Fumo:
la caccia alle streghe non aiuta la prevenzione!
Raffaele Prodomo
(tratto
da "Napolipiù" 11 giugno 2003)
Il
fumo fa male alla salute. Il fumatore di sigarette sa bene che va incontro a un
maggiore rischio per malattie cardiovascolari, respiratorie e, non ultimo,
cancro di vari organi (non solo del polmone). Questi sono i risultati di una
campagna informativa che, spesso ostacolata dalle lobby del tabacco, ha avuto il
merito di avere modificato molto la percezione pubblico di questa cattiva
abitudine. Bisogna riconoscere, tuttavia, che negli ultimi anni le campagne
anti-fumo hanno avuto pericolose derive in senso salutista: ossia non ci si è
accontentati di proporre cambiamenti spontanei della volontà individuale ma si
sono avviate politiche pubbliche aggressive, trasformando il fumatore in un
concentrato di vizi. Lo si è definito un ignorante da un punto di vista
scientifico, uno sciagurato autolesionista sul piano del comportamento
individuale e un parassita da un punto di vista sociale, ossia uno che si ammala
e fa ammalare (aggravando i costi dell’assistenza sanitaria) chi gli è
vicino. Insomma un vero e proprio pericolo pubblico.
Forse
abbiamo esagerato e occorre ridimensionare le cose.
Le
politiche di prevenzione sono una cosa importante ma non dovrebbero assumere
connotati moralistici. Ridurre il numero dei fumatori e fare che quelli che
restano non arrechino danno agli altri è sacrosanto. Disprezzare chi fuma,
rendergli impossibile la sigaretta anche in condizioni di sicurezza per gli
altri, minacciare penalizzazioni sociali di vario tipo è moralismo. La prima
cosa è compito di uno stato liberale, mentre è un suo preciso dovere evitare
la seconda, nella quale sono specialisti gli stati totalitari (ricordiamo la
feroce lotta al fumo fatta da Hitler e le manie salutiste di Saddam). Questo non
solo perché i proibizionismi di ogni genere si sono rilevati alla prova dei
fatti inefficaci nell’evitare il comportamento che intendevano reprimere (a
volte col perverso effetto di aggiungere al comportamento in questione
l’ulteriore gusto del proibito) ma anche per ragioni etiche. Se cominciamo a
licenziare, come proposto da qualcuno, i medici che fumano per il cattivo
esempio dato ai loro pazienti, perché graziarli quando, magari, bevono alcolici
o sono in sovrappeso. Estendendo ad altre categorie professionali tali criteri
non credo che sarebbero in molti a salvare il posto.
Già
Seneca invitava gli altri a considerare quello che scriveva e non a prendere
esempio da quello che faceva, nella tradizione religiosa cristiana si è sempre
condannato il peccato sospendendo il giudizio sul peccatore, affidato a una
competenza superiore. Insomma se il fumo è una cattiva abitudine non facciamone
una abitudine cattiva!