
Alfredo Mordechai
Rabello
[Professor Emeritus, Faculty
of Law, The Hebrew University of Jerusalem, Mount Scopus, 91905
Jerusalem, ISRAEL]
Problemi connessi con la fine della vita
e l'eutanasia alla luce del Diritto Ebraico
Pubblicato in Bioetica
e confessioni religiose. Atti del Convegno tenuto presso la
Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Trento il 12 maggio
2006 -
(a cura di
Erminia Camassa e Carlo Casonato),Trento, 2008 (pp. 29-58).
1) Introduzione.
Uno dei settori in cui il
diritto ebraico occupa un posto di rilievo anche in sentenze della Corte
Suprema israeliana, specialmente in quelle parti che non sono state
ancora trattate espressamente dal diritto israeliano,
è quello della bioetica.
Normalmente per un diritto
religioso si pone il problema se sia consentito a un uomo intervenire
per tentare di guarire le malattie inviate da D-o; tale problema si pone
anche nel diritto ebraico. A tal proposito un Midrash
racconta come Rabbì Akivà, uno dei più famosi
Maestri della Mishnà (Tannaim),
vissuto nel II secolo E.V. all’epoca dell’imperatore Adriano, avesse
incontrato un malato e gli avesse indicato un medico al quale
rivolgersi, augurandogli pronta guarigione. Ad un
contadino
che aveva assistito all'incontro e che si meravigliava
dell'atteggiamento del Rabbino, da lui ritenuto contrario al volere di
D-o che aveva provocato la malattia - forse per punizione -, Rabbi`
Akivà rispose dichiarandosi a sua volta meravigliato che l'uomo
portasse sulle spalle una
zappa per lavorare la terra, dal
momento che, se D-o avesse voluto, la terra avrebbe dato il suo prodotto
da sola; Rabbì Akivà concluse
insegnando
che l'uomo deve essere partecipe
all'opera
divina della creazione, e che la stessa Bibbia aveva stabilito essere
dovere del medico curare un malato.
Il fondamento del permesso, che poi per
un medico rappresenta un dovere, di curare l’uomo si trova nel versetto
biblico: rapò
ierapé
(curare curerà). Tale versetto da un lato consente al medico di
intervenire, per così dire, nell'opera del Santo e Benedetto, dall'altro
assicura il medico stesso: ognuno infatti può temere le conseguenze dei
propri errori; se, per errore od omissione involontaria, un medico
procura la morte di una persona, non sarà egli considerato come un
omicida?
Per questo interviene il verso biblico che stabilisce che da una parte è
dovere del medico curare, cioè fare tutto il possibile per salvare o per
lo meno alleviare le sofferenze del malato, e dall’altra sancisce che
non gli è mai concesso di togliere volontariamente la vita a un essere
umano…
I principali interrogativi
sulla bioetica si pongono quando ci si trovi ad affrontare la vita umana
al suo sorgere o al suo termine;
anche in questo campo l’orientamento generale della Halachah è
che “l’uomo deve volgere sempre il suo cuore e tutte le sue azioni
soltanto per conoscere D-o, Benedetto Egli sia”.
2)
La santità della vita umana
Venendo a trattare
dell’atteggiamento dell’Ebraismo verso il malato terminale, dobbiamo
iniziare con un breve esame dell’atteggiamento dell’Ebraismo verso il
concetto di “santità della vita umana”.
L’uomo, ogni uomo, è stato creato ad immagine e somiglianza di D-o: è
evidente pertanto che la vita sia uno dei valori più importanti, ma esso
non è un valore assoluto. Per esempio vi sono delle situazioni in cui
una persona ha il dovere di farsi uccidere pur di non trasgredire alla
proibizione dell’idolatria, al divieto di commettere adulterio o al
divieto di uccidere;
così uno ha il dovere di andare in guerra, nei casi prescritti, ed ha il
dovere di sacrificare la propria vita per la santificazione del Nome
divino.
Si potrà pertanto porre anche il problema se e in quali limiti sia
possibile prendere in considerazione le sofferenze e quali mezzi siano
considerati leciti per evitare o alleviare tali atroci sofferenze,
magari anche a costo di non prolungare la vita del malato.
È da tener presente che la maggior parte
della problematica è sorta in periodo moderno, quando sono state
scoperte macchine e tecniche che hanno permesso di prolungare la vita
umana ben oltre a quanto si poteva fare tempo fa.
Già
il re
Salomone aveva proclamato
nella sua saggezza: <<vi è un tempo per nascere, ed un tempo per
morire>>
e quindi vi sono delle
situazioni in cui sarà proibito prolungare la vita di un malato
terminale
e vi saranno altre in cui sarà permesso o addirittura sarà considerato
doveroso "rimuovere l'impedimento" eliminare quel fattore
esterno
che impedisce
l’esalazione dell’ultimo respiro; così sarà possibile far allontare
dalle vicinanze del moribondo uno spaccalegna:
il suo battere ritmico impedisce al moribondo di morire in pace; così
sarà permesso non mettere del sale sulla lingua del malato perchè
non muoia o sarà permesso togliere il sale che fosse stato eventualmente
già messo nella lingua del moribondo, ma d’altro lato se il moribondo
dicesse di non poter morire fino a che non fosse messo in un altro posto,
non deve essere spostato.
Il principio della santità
della vita,
lo ripetiamo, è un principio basilare dell'Ebraismo, espresso nella
Bibbia dal dovere di scegliere la vita: il principio è sottolineato
anche riguardo l’osservanza dei precetti, riguardo ai quali è insegnato:
<<e vivi in essi>>.
Nessuno ha il diritto di togliere ad altri la vita ed il comandamento
biblico <<Non uccidere>> assume un carattere assoluto. In realtà
tale comandamento è stato promulgato ancora prima della Rivelazione sul
Sinai, e cioè fin dall'inizio della storia della umanità, e fa parte di
uno dei precetti che, secondo la tradizione ebraica obbligano ogni uomo
(sette
precetti dei figli di Noè):
<<Così pure chiederò conto del vostro sangue, della vostra vita; a
qualsiasi animale ne chiederò conto. Chi versa il sangue dell'uomo
nell'uomo, avrà il proprio sangue versato dall'uomo, poichè D-o
fece l'uomo ad immagine propria>>.
Secondo questa concezione
morale il principio della santità della vita non ha praticamente, nella
più grande maggioranza dei casi, limiti, e non è possibile stabilire se
vale più la vita di un bambino o quella di uno scienziato, quella di un
adulto o quella di un malato cui restano da vivere solo alcune ore; anzi
si pone anche il problema se per un malato sia da preferire la
possibilità di vivere un tempo limitato oppure sottoporsi ad una
operazione con pericolo di vita ma anche, se l'operazione avrà un esito
positivo, avere la possibilità di vivere una vita più lunga.
Dobbiamo tuttavia riconoscere che la
medicina moderna ha suscitato problemi morali assai gravi; fino a pochi
anni fa la maggior parte delle persone moriva nel giro di pochi giorni,
a casa propria, nel proprio letto, circondata da persone care; oggi la
situazione è cambiata completamente e molti sono coloro che muoiono in
ospedali, distanti dal proprio ambiente, per lo più collegati a macchine
di diverso tipo che permettono sì di prolungare la vita ma molto spesso
a costo di prolungare anche sofferenze tremende e noi, ed in particolare
i medici, siamo posti di fronte al dilemma di scegliere fra il principio
della santità della vita a costo però di prolungare la vita e le
sofferenze ben oltre quello che era possibile un tempo, attraverso il
collegamento a macchine di vario tipo, e il dovere di alleviare le
sofferenze del malato; per esempio nel caso di un malato i cui reni non
funzionano come si deve e che non ha sufficiente respiro, tanto che
neppure la maschera d'ossigeno è sufficiente a salvarlo e l'unica cosa
che resta da fare è collegarlo all'apparecchio per la respirazione
artificiale così che potrà vivere per alcuni giorni e perfino settimane,
si pone allora una serie di domande.
E’ doveroso attaccare il
malato all’apparecchio, oppure è possibile - o addirittura è doveroso -
evitare la connessione a tale apparecchio? A posteriori, una volta
collegato cioè il malato all'apparecchio, sarà permesso staccarlo,
provocando così la sua morte? Basandosi sul verso biblico lo taamòd
al dam reécha <<non
restare inerte di fronte al rischio di vita del tuo prossimo>>,
su un passo talmudico
e sul grande decisore Maimonide,
possiamo apprendere che è nostro esplicito dovere fare ogni sforzo per
salvare un morente, anche se gli mancano poche ore di vita (chajé
shaà).
Così ci è fatto normalmente divieto di toglierci la vita, che non ci
appartiene; la vita è un valore assoluto e bisogna andare assai cauti di
fronte al pericolo di forze che tendono a relativizzarla: “se si
diminuisce il valore della vita di un uomo perchè questi sta per morire,
la vita dell’uomo in generale perde il suo valore assoluto e diventa
relativa”.
“Di qui la regola: è proibito ogni atto che possa accelerare la morte di
un agonizzante, a nessuno è concesso il diritto di procurare la morte
anche se si tratta di un processo irreversibile e imminente, e anche se
per i medici non c’è più nessuna speranza di vita, e anche se è il
malato stesso a richiederlo".
Il medico non deve agire direttamente in questo senso, né deve
consigliare al malato il modo di togliersi la vita da solo”.
3) Il momento della morte
Possiamo definire la morte come la
situazione in cui vi è mancanza di vita in modo irreversibile. Dal punto
di vista biologico la morte è generalmente un processo continuativo, in
cui le cellule, i tessuti e le varie membra muoiono in differenti stadi,
a seconda della loro sensibilità e della mancanza di ossigeno e di fonti
di energia. Il
fissare il momento esatto della
morte di una persona è un concetto
sociale-filosofico-giuridico-religioso che
stabilisce
la morte dell’uomo in base a mezzi accettati, anche se vi sono alcune
parti del corpo che proseguono a vivere.
Vi sono varie definizioni del momento della morte; la morte di tutte le
cellule del corpo (che è l’unica definizione che corrisponde alla
definizione biologica); la perdita assoluta e irreversibile di ogni
attività cardiaca, della circolazione sanguigna e del sistema
respiratorio (morte cardiopolmonare); la perdita assoluta,
completa e irreversibile di ogni attività cerebrale, compresa quella
della corteccia cerebrale (morte cerebrale). Fino a poco
tempo fa era comunemente accettato che il momento della morte dell’uomo
si verificava al momento della cessazione dell’attività respiratoria e
cardiaca; nel 1837
il
Rav Moshé Sofer, conosciuto come
il Chatam
Sofèr, fissò i principi
halachici per determinare il momento della morte ed al tempo stesso
stabili` quale doveva essere il momento della sepoltura (infatti secondo
la regola ebraica il cadavere deve essere sepolto subito dopo la morte,
quanto prima possibile). La morte, stabiliva il
Chatam
Sofer,
era determinata dalle indicazioni cliniche comunemente accettate;
conseguentemente anche la sepoltura avrebbe dovuto essere effettuata in
un momento non lontano da quello della morte.
Negli ultimi anni abbiamo avuto una notevole evoluzione nella medicina e
nelle tecniche mediche, tanto che i progressi raggiunti hanno
interessato anche processi importanti quali la determinazione del
momento della morte. Infatti:
1) mezzi di rianimazione
perfezionati permettono oggi di mantenere l’attività respiratoria
artificiale, e
quindi quello dell’attività
cardiaca naturale,
per un lungo periodo; questo permette, a differenza di quanto accadeva
un tempo, una separazione cronologica fra l’assenza di respirazione
indipendente e la regolare attività cardiaca;
2)
le nuove tecnologie chirurgiche ed il
progresso medico-scientifico hanno portato dei veri e propri successi
nel salvare vite umane attraverso il trapianto di organi.
Tutto questo richiede una nuova
definizione del momento della morte,
naturalmente sempre conforme ai principii della Halachà.
Negli anni 60 del
secolo scorso
venne definito per la prima
volta da parte dei medici il concetto di morte cerebrale, cioè la
situazione in cui è stata provata la cessazione dell’intera l’attività
cerebrale, compresa la respirazione indipendente, in modo
irreversibile, nonostante il proseguimento normale dell’attività
cardiaca e l’attività normale della circolazione sanguigna.
Anche i Maestri di Halachà si sono trovati divisi su questo
problema; abbiamo fonti della Mishnà e del Talmud da cui
si possono apprendere indirettamente gli elementi per fissare il momento
della morte.
La prima definizione diretta della morte secondo la Halachà ci
viene fornita nel XIX secolo dal surricordato grande decisore Chatam
Sofer:
“…ma uno che è ridotto come un sasso muto, e non ha battito, se poi è
venuto a mancare il respiro, secondo la nostra santa Torà è morto”.
La cosa viene interpretata come riferentesi ad un coma profondo (“ridotto
come un sasso muto”), assenza di attività cardiaca e della
circolazione del sangue (“non ha battito”) e mancanza di respiro
(“è venuto a mancare il respiro”). Questa è l’interpretazione
semplice, e cioè per stabilire il momento della morte è necessaria la
presenza di tutti e tre questi elementi; ma vi è anche chi interpreta
la decisione del Chatam Sofer nel senso che l’unica condizione
necessaria per stabilire la morte di una persona sia la mancanza di
respiro, mentre gli altri due elementi siano da considerarsi soltanto
come indicazione della irreversibilità della mancanza del respiro. Sulla
base di questa opinione i decisori della nostra generazione sono
concordi nel ritenere che una persona può essere dichiarata morta anche
se una parte delle sue membra sia ancora viva, ma
essi
si sono trovati divisi sul
problema di quale sia l’organo la cui morte sia sufficiente a far
dichiarare la morte della persona secondo la Halachà. Vi è chi
ritiene che per dichiarare la morte di una persona sia necessaria la
cessazione dell’attività respiratoria e di quella cardiaca,
onde bisogna proseguire a curare il malato
fino a quando non cessi il battito del cuore o quanto meno non bisogna
cambiare la situazione e quindi considerano proibito staccare il malato
dall’apparecchio della respirazione artificiale;
altri ritengono che sia possibile staccarlo dall’apparecchio, come chi
fa cessare l’attività di un oggetto che impedisce la morte del malato,
onde in ogni caso il cuore cesserà la sua attività dopo qualche minuto,
ma nel frattempo è proibito avvicinare la morte del malato con una
nostra attività, come potrebbe essere l’estrazione di organi per un
trapianto.
Vi è chi sostiene che per stabilire la morte sia sufficiente constatare
la cessazione della circolazione del sangue, poiché in varie fonti
bibliche appare il nesso fra sangue e vita,
mancanza di sangue e perdita
della vita. Allo stesso modo la morte di alcuni organi considerati dai
Saggi indispensabili per la vitalità di una persona, come il cuore, il
cervello o il fegato,
a causa della cessazione della circolazione sanguigna,
può essere segno sufficiente per stabilire la morte della persona,
nonostante il flusso sanguineo persista in altri organi.
Vi sono poi decisori che ritengono che sia il cervello l’organo decisivo
per stabilire la definizione di vita e di morte, onde la morte completa
del cervello, in tutte le sue parti e le sue cellule, è il segno
necessario per stabilire la morte di un individuo;
altri decisori ritengono che il momento della morte sia fissato
dall’assenza di respirazione autonoma, perfino se vi è ancora attività
cardiaca, e ciò se è chiaro che la cosa è assoluta e irreversibile,
onde
il fatto decisivo è la mancanza della
respirazione, che è considerata dalle fonti tradizionali l’elemento che
definisce la vita o la morte di una persona. Poiché conosciamo tuttavia
vari casi in cui la mancanza di respirazione è solo temporanea, diventa
fondamentale il parere del medico. Infatti la morte può essere provata
mediante le conoscenze dei medici che constatano la cessazione della
funzione cardiaca o il mancato funzionamento assoluto del cervello, ove
risiede anche il centro respiratorio; il cervello non sarebbe dunque
importante in sè e per sè per la definizione di morte, ma solo in quanto
centro della respirazione.
Si deve inoltre tener presente
che così come è proibito anticipare la morte di una persona, ed è
proibito quindi estrarre un organo per il trapianto, se in questo modo
si provoca l’anticipazione della morte del donatore, allo stesso modo è
anche proibito prolungare la vita di un moribondo soltanto per
permettere di poter usare i suoi organi per il trapianto.
4) La posizione del Rabbinato israeliano
Nel 1985 il direttore generale
del Ministero della Sanità israeliano ed il direttore del dipartimento
di neurochirurgia dell’Ospedale Shiba a Tel Aviv si rivolsero al
Rabbinato capo israeliano chiedendo che venisse stabilita la posizione
di tale istituzione di fronte al problema del trapianto di cuore. Il
Prof. Michaeli si esprimeva chiaramente: “trattandosi di un problema
religioso più che medico, è possibile dal punto di vista della Halachà considerare la morte del centro respiratorio come la morte
di tutto il corpo?” Il Rabbinato nominò una commissione di rabbini e
medici, consigliandosi anche con esperti in neurologia, anestesia,
chirurgia, cardiologia, trapianti, neurofisiologia. Alla fine del 1986
il Rabbinato pubblicò la sua decisione. Dal punto di vista medico viene
osservato che mentre una volta ci si basava solo sulla elettroencefalografia (E.E.G.) - sistema che non era tuttavia certo
nè per stabilire con sicurezza la morte, nè per stabilire la morte del
cervello - oggi si hanno sistemi più progrediti.
Basandosi su un passo del Talmud,
e sulla decisione del Chatam Sofer
surriportata e su una opinione del Rav Moshé Feinstein,
viene stabilito che il momento della morte secondo la Halachà
coincida con il cessare della respirazione (alito, fiato,
respiro, neshimà). Pertanto è necessario stabilire che la
respirazione sia cessata completamente, in modo irreversibile.
Ciò si può stabilire oggi con metodi che verifichino la morte di tutto
il cervello, compresa la corteccia cerebrale, che è considerata appunto
la parte che permette la autorespirazione nell'uomo. Il Rabbinato ha
fatto propria la definizione di morte cerebrale, richiedendo, accanto
agli esami del cervello, condotti clinicamente, anche l'esame di
laboratorio, cioè un esame obiettivo chiamato BAER: si produce
un’eccitazione sonora sul sistema uditivo e con l'aiuto di un computer
si analizzano le onde elettro-cerebrali che derivano dal sistema stesso.
Se nell'esame viene ricevuta la prima onda, che ha origine
nell'orecchio interno (con l'assenza di onde elettriche provenienti
dalla corteccia cerebrale), è segno che l'orecchio è funzionante,
ma la corteccia cerebrale è
morta.
In tal caso il malato che non esercita una respirazione propria, non
potrà più respirare ed è quindi considerato morto secondo la Halachà;
tuttavia, per non lasciare la decisione ai soli medici, il rabbinato ha
richiesto la presenza di un rabbino per dare il consenso al trapianto.
A questo punto appare evidente
che il primo problema che si pone per permettere il trapianto del cuore
e del fegato è quello di essere perfettamente certi della morte del
futuro donatore del cuore; è comprensibile che quei Poskim che
non ritengono sufficiente la morte cerebrale,
non autorizzino il trapianto del cuore (o del fegato).
Coloro invece che sono convinti che la morte cerebrale, solo però con
tutte le debite precauzioni di cui sopra, sia la morte secondo la Halachà, sono disposti ad ammettere questi trapianti, e tale appunto
è stata la posizione del Rabbinato Centrale di Erez Israel.
5)
L’eutanasia
E' evidente quindi che la
posizione dell'Ebraismo nei confronti della cd.“eutanasia”
è negativa: è fatto assolutamente divieto di praticare la cosiddetta
"morte bella" e chi uccide un moribondo, chi ne affretta la morte
commette praticamente un omicidio e chi lo fa su se stesso commette
praticamente un suicidio.
Secondo autorevoli decisori,
vi sono senz'altro diversi casi in cui è meglio non attaccare l'ammalato
all'apparecchio se non ci sono serie possibilità di ripresa e se vi sono
sofferenze molto grandi per il malato.
Più difficile invece sarà permettere di staccare l'apparecchio una volta
collegato al paziente; qui, come avevamo accennato, la maggior parte dei
decisori ritiene di dover proibire tale distacco, sia pure per salvare
un altro malato, che necessiti lo stesso (forse unico) apparecchio. È
comunque da notare che proprio di recente vi è chi è arrivato alla
soluzione che solo se i medici hanno raggiunto la certezza assoluta
che non sia più possibile salvare il malato, quando il malato non ha più
alcuna possibilità di vivere, allora sarà permesso, ed in taluni casi
perfino doveroso, staccarlo dall'apparecchio.
Degna di nota anche la decisione del Rav Feinstein, che una volta
appreso l'uso assai diffuso in alcuni ospedali americani di prolungare
la vita del paziente onde poter guadagnare di più,
fece espresso divieto ai medici di compiere attività che possano
prolungare la vita umana, qualora il periodo di vita prolungato abbia
come risultato soltanto quello di prolungare le sofferenze per il
paziente; compito primo del medico è infatti quello di curare e non
quello di prolungare le sofferenze. Il decisore ha anche preso in esame
il problema se sia permesso prolungare la vita del paziente, magari
provocandogli sofferenze, qualora questo serva a permettere il prelievo
di organi da trapiantare in un altro malato: anche in tal caso egli è
giunto ad una conclusione negativa.
È da ribadire che “se e quando applicare
o sospendere la respirazione artificiale deve essere determinato
dall’interesse del paziente stesso, e non per ottenere un organo vitale
a scopo di trapianto, poiché sarebbe riprovevole manipolare una vita per
il bene di un’altra”.
Uno dei Rabbini Capo di Israele, il Rav
Shelomò Goren,
che ha esaminato in varii saggi varii problemi connessi con l’eutanasia
dal punto di vista della Halachà, è arrivato alle seguenti conclusioni:
a) è considerato opera pia pregare per un malato terminale, che soffre
molto e non vi è speranza che possa guarire, affinché sia accelerata la
sua fine e sia liberato dalle sofferenze. b) è proibito praticare ogni
forma di eutanasia su richiesta di un malato terminale, anche se
sappiamo che il malato non vivrà a lungo. c) non si deve accogliere la
richiesta di un malato terminale che soffre moltissimo e vive con
apparecchi di rianimazione artificiale e chiede che sia fatto cessare
l’uso di tali apparecchi per permettergli di morire morte naturale;
anche se si sono vuotate le bombole d’ossigeno e quelle di nutrimento
artificiale non si deve accogliere la richiesta del malato di non
riempirle di nuovo, per riguardo alla sua vita attuale: i precetti e
tuo fratello vivrà con te
e non assistere inerte al pericolo del tuo prossimo
sono in vigore anche quando il
malato ci chiede di affrettare la sua morte. d) invece il malato può
rifiutarsi di prendere una medicina in fase sperimentale. e) nel caso di
un malato terminale in stato di agonia (goses), che sappiamo che
non si potrà riprendere e che è attaccato ad apparecchi di rianimazione
e che gli permettono di prolungare l’agonia, non è permesso staccare
questi apparecchi, ma grandi decisori (poskim), come il Bet
Jaakov e il Shvut Jaakov hanno permesso di non riempire in
questo caso particolare, le bombole e lasciarlo morire di morte
naturale.
6) L’esempio di Rabbì Chaninà ben
Teradion
Desideriamo concludere questo
nostro breve esame con lo studio di un passo talmudico per far
comprendere quali ragionamenti e motivazioni animino i decisori, che si
basano su fonti talmudiche in tema di eutanasia. Tale passo ci porta in
Erez Israel (Palestina) e risale all’inizio del secondo secolo, al tempo
dell’imperatore Adriano, ma esso supererà, per il suo significato, i
limiti temporali e geografici. Si tratta di un periodo particolarmente
difficile per gli Ebrei della zona, e ci basti pensare ad alcune date:
70 E.V., anno della distruzione del Santuario di Gerusalemme per mano di
Tito, delizia del genere umano; 115-117 rivolta ebraica al tempo
dell’imperatore Traiano, duramente repressa e, pochi anni dopo, negli
anni 132-135, la grande rivolta di Bar Kochbah, anch’essa repressa nel
sangue da Adriano. È questo un periodo in cui si assiste ad un crescendo
nelle persecuzioni anche a carattere religioso, come possiamo apprendere
da una fonte rabbinica, la Mechiltah deRabbì Ishmael. Il Midrash spiega un versetto dei Dieci Comandamenti, che recita: <<...E
che uso bontà fino alla millesima generazione per coloro che Mi amano e
osservano i Miei precetti>>.
Rabbi Natan, un saggio figlio dell’esilarca di Babilonia, che venne in
Erez Israel al tempo della rivolta contro Adriano, commenta dicendo che
la frase del versetto: “<<per coloro che Mi amano e osservano i Miei
precetti>> si riferisce al popolo di Israele che vive nella Terra di
Israele e rischia la propria vita per l’osservanza dei precetti. Perchè
mai sei condannato a morte? Perchè ho circonciso mio figlio. Perchè mai
vieni bruciato vivo? Perchè ho letto nella Torà. Perchè mai vieni
crocifisso? Perchè ho mangiato pane azzimo... questi colpi hanno fatto
sì che fossi amata da mio Padre che è nei Cieli”. È un
passo che riflette la pesante situazione di persecuzione, nazionale e
religiosa, al tempo di Adriano, un imperatore assai interessato al mondo
orientale, con una cultura ellenistica che lo portò su posizioni di
intolleranza completa verso l’ebraismo, nonostante che proprio
l’ebraismo lo interessasse come pensiero, tanto da farlo dialogare con
rabbini su varie questioni. Nelle fonti romane troviamo pure qualche
testimonianza che conferma come l’applicazione di leggi quale la Lex
Cornelia de sicariis, la legge cioè che puniva gli omicidi, venisse
invece utilizzata per punire certi atteggiamenti degli ebrei di
Palestina, legati all’osservanza della Torà (in particolare si
voleva proibire il compimento della circoncisione).
Era evidente il desiderio romano di reprimere completamente l’Ebraismo,
sperando in tal modo di liberare Erez Israel (la Terra
d’Israele), dalle rivolte contro Roma.
Su questo sfondo storico va
inquadrato un episodio che viene riportato dal Talmud: esso riguarda uno
dei Saggi di questo periodo, Rabbì Chaninà ben Teradion, il quale,
nonostante il divieto imperiale, proseguiva a studiare ed a riunire
pubbliche assemblee allo scopo di insegnare la Torà, portando sempre con
se un piccolo rotolo della Torà. Il brano inizia con il racconto della
visita di Rabbì Chaninà ben Teradion al suo maestro Rabbì Josè ben Kisma,
che era malato. R. Josè si rivologe a Rabbì Chaninà: <<“Chaninà, mio
fratello, non sai che questa nazione [Roma]
hanno stabilito dal Cielo che
deve regnare? Ché ha distrutto la Sua casa e bruciato il Suo santuario,
e ha ucciso i Suoi pii, e ha fatto perire i Suoi buoni e prosegue ad
esistere, ed io ho sentito che tu siedi e studi Torà e riunisci Comunità
in pubblico e porti nel tuo seno un Sefer Torà!
Gli ha detto
(R. Chaninà): “avranno pietà dal Cielo”. Gli ha detto (ben Kisma):
“io ti dico cose ragionevoli e tu rispondi: avranno pietà dal Cielo?
Mi meraviglierei se non bruceranno te e il Sefer Torà nel fuoco!”>>
Poco dopo la morte di Rabbì Josè ben Kisma le autorità romane
arrestarono R. Chaninà e decretarono per lui la pena di morte; egli
avrebbe dovuto cioè essere bruciato vivo, appunto per aver studiato
Torà. I Romani prepararono l’esecuzione della pena cercando di
prolungare il più possibile il supplizio, legando attorno al Saggio il
rotolo della Bibbia in pergamena, e mettendo fra la carne e il rotolo
delle spugne imbevute di acqua per far sì che il fuoco operasse più
lentamente e l’agonia fosse quindi prolungata, ed appiccarono il fuoco.
Lunga è l’agonia del Saggio ebreo, ed i discepoli che gli stanno
accanto, soffrendo essi pure nel vedere le atrocità commesse verso il
loro Maestro e le sue sofferenze, gli chiedono: “cosa vedi, Maestro?”
e questi prosegue ad insegnare, fino all’ultimo secondo della sua vita
terrena, come l’uom
s’eterna,
rispondendo:
“vedo il rotolo che
si brucia, ma le lettere volano in alto...”.
Ed i discepoli continuano ad assistere, finché non resistono più e si
rivolgono nuovamente al Maestro sofferente con un suggerimento: “apri
la bocca, e entrerà il fuoco dentro di te” (per farti morire prima).
Ma il Saggio prosegue a resistere, come se avvertisse che la sua
missione umana non è ancora giunta al termine, e risponde: “È meglio
che la prenda (la vita) chi l'ha data, e che (l’uomo)
non
si leda da solo..” (cioè che non acceleri io stesso la mia morte).
Era lì presente anche il centurione romano (quastionarius), che
aveva il compito di sorvegliare che tutto si svolgesse secondo le regole
e di eseguire la pena di morte. Colpito anch'egli dall'atteggiamento del
Maestro di fronte alle sofferenze, gli si rivolse chiedendogli: <<“Rabbi,
se io aumentassi il fuoco e ti togliessi le spugne di lana dal tuo
cuore, tu mi porteresti nel mondo futuro? Gli disse: “si`”.
Rispose: “giuramelo” e glie lo giurò. Subito aumentò le fiamme, tolse
le spugne e, nel momento in cui le fiamme si alzavano alte anche il
centurione vi si buttò in mezzo e morirono entrambi, Rabbì Chaninà ed
il centurione... Si udì una voce celeste che disse: “Rabbì Chaninà ben
Teradion e il centurione sono invitati alla vita del mondo futuro”>>.
È questo un episodio che viene
normalmente studiato per far vedere quanto grande sia la forza della Teshuvà, del pentimento e delle buone azioni, senza distinzione fra
ebreo o pagano: il soldato romano acquistò in un momento di pentimento e
di sublimazione quel mondo futuro che Rabbì Chaninà ben Teradion si era
conquistato naturalmente, con una intera vita condotta in santità,
servendo D-o, studiando e insegnando la Sua Torà. Esaminando il
testo più da vicino ci rendiamo conto della sua peculiarità. Chaninà ben
Teradion è considerato uno dei più grandi saggi dell’epoca, suocero di
Rabbì Meir, Maestro di molti saggi, che non volle staccarsi un momento
dalla fonte di vita, dalla Bibbia; il suo atteggiamento non stupisce;
era quello che ci si poteva attendere da un Saggio come lui: tutta la
sua vita era stata purezza e amore per D-o. Ma Rabbi Chaninà viene a
darci un ulteriore insegnamento con il suo atteggiamento al momento
della morte. Cosa aveva voluto insegnarci? Perchè non aveva voluto
accettare il suggerimento dei discepoli ed accelerare la morte?
Rabbi Chaninà avrebbe voluto mostrare fino a che punto l'uomo deve esser
pronto a servire l'unico D-o con amore e abnegazione. Ed il passo, uno
dei più studiati anche da chi si occupa del problema dell’eutanasia
secondo l’Ebraismo, viene a ribadire l’insegnamento dei Maestri, e cioè
che un uomo non può sapere cosa potrà capitare nel poco tempo che gli
rimane ancora da vivere e non ha diritto ad accelerare la propria morte,
appartenendo la vita a D-o..
Leggiamo in una massima di un altro Saggio dell’epoca: <<Rabbì Jaakov
soleva dire: “È preferibile un’ora sola di penitenza e di buone azioni
in questo mondo a tutta la vita futura; ma una sola ora di beatitudine
nel mondo futuro è preferibile a tutta la vita di questo mondo”>>.
Chi può dire cosa succede nell’anima umana nella sua ultima ora, chi può
sapere che effetto purificatorio possono avere le sofferenze (senza con
questo voler toglier minimamente la responsabilità degli aguzzini!)?
Cosa è successo nel caso di Rabbì Chaninà? La cosa è eccezionale e per
comprenderla dobbiamo ora prendere in considerazione la vita del boia
romano: che vita differente la sua, tutta trascorsa nel sangue e nel
lutto provocato al popolo ebraico con l’uccisione dei suoi maestri...
Ebbene il proseguimento delle sofferenze di Rabbì Chaninà, la sua ultima
ora trascorsa tra sofferenze indicibili, hanno permesso a Rabbi Chaninà
di far mutare completamente la vita del centurione romano, di
fargli sentire finalmente pena per le sofferenze altrui fino ad essere
disposto a trasgredire l’ordine ricevuto (l’ubbidienza ad ordini
disumani infatti non lascia libera la coscienza umana ancor oggi...) e
di indurre il centurione a togliere le spugne dal Maestro per alleviare
almeno un poco le sue sofferenze. Riemersa l’umanità dell’uomo, del
centurione creato anch’egli ad immagine di D-o ed ora eccoli uniti
assieme nelle fiamme, il saggio e l’aguzzino, il Rabbino ed il
centurione romano. Un momento di pentimento sincero, travolgente, il
rimorso per le pene provocate è bastato a far cambiare la vita del boia,
a dare un significato altissimo alla sua ultima azione ed a farlo
rendere degno di partecipare alla vita del mondo futuro.
Esaminiamo ora il passo dal punto di
vista strettamente halachico: i decisori hanno avuto qualche problema
con questo passo, dato che potrebbe sembrare che vi fosse una
contraddizione fra la prima parte e la seconda, in cui il Saggio ha
accolto la proposta del soldato romano. Esaminiamo la prima parte, in
cui Chaninà ben Teradiòn respinge la proposta dei discepoli di aprire la
bocca per fare entrare il fuoco ed accelerare così la propria morte: “È
meglio che la prenda (la vita) chi l'ha data, e che non si leda
da solo...” (cioè che non acceleri io stesso la mia morte). È una
frase che viene riportata assai spesso dai decisori, come per dire: non
abbiamo il diritto di interferire sul volere divino con i nostri mezzi
umani. Però
bisogna fare attenzione che anche i discepoli di Rabbì Chaninà
conoscevano bene la Halachà; è vero che il Maestro ha respinto la
loro proposta con la frase di cui sopra; ma il problema che ci si pone è
se Rabbì Chaninà abbia stabilito una regola generale, cioè valida per
tutti, oppure se si tratti di una regola ispirata dall’essere il Saggio
particolarmente pio (middat chassidut), regola cioè che il
Saggio aveva voluto fissare solo per se stesso e per chi avesse voluto
seguirne l’esempio. Non sapremo mai la vera opinione del Saggio, ma dal
punto di vista halachico quello che conta è come il passo viene
interpretato dai decisori, ed in proposito abbiamo un duplice commento
dei Tossafisti: la prima opinione
ritiene che sia possibile fare anticipare la propria morte quando si
soffrono sofferenze insopportabili; la seconda opinione, di Rabbenu Tam,
limita questo permesso al solo caso in cui si tema di non poter
sopportare le sofferenze e di trasgredire, come conseguenza, un grave
divieto, come potrebbe essere quello dell’idolatria o del compimento di
atti sessuali gravemente proibiti (ghilui 'araiot). Vi è pertanto
chi ritiene
che l’atteggiamento dei discepoli fosse giustificato; essi avrebbero
consigliato al Maestro una azione permessa, tanto grandi erano le
sofferenze del Maestro; questi, dal canto suo, voleva agire fino
all’ultimo in un modo particolarmente pio, e rifiutava quindi di
usufruire del permesso di accelerare la propria morte, anche a costo di
sopportare sofferenze inumane.
Secondo questa opinione, dunque, l’atteggiamento del Saggio era
particolarmente pio
ed egli non avrebbe voluto stabilire una regola generale: questo
spiegherebbe come il soldato non ebreo non fosse obbligato a seguire
l’atteggiamento stesso del saggio
e potesse quindi agire come agì. Per questa opinione non sussiste quindi
un contrasto fra le due parti del testo.
La maggioranza dei decisori
segue però l’interpretazione di R. Tam, e cioè dobbiamo vedere
nell’atteggiamento di Rabbì Chaninà la regola halachica da seguire,
a meno che non si tratti di una persona che tema di trasgredire
importanti precetti come conseguenza delle torture. Questo ci porta ad
esaminare la seconda parte del testo talmudico, quella cioè in cui
interviene il soldato romano. E' da tener presente che la Torà ci
insegna che ad ogni uomo (chiamato nelle fonti ebraiche ben Noach,
figlio di Noè) è proibito l’omicidio (e normalmente tale è
considerato l’accelerare la morte di una persona). Vi è chi ha
considerato l’azione del soldato che ha tolto le spugne imbevute d’acqua
come l’eliminazione (che sarebbe permessa) di un oggetto esterno che
impedisce la morte,
e ciò anche perchè l’aggiunta delle spugne non era una azione
giuridicamente necessaria per la condanna a morte ed essa aveva soltanto
lo scopo di prolungare le sofferenze del moribondo.
Vi è chi ritiene che tale atteggiamento, cioè il togliere le spugne,
fosse proibito a un ebreo,
ma permesso a un non ebreo, o perchè la cosa era di estremo vantaggio
per R. Chaninà, “essendo la velocità della morte un grande bene”
e trattandosi anche di una morte innaturale,
o perchè le azioni compiute dal soldato non sono considerate per lui
come omicidio:
Ma vi è anche chi ritiene che in linea generale non si debba agire come
il soldato romano e neppure come il Saggio; secondo tale opinione Rabbì
Chaninà avrebbe agito in tal modo solo per disposizione speciale dovuta
alla situazione particolare in cui si trovava
( si sarebbe trattato, cioè di una disposizione particolare, una
horaat shaà).
Come è comprensibile si aprono
a questo punto vaste discussioni, basate anche sull’esame di altri
testi, biblici, talmudici e post-talmudici, per cercare di risolvere il
problema delle sofferenze causate dal proseguimento di cure. Mentre
tutti sono d’accordo che si deve proseguire a somministrare cibo e
medicinali normali all’ammalato anche se sofferente, vi sono gravi
discussioni sull’opportunità di usare mezzi tecnici (come la macchina
respiratoria) e medicine nuove per prolungare la vita del malato sia
pure a costo di sofferenze. Sono problemi la cui soluzione richiede
grande umanità e profonda conoscenza delle fonti e della situazione
reale; abbiamo cercato di fornire qui qualche principio e qualche
esempio di soluzione, ma è evidente che il problema merita un esame più
ampio e approfondito al tempo stesso e che si tratta di decisioni che
richiedono sempre la consultazione di una autorità rabbinica competente
in questa materia.
Genesi 9:6. Si noti che tale versetto: “chi versa il sangue
dell'uomo nell'uomo” è il passo principale su cui si basa la
tradizione per proibire il procurato aborto, cioè uccisione
dell'uomo nell'uomo. Si veda A.M.RABELLO, Introduzione al
Diritto Ebraico op.cit. pp. 219 ss. Ma il versetto è
interpretato anche in modo generale, come proibizione
dell’omicidio.
Rav Chaim David HALLEVI, "Disconnetting a terminal patient
from an artificial Respiratory" in Techumin, 2, 1981,
pp. 297 ss. (in ebr.).