
Quell’organo
è fuori mercato
Luisella
Battaglia
(tratto
da “Il Secolo XIX”, 21/2/06, p.21)
E’
possibile educare al dono in una società di mercato? La questione si fa
particolarmente delicata e complessa quando riguarda quel ‘bene’ che è il
corpo umano, le sue parti e i suoi prodotti. Stiamo passando da una concezione
del corpo-persona inteso come totalità
a
una visione del corpo-macchina come insieme di parti separabili--rene, fegato,
cuore, pelle, cellule etc.-- indefinitamente sostituibili. Ma il ‘corpo che
siamo’ è un bene disponibile? E se sì, a quali condizioni ed entro quali
limiti? Quali sono gli spazi aperti alla nostra libertà? A queste e ad altre
domande intende rispondere il convegno nazionale, organizzato dall’Istituto
Italiano di Bioetica, La bioetica tra dono
e mercato che si apre oggi nella nostra città con un’ampia partecipazione
di scienziati, economisti, filosofi, giuristi, rappresentanti di associazioni
no
profit.
La
legge e la morale subiscono sempre più i contraccolpi della crescita delle
conoscenze scientifiche. Il corpo, che appare affrancato da molti vincoli che la
natura gli aveva imposto, rischia oggi di essere sottoposto alle leggi di
mercato: bene prezioso per il suo
‘proprietario ,esso lo diviene anche per altri soggetti (ad es., le persone in
attesa di trapianto).E’ vero che convenzioni internazionali – come quella di
Oviedo (1997) – proclamano che il corpo è ‘fuori del mercato’, nel senso
che è proibita ogni sua diretta commercializzazione, ogni remunerazione per
cessione di sue parti o prodotti. Ma sono sufficienti le dichiarazioni—per
quanto solenni-- di fronte a una logica mercantile sempre più invadente?
Sappiamo dell'esistenza di fiorenti mercati di organi - più o meno clandestini
– specie nel terzo mondo, ’giustificati’ talora da motivazioni del tipo “non possiamo impedire la sola opzione
offerta ai poveri”. In realtà, come ha ben spiegato Amyarta Sen, per sfuggire
alla povertà sono necessari cambiamenti fondamentali nella politica economica
di una nazione, non certo incentivi ai disperati perché vendano parti del
proprio corpo, in nome di una pretesa autodeterminazione. Resta il fatto che in
una società come la nostra, il modello del dono – che sottolinea
l’importanza del dare ed è orientato al bisogno anziché al profitto—sembra
un elemento trascurabile, quasi una parte invisibile della vita sociale.
<Dono, secondo la classica definizione di Godbout, è ogni prestazione di
beni e servizi, effettuata senza garanzia di restituzione, al fine di creare o
alimentare il legame sociale tra le persone>.Il donare per soddisfare bisogni
genera certo legami tra chi dona e chi riceve : chi dona riconosce l’esistenza
dell’altro. Ma la donazione in campo bioetico ,se sfida la logica del calcolo
e se rappresenta una rivincita del simbolico sul biologico, pone
quesiti inediti, come ben sa chi ha analizzato gli intrecci difficili e i
significati riposti del dono, al di là dell’atto di pura generosità.
Conoscere chi abbia donato e chi
abbia ricevuto un organo può far nascere complessi
rapporti (paura, angoscia, sensi di colpa, timori di
strumentalizzazione), soprattutto nel caso di trapianti tra i vivi.
L’anonimato bilaterale appare, in tal senso, una saggia regola.
D’altra
parte siamo davvero sicuri che il modello dello scambio--l’opposto del dono in
quanto si basa sull’interesse personale, secondo la logica del
do
ut des--sia dominante e vincente? Il cosiddetto ‘assunto di additività’
– in base al quale le motivazioni estrinseche (ad es., l’impiego di
incentivi di natura economica) aumenterebbero l’efficacia delle motivazioni
intrinseche (valori etici, credenze religiose)..
è ormai largamente
smentito. Il sociologo Richard
Titmuss è stato tra i primi a osservare che la promessa di un
pagamento per la donazione di sangue diminuiva il numero delle donazioni e ne
riduceva la qualità. Perché? La spiegazione è di grande interesse: ricevendo
un incentivo economico, la persona intrinsecamente motivata si vede ridotte le
possibilità di manifestare comportamenti coerenti coi suoi sistemi di valori e
ciò diminuisce sia la sua autostima sia la sua considerazione sociale. E’
solo un esempio ma dovrebbe indurci a qualche riflessione. ”Oggi – ha
scritto Jurgen Habermas – il linguaggio del mercato pervade ogni poro,
costringendo tutti i rapporti interpersonali dentro lo schema autoreferenziale
delle preferenze individuali. Ma il legame sociale che nasce dal riconoscimento
reciproco non si esaurisce nelle nozioni di contratto, scelta razionale e
massimizzazione del profitto”. Le tre mani--del mercato, dello Stato e della
solidarietà--sono chiamate finalmente a lavorare insieme. Alla visione
individualistica di un soggetto ripiegato su di sé, in un’autonomia che
assume i caratteri della separatezza dovremmo abituarci a sostituire quella
relazionale di un soggetto che avverte la sua interdipendenza e costruisce la
sua identità nell’apertura agli altri: dall’
homo
oeconomicus all’homo reciprocans,
quindi.