vita dell'embrione o del feto (ubàr).
Nello stesso ordine di
idee, il libro mistico dello Zhohar (splendore) spiega quanto fu
grande il merito dei figli di Israele in Egitto quando, nonostante l'ordine
del Faraone di far gettare nel Nilo tutti i maschi, non vollero fare
abortire le loro mogli: per questo essi meritarono la redenzione. Risulta
quindi evidente che si tratta di versi e di interpretazioni che
eserciteranno la loro influenza morale anche sulle generazioni ebraiche
successive. Nelle fonti rabbiniche è
più volte riportato che, nella
creazione dell'uomo, vi sono tre compartecipi: Idd-o benedetto, il padre e
la madre. Fra l'altro Idd-o fornisce lo spirito e l'anima.
A questo proposito nel Talmud
e nel Midrash
è riportata una
interessante discussione fra Rabbí
Jehudà il patriarca, il redattore della Mishnà,
e l'imperatore Antonino (probabilmente Marco Aurelio):
“Antoninus ha chiesto a
Rabbi: da quando viene introdotta l'anima nell'uomo, dall'ora del
concepimento
o dall'ora della formazione (dell’embrione).
Gli rispose: dall'ora della formazione. Gli disse (Antoninus a Rabbi):
è mai possibile che un pezzo di
carne stia tre giorni senza sale, senza andare a male?
Certo deve essere dall'ora del concepimento (lett.la visitazione). Ha detto
Rabbi: questo mi ha insegnato Antoninus e vi
è un passo biblico che lo
conferma, come è detto
"Mi hai donato vita e mi hai usato misericordia, e la tua visitazione
conservò il mio
spirito"”.
È interessante l'esplicito
riferimento ad un Saggio non ebreo; sappiamo del resto che la scuola
pitagorica e la scuola platonica hanno avuto notevole influenza sulle
concezioni mediche in Palestina. È
infine da tener presente che già
nel Talmud troviamo riportate divergenze di opinioni; in quanto poi a
quello che non trova esplicita soluzione nel Talmud,
è evidente che possiamo trovare
divergenze di opinioni fra le autorità
rabbiniche successive. Ogni decisore risolverà
quindi il caso a seconda della linea da lui normalmente stabilita;
nonostante che uno possa rimanere a prima vista smarrito dall'abbondanza di
opinioni, al lato pratico poche sono le differenze. Nel diritto ebraico
anche l'uso ha grande importanza e quindi un decisore che abbia una opinione
differente dal comune potrà
sostenere all'inizio la sua opinione, proseguendo poi col dire: "tuttavia si
è ormai
consolidato l'uso ecc.".
Esaminiamo ora la
problematica della personalità
giuridica del nascituro in base ad alcuni problemi che sono stati trattati
dai decisori.
4. Il problema
della paternità dell’embrione
Esiste anche nel diritto
ebraico una presunzione secondo la quale il marito della madre
è il padre del
bambino.. I problemi si pongono però
al momento dello scioglimento del matrimonio, o per morte del marito o per
divorzio: secondo la Halachà una vedova od una donna divorziata dovrà attendere tre mesi dopo la morte del marito o dopo il divorzio
per potersi risposare.
Il motivo di tale attesa
è quello di
essere certi sull’identità del padre dell’embrione, potendo altrimenti sorgere il dubbio
se si tratta di un figlio di nove mesi del primo marito oppure di un figlio
di sette mesi del secondo.
È da tener presente a tal
proposito il divieto,che troviamo nel Talmud, fatto ad un uomo di
sposare la donna incinta di un altro uomo: il motivo del divieto
è il timore che
il secondo marito possa danneggiare durante un rapporto sessuale il feto del
primo, dato che l’uomo ha riguardo normalmente per il suo futuro figlio, ma
non necessariamente per il futuro figlio di un altro.
Osserva il Rav Ovadià Josèf che anche
questo divieto è
una prova, a fortiori, del divieto dell’aborto per il Talmud.
5. Contratti e
proprietà
Secondo l’opinione
comunemente accolta non
è ammesso il trasferimento di diritti ad un embrione; tuttavia
è ammessa la possibilità
di un contratto a favore del nascituro, ed anzi
può
essere nominato un curatore per proteggerne i diritti.
Vi
è chi sostiene che l’ ubàr
abbia la personalità giuridica nei confronti della proprietà
e chi sostiene il contrario.
In ogni caso è
considerato proibito derubare il feto dei suoi diritti; il Rav Shlomo Zalman
Auerbach ha fatto osservare che sarebbe ben strano proteggere la proprietà
del feto, senza proteggerne la vita.
6. Donazioni ed
eredità al nascituro
I Maestri del
Talmud hanno discusso la questione se il feto abbia
la capacità di acquistare delle
donazioni, e si sono divisi nelle loro risposte. Iniziamo dal passo della
Mishnà,
da cui apprendiamo: <<Se uno dice: "Se mia
moglie (incinta) partorirà un
maschio, ei riceverà una mina (=
100 zhuzh), ed ella partorisce un maschio questi riceve la mina. (Se
egli dice: "Se mia moglie (incinta) partorirà
una femmina (riceverà) 200 (zhuzh)",
se ella partorisce una femmina, essa riceve 200 (zhuzh). (Se egli
dice:) "se mia moglie (incinta) partorirà
un maschio, ei riceverà una mina
(= 100 zhuzh), se una femmina (riceverà)
200 (zhuzh)", s'ella partorisce un maschio ed una femmina (gemelli), il
maschio riceve una mina e la femmina 200 (zhuzh)>>.
Il testo della Mishnà viene a stabilire una importante eccezione alla regola
comunemente accolta (ma anche qui abbiamo opinioni divergenti) per cui il
feto non ha la capacità di acquisire. Tale eccezione viene fatta per il
padre in procinto di morire: tale
è l'opinione del Maimonide nel suo commento alla Mishnà e nel Mishné
Torà; secondo però
alcuni commentatori più recenti (e tale sembra
essere oggi l'opinione comunemente accolta) la Mishnà
si riferisce al padre, senza limitazioni, cioè
non solo in procinto di morire, e ciò in base alla presunzione che il cuore
paterno è vicino a suo figlio e
lo ama anche prima della nascita (ma non prima della concezione) e si può
quindi presumere che il padre avesse senz'altro voluto fare una donazione
valida al futuro figlio già
mentre si trova nel ventre materno.
In quanto poi all'uso che fa la Mishnà
di una quota doppia per la figlia, rispetto a quello che riceverà
il figlio, esso viene spiegato col fatto che si vuole assolutamente evitare
che essa debba in alcun modo essere costretta a chiedere l'elemosina, la
qual cosa avrebbe potuto offendere la sua modestia.
Nel passo talmudico
troviamo riportato un caso simile a quello trattato nella Mishnà; un uomo dice a sua moglie incinta, che tutto il suo
patrimonio appartiene al bambino di cui lei
è incinta. Rav Huna sostiene che tale disposizione
è invalida in
quanto, hamezhaké laubar
lo kanà, "chi dà a favore
di un embrione,
questi non ne è divenuto proprietario";
d'altro lato Rav Nachman, discutendo questa regola, dichiara di non sapere
chi ne sarebbe l'autore.
Nel Talmud è riportata anche
l'opinione di R. Jossi secondo cui l'embrione acquisisce, anche se il Talmud
discute se R. Jossi si riferisca ad una donazione o non piuttosto ad una
donazione mortis causa. Rav Nachman torna nella discussione cercando
di salvare la validità della
donazione: qualora il donatore avesse subordinato l'efficacia della
donazione alla nascita del bambino, tale donazione sarebbe stata valida una
volta nato il bambino. Viene riportata infine l'opinione di Rav Sheshet
secondo cui la donazione
è sempre valida.
L'opinione legale accolta
come Halachà è quella
della invalidità in generale di
una donazione a un postumus alienus e della validità
di tale donazione qualora essa sia effettuata dal padre (cioè,
per usare una terminologia romanistica, al
postumus suus).
In linea
generale possiamo quindi dire che l’embrione non ha diritti, e che questi
diritti vengono acquisiti con la nascita, onde se
un embrione muore nel ventre della madre, egli non avrà acquistato quei diritti di eredità
che avrebbe acquistato se fosse nato, onde i diritti di eredità
verranno trasmessi agli eredi del defunto, come se l’embrione non fosse mai
esistito.
D’altro lato un bambino che nasce dopo la morte del padre, erediterà
dal padre considerando il bambino come già nato al momento della morte del
padre
7.
Il procurato aborto: introduzione
Nel caso dell’aborto
volontario non si vuole dar vita a un essere che
è già
stato concepito: diciamo subito che per il diritto ebraico in linea di
principio, l'aborto è considerato
proibito. Da un punto di vista biologico non vi
è alcuna differenza fra un
embrione di un mese, il cui cuore già
incomincia a battere ed un feto di sette mesi: i due sono già
esseri viventi. Vi sono tuttavia differenze esteriori: l'organismo
(formazione di membra) appare formato dopo sei settimane circa. Ecco quindi
alcune difficoltà:
l'essere è già
vivo al momento della inseminazione dell'ovulo, ma solo a quaranta giorni
circa
appare esternamente in forma umana.
Da un punto di vista
etico-filosofico il fatto che il feto dipenda esclusivamente dalla madre,
non giustifica la sua soppressione, più
di quanto possa essere (in)giustificato l'omicidio di un bimbo di un giorno,
la cui vita pure dipende dagli altri. Tuttavia dal punto di vista del
diritto ebraico vi sono delle divergenze fra i Poskim (decisori).
In linea generale
possiamo dire che sono sostenibili le seguenti posizioni:
a) l’embrione
è riconosciuto
come una vita umana in tutto e per tutto, a pieno diritto;
b) l’embrione
è riconosciuto
parzialmente come una persona con diritti limitati;
c) l’embrione
è protetto come
una vita umana in potenza, potendo cioè
arrivare ad essere una persona, se non morirà
prima della nascita;
d) l’embrione non ha
nessun valore, nessun diritto e può
essere eliminato a piacimento (in particolare si può
aggiungere la posizione di chi sostiene che la donna ha diritto a fare
quello che vuole con il proprio corpo).
Come potremo osservare
dall’esame che effettueremo qui di seguito sono da escludere, per il diritto
ebraico, le posizioni a) e d).
Un altro problema
è se il feto sia
considerato parte della madre (foetus pars ventris), oppure un essere
a sè stante.
8. Esodo, 21: 22-23
Nella Bibbia
è stabilita una
pena pecuniaria per colui che ha causato l'aborto di un feto nel corso di
una rissa in cui una persona, desiderosa di colpirne un’altra, ha colpito
invece una donna incinta; la Bibbia non fa distinzione, a differenza dei
Diritti dell’Oriente antico,
a seconda dello stato sociale della donna; ci troviamo quindi, per quanto
riguarda il feto, nel campo della responsabilità
civile, e non penale: <<Se
alcuni uomini litigassero
e
colpissero
una donna incinta in modo che escano i suoi bambini
[= sì
da farla abortire]
senza
procurare altro danno
[lett. senza che vi sia una disgrazia
(asòn)],
sia condannato
il responsabile a pagare quell'ammenda che il marito della donna
colpita avrà richiesto
e
la pagherà
come imporranno
i giudici. Se invece vi
sarà una
disgrazia (asòn),
darai vita per vita"/.
La traduzione greca dei
Settanta (Septuaginta) interpreta la parola asòn
(disgrazia) riferendola al feto,
facendo distinzione a seconda che il feto non abbia ancora raggiunto una
forma umana, oppure l'abbia già
raggiunta, caso questo in cui, anche secondo Filone di Alessandria
che segue i Settanta, l'uomo che ha provocato l’aborto sarebbe passibile di
pena di morte. Abbiamo cioè
qui una terza opinione, intermedia rispetto alle due precedenti, che
distinguevano soltanto a secondo che il feto fosse da considerarsi parte del
corpo materno o a sè stante.
La tradizione talmudica,
invece, ritiene che il termine asòn (che
comunemente si traduce con “disgrazia, morte”
)
si riferisca alla donna,
pensando cioè al
caso che vi sia un aborto, acccompagnato, o meno, dalla
morte della donna colpita. Infatti solo l’uccisione
di un uomo viene punita
con la pena di morte,
ma non quella di un feto,
che verrà punita, invece,
con una pena pecuniaria.
La posizione di Giuseppe Flavio
è simile a
quella rabbinica.
Sarà utile ricordare che per il diritto ebraico tradizionale solo
l'opinione talmudica ha importanza, anche se non si può
negare l’importanza che orientamenti etici diffusi nella opinione pubblica,
possano avere una influenza indiretta anche sui decisori.
9. L'uomo
nell'uomo
Tutti i decisori, autori
cioè di
Responsa,
sono concordi nel sostenere che chi abbia ucciso un bimbo nato vivo e
vitale
è passibile di
pena di morte.
Nel Talmud
è riportata
l’opinione di Rabbì Ishmaèl secondo cui un gentile che provochi la morte di
un feto, sia a sua volta passibile della pena di morte;
fonte prima del divieto di provocare la morte del feto
è il verso della
Genesi
interpretato come segue:
<<Chi
versa il sangue dell'uomo nell'uomo (adam baadam), avrà il
proprio sangue versato dall'uomo, poichè D-o fece l'uomo ad immagine propria>>.
In base alla regola
talmudica secondo cui non vi
è norma divina
valida per il gentile che non vincoli anche l'ebreo,
è evidente la
severa proibizione dell'aborto (si noti: la norma
è valida anche
per l'Ebreo, ma non la stessa pena prevista per il trasgressore);
è discusso anche qui da quale giorno dopo l’inizio della
concezione si intenda esservi il divieto..
Il libro mistico dello
Zhohar
(splendore) esprime tutta la sua contrarietà
all’aborto volontario spiegando che "un uomo che uccide il feto nel grembo
di sua moglie, dissacra quello che
è stato
costruito dal Santo e Benedetto a Sua immagine", e spiega, come
abbiamo già
ricordato, quanto fu grande il merito dei figli di Israele in Egitto i
quali, nonostante l'ordine del Faraone di far gettare nel Nilo tutti i
maschi, non vollero fare abortire le loro mogli: per questo essi meritarono
la redenzione.
10. Se una donna ha
un parto difficile...
Il divieto dell'aborto
non è tuttavia
assoluto: esso viene infatti meno in caso di pericolo per la vita della
donna: nel trattato della Mishnà
di Ohalot
abbiamo la regola: "Se una donna ha un parto difficile [e si teme per
la vita della madre] si interviene sul feto nelle viscere per trarlo
membra a membra [per salvarla], perché
la vita di lei precede quella del feto; se ne
è già
uscita la maggior parte, non si può
toccarlo [cioè
ucciderlo] perché
non si può
sacrificare un essere per un altro essere".
Qual
è il motivo di
questa distinzione? Il commentatore medioevale francese Rashí
di Troyes così spiega: “fino a che non
è uscito
all’aria del mondo, egli non
è nefesh (persona) e si può
ucciderlo e salvare la madre”.. Due sono quindi i
principi su cui si basa Rashì: a) prima della nascita il feto non
è considerato
essere completamente una persona (nefesh) e quindi b) si può
salvare la vita della madre anche a costo della vita del feto, il che non si
verifica immediatamente dopo la nascita, poiché
allora il bimbo è
dotato di piena personalità.
È da notare l’importanza del secondo elemento, da cui si può
dedurre che secondo Rashì l’aborto
è permesso per
salvare la vita della madre, e non per un motivo qualunque.
Una via completamente
differente per la spiegazione della Mishnà
viene seguita dal grande decisore Maimonide:
secondo lui il motivo della differenza fra le due parti della Mishnà
è da trovarsi
nel fatto che si applica anche al feto la regola contro il rodèf
(persecutore): chi mette in pericolo la vita di una persona può
essere ucciso, se questa
è l’unica via
per salvare quella persona. Secondo alcuni studiosi per Maimonide non ha
importanza se questa persona abbia, o meno, la capacità
di comprendere: il motivo dell’autorizzata uccisione del rodef non
è una punizione,
ma il salvare la vita del perseguitato. Secondo altri, invece,
è richiesta
anche per il Maimonide la capacità
di intendere, e l’ammissibilità dell’aborto in questo caso
è spiegata in
questi termini:”that a fetus is deemed a pursuer precisely because he is not
a total ‘being’”..
Una volta spuntato il capo del bimbo, non si sa più
chi perseguiti chi, se cioè il bimbo la madre o viceversa.
È anche interessante notare che Maimonide ha
deciso di accogliere nel suo codice l’opinione di Rabbi Ishmaèl
che ritiene passibile di pena di morte il gentile che provochi un aborto e
che il Maimonide stesso tratta del problema come parte delle regole
sull’omicidio.
Come vedremo, i decisori
moderni sono divisi fra queste due opinioni. Inoltre sulla base del permesso
concesso dalla Mishnà
di ammettere l’aborto solo nel caso di pericolo per la vita della madre o
nel caso di sue grandi sofferenze (come nel caso che verrà
esaminato nel paragrafo successivo) si
è dedotto che
negli altri casi l’aborto non
è mai consentito.
Troviamo già qui
l’idea che dobbiamo avere considerazione per la vita dell’embrione, idea che
costituirà il
fondamento del permesso di trasgredire il sabato per salvare l’embrione.
11.
Una donna incinta condannata a morte...
Un altro testo di
particolare importanza
è la Mishnà
di Arachìm
che stabilisce: “Se una donna incinta
è condannata a
morte non si attende il parto per la esecuzione, ma se si trova all’inizio
del parto si attende che partorisca”. I Commentatori riportano due
spiegazioni sul differente trattamento a seconda dei due momenti; secondo
Rashì il feto non è
considerato un essere a se stante tranne che al momento del parto: prima del
parto la madre e il feto sono considerati un solo corpo. Rabbenu Nissim
Gherondi (Ran) fornisce invece una spiegazione psicologica: per la donna
condannata a morte il tormento del pensiero della morte che la attende
è più
grave che la morte del feto, la cui nascita e vita non sono sicure: vi
è quindi il
divieto di inui din,
che viene causato quando si rinvia l’esecuzione, facendo soffrire al
condannato pene inutili;
è da tener
presente che i Rabbini hanno stabilito espressamente che anche il condannato
a morte è
compreso nel dovere di amare il nostro prossimo; una volta che
è iniziato il
parto, invece, il pensiero primo della madre
è rivolto al futuro bambino, e quindi si attende che partorisca.
Il Talmud basa la sua spiegazione sull’interpretazione che dà al versetto:
<<Quando venga trovato un uomo che giaccia con
una donna sposata, moriranno anche i due>>
e cioè “i due”
di cui si tratta sono la donna con il proprio embrione; non manca anche
l’opinione, isolata, di chi sostiene che si deve attendere in ogni caso il
parto prima dell’esecuzione, dato che il feto appartiene anche al padre.
Questa Mishnà fornisce un ulteriore elemento per permettere l’aborto: se
con la prima Mishnà
avevamo trovato il fondamento per un permesso
di aborto per il caso di pericolo di vita per la
madre, in questa Mishnà viene trovato il fondamento di un
permesso per casi che riguardano le sofferenze della madre.
11. Seguendo Rashì
e Maimonide
Come abbiamo già
avuto modo di osservare, la divergenza di opinioni fra Rashì
e Maimonide, approfondita con l'esame di una serie di altre fonti, ha
ripercussioni ancor oggi fra i decisori. E' infatti evidente che i decisori
che seguono l'opinione di Rashí
saranno disposti, per esempio, ad ammettere l'aborto anche in particolari
casi riguardanti le condizioni dell'embrione o del feto e non direttamente
la madre; i seguaci del Maimonide saranno invece molto più
rigorosi ed ammetteranno l'aborto in una serie molto più
limitata di casi. In ogni caso abbiamo in questa divergenza di opinioni fra
due grandi autorità,
la base per ulteriori divergenze fra i decisori dei nostri giorni. Diverse
autorità
rabbiniche permettono l'aborto solo in caso di pericolo per la vita della
madre.
Alcune ritengono che l'aborto sia permesso solo se il feto
è la causa diretta del pericolo
mentre altre autorità ritengono
l'aborto lecito qualora si possa aiutare la madre a sopravvivere, senza che
vi sia una diretta connessione con il feto,
o "anche per alleviare le gravi sofferenze causate dal feto alla madre"..
Una posizione simile è
quella del Rav Meir H.Uzhiel, gran Rabbino
sefardita di Erez Israel, secondo cui l'aborto
è proibito se
voluto dalla madre senza un valido motivo, ma potrà
essere concesso dall'autorità
rabbinica per seri motivi, anche se per ragioni meno gravi del pericolo di
vita.
In pratica egli ha considerato permesso l’aborto
per esempio nel caso di pericolo di sordità per la madre
Una tragica applicazione
dei principi suesposti si ebbe nel 1942 nel ghetto di Kowno, al tempo
dell'occupazione tedesca; le autorità
tedesche decretarono che ogni donna ebrea incinta sarebbe stata messa a
morte, assieme al suo feto: Rabbì
Efraim Oshri stabilì che l'aborto
era permesso, onde salvare almeno la vita della madre,
che altrimenti sarebbe morta assieme al feto.
I decisori hanno discusso
anche il problema dell'ammissibilità
dell'aborto nel caso di un embrione che sarà considerato
mamzhèr (figlio adulterino) o nel caso
di una gravidanza extramatrimoniale: vi sono autorità
che hanno ritenuto l'aborto permesso nel primo caso
e proibito nel secondo;
il Rav S.Z.Auerbach ha considerato permesso ad una donna sposata che
è stata
violentata sospendere tale gravidanza immediatamente dopo il rapporto
sessuale.
Vi
è chi ha permesso l’aborto di una donna che
è rimasta
incinta durante il periodo dell’allattamento di un altro bambino, per timore
che la cosa fosse pericolosa per il primo bambino, ma vi
è anche chi si
è opposto a tale
permesso.
Il problema
del procurato aborto si
è posto,
naturalmente, con tutta la sua gravità
nel nostro tempo. Come abbiamo già accennato,
è da notare che il lassismo dei costumi, il vivere in una società
in cui tutto sembra permesso, ha posto anche i rabbini di fronte a difficili
dilemmi; abbiamo così
autorità
rabbiniche, come il Rav Feinstein, residente in America ed il gran Rabbino
Ashkenazita di Israele Unterman, che hanno sostenuto una posizione assai
rigida, propria della scuola maimonidea, sottolineando come bisogna cercare
di reagire al lassismo della nostra società
per riaffermare la sacralità
della vita dataci da D-o. Tali autorità rabbiniche così rigorose vietano assolutamente ogni aborto, fatta eccezione per
il caso in cui vi sarebbe un pericolo per la vita della donna o per il suo
stato di salute e sostengono che, per quanto
riguarda le conseguenze, l'unica differenza fra un omicidio (= uccisione di
un uomo) e un aborto (= uccisione di un feto), sia che l'omicidio
è punito da un
tribunale umano, mentre l' aborto
è punito
direttamente dal Cielo (non si sottovaluti questa pena per una persona
timorosa del Cielo).
Vi sono invece altre
autorità che
sostengono che non si può
essere più
rigidi di quanto stabilito direttamente dalla Halachà facendo subire
le conseguenze negative proprio a chi si dichiara fedele alla Halachà
stessa.
Tali decisori sostengono che il divieto dell'aborto
è di origine
rabbinica, e che i Saggi non hanno stabilito che ci si debba comportare
rigorosamente in ogni caso, ma hanno ammesso alcune eccezioni, quando il
feto sia gravemente malato,
come ad esempio nel caso di malattia genetica tay-sachs (gm2
genegliosidosis), malattia ereditaria causata dalla mancanza di un
particolare enzima.
La nascita di un simile bimbo normalmente provoca molto dolore in famiglia e
suscita gravi problemi. Si deve poi ricordare che la vita di un simile
essere è in
genere molto breve. Quest'ultimo argomento non
è presente nel caso di bambini affetti da sindrome di Down,
che possono vivere generalmente di più,
tuttavia anche in questo caso sono stati trovati motivi per permettere,
specie nelle prime settimane, l'aborto. Tra gli elementi che i decisori
hanno tenuto presente vi
è stato anche
quello dell'effetto che può
avere la nascita di un simile bambino nel nucleo familiare: se si tratta di
una famiglia molto salda dal punto di vista morale, disposta ad accogliere
con affetto il nuovo bambino, se ogni membro della famiglia sarà ben disposto a cooperare, sarà
difficile permettere l'aborto; se invece non sarà
bene accetto, se potrà
causare la dissoluzione del nucleo familiare, la perdita di quello che pure
è considerato un
gran valore, la pace familiare (shelom bait),
sarà allora
meglio permettere l'aborto.
Questa divergenza di
orientamenti ritorna anche quando si affronta il problema della liceità
degli esami prenatali: evidentemente chi non ammette l'aborto se non per una
situazione di pericolo per la madre, non ammette neppure esami prenatali per
esaminare la situazione del bambino, dato che essi non possono apportare
alcun giovamento;
per usare l’espressione del Rabbino Unterman:
è ben strano
che, una volta constatata la malattia del feto, si decida di sopprimerlo. È
stato permesso tuttavia l’aborto, quando si
è riscontrato un
caso di
anencefalia
Vi
è infine chi ha permesso l'aborto in caso di gravi disturbi
mentali e psicologici della donna;
a questo proposito vi è
da notare che anche autorità
rabbiniche che non sono disposte a permettere l’aborto per motivi di salute
che riguardino il feto, sono propensi a concederlo qualora tali condizioni
provochino seri disturbi mentali o psichici alla madre.
Vi sono pure discussioni sui vari metodi per eseguire l'aborto e sui diversi
periodi della gestazione: sarà più
facile permetterlo se la gravidanza sarà al suo inizio, entro le prime sei settimane...
Tutti sono concordi che
l'aborto è
permesso in caso di pericolo per la vita della madre e che
è proibito subito dopo la nascita, da quando cioè
è uscito
il capo.
Normalmente si
è concordi nel
ritenere che anche il marito-padre debba acconsentire all'aborto;
tuttavia se la moglie ha abortito senza il consenso del marito, tale
atteggiamento non è
considerato motivo sufficiente a giustificare un divorzio da parte del
marito. In una sentenza della Corte Suprema israeliana, in una decisione di
minoranza, il giudice Menachem Elon, l'unico giudice di formazione religiosa
che sedesse allora nella Corte suprema
israeliana, ebbe a sostenere che il diritto del padre ad essere
ascoltato dalla commissione che decideva dell’aborto, era un diritto che
trovava il suo fondamento nel diritto naturale del padre.
Il principio della santità
della vita è un
principio basilare dell'ebraismo, espresso nella Bibbia con il comando:
<<scegli la vita>>..
Nessuno ha il diritto di togliere ad altri la vita ed il comandamento
biblico <<Non uccidere>> assume un
carattere assoluto. In realtà
tale comandamento è
stato promulgato ancora prima della Rivelazione sul Sinai, e cioè
fin dall'inizio della storia della umanità,
e fa parte, come abbiamo accennato, di uno dei precetti che, secondo la
tradizione ebraica, obbligano ogni uomo (uno, cioè
dei sette precetti dei figli di Noè):
<<Così pure chiederò conto del vostro sangue, della vostra vita; a
qualsiasi animale ne chiederò conto. Chi versa il sangue dell'uomo
nell'uomo, avrà il proprio sangue versato dall'uomo, poichè
D-o fece l'uomo ad immagine propria>>.
Si noti che l’espressione chi versa il sangue dell'uomo nell'uomo
è il verso
principale su cui si basa la tradizione ebraica per proibire l’aborto
volontario, cioè
l’uccisione dell'uomo nell'uomo.
Ai nostri giorni si pone
anche il problema di come comportarsi nel caso di pluralità di embrioni nell’utero; infatti senza l’eliminazione di alcuni
si rischierebbe la morte di tutti, tuttavia la sopravvivenza di tutti
potrebbe anche rappresentare un pericolo per la vita della madre e degli
altri embrioni. Normalmente i decisori sono dell'opinione che sia permesso,
se non necessario, eliminare alcuni embrioni per permettere a
quell'embrione, o a quegli embrioni, che dal punto di vista medico hanno più
probabilità di
sopravvivere, di arrivare fino alla nascita, senza causare pericolo per la
vita della madre.
È da notare come
recentemente si sia formata in Israele la Associazione Efrat che ha
come compito quello di spiegare, specialmente alle madri, le conseguenze
dell'aborto, cercando di rendere le madri consapevoli della situazione del
feto e facendone vedere la vitalità..
Tale associazione svolge la sua attività
con l'aiuto di medici e giuristi, proponendosi di creare una consapevolezza
della negatività
dell'aborto. E’ infatti evidente che la grande discussione non
è quella
esistente fra questo e quel decisore su un determinato aborto, permesso
per gli uni e proibito per gli altri. Il
vero problema sussiste nella enorme divergenza da un lato fra la posizione
di tutti i decisori ed i fedeli alla tradizione ebraica secondo cui, salve
le eccezioni stabilite per salvare la vita della madre e
pochissime altre, è
da ritenere l'aborto assolutamente proibito, proibizione che rientrerebbe
addirittura nel divieto generale del "non uccidere" e dall’altro lato la
posizione assunta da quella
parte della popolazione, che non considera la posizione della Torà
ed agisce normalmente per ottenere i suoi scopi, talvolta usando l'aborto
come un metodo di limitazione delle nascite.
In campo rabbinico
abbiamo numerosi strascichi di questa discussione; per esempio fra i vari
problemi che si presentano si pone quello della posizione dell'anestesista
che prende parte ad un intervento di aborto volontario. Recentemente due
decisori gerosolimitani sono arrivati, per diverse vie, alla conclusione
che, a meno che non si tratti di uno dei casi di aborto permessi dalla
Halachà, anche l'attività
dell'anestesista è
da considerarsi severamente proibita, come
quella di un compartecipe ad una uccisione, appunto il
feticidio.
Desidero ricordare due
Responsa recenti: è
noto il dovere biblico per i cohanim o sacerdoti, di benedire
ogni giorno il popolo, secondo la formula stabilita nella stessa Bibbia;
da tale dovere sono esenti quei sacerdoti
che abbiano causato la morte di una persona. Si
è posto il
quesito se fosse lecito ad un medico cohen che fece abortire una
madre (non in uno dei rari casi permessi dalla Torà), benedire il
popolo; la risposta del decisore
è stata
negativa: la Torà
è fonte di vita
e di benedizione; il medico ha fatto uso del permesso di curare che gli
è stato concesso
dalla Bibbia per causare la morte anziché per salvare la vita: egli ha quindi perduto il suo
diritto-dovere di benedire il popolo.
Un secondo responso, del
Rabbino Feinstein, riguarda il quesito rivoltogli da un ginecologo ebreo,
che chiedeva se poteva procurare l'aborto ripetutamente richiestogli dalla
sua paziente non-ebrea. La risposta del decisore
(che apparteneva, come ricorderemo, alla scuola maimonidea)
è assolutamente
negativa; è
proibito fare abortire anche una non-ebrea e la cosa rientra nel divieto
generale dell'uccisione. Il medico ebreo domanda allora se il suo rifiuto a
praticare l’aborto sulla paziente non possa a sua volta provocare
antisemitismo? Anche qui il Rav Feinstein respinge decisamente ogni
allusione: starà al medico che teme il Sign-re spiegare il motivo del proprio
rifiuto e, anche fra i non-ebrei, non vi
è chi non
capisca che è
proibito uccidere: anche in questo caso, comunque, l’aborto sarà
acconsentito per salvare la vita della donna che sia in pericolo di vita.
L’aborto non
è ammesso per
risolvere problemi economici o semplici problemi di “comodo” della donna: il
Rav Lichtenstein si
è espresso a tal
proposito parafrasando le parole di Byron: agiamo in questo modo non per
mancanza di amore verso la madre, ma per maggior amore verso il nascituro.
Per concludere potrà
essere interessante riportare uno dei motivi del dovere della procreazione
riportato nel Talmud a nome di Ben Azhai, Saggio del II secolo ed
applicato dagli interpreti anche alla proibizione dell’aborto: il venir meno
al dovere della procreazione
è considerato
simile allo spargimento di sangue e diminuisce, per così dire l’immagine di
D-o, essendo l’uomo fatto
a Sua immagine.
Dal punto di vista prettamente giuridico possiamo sostenere che il feto,
anche se non arriva al grado di persona vera e propria, gode però
di uno status superiore a quello di qualsiasi altra cosa:
è stato infatti osservato che mentre la distruzione di sperma,
considerata assolutamente proibita dalla tradizione ebraica, impedisce il
nascere di una vita, l’aborto ne distrugge una.
A questo proposito si
deve osservare che il passaggio di un feto (concepito normalmente), dalla
madre biologica alla madre surrogata non
è paragonabile,
per la madre biologica, all’aborto dato che il feto prosegue a sussistere
nel ventre della madre surrogata.
Il Rav Jakobovits
conclude sinteticamente l’esame sull’aborto con queste parole: “L’opinione
prevalente è quella che limita l’autorizzazione ai casi che comportano un
pericolo per la vita della madre, sia fisico che psicologico (per esempio,
violenza e suicidio). Mentre alcuni rabbini condannano la distruzione del
feto, in ogni circostanza, come una sottospecie dell’omicidio, recentemente
altri hanno esteso tale permesso a: (1) madri la cui salute sia gravemente
in pericolo, (2) fondati timori che il bambino possa nascere con gravi
menomazioni, e (3) casi di violenza carnale o incesto. Tali gravidanze
dovrebbero essere interrotte entro i primi quaranta giorni o, quanto meno,
entro i primi tre mesi”.
Una maggiore
consapevolezza dell'importanza della vita permetterà
anche a noi di avvertire gli embrioni nel ventre materno partecipare, come
al tempo dell'uscita degli Ebrei dall'Egitto, alle lodi al Signore, e
partecipare nuovamente al processo di redenzione, come si esprime il Profeta
Geremia:<<Ecco
Io li ricondurrò
dalla terra del settentrione e li radunerò
dall’estremità della terra; tra essi vi saranno ciechi e zoppi, come pure
donne gravide e partorienti; torneranno qui in grande comitiva>>.
T.B., Niddà
31 a; T.J., Kilaim, 8: 4. Può
forse essere interessante notare che proprio riferendosi a questi
passi, un parlamentare israeliano ortodosso faceva presente che la
moderna legislazione israeliana che esclude anche il padre dalla
decisione sull'aborto, viene praticamente ad escludere due dei tre
compartecipi alla creazione dell’uomo, lasciando praticamente la
decisione soltanto la donna.
Rashì a Sanhedrin, 72b; si veda anche il commento di
A. Enker, Tre
sistemi per spiegare il razionale della legittima difesa nel Diritto
Ebraico, in Plilim, 2, 1991 (in ebraico); brani di tale
articolo sono riportati anche da
E. Shochetman (a cura
di), Diritti del cittadino, 7, Gli aborti provocati, s.d.pp.
13 ss.(in ebraico); v. anche
D. Frimer, The right of sel-defence and abortion in
Maimonides as Codifier of Jewish Law (ed. N.RAKOVER),
Jerusalem, 1987, pp. 195 ss., in particolare pp. 210 ss. Frimer
traduce nefesh con being. Secondo alcune autorità
anche se la maggior parte del feto
è venuta alla luce, la stessa
madre (ma non un terzo) può
salvare la propria vita provocando la morte del feto/neonato (così
il grande
commentatore Meiri, il cui
commento talmudico si trova in manoscritto alla biblioteca Palatina
a Parma ).