Educazione sanitaria, curare il malato o curare la
persona?
Maria Antonietta
La Torre
(tratto
da "Napolipiù" 25/06/03)
La
specializzazione esasperata del sapere medico, che settorializza sempre più le
competenze, ha contribuito a produrre un’arbitraria separazione tra l’assistenza
e la terapia: al medico è solitamente assegnato il compito di dedicare
la propria attenzione unicamente all’organo malato, al personale
infermieristico vengono delegate l’assistenza e l’accudimento. In tal modo
si corre però il rischio di perdere di vista l’obiettivo generale della cura
intesa nel senso ampio del sostegno alla persona.
Ciò
si verifica, ci sembra, in piena coerenza con la progressiva aziendalizzazione
del sistema sanitario, che riflette la preoccupazione per l’efficienza dei
consumi, per la regolarità dei bilanci, per l’ottimizzazione delle risorse,
ma non per la “cura” degli individui (benché l’etica degli affari
suggerisca attualmente che anche il “benessere”, sia degli operatori che dei
fruitori di un servizio, va considerato un indicatore essenziale entro il
“bilancio” complessivo). Quanto spazio occupano in una misurazione di tipo
“aziendale” la soddisfazione del paziente e il principio di autonomia, ossia
il suo diritto a decidere autonomamente del proprio destino secondo le proprie
preferenze, opinioni, convinzioni morali? E che possibilità residue si danno di
soddisfare quei principi di giustizia sociale che impongono di fornire a tutti
adeguata assistenza, nel rispetto delle diversità di condizioni, che possono
richiedere anche un’assistenza differenziata?
Il
concetto di “salute” si amplia progressivamente: essa è inclusa tra gli
indicatori dello sviluppo umano; ciò significa che non coincide con l’assenza
di patologie, ma prevede il benessere psicofisico, sociale, ambientale. Ora, se
la “cura” è concepita come mera terapia, ossia come tecnica, come
applicazione meccanica di metodologie standardizzate, con ogni probabilità si
valuteranno le risorse umane ed economiche che essa richiede, ma non le modalità
della sua concreta applicazione a individui che sono persone. Il rispetto
del paziente non può prescindere dalla consapevolezza della sua condizione di duplice
sudditanza nei riguardi del terapeuta: per la disparità nei saperi e per la
disparità nella condizione esistenziale (connessa, evidentemente, alla
malattia). La “Carta della professionalità medica nel nuovo millennio”,
elaborata recentemente dalle società scientifiche americane di medicina interna
e dalla Federazione europea di medicina interna, è nata proprio dal disagio
rispetto alle trasformazioni che hanno messo in discussione la professionalità
medica. L’obiettivo è aggiornare e attualizzare il giuramento di Ippocrate,
riaffermando la centralità del benessere dei pazienti, che va tutelata
da ingerenze e pressioni di ordine economico.