Luisella
Battaglia
Storace
non confonda una pillola con l’etica
(da “Il
Secolo XIX” 14 novembre 2005)
La
Regione Liguria ha autorizzato la sperimentazione della pillola abortiva a
condizione che “tutto avvenga nel rispetto della 194 e che siano seguite alla
lettera le procedure della sperimentazione”. Una decisione insieme coraggiosa
–l’ospedale San Paolo di Savona sarà il terzo in Italia, dopo il
Sant’Anna di Torino e il Lotti di Pontedera ad “aprire” alla pillola Ru486
– e formalmente ineccepibile. Ma, ancora una volta, siamo alle prese con
l’ostruzionismo del ministro della Salute, Francesco Storace, che, com’è
noto, è contrario all’aborto a titolo personale. Una posizione, la sua, certo
rispettabile e da molti condivisa ma che non dovrebbe in alcun modo influire
sulle decisioni –di tipo tecnico – relative alla questione in oggetto. In
effetti, il ministro non può che essere garante della legge, nel senso che il
suo dovere, in quanto ministro, dovrebbe essere che tutto avvenga nel rispetto
della legalità: è questo che ciascun cittadino si attende da lui,
indipendentemente dalle sue opzioni di carattere morale. Come persona privata
Storace è assolutamente libero di manifestare la sua avversione nei confronti
della 194, ma non può e non deve far sì che essa interferisca con
l’applicazione della legge.
Riportiamo
la questione ai suoi termini reali. Autorizzare o meno la pillola non significa
pronunciarsi sulla liceità etica dell’aborto, ma decidere su una modalità
–chirurgica o farmacologica—relativa alla sua attuazione, così come è
previsto dalla 194. Sappiamo che l’aborto è un peccato gravissimo per la
Chiesa e il Vaticano ha definito la pillola Ru486 “un atto contro la vita”.
Il cardinale Tarcisio Bertone, arcivescovo di Genova, ha paragonato
proprio ieri l’impiego di questo farmaco al gesto di gettare il bambino già
nato in un cassonetto e ha alzato la voce contro i “nuovi Erode”.
Ma
occorre ribadire che l’aborto non è un reato
per lo stato italiano. Se e
finché
esiste una legge – che prevede la possibilità di abortire entro certi limiti
e a determinate condizioni - perché obbligare una donna ad usare la sola via
chirurgica, indubbiamente più rischiosa e traumatica? Forte è il sospetto che
si tratti di un atteggiamento punitivo: "abortirai con dolore".
Sennonché l’interruzione della gravidanza è sempre un lutto e la pillola non
è un rimedio indolore. Si tratta di una tecnica alternativa all’intervento: perché
demonizzarla e parlare addirittura, com’è stato fatto da parte
dell’Osservatore Romano, di “crudele e ipocrita cultura di morte”?
Mi
sembra grave, da parte dell’ortodossia cattolica, prendere a pretesto la
questione della pillola e le condizioni della sua sperimentazione per
rimettere in questione la legge 194. Palese è il timore che l’aborto
diventi contraccezione sempre più facile e tragicamente efficace:”si è
arrivati ormai a un tale oscuramento delle coscienze da ritenere atto di libertà
uccidere il più indifeso degli innocenti”.
Per
chi sostiene tali posizioni l’aborto, a prescindere dalle sue modalità di
attuazione, è un peccato assoluto, una condotta totalmente illecita dal punto
di vista morale. Ma, ancora una volta, non è questo il caso della pillola: qui
non si chiede di schierarsi, come ai tempi del referendum, pro o contro una
pratica e di decidere sulla sua liceità. Poiché la legge, approvata da una
larghissima maggioranza degli italiani, non specifica quali metodi usare, ogni
procedura, se validata e sottoposta ai previsti controlli – come è appunto il
caso della Ru486, farmaco, lo si ricordi già registrato in Europa, utilizzato,
tra gli altri paesi, in Francia, Germania e Svezia e compreso nell’elenco dei
medicinali essenziali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – dovrebbe
essere ammessa, soprattutto se più sicura per la salute psicofisica della
donna.
E’
vero -e chi si occupa di bioetica lo sa bene- che la questione tecnica relativa
al “come” abortire non può in alcun modo assorbire in sé quella etica
relativa alla scelta tragica se abortire o meno. In altri termini, non è tanto
importante per la coscienza morale decidere le modalità –farmaceutiche o
chirurgiche - di un certo atto quanto affrontare la domanda cruciale e
ineludibile del perché
compiere o no quell’atto. La liceità etica – lo si è ripetuto molte volte
- non può essere confusa con la
mera possibilità tecnica. Per questo ciascuno ha la libertà, e quindi la
responsabilità,delle sue scelte, le cui ragioni profonde risalgono al
senso
stesso che intende dare alla propria vita.