
La
nuova sanità tra
etica, equità ed economia.
Un
Codice etico per gli operatori della salute nel terzo millennio
di
Raffaele Calabrò, Paola Villani
Senza
dubbio, quello della Sanità è diventato ormai uno dei capitoli più importanti
e urgenti dell’agenda dei governi nazionali e locali e, si direbbe, della
società contemporanea.
Perché la nuova logica aziendalistica e di razionalizzazione della spesa, se
ben governata, possa tradursi in una condizione essenziale al corretto
funzionamento del sistema, occorre cercare la strada di una sanità
all’avanguardia, che garantisca la tutela del bene
salute
e della dignità di persona, seguendo
criteri di razionalità della spesa, ma anche di efficienza, competitività e
soprattutto di sostenibilità sociale e
umanità. Non
ci si può più
limitare ad affrontare singole emergenze: deve risolversi definitivamente
la
emergenza, perché cessi di essere tale. E risoluzioni definitive e concrete non
possono certo prescindere da riflessioni più vaste, da dibattiti non solo di
carattere manageriale o tecnico, ma si direbbe sociologico ed etico
prim’ancora che politico in senso stretto. Occorre ripensare radicalmente il
concetto stesso di assistenza sanitaria, ripensare un nuovo modello di welfare
state, alla luce naturalmente di nuovi assetti economici, ma anche di una nuova
compagine e organizzazione sociale e culturale. I temi sul tappeto sono ampi,
oggetto anche di riflessioni da parte di filosofi e sociologi, anche in
relazione al rapporto tra Medicina e
multiculturalismo, come recita un recente volume edito nella collana
“Questioni di bioetica”.
La
situazione in Italia
Naturalmente
la riflessione deve soffermarsi entro limiti cronologici e soprattutto spaziali
e coinvolgere innanzitutto l’Italia. Mentre prende corpo e matura il paese
delle autonomie, alla vigilia dell’appuntamento referendario sulla riforma
costituzionale, mentre si lavora allo sviluppo economico, tecnologico e anche
culturale, promuovendo le nostre risorse in modo da trasformarle in occasione di
sviluppo, non può non considerarsi che un vero sviluppo è strettamente legato
non solo a tassi numerici e quantitativi. Il vero sviluppo deve tradursi in un
effettivo miglioramento della qualità della vita; per tutti, anche per i più
deboli. E questo miglioramento, che è la chiave di volta del vero progresso,
passa necessariamente attraverso un sistema sanitario efficiente.
È
bene che si apra una riflessione ed un confronto tra tutti i soggetti coinvolti:
amministratori, politici, ma anche manager ed operatori, insieme naturalmente
alla società civile. Tutti, proprio tutti dobbiamo impegnarci in un progetto di
interventi, per tracciare insieme lo scenario della sanità dell’immediato
futuro, alla luce dei nuovi compiti che oggi le Regioni si trovano ad assolvere.
Parlare
di sanità significa individuare i segni di un cambiamento che si presenta come
decisivo, e insieme tracciare, tra esperti, i possibili panorami futuri,
individuare i principi che devono guidare gli interventi. Si è compresa come
urgente la necessità di un progetto che sia organico, radicale, coraggioso.
Devono finire gli interventi tampone o le misure straordinarie, deve
prospettarsi, per esempio, l’idea di un tavolo di concertazione che coinvolga
istituzioni, mondo politico e operatori per decidere la sanità di domani. Il
progetto quindi deve essere organico e radicale, appunto, si tratta di
cambiare cultura, non affannarsi a ipotizzare o attuare singoli
provvedimenti, ma prima riflettere sui valori fondanti e sui principi che devono
governare il cambiamento atteso. Ecco perché il progetto deve anche essere
coraggioso: deve prendere posizione, in modo chiaro, individuare principi da
perseguire, anche a scapito di scelte che potrebbero sembrare più
“popolari”, ma che di fatto possono risolversi con l’aggravare una
situazione già sull’orlo della crisi.
La
grande partecipazione di medici, docenti, professionisti e rappresentanti delle
istituzioni al dibattito è segno di una rinnovata partecipazione alla causa del
“sistema Sanità”. Oggi da più parti, e questo è un segnale positivo da
registrare, si avverte l’esigenza di mettersi in discussione, far sentire la
propria voce ma anche mettersi in gioco per cambiare il profilo stesso non solo
dell’assistenza ma della stessa professionalità medica.
La
prima spinta nasce sicuramente da un fattore propriamente economico: nonostante
l’annuncio di un potenziamento dei fondi stanziati dal governo centrale al
sistema sanità, è a tutti evidente che oggi quella economica è una vera
emergenza. E questo per più motivi. Senza dubbio una mancanza di risorse, che,
per quanto potenziate, rimangono sempre insufficienti. Ma ad imporre criteri
economici sono anche altri fattori: la aziendalizzazione di tutte le strutture
ha infatti imposto nuovi modelli gestionali che estendono anche ad un settore
sempre considerato “sociale” i criteri economici di una corretta gestione
aziendale di tutto il sistema. Contro questi modelli organizzativi, però, si
affaccia un panorama della medicina che negli ultimi decenni è radicalmente
cambiato. I progressi tecnologici, l’evoluzione del sapere medico, hanno
imposto modelli di sanità sempre più sofisticati, nel campo della diagnosi
precoce e della cura, ma anche molto più costosi. Si richiedono investimenti in
attrezzature e in aggiornamento professionale che da un lato possono salutarsi
come veri passi in avanti della scienza in vista della prevenzione e della cura,
dall’altro però impongono la creazione di un sistema sempre più sofisticato
e tecnicizzato che richiede continui investimenti.
È
noto a tutti infatti che negli ultimi decenni è radicalmente cambiata la
cultura dell’assistenza sanitaria e della stessa professione medica. Gestori,
amministratori, ma anche operatori hanno dovuto fare i conti con una nuova
logica, fortemente ‘tecnicistica’ non solo in quanto a contenuti
professionali e scientifici, ma anche in termini economici e gestionali.
Il
nuovo modello di sanità diventa ogni anno più costoso anche per un cambiamento
della domanda di servizi e assistenza. I costi aumentano anche per
l’innalzamento dell’età media dei cittadini, alla quale si unisce una
sempre maggiore spettanza di vita e di salute. Un cambiamento che, migliorando
il livello culturale della società, ha portato anche ad una richiesta sempre
maggiore di servizi, all’inseguimento di metodiche sempre più
all’avanguardia anche se non sempre necessarie. Si sta verificando quindi un
aumento dei bisogni, una crescita della domanda di salute alla quale l’offerta
stenta a star dietro.
Possibili
risposte ai nuovi scenari
Come
rispondere a questo nuovo scenario? Quella della “razionalizzazione” sembra
quasi la formula risolutiva. Attenzione, però, a non eccedere in una
managerialità che applicata a questo settore può portare su strade pericolose.
Difficile considerare ospedali come semplici aziende, difficile impostare il
servizio ad utenti come esecuzione di servizi paragonati a tutti gli altri
servizi.
In
gioco non c’è un semplice cliente, c’è un paziente, un uomo, una persona,
che è anche un soggetto debole, da tutelare e da guidare.
L’applicazione
delle linee guida è un passo necessario, senza dubbio, ma non sufficiente. I
LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) offrono criteri e parametri utili, ma non
risolutivi.
Il
rischio è che, in questo tecnicismo estremo, in questa aziendalizzazione, in
questo inseguimento cieco di criteri economici e di efficienza fredda rispetto a
parametri quantitativi, si arrivi ad una standardizzazione delle procedure che
perda di vista il fine ultimo della medicina, il senso della professione medica
e paramedica.
Tutti
questi elementi si uniscono ad una sempre crescente automazione delle procedure,
per uno standard tecnologico elevato, insieme anche alla iperspecializzazione
per cui spesso un medico cura solo una patologia e dunque abbandona il paziente
per altre patologie correlate. Il risultato è quello che, per il mondo
industriale, il socialismo internazionale aveva denunciato due secoli fa: la
“alienazione” della professione, per medici che sono sempre meno tesi alla
cura dell’individuo nella sua totalità, perdono quindi il loro ruolo di
consulenti e diventano tecnici di un solo organo o di una sola particolare
pratica di diagnosi o di cura. Questa iperspecializzazione, da un lato è in
grado di garantire maggiore competenza, dall’altro però rischia di condurre
ad una considerazione del paziente diversa da quella che per secoli si è avuta:
il paziente non è più paziente; è un’anca, un addome, perde cioè la sua
unità di persona per diventare un solo organo da curare.
Alle
sfide tecnologiche e professionali che attendono i medici, si aggiungono anche
le nuove sfide organizzative, che attendono amministratori e politici. Oggi in
Italia coesistono due diversi modelli organizzativi di riferimento. Da un lato
si invoca il principio della competitività degli operatori, per un
miglioramento nella resa del servizio e per una diminuzione dei costi;
dall’altro si invoca una programmazione regionale, per una sanità
preminentemente pubblica, in cui il privato accreditato subentra solo a colmare
assenze o deficienze. Entrambi i modelli contengono in sé alti rischi: il primo
fa temere che l’offerta dei servizi possa provocare un pericoloso aumento
della domanda, inducendo bisogni che non sono effettivamente tali; l’altro fa
temere che una centralizzazione porti ad una autoreferenzialità del sistema, in
cui la Regione dovrebbe essere, insieme, programmatore, erogatore e controllore.
È chiaro quindi che le due posizioni andrebbero avvicinate, senza abbracciarne
una delle due in modo incondizionato, spinti dall’affezione ad una ideologia o
ad una parte politica.
Si
è anche proposta la formula di “federalismo solidale”, senza però
spiegarne bene il significato. In effetti, nell’attuale panorama sembra
necessario che lo Stato adegui continuamente la quota nazionale alle diverse
esigenze che via via le singole Regioni presentano. Ed è vero anche che alcune
Regioni più povere sono in effetti gravate da maggiori richieste di salute e
insieme da atavici disservizi che vanno una volta per tutte colmati. Ma non può
neppure sperarsi che questi dislivelli rimangano incolmati. E poi la politica
sanitaria non può essere solo “solidale”, deve essere anche “efficace”
ed “efficiente”.
Alla
luce di queste sfide, si comprende come il futuro che si apre innanzi ai medici
non è semplice. Sembra proprio ci tocchi in sorte la necessità di servire tre
“padroni”: 1) le scienze, per rispondere in modo sempre adeguato
all’aumento delle conoscenze e delle tecniche e operare secondo le evidenze
mediche; 2) il sistema sanitario, per l’attenzione alla riduzione dei costi e
alla razionalizzazione delle risorse; 3) il paziente, per garantirgli la libertà
di conoscenza e di scelta ed educarlo ad un consenso informato.
Si
corre il rischio di dimenticare, però, che la professione deve essere intesa
come servizio, che non tralasci mai i criteri della competenza professionale e
del continuo aggiornamento, che sappia utilizzare e vagliare le tecniche e i
protocolli più all’avanguardia, ma che non perda mai la dimensione del
servizio,
la umanità, la responsabilità
solidale.
Occorre
un cambiamento del sistema che sia innanzitutto ispirato a criteri e principi
corretti e universali. Questi principi, che dovrebbero essere raccolti da tutti,
amministratori, istituzioni, mondo politico, potrebbero essere per esempio
quelli di equità,
libertà
e sussidiarietà. La equità porta
a garantire i servizi primari a tutti in egual misura, a prescindere dalle
condizioni sociali, economiche e territoriali. Il principio della
libertà
deve spingere il sistema a non limitare la libertà di scelta del cittadino,
ma non può neppure ridursi a permettere arbitri che non rispondano alla
necessità delle cure e delle prevenzioni ma a desideri velleitari. La
sussidiarietà
dovrebbe portare ad una equa distribuzione di ruoli, funzioni e risorse, per
una più efficiente distribuzione di servizi e strutture tra i territori che
realizzi anche una sana e positiva con-correnza tra pubblico e privato, intesa
come unione di forze e mezzi in vista dell’obiettivo comune. Se a questi
principi si unisce anche la solidarietà
, si avrà anche la possibilità di contribuire ai forti investimenti in sanità
secondo le diverse risorse di ciascun cittadino e ciascun ente territoriale.
Fermi
questi principi, tutto il resto verrà come conseguenza: efficacia, efficienza,
riduzione delle liste di attesa saranno naturali corollari di questi criteri
ispiratori.
Sembrano
semplici parole, eppure si tratta di scelte coraggiose. Bisogna avere il
coraggio di rompere privilegi consolidati, di differenziare le strutture e
creare una rete di assistenza sanitaria sul territorio che elimini inutili
ripetizioni o colmi gravi carenze. Si deve avere il coraggio di accedere ad un
accreditamento di qualità, che sappia chiudere quanto non risponda a questi
criteri e riconvertire strutture e personale.
Ai
medici spetta un ruolo strategico. A bussare alle porte del sistema sanitario,
infatti, c’è un’altra
rivoluzione, più radicale e ardita, ed è la rivoluzione etica e culturale: si
tratta di nuovi valori da mettere in
campo. Proprio all’indomani della rivoluzione scientifica, mentre avanzano
nuove scoperte, protocolli e sperimentazioni, mentre fervono senza tregua i
cantieri dei lavori in corso per la messa a punto di nuove
cure,
chirurgiche e farmacologiche, sembra stia avanzando la necessità di trovare una
nuova dimensione della terapia.
Questa
terza dimensione potrebbe essere intesa come la profondità, quella che dà
spessore a freddi dati, numeri e protocolli. È la dimensione propriamente
umana.
Una dimensione che sta già avanzando all’interno dei dibattiti sul futuro
della sanità e della medicina, e che deve però prendere piede con maggiore
forza perché si compia quanto prima una vera rivoluzione culturale, che sia
rivolta non solo ai pazienti ma agli stessi professionisti medici. La
rivoluzione deve infatti permettere agli operatori di recuperare una nuova
motivazione professionale, tanto da non farsi travolgere dal rischio di una
automazione che sembra sempre bussare alla porta, dietro i fieri proclami della
evidence based medicine, dietro la riorganizzazione delle strutture,
la aziendalizzazione degli ospedali o anche dietro la iper-specializzazione
settorializzata della professione medica e paramedica.
In
fondo, questo non è in gioco solo per il mondo della medicina, se ne parla
anche in economia o in politica: è
la sfida della dimensione etica, quella che mette al centro dell’impegno il
bene del cliente-utente, che è poi il paziente, l’uomo.
D’altronde,
il dramma di quella che ama definirsi società postmoderna è la comune
insoddisfazione per quel fideismo scientista che ha dominato per decenni. Si
avverte in più campi la necessità di recuperare il valore della integrità
della persona, la necessità di inserire una prospettiva
umana,
appunto, anche in quelle discipline che ne erano quasi rimaste estranee.
Sanità
tra etica e politica
Così
si approfondiscono i rapporti tra etica e politica, si parla di finanza etica di
responsabilità sociale d’impresa, e perché no anche di una “medicina
etica”. Per una bioetica che non sia codificazione di leggi e divieti, che sia
piuttosto l’affermazione di una nuova cultura. Non è quindi una limitazione
della democrazia liberale, piuttosto la ricerca di un benessere degli individui
e dei gruppi sociali che sia completo, che coinvolga corpo, mente, emotività. E
che naturalmente metta in gioco modelli di cooperazione ispirati al principio
della “solidarietà”.
A
svolgere un ruolo importante può essere anche la comunicazione. Applicata al
campo medico, la comunicazione potrebbe offrire gli strumenti per un nuovo
approccio al paziente, che non consideri esclusivamente il guasto biologico (disease),
ma anche la malattia come vissuto del soggetto (illness),
malattia che coinvolge organi biologici, ma anche sfera emotiva e motivazionale.
Sui
rapporti di interdipendenza di queste sfere ormai non ci sono dubbi. Resta ora
da affrontare questa riscoperta unità complessa del paziente-uomo; va cambiata
insomma la cultura stessa della medicina, per una “antropologia medica” che
metta a punto un nuovo concetto di cura. In inglese questo è chiaro nella
distinzione tra cure (curare) e
care
(prendersi cura): la gestione del paziente non sarà solo diretta alla
cure, ma alla care. Il
medico dovrà non solo curare, ma gestire il paziente nella sua complessità e
unità affascinante, come universo unico ed irripetibile con il quale deve
entrare in comunicazione, appunto. Dal semplice “scambio di informazioni”
(inteso dai filosofi semiologi come flusso unidirezionale di messaggi da un
mittente ad un destinatario), si dovrà passare appunto ad una
“comunicazione”, intendendola come movimento circolare di scambio di
messaggi tra due soggetti-persone, che saranno quindi, contemporaneamente,
emittenti e destinatari di infiniti messaggi.
I
messaggi che potranno veicolarsi medico e paziente sono svariati, non solo
nozioni, dati e messaggi verbali o scritti; si trasmetteranno anche e
soprattutto messaggi non verbali, timori, emozioni, sentimenti… Il paziente
sarà valutato non più in base all’organo da curare, o peggio alla patologia
(cancro del colon, calcolosi…), tornerà ad essere persona, con un nome un
cognome, un vissuto personale e familiare. Sarà quindi motivato a “volersi
bene” e a custodire il suo benessere. Il medico, d’altro canto, tornerà ad
essere il professionista di
fiducia, smetterà di essere operatore quasi robotizzato, per acquisire una
nuova, riscoperta personalità e un nuovo ruolo.
In
questa nuova prospettiva, deve fondarsi una nuova alleanza medico-paziente.
Ormai i rapporti tradizionali sono tramontati da tempo. Resta comunque un
rapporto non paritario, sbilanciato e asimmetrico: il paziente mette nelle
nostre mani la sua salute, ma anche la sua dignità, la stessa vita. Ecco perché
è importante alimentare una particolare forma di virtù professionale. Se la
virtù è il termine medio tra i due estremi, come ricorda Aristotele, e se il
rapporto medico-paziente nasce già sbilanciato, sta al medico ristabilire
questo equilibrio. È qui che si fonda l’etica, la deontologia professionale.
L’etica del lavoro ‘ben fatto’ non basta, come non basta investire solo la
propria qualità professionale. Bisogna invece promuovere, imporre a noi stessi
con coraggio, ogni giorno, l’etica del ‘super-impegno’. È l’etica della
cura dei dettagli, anche dei più semplici, come la realizzazione di un clima
familiare ed accogliente. Il professionista dovrà far propria la convinzione
che la professione è anche comunicazione, intendendo quest’ultima
innanzitutto come ascolto, ascolto dell’altro, per creare una vera relazione
personale. Non dovrà quindi limitarsi a raccogliere dati anamnestici, o a
offrire informazioni utili, dovrà creare una “empatia” con i suoi pazienti,
comprenderne le necessità ed impostare un corretto e fecondo rapporto
fiduciario.
Dobbiamo
anche scoprire la necessità di lavorare insieme, superando le
super-specializzazioni, come anche le organizzazioni gerarchiche. Dobbiamo
insomma umanizzare il criterio di efficienza, che non ci vaccina certo dalla
cosiddetta medicina difensiva. Il paziente deve ottenere il massimo rispetto,
fino a diventare nostro alleato verso quello che è l’obiettivo comune: la sua
salute e il suo benessere. Lontani dalla standardizzazione formale dei processi,
dobbiamo invece puntare alla nostra crescita professionale ma anche umana. Ecco
perché non basta un controllo del sistema e degli standard di qualità che si
fermi alò controllo dei processi delle azioni terapeutiche. Altrimenti si corre
il rischio di sostituire la valutazione etica con la corretta applicazione di
protocolli, perdendo il senso della responsabilità personale, del bene sociale
e del rapporto umano.
La
salute deve essere davvero cura, il sistema sanitario deve essere davvero in
grado di prendersi cura del paziente, provvedere al suo benessere globale,
benessere psico-fisico. Perché il paziente trovi in sé le ragioni della sua
malattia, reale o potenziale e le strade della cura della sua persona. Perché
il paziente ci aiuti ad aiutarlo, senza cadere in quella “malattia” tutta
decadente degli artisti ardo ottocenteschi, la malattia che Nietzsche
considerava condizione stessa del vivere, la stessa che portava il nevrotico
scrittore Italo Svevo a domandarsi, in confidenza: “Perché voler curare la
nostra malattia?”.
I
professionisti sono pronti a mettersi in gioco. Nel corso del convegno di
dicembre 2005 hanno discusso e sottoscritto la “Carta della Professionalità
medica”, un codice etico per i medici del terzo millennio.
“...Il
buon medico deve possedere una deliberata spinta a fare il bene,
una
lucida rinuncia ad esercitare il male
ed
una capacità illimitata a crearsi doveri non codificati...”
(Gregorion
Marañon, Vocacion y etica, 1935)
La
Carta della professionalità medica:
un
Codice Etico per il terzo millennio
(The
Lancet, 359: 520, 2002)
I
tre principi fondamentali
-
Il primato del benessere:
L’altruismo alimenta la fiducia che svolge un ruolo centrale nel rapporto
medico-paziente. Le forze di mercato, le pressioni sociali e le esigenze
amministrative non possono compromettere questo principio.
-
L’autonomia del paziente: I medici
devono essere onesti coi loro pazienti e rafforzare in loro la capacità di
prendere decisioni terapeutiche
-
La giustizia sociale: i medici
dovrebbero impegnarsi attivamente affinché in ambito sanitario venga eliminata qualsiasi
forma di discriminazione, sia essa basata su razza, genere, condizione
socio-economica, religione o qualsiasi altra categoria sociale.
I
dieci impegni
1)
Competenza professionale: i medici
devono tenersi costantemente aggiornati. La classe medica deve preoccuparsi di
fare in modo che tutti i suoi membri siano competenti
2)
Onestà coi pazienti: i medici devono impegnarsi affinché i pazienti siano
completamente e sinceramente informati prima che diano il loro consenso alle
cure; essi vanno resi autonomi per quanto riguarda le decisioni sul tipo di
terapia. I medici dovrebbero anche riconoscere che gli errori che possono
danneggiare i pazienti possono accadere. Se un paziente è danneggiato dovrebbe
essere immediatamente informato: il non farlo compromette seriamente il paziente
stesso e la fiducia nell’istituzione.
3)
Riservatezza: onorare l’impegno nel
rispetto della privacy è oggi più importante di quanto non lo sia mai stato, a
causa dell’impiego sempre più diffuso dei sistemi informatici per la raccolta
delle informazioni sanitarie
4)
Mantenere rapporti appropriati con i
pazienti: i medici non dovrebbero mai sfruttare i pazienti per fini
impropri, arricchimento individuale, crescita professionale o altri scopi
personali
5)
Migliorare la qualità delle cure:
questo impegno implica non solo il dovere di aggiornarsi in modo permanente, ma
anche collaborare con gli altri professionisti per ridurre gli errori medici,
aumentare la sicurezza del paziente, minimizzare lo spreco di risorse sanitarie
ed ottimizzare i risultati delle cure
6)
Migliorare l’accesso alle cure: i
medici devono impegnarsi individualmente e collegialmente a ridurre gli ostacoli
che si oppongono ad un servizio sanitario equo
7)
Equa distribuzione di risorse sanitarie:
i medici devono impegnarsi a lavorare con gli altri medici, gli ospedali e i
privati per sviluppare linee guida “costo-efficacia”. La responsabilità
professionale dei medici per una appropriata allocazione delle risorse impone di
evitare scrupolosamente indagini e procedure superflue
8)
Conoscenze specifiche: i medici devono
mantenere un adeguato standard scientifico, promuovere la ricerca, creare nuove
conoscenze e assicurare un impegno appropriato
9)
Mantenere la fiducia e affrontare i
conflitti di interesse: i medici hanno il dovere di riconoscere, rilevare
pubblicamente e risolvere eventuali conflitti di interesse. I rapporti con le
industrie e con chi può influenzare l’opinione pubblica dovrebbero essere
trasparenti
10)
Responsabilità professionali: i
medici devono prendere parte a un processo di autocontrollo, ivi incluso il
compito di trovare rimedi e di adottare sanzioni disciplinari nei confronti di
quei colleghi che non hanno saputo aderire agli standard professionali.