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Vendita degli ovuli: il fine non giustifica i mezzi

Luisella Battaglia

 (tratto da "Il Secolo XIX", Mercoledì 21 febbraio 2007)

“Le donne inglesi potranno vendere gli ovuli”. La notizia secondo cui in Gran Bretagna si potrebbe rendere lecita la vendita di ovuli a fini scientifici sta suscitando nel nostro paese un ampio dibattito che vede schierati, da un lato, coloro che paventano la nascita di ‘stirpi di mostri’ e ,dall’altro, coloro che affermano non esservi nulla di scandaloso in tale commercio. Dinanzi alle due opposte attitudini - di massimizzazione dei pericoli e di minimizzazione dei problemi - è forse opportuno interrogarsi su che cosa sia realmente in gioco in una decisione che coinvolge la Human Fertility and Embryology Authority,l’agenzia governativa che regola tale delicata materia. La decisione, anticipata dall’Observer  consta di un documento di 64 pagine la cui tesi di fondo è che <i potenziali avanzamenti scientifici superano le obiezioni>.

Tale tesi, se così formulata, è quanto meno sorprendente. Innanzitutto, il fine non giustifica in alcun modo i mezzi. La metodologia impiegata nelle ricerche presenta infatti aspetti etici rilevantissimi che riguardano, ad esempio, i diritti dei soggetti coinvolti, la difesa dei loro interessi, la considerazione dei loro bisogni. Uno dei principi che deve guidare la sperimentazione sui soggetti umani è che i potenziali benefici devono andare a vantaggio del soggetto stesso su cui la ricerca di compie: il consenso informato ne dovrebbe essere la garanzia. Non si possono sottovalutare, al riguardo, i timori per la salute delle donne coinvolte in queste pratiche, trattandosi di procedure invasive capaci di produrre effetti collaterali gravi. Ma, al di là di queste considerazioni, è la clausola stessa prevista dall’Authority ad apparire a dir poco bizzarra, celando in sé una notevole dose di ambiguità.<La donazione—si legge—pur se compensata economicamente, dev’essere dettata da puri fini altruistici>. La donna, in altri termini, dovrà dimostrare di essere spinta dal desiderio di fare avanzare lo studio di una malattia di cui soffre un parente o una persona cara. Un incredibile pasticcio! Se è ‘donazione’, non può e non deve essere compensata, essendo un gesto gratuito e libero, le cui motivazioni non hanno alcun bisogno di essere rafforzate economicamente. Se invece è ‘vendita’,va detto, con estrema chiarezza, che è sommamente ipocrita assimilarla a un atto altruistico. Si vende per interesse, per convenienza, per lucro, non certo per benevolenza.

Attualmente in Inghilterra una donna può donare i suoi ovuli a un’altra che si stia sottoponendo anch’essa a un trattamento per la fecondazione in vitro, ricevendone in cambio una riduzione del costo per il proprio intervento. Una soluzione ragionevole ispirata a un principio di ben intesa reciprocità. Sembra invece che la decisione attuale si richiami al cosiddetto <assunto di additività> in base al quale le motivazioni estrinseche—ad esempio, l’impiego di incentivi di natura economica—aumenterebbero l’efficacia delle motivazioni intrinseche—valori etici, credenze religiose etc. Sennonché tale assunto è, ormai, largamente smentito: il sociologo Richard Titmuss ha rilevato che la promessa di un pagamento per le donazioni—ad es., di sangue—ne diminuisce il numero e ne riduce la qualità. Perché? La spiegazione è di grande interesse: ricevendo un incentivo economico, la persona intrinsecamente motivata si vede ridotte le possibilità di manifestare comportamenti coerenti coi suoi sistemi di valore e ciò diminuisce sia la sua autostima sia la sua considerazione sociale.

Le perplessità più forti riguardano, tuttavia, i pericoli di mercificazione, il timore assai concreto che donne in stato di necessità, in particolare extracomunitarie, possano essere indotte a sottoporsi a tale pratica per denaro.

Ancora una volta, il corpo, che appare affrancato da molti vincoli che la natura gli aveva imposto, rischia oggi di essere sottoposto alle leggi di mercato. E’ vero che convenzioni internazionali—come quella di Oviedo 1997—proclamano che il corpo è <fuori del mercato>, nel senso che è proibita ogni sua diretta commercializzazione e ogni remunerazione per cessione di sue parti o prodotti; ma sono sufficienti le dichiarazioni, per quanto solenni, di fronte a una logica mercantile sempre più invadente? Sappiamo dell’esistenza di fiorenti mercati di organi—più o meno clandestini--specie nel terzo mondo, <giustificati>, talora, da motivazioni del tipo <non possiamo impedire la sola opzione offerta ai poveri>. In realtà, come ha ben spiegato Amartya Sen, per sfuggire alla povertà sono necessari cambiamenti fondamentali nella politica economica di una nazione non certo incentivi ai disperati che vendano parti del proprio corpo in nome di una pretesa autodeterminazione

Una considerazione finale. Se riteniamo che sia importante proseguire la ricerca sulle cellule staminali embrionali, appare urgente riaprire la discussione sul problema degli embrioni soprannumerari destinati alla distruzione. La donazione di cellule provenienti da embrioni non più impiantabili e da considerare quindi clinicamente morti, secondo una proposta che vedrà impegnato un apposito gruppo di lavoro nell’attuale Comitato Nazionale per la Bioetica, potrebbe essere la strada maestra per allargare l’area della ricerca entro limiti etici condivisi.


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