
Il futuro della bioetica
Eugenio Capezzuto
Dal 15 al 29 maggio 2008,
si è svolto un
corso di aggiornamento promosso dall’Istituto Italiano di Bioetica-Campania,
articolato in quattro incontri, di cui i primi tre (15/5-22/5) presso la
Fondazione “G. Pascale” di Napoli, e il quarto (29/5), una tavola rotonda
per la presentazione del volume collettaneo Il futuro della bioetica
curato da R. Prodomo,
presso l’associazione culturale “Oltre il Chiostro” di Napoli. Scopo del
corso è stato di affrontare un tema importante e attuale della riflessione
bioetica: il futuro della Bioetica. Esperti e docenti di diverse
discipline hanno guidato le sessioni di studio, aperte al contributo di
tutti i partecipanti.
I. Tra scienza e fede:
la Bioetica come scienza della complessità
Sono due gli interventi
su questo tema. Il primo è del prof. Raffaele Prodomo, docente di Bioetica
presso la Seconda Università di Napoli, che ha introdotto un pubblico,
formato in gran parte dai soci dell’Istituto Italiano di Bioetica-Campania,
a una riflessione sulla propria disciplina e sul suo “stato dell’arte” nel
dibattito tra scienza e fede. L’intenzione era di analizzarla in una
prospettiva che assume il punto di vista della complessità. Il secondo è del
prof. Mario Coltorti, Presidente onorario dell’Istituto Italiano di
Bioetica-Campania che ha affrontato la complessità nella prospettiva del
credente cristiano.
I.1. Il punto di vista
della complessità
In riferimento al tema di
questo primo incontro, la prospettiva della complessità assume una
particolare valenza, perché nelle discussioni di bioetica, ma in generale
nelle discussioni filosofiche tradizionali, spesso i termini Scienza e Fede
sono intesi come antagonisti. Il punto di vista della complessità, invece,
tenta di conciliare entrambe queste fonti del sapere, sia quella più
strettamente scientifica, sia quella più strettamente religiosa in senso
lato. Esso si colloca in maniera antagonista nei confronti di due ipotesi
tra loro opposte: lo scientismo e il fondamentalismo religioso.
Lo scientismo o
riduzionismo ha la pretesa di poter conoscere e interpretare un qualsiasi
fenomeno scomponendolo nelle sue parti più semplici, per poi analizzarne
tutte le possibili interazioni. Oggi esso si manifesta attraverso un punto
di vista estremamente semplice che mette in discussione il fondamento di
qualunque conoscenza religiosa, l’esistenza di Dio sostanzialmente,
all’interno del dibattito scientifico.
La ragione per la quale si ritorna a discutere su Dio all’interno della
cultura scientifica e soprattutto della cultura biologica nell’età
contemporanea è legata alla nascita negli Stati Uniti del creazionismo, un
movimento religioso che cerca di riproporre come teoria scientifica, e non
come ipotesi mitologica, il discorso biblico della creazione. Questo
movimento, che ha poi avuto ripercussioni anche in Europa, è in
contrapposizione con il Darwinismo, una teoria che, invece, vede
nell’origine della vita e nella sua evoluzione un fenomeno completamente
spiegabile in termini naturali. Questa contrapposizione ha radicalizzato le
posizioni, al punto da spingere alcuni darwinisti a dover dimostrare la non
esistenza di un Essere Supremo Creatore, ed altri ad includere Dio
all’interno del discorso scientifico. Entrambe queste posizioni, opposte tra
di loro, commettono l’errore di ridurre l’idea di Dio a un qualcosa di
verificabile da un punto di vista empirico.
Il secondo argomento di
polemica, nei cui confronti ci si mette assumendo il punto di vista della
complessità, è il fondamentalismo religioso che cerca di introdurre
l’ipotesi religiosa all’interno del dibattito scientifico. Il
fondamentalismo religioso che oggi più preoccupa dal punto di vista della
riflessione bioetica è quello legato alla diretta interpretazione della
religione come fonte di norme di comportamento comune. È in sostanza il
fondamentalismo di una certa cultura cattolica italiana che, ispirandosi al
principio dei ‘valori non negoziabili’, ha determinato una separazione tra
l’etica religiosa e l’etica civile. Questo principio, che non ammette il
pluralismo sul piano etico, è alla base anche dei tentativi solo
parzialmente riusciti di far passare attraverso una normativa di tipo
giuridico dei contenuti di carattere etico.
A questo punto si pone la
domanda: come si può realizzare una conciliazione tra i contenuti religiosi
e i contenuti scientifici, oppure come si può realizzare una coesistenza tra
punti di vista etico-religiosi alternativi? Bisogna trovare un consenso per intersezione,
risponde il bioeticista Prodomo, cioè un consenso che sia politico, nel
senso di poggiato su una legge, che non sia un codice etico, che sia il
frutto di una intersezione non politica ma etica.
Perché si possa realizzare concretamente questa intersezione tra Scienza e
Fede nel dibattito bioetico è necessario che la bioetica si ponga come
scienza della complessità, una scienza, cioè, che non adotta un suo proprio
metodo, ma adotta i metodi di tutte le altre discipline. Il discorso
bioetico non è monodisciplinare, ma transdisciplinare, in cui tutte le
discipline possono realmente confrontarsi tra loro. Solo l’interazione tra i
saperi, non più organizzati secondo una gerarchia, come avveniva nel
passato, permette di avere un punto di vista più completo rispetto a quello
di un singolo sapere particolare. Questa interazione certamente non risolve
il problema del rapporto Scienza e Fede, perché sicuramente ci sono molti
punti di polemica che resteranno, molte contrapposizioni che non sono
sanabili, ma, almeno per quanto riguarda la versione politica, questo è
l’unico modo per tenere saldi tutti e due i punti di vista, e fare in modo
che entrambi abbiano una dignità nella discussione pubblica. Se si superano
gli unilateralismi è possibile cercare un dialogo anche tra punti di vista,
culture, sensibilità molto diverse ispirate a valori laici o secolarizzati o
a valori religiosi trascendentali.
I.2. La complessità
vissuta dal credente cristiano
Il prof. Mario Coltorti,
nella premessa, dichiara di voler intervenire sul complesso rapporto tra
Scienza e Fede usando il linguaggio di «un credente che ha una certa
visione». Il motivo per cui introduce questo discorso in termini di
linguaggio è fondato sulla convinzione che se non usiamo un certo linguaggio
è difficile riuscire a valutare le cose che vogliamo dire.
Sono quattro i linguaggi
che possiedono gli umani per la comprensione del cosmo e della vita degli
uomini: filosofico razionale, scientifico-tecnologico, artistico intuitivo e
quello della fede nel soprannaturale. Ognuno di questi linguaggi ha
sicuramente dei limiti, quelli presenti nella capacità umana di comprendere
e risolvere la complessità e la contraddittorietà della nostra situazione e
anche dei condizionamenti storici. Ma ci sono anche delle necessità di
intersezione, di possibili integrazioni e contaminazioni tra i vari
linguaggi. Noi tutti, infatti, viviamo in molti mondi diversi, un mondo
naturale e un mondo fisico, un mondo scientifico, un mondo del senso comune,
ma non c’è che un mondo, è il mondo in cui viviamo, e dobbiamo spiegare come
esistiamo in quanto parte di esso. Dinanzi a questo mondo complesso la
domanda fondamentale dell’uomo è: da chi e che cosa esso è indirizzato, solo
dal caso? Secondo P. Davies, la ricerca della vita nell’universo è il banco
di prova di due visioni del mondo diametralmente opposte. La prima è la
visione di un universo senza senso, di leggi impersonali ignare di qualunque
scopo, di un cosmo in cui la vita e l’intelligenza, e la scienza e l’arte, e
la speranza e la paura sono solo i fortuiti accessori, abbellimenti di un
affresco dell’irreversibile conduzione cosmica. La seconda è la visione di
un universo autoorganizzato, governato da leggi ingegnose, che spingono la
materia ad evolversi verso la vita e la coscienza. Un universo in cui
l’emergere degli esseri pensanti è parte integrante fondamentale dell’ordine
complessivo delle cose. Un universo nel quale non siamo del tutto soli.
Un universo, secondo Einstein, retto da leggi nelle quali è manifesto un
qualche spirito enormemente superiore a quello dell’uomo. In questa
prospettiva la ricerca scientifica porta ad un sentimento religioso di tipo
particolare, che risulta completamente differente dalla religiosità ingenua
di taluni.
Ma che cosa è la
religiosità? Non è solo appartenenza ad un credo religioso, ma è anche la
cosiddetta sacralità intrinseca della vita, della persona e del cosmo
(religiosità laica). E in che rapporto stanno i laici di buona fede e i
credenti in buona fede? Spesso le loro posizioni divergono. Il credente
Coltorti ritiene che il cristiano abbia il diritto-dovere di partecipare
all’integrazione degli aspetti principali dei linguaggi usati dai laici, nel
riconoscimento dei limiti di ciascuno, attraverso collegamenti trasversali
che arricchiscono il patrimonio spirituale dei vari interlocutori, pur nelle
loro diverse concezioni circa i problemi religiosi. Ciò comporta anche il
diritto-dovere di partecipare al reciproco rispetto dei principi morali del
patrimonio morale di ciascuno, specie di fronte a temi esistenziali
complessi per i quali non esistono regole preordinate in senso assoluto. Il
credente cristiano non deve guardare alla pluralità e diversità di etiche e
bioetiche come una molteplicità di etiche false al cospetto della etica
vera, quella cristiana, bensì come una varietà di risposte a cui gli esseri
umani sono pervenuti ponendosi le proprie domande esistenziali. La
rispettosa tolleranza delle idee e valori altrui dovrà necessariamente
tradursi nelle attività pubbliche del credente nell’impegno a realizzare una
legislazione equa che rispetta le concezioni d’ispirazione tanto religiosa
che laica, tenendo conto delle sfide e delle molteplici situazioni
contingenti umane, scientifiche, tecnologiche, politiche che variano in una
visione evolutiva storica, perché il principio di responsabilità anche per
le generazioni future prevalga sulla volontà di potenza dell’uomo.
In un mondo, il mondo
degli uomini, così complesso e dominato da diverse forme espressive che
portano il bisogno della spiritualità, cioè l’incontro con Dio, la sfida e
la tensione interiore del convinto credente è quella del sereno incontro e
del dialogo pluralistico per una coincidenza il più possibile completa tra
la città di Dio e la città degli uomini. La realizzazione di questo ideale
trae ispirazione dal vangelo che ci chiama alla pratica dell’amore. Un noto
cultore protestante di bioetica, Joseph Fletcher
ci ricorda che l’etica cristiana della situazione ha una norma fondamentale
che in qualsiasi circostanza è buona e giusta: l’agape, da cui in ogni
kairos emerge la sofìa adatta per affrontare quell’evento con le sue
irripetibili peculiarità. In una società aperta, pluralista come quella
attuale, è necessaria dunque la fedeltà, ma non l’ideologizzazione, agli
aspetti positivi delle proprie tradizioni e concezioni di vita, con rispetto
e comprensione per quelle degli altri, il che è ben oltre la tolleranza
volterriana, è rispetto. Forse ciò è un’utopia, conclude il prof. Coltorti,
ma l’utopia è come un lievito, non basta per fare un pane, ma senza non si
può fare un buon pane.
II. La business
bioethics
Si confrontano su questo
tema la prof.ssa M. A. La Torre, Presidente del Consiglio Direttivo
dell’Istituto Italiano di Bioetica-Campania, ed il filosofo P. Giustiniani.
Il primo intervento è una riflessione sul rapporto tra l’Etica degli Affari
e la Bioetica, a partire da un settore specifico di interesse della Bioetica
che è quello delle Biotecnologie;
il secondo intervento, in perfetta sintonia con il primo, presenta alcuni
passaggi nodali che il filosofo ha consegnato nel suo contributo contenuto
nel volume curato dal prof. R. Prodomo.
II.1 Etica degli
affari e bioetica: verso una business bioethics?
Le ricerche
biotecnologiche propongono nuove sfide, ovviamente, non solo dal punto di
vista scientifico, ma anche alla riflessione etica. La novità radicale
rispetto al passato è che la ricerca scientifica attuale manifesta una
capacità di incidere sul vivente in maniere inedite. È cambiata cioè la
capacità di andare alle radici stesse della vita e quindi di innescare
modificazioni che poi avranno conseguenze sulla vita futura. Ciò si
accompagna, però, ad una sostanziale incertezza su questi esiti futuri,
a timori connessi ai margini di imprevedibilità di queste modificazioni che
richiedono l’intervento dei decisori politici a disciplinarne la liceità. Le
questioni inedite poste dalla nuova ricerca biotecnologica sono molteplici,
dalla perplessità circa la brevettabilità del “vivente” (specie se il genoma
è definito patrimonio comune dell’umanità), la giustizia mondiale, alle
perplessità sui danni ambientali e la trasferibilità delle modificazioni
genetiche nell’alimentazione umana.
Con questo non si vuole
proporre una sorta di moratoria, cavalcare la diffidenza che oggi spesso si
avverte rispetto a queste questioni, ma i problemi etici e pratici sollevati
dagli sviluppi tecnologici giustificano l’adozione di criteri primari di
riferimento e di controllo su tutte le sperimentazioni negli ambiti della
ricerca umana, animale, vegetale. Il Principio di precauzione, ad esempio,
che risale alla Dichiarazione di Rio del 1992, è un principio molto rigoroso
e cogente che informa tutte le dichiarazioni di principio e i tentativi di
regolamentazione in materia ambientale. Esso sancisce che è illecito
intraprendere una determinata sperimentazione se non si ha la ragionevole
certezza che essa non sarà dannosa.
Accanto al Principio di precauzione, che ha però perduto il suo valore di
inderogabile criterio di valutazione, essendosi ridotto a un generico invito
alla prudenza e alla cautela, vi è il principio della libertà della ricerca,
verso il quale vi è una resistenza da parte degli scienziati, perché non ne
accettano talune regole e tentativi di normativizzazione.
Le applicazioni
biotecnologiche diventano spesso problematiche sul piano etico, anche perché
esse non investono solo il campo di competenza dello scienziato, del
bioeticista e del legislatore, ma chiamano alla corresponsabilità altri
attori, considerati solitamente estranei all’ambito della riflessione
morale. Ci riferiamo alle industrie private chimiche e farmaceutiche che
disponendo di adeguati capitali finanziano ricerche scientifiche finalizzate
alla realizzazione di prodotti da immettere sul mercato mondiale, ad esempio
nuovi farmaci. A tale proposito non mancano alcuni interrogativi: la ricerca
scientifica industriale è al servizio dei bisogni dell’umanità, o si lascia
troppo condizionare dal profitto economico che deriva dalla vendita di beni
spendibili sul mercato internazionale? Fino a che punto si è sicuri della
correttezza dei risultati offerti dai ricercatori industriali? A tutela dei
timori suscitati dall’operato della ricerca scientifica, è sorta, ad
esempio, la Carta europea dei ricercatori, che si occupa del ruolo, delle
responsabilità e dei diritti dei ricercatori, ma che prevede anche alcuni
doveri fondamentali, quali la trasparenza del loro operato in rapporto a
possibili conflitti di interesse, e l’impiego esplicito di informazione
chiara e corretta verso l’opinione pubblica. Altri attori chiamati a
rispondere moralmente delle loro scelte in campo biotecnologico sono le
multinazionali con sede nei paesi sviluppati. Non mancano interrogativi
anche sulla loro condotta. Infatti, la maggioranza delle loro ricerche,
utilizzate ad esempio in campo agroalimentare, provengono dai paesi del Sud
del mondo, ai quali dunque andrebbero garantiti, attraverso una adeguata
disciplina dei brevetti, l’opportuna tutela e i benefici economici derivanti
dallo sfruttamento di tali ricchezze. Le domande etiche non si esauriscono
solo nel campo agroalimentare ma si estendono anche a quello farmaceutico.
Le industrie farmaceutiche, infatti, se da un lato contribuiscono al
miglioramento della salute pubblica attraverso la ricerca e la produzione di
farmaci essenziali per la cura delle patologie, sollevano, dall’altro lato,
molti dilemmi etici concernenti ad esempio la proprietà intellettuale, i
requisiti etici dei trials clinici, il prezzo dei farmaci e la
possibilità di accesso ad essi, la gestione del marketing e della
pubblicità, la trasparenza dell’informazione. La linea di demarcazione tra
valutazione medico-sanitaria o biologico-ambientale e valutazione
economico-manageriale sembra difficile da tracciare, alimentando, per altro,
diffidenze e un senso di insicurezza sociale che si ripercuote negativamente
sul rapporto dei cittadini con le imprese for profit, ma,
evidentemente, in prospettiva, anche sulle loro possibilità di profitto.
La dichiarazione di Erice sui principi etici della ricerca farmacogenetica
(2001) rappresenta un tentativo di regolamentare la ricerca rispetto al
potere esercitato dalle industrie chimico-farmaceutiche.
Tutte le questioni
bioetiche fin qui esaminate che chiamano in causa le industrie e le imprese
for profit, lasciano chiaramente intravedere la non totale estraneità
di tali industrie rispetto ai principi etici e alla responsabilità sociale.
Esse stesse, infatti, sono gravate da un dovere di cittadinanza per la loro
appartenenza al contesto societario dal quale attingono risorse comuni. Il
loro debito verso la società, in parte riparato dalla produzione di valore
economico, richiede un ripensamento del loro ruolo nella società. È
emblematico il caso,
ad esempio, di una azienda commerciale, specializzata in diagnostica
genetica sugli adulti per complesse patologie, che sceglie legittimamente di
allargare il proprio mercato e di cominciare ad offrire un servizio
commerciale di test genetici direttamente ai consumatori attraverso il sito
della compagnia, rispettando tutte le disposizioni di legge e i protocolli.
Stiamo infatti parlando di un’azienda che non produce normali beni
commerciali e ciò si accompagna ad una serie di questioni etiche
significativamente differenti. La mera tutela della privacy non esaurisce la
gamma delle problematiche etiche che una pratica commerciale della diagnosi
genetica suscita. Le regole del mercato non sono evidentemente sufficienti
in una materia così delicata.
Allora il punto cruciale
su cui il tema introdotto dalla prof.ssa La Torre vuol fare riflettere è che
le aziende e gli enti di ricerca privati in relazione alla salute e la
possibilità di prevenzione e cura hanno obbligazioni morali che non
coincidono semplicemente con i vincoli legislativi. Non bastano perciò i
codici deontologici,
ma vi è piuttosto bisogno di un codice etico che deriva dall’aver preso
coscienza che vi sono implicazioni morali che la legge non considera, cioè
un codice etico che vada a coprire quello spazio di discrezionalità che la
legge lascia scoperto. L’evoluzione della industria della salute richiede un
avvicinamento tra la bioetica, che deve riflettere sia sugli aspetti
teorici, sia su quelli tragici della salute, e il mondo degli affari, che
deve tenere conto anche dei principi della pratica medica e in particolare
dei problemi locali, e mostrare più attenzione ai criteri di beneficenza e
giustizia.
È questo in sostanza il
significato del neologismo business bioetichs, cioè è possibile che
anche il business nei settori nei quali prevale l’interesse della salute
debba fare i conti con certi criteri di valutazione di ordine morale. Il
calcolo costo-benefici quindi non è solo questione di breve termine, ma
considera anche i benefici e rischi non economici; perciò non considera solo
entrate e uscite, ma anche le ricadute sulla società, non solo perdite di
costi monetari, ma anche perdite ambientali, di salute, ecc… L’idea è che le
imprese che operano con diretta rilevanza con la salute debbano rispondere a
codici di condotta specifica, cioè non limitarsi a rispettare le regole del
mercato.
II.2 Brevettazione
della vita e libertà di ricerca
La questione che il
filosofo P. Giustiniani sottopone alla riflessione dei partecipanti riguarda
un problema di business privative su prodotti di tipo biologico
umano. Poiché il peso dei fattori economici esige che venga precisato il
sottile discrimine tra scoperta e invenzione, ci chiediamo se siffatti
prodotti dell’ingegno umano debbano considerarsi frutto di una scoperta o
una invenzione.
Perché, se si tratta di una scoperta scientifica, con essa abbiamo dato un
contributo alla storia della scienza, una possibilità di ricerca e di
incremento. Se, invece, come sembra avvenire, anche a motivi di oggettivi
interessi di impresa, è una invenzione, il problema diventa di etica e di
bioetica; ma si tratta prevalentemente di un problema di privativa sul
brevetto di un particolare prodotto dell’ingegno umano. Nel piccolo volume
di F. Ajmar, Chi? Piccolo galateo di Bioetica,
troviamo posto sotto forma romanzata il problema sollevato dal prof.
Giustiniani. Si tratta di un romanzo genetico, cioè scientificamente
ineccepibile, di una coppia di amanti, i quali vogliono produrre un prodotto
biologico umano, detto figlio, che non sia proprio a loro immagine e
somiglianza, ma che almeno non abbia dei problemi di per sé capaci di
rendere sgradevole, qualitativamente inefficace la vita. Per questo chiedono
la consulenza di una società genetica, quindi della farmacogenetica,
psicogenetica, biogenetica e della biotecnologia. Un desiderio legittimo che
suscita interrogativi tecnici e anche morali sui limiti della sua
realizzazione attraverso l’intervento della tecnologia. La domanda che si
pone è infatti: fino a che punto è giusto o è bene procedere?
Il dovere di tipo morale
viaggia con le essenze, con le atmosfere del si deve, o più
correttamente con le atmosfere più rarefatte, non concrete come sono quelle
tecnologiche e scientifiche, e prima o poi queste considerazioni hanno un
peso sulla decisione che questi due amanti dovranno prendere. Al loro tavolo
si alternano perciò non soltanto i consulenti genetici, ma anche psicologi,
politici e sacerdoti. Il titolo del romanzo Chi?... pone la
questione: chi è che decide in tale complessa situazione? I due si
convincono che la decisione ultima è la loro. Ma sono uno contro uno, una
condizione che può non portare ad alcuna decisione. È la metafora della
decisione di tipo normativo, delle norme, delle regole degli Stati, della
leggerezza della normativa tradizionale che devono fare i conti in questo
settore con le normative internazionali e con gli interessi collegati. Sarà
il cameriere della coppia di amanti, presente tutte le sere ai loro incontri
con gli interlocutori specializzati, a far pendere la bilancia verso questa
o quella decisione finale. Nel frattempo, però, in maniera naturale e
fortuita, nasce il figlio tanto desiderato. Ma che cosa vuole dirci questo
libro? Cosa ha a che fare con la business bioethics? Il genetista F.
Ajmar, all’inizio degli anni ’90, quando in Italia si cominciava a discutere
sulla business bioethics, affermava che gli investimenti di ingenti
capitali nello studio del genoma umano avevano indotto dei comportamenti di
necessità delle coppie stabili o non stabili e anche dei singoli individui
di mappare il proprio DNA, almeno per fini di prevenzione, se non proprio
allo scopo di progettazione di prodotti biologici umani. Era già una
profezia di quanto avviene nella ricerca biotecnologica attuale.
In quegli anni, il
Parlamento Europeo con la Direttiva 98/44 CE, il Consiglio di Europa (1998),
e successivamente i singoli Stati europei hanno affrontato la questione
della brevettazione di prodotti biotecnologici. Il problema era inizialmente
solo ed esclusivamente di carattere commerciale ed economico, poi si
configurò come un nodo complesso e controverso di problemi con forti
coloriture non soltanto economiche e mercantili, ma altresì etiche e
bioetiche. In Italia, il Decreto legge 10 gennaio 2006 numero 3 «Attuazione
della direttiva 98/44/CE in materia di protezione giuridica delle invenzioni
biotecnologiche» esclude dalla brevettabilità, in primo luogo «il corpo
umano sin dal momento del concepimento e nei vari stadi del suo sviluppo,
nonché la mera scoperta di uno degli elementi del corpo stesso, ivi compresa
la sequenza, o la sequenza parziale di un gene al fine di garantire che il
diritto brevettale sia esercitato nel rispetto dei diritti fondamentali
sulla dignità e l’integrità dell’uomo e dell’ambiente». Questa esclusione ci
permette di cogliere il senso della domanda posta all’inizio dal prof.
Giustiniani e dall’intervento di Aymar. Si tratta di una esclusione molto
raffinata che considera il gene o la sequenza dei geni come una parte del
corpo umano, mentre invece la moderna biotecnologia tende a configurarlo
come un ‘archivio di informazioni’. In quanto parte del corpo umano, essa è
intesa dal legislatore italiano come una mera scoperta scientifica e non una
invenzione, perciò non è brevettabile. Viene concesso allo scopritore
l’esercizio di un diritto nel rispetto dei diritti fondamentali, quali la
dignità e l’integrità dell’uomo e dell’ambiente. Ma che cosa significano
integrità e dignità umana per il bioeticista? Il concetto di integrità è
comprensibile in quanto significa ‘non lacerazione di parti’, ma la dignità
che cosa è? Indica forse ciò che ha più valore rispetto ad altri valori
disposti in una scala gerarchica, perché c’è un valore morale da
salvaguardare: la dignità dell’uomo. Ma, come ci ricordava la prof.ssa La
Torre nel suo intervento, i valori morali nel contesto del pluralismo etico
vanno criticamente ripensati, e il prof. Prodomo, nel suo volume sulla
natura umana,
aggiunge che bisogna confrontare prospettive e saperi diversi, a condizione
che ogni partecipante alla discussione teorica si ponga nella giusta
predisposizione all’ascolto degli altri.
Il prof. Giustiniani
rivolge perciò una critica all’operato del legislatore italiano che non ha
ritenuto brevettabile una sequenza genetica in nome di un valore non
condiviso. In ultima istanza, poi, l’invocazione di una dignità e
l’esclusione di brevettabilità di parti del corpo umano, in quanto scoperte
e non invenzioni, chiama in causa il concetto di natura umana che è un nodo
problematico per la scienza della vita. Il decreto contempla altre
esclusioni. La seconda riguarda i metodi per il trattamento
chirurgico-terapeutico del corpo umano o animale o i metodi di diagnosi
applicati al corpo umano e animale. Anche questa seconda esclusione non si
giustifica. Così come la terza che riguarda le invenzioni il cui
sfruttamento commerciale è contrario alla dignità umana, all’ordine pubblico
e al buon costume, alla tutela della salute e della vita della persona e
degli animali, alla preservazione dei vegetali, la biodiversità o alle
prevenzioni di gravi danni ambientali. Certamente la considerazione del
danno ambientale giustifica la non brevettabilità, ma essa non è
giustificabile quando considera la dignità umana un valore più rilevante di
altri valori. Perché considerare il valore economico, non inteso come mero
profitto, l’ultimo dei valori? Non ha l’”economico” valore integrativo con
la dignità, la giustizia …? Non esiste una gerarchia di valori, ma esistono
solo valori covalenti!
Il campo della
brevettabilità di sequenze genetiche è un territorio non solo di
discussione, ma sta diventando un territorio di business, e non si può
escludere, teme il nostro relatore, che altri vi possano entrare a ‘gamba
tesa’ in nome di valori non negoziabili.
III. Recenti
controversie giurisprudenziali in tema di fecondazione assistita
Questo terzo incontro
vede due giuristi dibattere su alcuni aspetti problematici della legge
40/2004 che hanno dato luogo a recenti controversie giurisprudenziali. La
dottoressa Franca Meola presenta due controversi interventi
giurisprudenziali sul tema della diagnosi pre-impianto sull’embrione umano;
il dott. Mauro Fusco presenta alcuni aspetti problematici delle linee guida
della legge 40/2004, soprattutto in relazione al tema della diagnosi
pre-impianto.
III.1 Il caso Cagliari
Il primo intervento
giurisprudenziale è quello del giugno 2005 del Tribunale di Catania che
respinge il ricorso presentato da una coppia di coniugi catanesi, sterile e
portatrice di una grave malattia trasmissibile al feto (βetatalassemia), per
non essere stata ammessa alla diagnosi pre-impianto sull’embrione.
La motivazione con cui il giudice di Catania respingeva il ricorso dei due
coniugi era che, per lui, non si poneva alcun problema di interpretazione
del testo normativo, poiché questo manifestava in maniera chiara ed
inequivocabile la volontà legislativa di non concedere a chi si rivolge alle
tecniche di fecondazione medicalmente assistita nessuna possibilità di
scelta dell’embrione, dal momento che questa possibilità è di fatto negata
anche ai futuri genitori di un figlio procreato naturalmente.
Il secondo intervento
giurisprudenziale fu quello fatto successivamente dal Tribunale di Cagliari
per un caso analogo a quello di Catania. In un primo momento, il giudice di
Cagliari, considerando la complessità del quadro normativo, aveva palesato
l’esigenza di una interpretazione della legge, rimettendo gli atti alla
Corte Costituzionale, sperando di poter avere maggiori lumi sul significato
delle disposizioni impugnate. In mancanza di un intervento della Corte
Costituzionale, egli rigettava l’interpretazione più elastica che consentiva
alla coppia di accedere alla diagnosi pre-impianto, e con una ordinanza nega
ai due coniugi sterili, affetti anch’essi da βetatalassemia, di accedere
alla diagnosi pre-impianto. I coniugi abbandonano il giudizio e,
successivamente, ripropongono la questione però attraverso un ordinario
giudizio di merito. Il giudice di Cagliari, questa volta, ribalta le
conclusioni della sua precedente ordinanza e sentenzia, senza che la Corte
Costituzionale fosse intervenuta, l’ammissibilità della coppia di coniugi
alla diagnosi pre-impianto.
Il motivo fondamentale con cui il Tribunale di Cagliari ammette l’accesso
della coppia alla diagnosi pre-impianto è ravvisabile nella legge stessa.
Nell’art. 6 del testo legislativo 40/2004, al quinto comma, è scritto che
coloro che accedono alle tecniche di procreazione medicalmente assistita
devono essere edotti non soltanto degli effetti di queste tecniche, ma anche
dello stato di salute degli embrioni. Questo obbligo di informativa, posto a
carico del medico della struttura sanitaria, serve a permettere alla donna
di manifestare il proprio consenso all’intervento di impianto in utero degli
embrioni. A questo punto sorge la domanda: se, dopo aver dato il proprio
consenso informato all’intervento, la donna successivamente viene posta a
conoscenza del cattivo stato di salute dell’embrione, obbligatoriamente deve
sottoporsi all’intervento? Qual è la finalità del consenso informato? È
dunque nella legge stessa, è nell’obbligo di rispettare la volontà del
soggetto di sottoporsi al trattamento sanitario che bisogna rintracciare il
fondamento positivo che permette la diagnosi pre-impianto.
La sentenza del giudice
di Cagliari è senz’altro significativa, ma rappresenta solo un piccolissimo
tassello collocato nel percorso giurisprudenziale che porterà prima o poi ad
una modifica del testo dell’intera legge.
III.2 Le linee guida
emanate dal Ministro per la Salute
Come già accennato, la
fonte normativa delle linee guida della legge 40/2004 è l’art. 7.
Quanto è affermato nel secondo comma di questo articolo, ossia le linee
guida sono «vincolanti» stride con il concetto stesso di linee guida, perché
esse sono normalmente indicazioni procedurali emanate sulla base della
comune esperienza medica, che devono essere sicuramente seguite, ma non sono
vincolanti in senso assoluto, poiché vanno sempre commisurate al caso
pratico.
Le linee guida
ministeriali del 22 luglio 2004, emanate ai sensi dell’art. 7 della legge in
esame (Decreto Ministero della Salute G.U. n. 191 del 16 agosto 2004), si
aprono con una serie di definizioni più o meno contestabili, sicuramente
contestate. Esse, in primo luogo, affermano che i due termini, infertilità e
sterilità, saranno usati come sinonimi, ma ciò non è corretto dal punto di
vista medico-scientifico. In secondo luogo esse descrivono le modalità di
certificazione della sterilità-infertilità, che è individuata dalla legge
40/2004 come unico presupposto per l’accesso alle tecniche di fecondazione
assistita. In terzo luogo esse affermano il principio di gradualità nel
ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, e descrivono
l’attività di sostegno e consulenza rivolta alla coppia sterile richiedente
l’accesso alle varie tecniche di fecondazione assistita, distinte in tre
livelli, a seconda del loro grado di invasività. Infine, contengono le
disposizioni concernenti la sperimentazione sugli embrioni umani, che è
strettamente legata alla diagnosi pre-impianto. Come è noto, la cosiddetta
diagnosi pre-impianto consiste in un accertamento genetico che, attraverso
la tecnica del prelievo di una o più cellule dall’embrione prima del suo
impianto nell’utero materno, consente di accertare se l’embrione stesso sia
o meno portatore di determinate gravi malattie e quindi di conoscerne prima
dell’impianto lo stato di salute.
Prima dell’entrata in
vigore della legge n. 40/2004, la diagnosi preimpianto sugli embrioni
prodotti in vitro e destinati al trasferimento in utero era
comunemente praticata e nessuno dubitava della sua liceità. Successivamente
all’approvazione della legge sulla procreazione medicalmente assistita, la
questione sulla perdurante liceità dell’accertamento diagnostico in esame è
divenuta controversa, non essendo il disposto normativo del tutto chiaro.
Nella legge n. 40/2004 non è infatti individuabile una disposizione che
faccia specifico riferimento alla diagnosi preimpianto, ed il problema è
ulteriormente complicato dal fatto che, invece, con espressa disposizione,
viene riconosciuto, in capo a coloro che abbiano fatto (legittimo) ricorso
alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, il diritto di essere
informati sul numero e, su loro esplicita richiesta, sullo stato di salute
degli embrioni prodotti e destinati al trasferimento in utero.
Le linee guida ministeriali del 22 luglio 2004 stabiliscono infine che «ogni
indagine relativa alla salute degli embrioni creati in vitro,
ai sensi dell’art. 14 comma 5, dovrà essere di tipo osservazionale».
La dottrina è divisa sull’interpretazione delle disposizioni in
esame, che infatti sono state lette in due sensi diametralmente opposti.
Accanto ad autori che hanno individuato nell’art. 13 della legge la regola
dell’illiceità penale della diagnosi preimpianto, vi sono autori che invece
hanno affermato la praticabilità dell’accertamento diagnostico in questione
quando richiesto ai sensi dell’art. 14 comma 5 della legge n. 40/2400.
Questi problemi hanno dato vita a vari interventi giurisprudenziali, già
discussi nel precedente intervento dell’avv. F. Meola, da ultimo quello del
TAR del Lazio del 21/01/2008, che hanno imposto la revisione delle linee
guida ministeriali della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita.
Il testo delle nuove linee guida, emanate con il D.M. del 11/04/2008, è
identico a quello delle linee guida emanate nel 2004. Dovendo fare un
bilancio, possiamo dire con sicurezza che con le nuove linee guida non è
stato operato un reale aggiornamento. Rimangono le lacune del testo
iniziale. Anzi se ne aggiunge un’altra, la concezione di infecondità
che non sappiamo se equiparare o meno a sterilità o infertilità. È l’unica
vera novità introdotta, che si basa però su una forzatura del testo di legge
con un utilizzo improprio dei concetti di sterilità, infertilità dal punto
di vista medico, sicuramente una applicazione giuridica quanto meno
contestabile dal punto di vista della tecnica, e dell’equità sostanziale.
IV. Tavola rotonda:
Quale futuro per la bioetica?
Dopo i tre precedenti
seminari su temi specifici dettati dal progresso della tecnologia medica,
eccoci giunti al quarto e ultimo incontro di questo anno dal titolo Quale
futuro della Bioetica? Presiede Giovanni Chieffi, intervengono
nell’ordine Paolo Bonetti, Carmine Donisi, Oscar Nicolaus, Giuseppe Reale.
Il prof. Chieffi ricorda,
avendo vissuto personalmente lo sviluppo della disciplina Bioetica,
l’appassionante avvio delle discussioni che venivano sollevate dal
tumultuoso progresso delle conoscenze scientifiche del secolo scorso. In
Italia si cominciò a parlare ufficialmente di Bioetica nel 1990, quando la
Presidenza del Consiglio dei Ministri, nella persona di G. Andreotti,
insediò il Comitato Nazionale per la Bioetica. Era la prima volta che
problemi fino ad allora di pertinenza di medici e biologi venivano discussi
insieme a giuristi, filosofi, teologi, psicologi, sociologi. Forse ciò
avveniva nelle aule giudiziarie per ben altri scopi, certamente non quello
di stabilire l’eticità o meno nella applicazione di quanto veniva man mano
scoperto nel campo della Biomedicina. Infatti, la scienza è rimasta per
secoli in splendido isolamento, un coinvolgimento etico della ricerca
scientifica era minimo, se non inesistente. La ricerca scientifica è stata
per lungo tempo auto-referenziale, anche perché la sua autonomia resta
indipendente in quanto ha proprio fine.
In effetti si è
cominciato a parlare di Bioetica quando la scienza ha provocato l’etica, ciò
è avvenuto quando i risultati del suo tumultuoso progresso del secolo scorso
prevedevano, addirittura hanno portato ad applicazioni, in alcuni casi, a
dir poco, discutibili. Basti ricordare le perplessità sollevate
dall’annuncio della modifica del patrimonio genetico del batterio
escherichia coli, a cui seguì la moratoria delle ricerche di ingegneria
genetica per un anno, con lo scopo di cautelare l’uomo e l’ambiente da
eventuali usi distorti dell’ingegneria genetica. Perplessità che si
moltiplicarono man mano che le biotecnologie investivano la pratica medica,
dalla terapia genica ai trapianti, allo sviluppo di tecniche di riproduzione
assistita.
L’opera scientifica,
nasce da un insopprimibile stimolo alla conoscenza, per lo più
indipendentemente dalle possibili applicazioni. Arrestare, o cercare di
deviare secondo idee preconcette, il corso di questo processo di ricerca può
riuscire sommamente pericoloso, come molti eventi storici, dal processo a
Galileo all’imposizione dell’egemonia di Lysenko nella Unione Sovietica,
insegnano. Il cammino della civiltà umana è stato determinato in grande
parte dalla iniziativa individuale intesa alla ricerca dei valori
fondamentali. Tentare di spegnere o coartare questa ansia di conoscenza e di
ricerca sarebbe, io credo, esiziale. Ciò non significa che il ricercatore
debba chiudersi nell’isolamento della sua torre d’avorio, ignorando gli
impulsi e le esigenze che urgono al di fuori. È un’illusione, che molti
hanno coltivato, e molti tuttora coltivano, ritenere che la scienza pura
viva di vita propria, completamente indipendente dalla società in cui si
sviluppa. Le ispirazioni, i motivi, il metodo stesso dell’indagine sono
condizionati da un complesso di circostanze storiche, sociali, culturali,
che giungono allo scienziato attraverso mille canali, di cui egli stesso non
sempre è cosciente. E, inversamente, l’opera scientifica, anche quando non
dia origine direttamente ad applicazioni pratiche, si inserisce nel quadro
culturale della società, e, presto o tardi, più o meno intensamente, gli
conferisce la propria impronta, e ne sollecita particolari sviluppi di
pensiero, o di azione. L’esempio più spettacolare di questa influenza di
dottrine scientifiche, sulla cultura e sulla società, è nato forse dalla
teoria dell’evoluzione, che, pur non conducendo direttamente a pratiche
applicazioni, ha prodotto una vera rivoluzione nella cultura moderna, con
riflessi forti anche in campo sociale.
E ancora più avanti
scrive:
Riconosciuta in tal
modo, da un lato l’autonomia e l’indipendenza della scienza in quanto a
motivi di indagine, criteri di giudizio e di metodo, e d’altra parte la
stretta connessione dell’attività scientifica con il contesto sociale ed
economico, si propone la seguente domanda: è lecito che la comunità, cioè il
governo di una data struttura sociale eserciti pressioni per lo sviluppo
differenziale di alcune discipline, o ponga determinati quesiti d’ordine
pratico, fornendo i mezzi finanziari per l’indagine relativa?
Montalenti risponde che
non c’è alcun male nella promozione differenziale di alcune discipline, per
motivi di convenienza pratica o anche, talvolta, di emulazione nei riguardi
di altri paesi, o di «moda», purché si tenga nel dovuto conto la necessità
di «garantire a tutte le discipline, anche a quelle che sono, o sembrano
lontane dalle possibilità di realizzazioni tecniche, le condizioni per un
adeguato sviluppo. È necessario cioè assicurare un substrato
scientifico-culturale di base, sul quale soltanto possono prosperare più
rigogliosamente alcuni rami della scienza, e della tecnica».
Su questi principi, così
chiaramente esposti da Montalenti in epoca non sospetta, ancora non erano
stati eseguiti gli esperimenti di ingegneria genetica che portarono alla
loro moratoria in campo internazionale, Chieffi si dice convinto che ci sia
un generale consenso. Dopo questa premessa, che ritiene sufficiente per
riflettere sul futuro della Bioetica, parole che compaiono già nel libro del
celebre Van Potter Bioetica. Un ponte verso il futuro,
ricorda a tutti che l’inarrestabile e imprevedibile corso del progresso
scientifico ci porta perciò ad essere sempre attenti ad evitare in futuro
ogni puro tentativo di minacciare i diritti fondamentali e universali
dell’uomo. Bisogna in altri termini navigare a vista.
Terminato il suo
intervento, presenta i relatori che parleranno sui due volumi di R. Prodomo,
di cui uno collettaneo in tema con l’incontro, e l’altro sulla natura umana.
a) Prof . Paolo
Bonetti
Il prof. Bonetti entra direttamente nel tema oggetto della tavola rotonda.
Il suo intento è infatti quello di parlare di Bioetica, però partendo dalla
domanda che ritiene tutti noi dobbiamo farci: se c’è una scienza o un
sapere, che è un sapere di tutti, necessariamente questo sapere è la
Bioetica. Però che idee hanno i politici chiamati a prendere delle decisioni
di natura bioetica, biopolitica? Cioè, qual è il rapporto tra la ricerca nel
campo della bioetica e quel mondo politico che poi dovrebbe tener conto di
quello che si viene elaborando attraverso la ricerca bioetica?
A questa domanda, egli stesso risponde non nascondendo un certo pessimismo,
che per la maggior parte degli uomini politici le discussioni di bioetica
sono più che altro una seccatura, perché si tratta poi di mettere assieme
pareri che spesso sono radicalmente divergenti, che creano imbarazzi, che
infrangono tabù e che poi spesso si risolvono in diatrìbe, anche interne
alle corporazioni dei bioeticisti. La bioetica è qualche cosa che in certo
modo disturba gli equilibri politici, e la tendenza è, in questo campo come
in altri della vita nazionale, quella di rimandare, di non affrontare le
questioni, perché poi sarebbe difficile in sede biologica, a maggior ragione
in sede politica, trovare un punto di convergenza. Basti pensare alla
vicenda del testamento biologico. Intanto, i problemi, per noi cittadini,
uomini comuni, del testamento biologico, così come quelli sulla legge della
procreazione assistita, continuano ad esserci, e tuttavia anche in questo
campo si arriva a discutere sulla nostra pelle e non si riesce ad arrivare a
delle leggi. Quando ci si arriva, come nel caso della procreazione
assistita, si arriva a leggi pasticciate, incoerenti. Non si possono fare
leggi di questo tipo per cercare dei compromessi politici in questo campo
delicatissimo, che alla fine non si raggiungono neppure.
C’è poi il problema di capire come la più vasta opinione pubblica considera
questa disciplina di cui sente parlare in televisione, di cui legge sui
giornali sempre più frequentemente, ma si nutre di informazioni abbastanza
vaghe. Molte persone, anche colte, hanno della bioetica una idea
difensivistica. Cioè esse pensano che sia una disciplina, non si capisce
bene se è una filosofia o una scienza, che ha il compito di salvaguardare
alcune leggi morali universali ed eterne, ed in questo compito difensivo la
bioetica in qualche modo esaurisce la sua funzione. C’è poi un altro modo di
concepire la bioetica da parte dell’opinione pubblica, ossia di considerare
la bioetica come una ricerca che affronta incessantemente problemi
storicamente nuovi, non la bioetica e la immobile natura sacralizzata, ma la
bioetica e una natura che si viene incessantemente modificando attraverso le
nuove acquisizioni scientifiche, e le nuove biotecnologie che ci permettono
di fare sempre più e meglio della natura un processo storico, aperto. E
quindi la bioetica che non garantisce nulla, che non dà certezze assolute,
ma che accompagna il lavoro di ricerca di tutti gli altri uomini di scienza,
che vive e cresce in collaborazione con le altre discipline scientifiche in
una dimensione storico-temporale imprevedibile. Questo modo di concepire la
bioetica, nella cultura generale e italiana, è ancora nettamente
minoritario. Eppure, io credo, afferma Bonetti, e i due libri del prof.
Prodomo lo confermano, che l’unica realistica prospettiva della ricerca
bioetica, attuale e futura, è quella di costituirsi come sapere storico in progress.
Nella conclusione, egli
fa poi notare che molto spesso quando nella discussione su questi o altri
temi non strettamente di bioetica si tira fuori Dio o la ragione o la
natura, essi servono come «manganello da dare in testa» a coloro che la
pensano diversamente e che additano prospettive nuove non solo in campo
medico, ma anche in quello dei rapporti umani, perché non dimentichiamo che
se la bioetica è legata al processo scientifico biologico, al tempo stesso
essa segue e produce un incessante cambiamento del costume sociale. Il
problema di Dio è un problema storico, perché non si tratta di stabilire se
Dio esiste o non esiste, ma si tratta di capire che cosa è Dio oggi per noi.
È il Dio per gli uomini, Dio per me, Dio per questa cultura, per questa
società. Se la teologia, osserva polemicamente il relatore, deve
storicizzarsi, a maggior ragione deve storicizzarsi la bioetica, che
accompagna le trasformazioni dell’uomo come creatura, che emerge
incessantemente dalla natura, dal suo fondo biologico e tuttavia con questo
conserva un rapporto imprescindibile.
b) Prof. Carmine
Donisi
Il prof. Donisi articola
il suo intervento in due momenti, cercando di operare una sorta di
bilanciamento tra due istanze, quella di soffermarsi criticamente come
biogenetista su ciascuno dei sedici contributi di elevato valore scientifico
di cui si compone il volume collettaneo di R. Prodomo, e quella di tentare
di rispondere, sulla base dei riscontri tratti dalle letture dei vari saggi,
all’arduo quesito Quale futuro della Bioetica?.
Iniziando prima dal
censimento dei temi trattati, egli dichiara che non è affatto fuori luogo
affermare che la lettura del libro curato da Prodomo offre una panoramica
aggiornata e rigorosamente documentata dei problemi più complessi che
impegnano la ricerca bioetica contemporanea, da quelli delicatissimi
inerenti l’inizio della vita umana, agli altri problemi altrettanto più
roventi della fine della vita stessa, né manca la trattazione delle
molteplici inquietanti ricadute giuridiche ed economiche della incalzante
evoluzione delle scienze e delle tecnologie genetiche. Altrettanto
interessanti e ricchi di spunti di notevoli attente riflessioni sono gli
scritti orientati a delineare gli scenari di una società contrassegnata dai
prodigiosi sviluppi delle scienze biomediche, né tralascia, nel contesto di
una concezione meno angusta della scienza bioetica, l’analisi dei fenomeni
dai molteplici riflessi soprattutto sulle giovani generazioni. Pur se
collocate in Appendice, non di minore interesse risultano le riflessioni
esposte da Mario Coltorti, Francesco Lucrezi e da Paolo Bonetti, in
occasione dei precedenti volumi curati da Prodomo e dedicati a temi davvero
nodali nel campo bioetico.
In proposito, nella
evidente impossibilità di dar conto a tutti gli interventi, il prof. Donisi
cita un brano del maestro Mario Coltorti, dal quale emerge con estrema
nitidezza l’imprescindibile canone metodologico alla base della ricerca
bioetica. Scrive Coltorti a pagina 338:
In una società
democratica, pluralista, fondata su norme legislative e loro applicazioni
giurisprudenziali illuminate, il c.d. “politeismo morale”, invece che lo
scontro tra posizioni radicalizzate, è il confronto aperto e, finché
possibile, la convergenza di concezioni diverse, che può arricchire ogni
ente umano e agevolare soluzioni eque di fronte ai drammi umani, mai uguali
tra loro.
Osservazione questa che
si salda puntualmente con la filosofia che ispira il contributo di Prodomo
incluso nel volume che stiamo presentando,
nel cui titolo si compie l’eco della celeberrima opera di G.B. Vico Scienza Nuova
(1774).
In questo scritto difatti è ribadito lo statuto epistemologico della
Bioetica. Alla domanda come debba tradursi nella pratica l’impegno a
salvaguardare il carattere della interdisciplinarietà come dato fisionomico
della riflessione bioetica, Prodomo così risponde a pagina 122:
In primo luogo
approfondendo la nozione stessa di dialogo tra i saperi che è veramente
fecondo se esiste non solo una generica volontà di cooperazione, ma anche
un’effettiva volontà di mettersi in discussione e in qualche modo
contaminarsi reciprocamente. Questa seconda modalità di dialogo è quella
realmente produttrice di novità e fecondità intellettuale, ed è la norma
dichiarata del cosiddetto pensiero della “complessità”.
Terminata questa prima
parte del suo intervento, il prof. Donisi dedica qualche considerazione
all’interrogativo cardine della tavola rotonda Quale futuro della
Bioetica? Alla luce dei saggi raccolti nel volume, del taglio
cronologico che li caratterizza e della elevata caratura culturale
scientifica e professionale dei loro autori, egli sente di affermare in
tutta serenità che il futuro della bioetica è più che promettente. Pertanto
le sfide, anche quelle più dirompenti e spesso angoscianti che il progresso
biomedico lancia agli studiosi di bioetica, potranno essere adeguatamente
fronteggiate nella costante consapevolezza che esse coinvolgono l’identità
stessa della persona umana, e il destino delle generazioni future. Non
mancano tuttavia altrettanto pressanti interrogativi bisognosi di essere
esaminati che Donisi vuole sottoporre alla attenzione di tutti. Se, dunque,
la bioetica ha un futuro, a chi va affidato istituzionalmente questo futuro?
Alle leggi o alle sentenze? Cioè, in altri termini, al Parlamento o alla
Magistratura? Sul punto, come è noto, vi è un movimento di pensiero incline
a rispondere in questo ultimo senso, cioè nel senso che la bioetica deve
essere posta nelle mani dei giudici. Ora, pur lasciando aperto
l’interrogativo bioetica legale o bioetica giudiziale, il prof. Donisi
intende concludere il suo intervento con un’osservazione questa volta
purtroppo non tranquillizzante. Sul futuro della bioetica pur promettente,
non manca di addensarsi qualche nube particolarmente minacciosa. È sempre
più percepibile quella sorta di più o meno velata insofferenza verso la
bioetica da parte di certi settori anche qualificati della ricerca biomedica
e non solo di questa.
Insofferenza che di recente si è materializzata addirittura in un libro
scritto da uno dei più autorevoli psicologi statunitensi J. Baron,
intitolato Against Bioethics.
Si tratta di una durissima requisitoria di Baron contro la nostra
disciplina, valgono per tutti il seguente brano tratto dal suo lavoro:
La bioetica ha creato
un sistema decisionale che fornisce scelte irraggiungibili, i bioeticisti
sono diventati una sorta di clero secolare a cui i governanti e altre
istituzioni si rivolgono in cerca di regole di condotta, in realtà essi sono
quasi sempre privi di qualsiasi autorevolezza, e si permettono di giudicare
tutto sulla base di una intuizione e ragionamenti che quando diventano
regole producono più danni che benefici.
Come reagire di fronte a
questo attacco veramente frontale? A questa che a prima vista potrebbe
apparire una sfacciata provocazione, non possiamo rispondere con il sarcasmo
o con l’ironia, e né mai con l’indifferenza o addirittura con la
demonizzazione, ma applicando quella impostazione metodologica che ispira
l’intero volume curato da Prodromo, cioè esaminando con estrema attenzione
l’opera di Baron, valutandone serenamente gli argomenti addotti, analizzando
senza preconcetti le ragioni delle sue critiche, intessendo insomma con
l’autore un ideale pacato dialogo in modo da darne, se possibile, utili
ammaestramenti; in questo modo, forse, riusciremo a ricavare anche dal
traumatico volume di Baron preziosi stimoli e suggerimenti per assicurare
alla Bioetica un futuro ancora più promettente.
c) Dott. Oscar
Nicolaus
Il dott. Nicolaus ritiene
che le ricerche in campo bioetico fanno emergere non solo la necessità, ma
già la realtà di una nuova narrazione scientifica. Esse fanno entrare nel
campo della riflessione e della ricerca scientifica il termine ‘narrazione’,
che è stato bandito, e lo è tuttora, da quelli che sostengono che uno degli
aspetti centrali su cui si fonda il metodo scientifico classico è
l’espulsione dell’osservatore dalla osservazione, del ricercatore dalla
ricerca in quanto soggetto, altrimenti la ricerca non è definibile come
scientifica. Le ricerche bioetiche fanno emergere con forza non solo la
necessità scientifica della narrazione all’interno della ricerca bioetica,
ma anche alcuni concetti già introdotti all’inizio del ‘900 da alcuni
scienziati, quale, ad esempio, il fisico danese N. Bohr. Egli ha sviluppato
il principio di complementarità, secondo il quale nella descrizione della
natura dei processi microfisici entrano in gioco aspetti complementari ma
mutuamente esclusivi, come l'aspetto ondulatorio e corpuscolare della luce.
Nicolaus dice questo
perché spera nel futuro della bioetica, e nel contributo sicuramente
importante che la ricerca bioetica saprà dare reintroducendo la narrazione
(del narratore) all’interno della ricerca scientifica. La narrazione infatti
fa diventare complementare e incita ad un andirivieni continuo tra le
proprie concezioni del mondo i propri dati sperimentali in una influenza
reciproca, in cui la dimensione scientifico-sperimentale e quella filosofica
sono implicati non in una relazione semplice di causa-effetto, ma ricorsiva
e circolare. Spera inoltre che la bioetica possa svolgere anche un ruolo di
trasformazione di quella che è una visione corrente e media che si ha nella
scelta della tecnologia. Oggi una tale visione culturale è quella
scientista, riduzionista. Questa straordinaria funzione è anche una sfida,
perché tutto da costruire, in cui la storia e la singolarità, la contingenza
e l’emergenza e il processo storico siano tutti insieme strumenti del
ricercatore, e non strumenti di singoli dipartimenti stagno. Conclude
citando R.D. Laing:
Se uno dice che gli
uomini sono macchine costui suscitando il plauso generale rischia anche di
passare per un grande scienziato. Ma se uno dice d’essere lui stesso una
macchina (ed in un impeto di encomiabile coerenza incomincia a correre
avanti e indietro facendo ciuff ciuff come un treno), costui “di solito”
viene preso per pazzo. Ma se consideriamo pazzi gli individui che si sentono
automi, automobili, locomotive etc. etc., perché “di solito” non
consideriamo pazzesca una teoria, come quella medica, che considera le
persone come macchine; una teoria dove il loro corpo è visualizzato come un
semplice meccanismo in grado di rispondere solo ad uno sguardo fisico o
chimico.
d). Prof. Giuseppe
Reale
Il teologo Reale
ringrazia i partecipanti alla tavola rotonda per aver scelto la sede
dell’associazione culturale “Oltre il Chiostro”, da lui presieduta, per
presentare non soltanto una fatica editoriale, ma piuttosto un percorso che,
in maniera efficace, all’interno della II Università di Napoli, viene a
rappresentare un tentativo di ricerca e di soluzione, se è possibile, di
quello che Lombardi Vallauri, nella miscellanea curata da R. Prodomo,
definisce come un kớan.
Dovremmo probabilmente trasporre questa immagine buddista in ambito di
cultura cattolica o di cultura cristiana parlando di una sorta di mistero
indecifrabile. E
in tal senso questo autore forse tratteggia la nostra condizione psicologica
percettiva dinanzi a ciò che la bioetica in quanto ricerca, in quanto
scienza, rappresenta. È una sfida innanzitutto dell’intelligenza e domanda a
chi è un uomo credente. E allora questa fatica editoriale vuole anzitutto
siglare un percorso che in questa sede vede attorno ad un tavolo esperti di
discipline diverse in una dimensione seminariale, colloquiale, accettando la
sfida della differenza e della convivialità, e forse anche indicando una
parola eccessivamente retorica quale quella di dialogo ma più che soltanto
di un dialogo, si tratta in realtà anche di una comprensione appieno dei
limiti di qualsiasi ricerca della verità. In questo caso specifico, il testo
del prof. Prodomo dà anzitutto la possibilità di rendere fruibili materiali
di studio che probabilmente resterebbero solo vincolati alla circolazione
accademica, universitaria, seminariale, e invece diventano una proposta
complessiva, e lo diventano se noi accettiamo di entrare in questo universo
bioetico con la consapevolezza che i suoi limiti ci sfuggono, che questo
universo resta ancora molto magmatico e che questa realtà ha poco da
condividere con una dimensione ordinata del cosmo.
Proprio in relazione a
questa riflessione, sarebbe stato opportuno porre nel titolo del volume un
qualche punto di domanda. Siamo infatti dinanzi ad una domanda essenziale:
qual è il nostro metodo epistemologico quando parliamo di bioetica? Qual è
il modellino della complessità con il quale ci cimentiamo? Come ci veniva
ricordato, siamo dinanzi a dei percorsi non alternativi la cui ricchezza
semantica, la cui capacità di senso è proprio nel leggerli episodicamente e
poi di intrecciarli ancora e magari nel ritornarvi dopo che questioni
apparentemente diverse possono in qualche modo ulteriormente aprire altre
domande rispetto a campi di altro genere. Questo è appunto la bioetica.
Questo è il modello che Vallauri ci indicava come segno di complessità
facendo riferimento alla tradizione buddista.
Questo è il senso di una
realtà imbarazzante per chi, come il teologo Reale, è chiamato a
rappresentare in un dibattito pubblico una posizione cattolica. Un
imbarazzo, una difficoltà molto italiana che nasce anche dall’aver
trasformato la bioetica non soltanto nel campo di una riflessiva profonda
conviviale possibilità di ricerca, ma ancora di più in un campo di bagarre
politica. Da una parte un’agenzia etica, primariamente la Chiesa Cattolica,
che funge da baluardo, dall’altra parte, invece, una società che sembra
essere ingabbiata all’interno di regole, di ragionamenti, di riflessioni
tanto angelicamente metafisiche da rifuggire dal confronto con la nuda
realtà. Come superare questa contrapposizione? Il testo di Prodomo ci indica
la direzione: lasciar coesistere le nostre possibilità di risposta dinanzi a
casi concreti. Questo, afferma il prof. Reale, è un punto essenziale anche
della riflessione bioetica del centro di cultura “Oltre il Chiostro” aver
compreso che anche da parte religiosa e cattolica sarà necessario cimentarsi
non tanto con il tentativo di una soluzione una volta e per sempre, ma,
dall’altra parte, con una verifica di volta in volta dei valori che sono in
gioco. E l’insistenza nel richiedere un punto di domanda sul futuro della
bioetica e anche sulla possibilità di inaugurare una scienza nuova per il
XXI secolo nasce esattamente da questa consapevolezza.
L’aver cancellato il
punto di domanda sta ad indicare forse che anche quando siamo consapevoli di
dover perseguire un modello variegato di complessità, nonostante tutto non
riusciamo a sfuggire alla domanda di elaborare un qualche cosa che ci
indichi un percorso epistemologico dove tutto ritorni, dove tutto in qualche
modo possa ritrovare la sua collocazione. Pensiero del dominio
probabilmente, o forse anche confessione psicologica della nostra incapacità
di dominare il tutto. E allora forse la bioetica dovrebbe innanzitutto
lasciarci denunciare questa dimensione di precarietà, ma anche di bisogno di
un orizzonte di senso. Ed è su questi aspetti che il dialogo tra laici e
cattolici può ritrovare degli elementi pertinenti, rifuggendo dalla gazzarra
politica del nostro Paese. Perché questo dialogo possa continuare in futuro
è necessario che i due mondi culturali sappiano conciliare le loro
differenti visioni dell’uomo. Sono infatti due le concezioni antropologiche
che oggi si confrontano: quella cattolica, che è un’antropologia
naturalisticamente fondata, e quella laica che è invece un’ antropologia
storicamente situata.
Eppure, quando ci si
trova dinanzi all’opzione tra le due antropologie sorge sempre il problema:
fino a che punto rimarrà inviolabile il senso perenne della dignità
dell’uomo?
In che modo, la realtà statale, che in ultima analisi è il palcoscenico di
questi riferimenti, saprà organizzare il nostro vivere tutelando la dignità
della persona?. Sono dubbi, paure che ci portano necessariamente a chiedere:
qual è la riflessione storicamente situata, culturalmente motivata che ci
consente di salvaguardare la perennità di ciò che definiamo persona, senza
rinunciare alla possibilità di essere attenti alla esistenza di questo
singolo uomo nella sua contingenza, con il suo modo di vivere, con la sua
realtà di bisogni? Prodomo fa suo il tentativo di J. Habernas di superare
certi aspetti contraddittori tra libertà, cultura liberale e, dall’altro il
tentativo di organizzare anche in maniera unitaria e non refrattaria la
realtà sociale. A pag. 144 della miscellanea leggiamo:
La natura umana come
prodotto ed esito di una storia piuttosto che come dato biologico o
metafisico statico, questo sembra il messaggio, anche se tale concezione
sembra vacillare di fronte alla possibile appropriazione biotecnologia del
dato biologico e genetico umano. In questo senso, come già abbiamo avuto
modo di notare, la resistenza del filosofo tedesco Habernas nei confronti
delle possibili modifiche del patrimonio ereditario da parte dell’ingegneria
genetica sembrano incoerenti, incongrue rispetto al modello teorico di base.
Per parte nostra pur con le dovute cautele ci sembra che la natura umana
intesa come processo storico-evolutivo possa essere oggetto di indagine di
una scienza nuova in senso vichiano, ossia un sapere complesso che sappia
integrare in una visione unitaria gli apporti provenienti dai diversi ambiti
disciplinari.
È una direttrice che ci
offre il prof. Prodomo, una direzione di marcia la cui efficacia, la cui
spendibilità, la cui capacità attuativa rispetto alle esigenze concrete,
probabilmente è ancora frutto della ricerca intellettuale, ma può risultare
convincente per un tentativo di sperimentazione. I risultati della prassi
potranno o meno confermare o in qualche modo farci cambiare pista di
riflessione. È una spinta che il mondo cattolico ha difficoltà, almeno in
alcuni pronunciamenti magisteriali, a sostenere, però dall’altra parte, lo
stesso mondo laico può ritrovare in questa eccessiva insistenza della
difesa, e nella difesa del valore della persona umana, comunque un primo
punto ineludibile, a partire dal quale declinare le applicazioni della
bioetica e delle biotecnologie in questo grande sviluppo nel quale siamo
immersi più che conduttori.
Ecco, questi elementi di
luce e di ombra, di paura e di attesa costituiscono l’ordito, il crocevia
attraverso il quale il mondo della cultura laica e quello della cultura
cattolica possano ritrovare una loro possibilità di prosecuzione.
Conclusione della
tavola rotonda
Il presidente, prof.
Chieffi, ringrazia i relatori. Ciascuno ha posto chiaramente interrogativi
per quanto riguarda il futuro della Bioetica, sul quale non si può essere
profeti, ma, ribadisce, bisogna navigare a vista. Infatti, non si può
prevedere quali possono essere gli sviluppi della scienza, e gli
interrogativi e le prefigurazioni del futuro non sono esenti da
condizionamenti dati dalla storia, dall’esperienza di ciascuno di noi.
Esprime tutta la sua ammirazione per i due volumi del prof. Prodomo, perché
in entrambi i suoi contributi colpisce lo sforzo di sintesi dei saperi
umani, di quelli umanistici e quelli scientifici, frutto di un unico
processo evolutivo, sebbene la naturalità biologica evolva più lentamente
della complessità culturale. Sempre restando al titolo di questo ultimo
incontro, ritiene che il capitolo del libro collettaneo più aderente ad esso
è certamente quello sul tema La bioetica tra scienza e fede, in cui
l’autore ci mette in guardia da «esercizi previsionali palesemente capziosi
che distorcano il presente al fine di orientare il futuro ai propri
interessi».
Quanto alla polemica tra darwinismo e creazionismo, che estende a quella più
ampia tra razionalismo e teismo, cita una interessante riflessione del
filosofo Orlando Franceschelli riguardo agli errori che «l’evoluzione
dissemina lungo il suo cammino nonostante sofferenze e sprechi». Nel suo
saggio Dio e Darwin
Franceschelli afferma che essi sono da interpretare come espressione
dell’unità kenotica dello stesso Dio «Creator et Evolutor».
Addirittura si potrebbe parlare di «dono fatto da Darwin alla teologia,
ricordandole la vulnerabilità a cui si trova esposto perfino Dio. Se è vero
che l’evoluzione è il processo attraverso il quale si realizza la sua
promessa» e la libertà dell’uomo. Un’«autonomia evolutiva segnata perfino
dalla pura casualità». Sia la casualità nel procedere dell’evoluzione che la
selezione naturale potrebbero essere riconosciute come i motori
dell’evoluzione anche dai credenti che come i non credenti si sforzano di
pensare l’evoluzionismo in modo laico e costruttivo evitando forme di
ateismo o di fondamentalismo, polemiche, talvolta sterili.
Conclusione
In questi quattro
incontri, che hanno visto la partecipazione attiva dei soci dell’Istituto
Italiano di Bioetica-Campania, ma anche di numerosi studenti, e dei
dottorandi in bioetica delle due Università di Napoli, sono state affrontate
alcune complesse questioni che impegnano la ricerca bioetica contemporanea.
Una, in particolare, è ritornata più volte polarizzando l’attenzione di
tutti: il futuro della disciplina bioetica. Cioè in che modo noi pensiamo al
futuro di questa disciplina.
Certamente c’è modo e
modo di pensare al futuro. Generalmente è quello di fare delle profezie,
cioè immaginare un futuro che è già scritto, e che noi in qualche modo
possiamo prevedere. Questo è quello che ci capita anche nella esperienza
quotidiana, quando ad esempio guardando alla televisione uno spettacolo
sportivo, scommettiamo sull’esito futuro di un evento sul quale noi non
possiamo influire. Ma questo non è il tipo di previsione che interessa, cioè
è una previsione basata sul concetto di un futuro già prefigurato, già
predeterminato, di cui noi saremmo ipoteticamente solo spettatori. Quello
che invece è emerso, soprattutto nella discussione dell’ultimo incontro, era
non una previsione astratta ma l’idea di una previsione che ci vede
impegnati non come spettatori ma come attori. Cioè siamo artefici di un
progetto comune che ha come scopo quello di realizzare negli anni il futuro
della bioetica. È in questa prospettiva che possiamo comprendere il perché
nel titolo del libro collettaneo di Prodomo manca il punto interrogativo,
che è stato rilevato nella discussione della tavola rotonda.
Non c’è questo punto
interrogativo nel libro non perché esso non pone domande, ma perché il suo
autore si è sentito in dovere, da attore e non da spettatore, di indicare
una strada da percorrere. Questa strada è quella della discussione, del
dialogo, del confronto prima di tutto tra saperi diversi, cosa che di fatto
è impossibile non solo nel nostro Paese. Quindi la bioetica può essere una
sorta di laboratorio per mettere in cantiere questa sorta di scienza nuova
in senso vichiano. Riguardo poi al problema se questo sia qualche cosa di
realizzabile o meno, è ovvio che questo tipo di prospettiva bioetica è
minoritaria in Italia, ma proprio perché non ci poniamo dal punto di vista
dell’attore. È allora evidente che è nostra responsabilità far sì che questa
prospettiva possa diventare se non maggioritaria almeno un po’ meno
minoritaria per i prossimi anni nel nostro Paese.
Però non è un caso, ci
ricordava il prof. Prodomo a conclusione dei lavori della tavola rotonda,
che questo modo di prospettare un possibile futuro della bioetica è oggi
nella città di Napoli una realtà culturale che in qualche modo si sta già
anticipando. Infatti da circa quindici anni l’Istituto Italiano di
Bioetica-Campania in collaborazione con altre istituzioni quali il CIRB, la
Facoltà di Giurisprudenza della Seconda Università di Napoli, l’associazione
culturale “Oltre il Chiostro” sta tentando di progettare un nuovo modo di
fare bioetica. Un progetto che vede studiosi di diverse discipline impegnati
nello sforzo comune di promuovere la formazione di una nuova disciplina, la
disciplina della bioetica che contribuisca al futuro della specie umana.
Il marketing che si sviluppa a sostegno di una causa sociale da
parte di un’azienda for-profit, è il primo segnale di un
marketing che si affianca alle iniziative di solidarietà sociali. In
questo modo, sul piano dell’impresa, ne ha anche una ricaduta
sull’immagine e quindi guadagno economico, e poi si tenta un
bilanciamento tra interessi economici e interessi sociali.
Rispetto alla pronuncia del giudice catanese, quella del giudice
cagliaritano è sicuramente una giurisprudenza molto più sobria, e
ciò lo si deduce proprio dall’incipit, dal modo in cui il
giudice decide di affrontare la questione. Il giudice di Catania, in
sostanza, aveva letto il testo della legge 40/2004 e aveva ritenuto
di applicarlo, senza porsi il problema della conformità del testo
alla Costituzione o comunque alla circolarità delle disposizioni in
esso contenute. Il giudice di Cagliari, invece, sottolinea che il
primo compito di un giudice è quello di leggere e interpretare una
legge, ed il secondo è quello di scegliere tra più interpretazioni
diverse quella più conforme alla Costituzione. Egli dunque ribalta
totalmente la prospettiva di analisi del giudice catanese. L’altro
punto significativo, che non era stato preso in considerazione dal
giudice di Catania, è che la legge 40/2004, molto esplicita nel
porre divieti in tutta la sua stesura, non fa un esplicito divieto
di diagnosi pre-impianto. Questo divieto è però presente nelle linee
guida del 2004, il cui compito, in virtù dell’art 7 della legge
40/2004, è quello di specificare le modalità e le tecniche utili per
le applicazioni delle tecniche di procreazione assistita, di
chiarire una parola di dubbia interpretazione contenuta nella legge,
ma non di dire, come in questo caso, ciò che mai il legislatore
aveva detto.
L’art. 7 della legge 40 recita: 1. Il Ministro della salute,
avvalendosi dell'Istituto superiore di sanità, e previo parere del
Consiglio superiore di sanità, definisce, con proprio decreto, da
emanare entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della
presente legge, linee guida contenenti l'indicazione delle procedure
e delle tecniche di procreazione medicalmente assistita. 2. Le linee
guida di cui al comma 1 sono vincolanti per tutte le strutture
autorizzate. 3. Le linee guida sono aggiornate periodicamente,
almeno ogni tre anni, in rapporto all'evoluzione
tecnico-scientifica, con le medesime procedure di cui al comma 1.
Il quadro normativo di
riferimento è costituito dagli artt. 13 e 14 della legge 40/2004.
All’ipotesi,
originariamente prevista dalla legge 40, di certificare la
sterilità-infertlità, si aggiungono quelle peculiari condizioni in
presenza delle quali, essendo l’uomo portatore di malattie virali
sessualmente trasmissibili, si traducono necessariamente in una
condizione di infecondità. Ai termini infertlità e sterilità viene
aggiunto il nuovo termine infecondità, che viene utilizzato al posto
degli altri due, ma che di fatto non significa molto. Quindi si
parifica la condizione di sterilità di fatto a quella di
infecondità, che va accertata e certificata. Si tratta di un
escamotage politico che, assegnando al termine infecondità un valore
giuridico, consente di fatto una estensione della legge 40/2004.
V.R.
Potter, Bioetica.
Ponte verso il futuro (1971), Sicania, Messina 2000.
Questa è la strada da percorrere se la bioetica deve avere
un’incidenza sociale, perché non deve ridursi ad alcuni solenni
luoghi comuni che appartengono alla nostra tradizione umanistica,
tanto religiosa quanto laica, e che tuttavia oggi devono essere
ripensati alla luce di un sapere scientifico o saperi che ci
costringono a ripensare il concetto tradizionale di natura.
Secondo i buddisti Zen il kớan è «uno di quei rompicapi
insolubili assegnati dal maestro all’allievo che secondo la scuola
Rinzai dovrebbero, se affrontati con serietà assoluta, far passare
dal piano della ragione, della logica ordinaria, al piano del
contatto intuitivo diretto con la realtà». Cf. L.
Lombardo Vallauri, Embrione e diritto, in R.
Prodomo (a cura), Il futuro della bioetica…, 19.
O. Franceschelli, Dio e Darwin, in
Natura e uomo tra evoluzione e creazione,
Donzelli 2005.