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Libertà
di ricerca scientifica e valori morali
Dialogo
o conflitto?
Pasquale
Giustiniani
1.
La voglia di fare, di muoversi, di operare, di lottare per i diritti
umani fondamentali, è evidentissima in ogni pagina di un recente libro[i],
che ci consente di ri-discutere utilmente il controverso tema dei rapporti tra
libertà di ricerca scientifica ed evidenze etiche. Tale voglia di agire emerge
quasi per contrariam speciem rispetto alla situazione di svantaggio,
susseguente alla malattia di sclerosi laterale amiotrofica che, a 28 anni
colpiva l’organismo dell’Autore (cf p. 5): «Oggi, come ieri, la mia
battaglia non è solo quella per la libertà della ricerca scientifica, ma è
anche una battaglia per affermare i diritti umani più fondamentali, fra i quali
il diritto alla vita, a vivere una vita senza sentirti dire che tu questo o
quello non lo puoi fare, non lo hai fatto, non lo stai facendo. Anche se in
realtà hai mosso più cose, idee e persone di quando parlavi, insegnavi e
correvi la maratona» (p. 110). Un Autore in movimento, anche se diversamente da
prima, anzi, più di prima, in grado di conferire enèrgheia a cose, idee
e persone; decisissimo a dover esercitare una difficile arte che, con
costanza ed ostinazione - senza bloccarsi di fronte all’insuccesso delle
politiche del 2001, o alla mancata auspicata designazione quale membro del Nuovo
Comitato Nazionale di Bioetica (eventi molto documentati nelle pagine di questo
libro) -, mira a realizzare il “quasi impossibile”. Tradurre in pratica il
quasi-impossibile, alla luce di una forte idealità, che non nasconde istanze
sapienziali, soprattutto non nasconde la domanda di senso, relativa al
“perché” una determinata malattia e sofferenza debbano colpire un esponente
della specie umana anziché un altro (cf p. 5): «Mi sono spesso domandato quale
potesse essere il significato della mia esistenza» (p. 133). Il che significa
portare all’esterno le questioni; camminare perché non si è morti dentro;
gridare, come grida spesso la voce interiore di Coscioni di fronte alle
tante ipocrisie ed incomprensioni di certi suoi contemporanei. Significa anche
voler coinvolgere altri soggetti umani, non soltanto radicali italiani, su
questa che, in termini venati di poesia, viene definita “rotta verso la terra
dove abitano Amore e Speranza”. Parole, queste, scritte, significativamente,
con l’iniziale maiuscola: «Non privare mai un uomo dell’Amore e della
Speranza, quest’uomo cammina ma in realtà è morto» (p. 5). A dispetto di
una malattia che colpisce selettivamente soltanto la muscolatura volontaria, la
decisione per una volontaria non-sclerosi, dunque; un dinamismo attivo, una
capacità di non star fermo benché incollato ad una sedia a rotelle, di
trasformare e trasformarsi comunicando con il supporto della tecnologia
informatica. Dinamismo che caratterizza, anzitutto, la vicenda umana,
intellettuale ed anche religiosa di Coscioni, passato appunto – com’egli
stesso confida al lettore – da una condizione di esplicita adesione alla vita
cristiana ed ecclesiale («ho abbracciato il Vangelo. Addirittura, sia pur per
un solo anno, sono stato iscritto ad Azione Cattolica. Dulcis in fundo, mi sono
pure sposato in chiesa!», p. 87), ad un’altra ben diversa, che egli stesso
definisce, oggi, di agnosticismo, cioè di impossibilità di pronunciamento
razionale circa il senso o il non senso di un mondo divino, precisando tuttavia
di continuare a voler aderire ad una «religione della libertà» (ivi).
2. Espressione, questa di “religione della libertà”, che risuona
particolarmente significativa in concomitanza con il L anniversario della morte
di Benedetto Croce, anch’egli assertore di una “religione della libertà”.
Questa religione portava il filosofo storicista a riconoscere una
religiosità, per così dire, trascendentale dell’essere umano, nel senso che
ognuno di noi è chiamato a vivere in sintonia col Tutto di cui è
manifestazione e, insieme, strumento. Una religione coincidente, nella sostanza,
con la stessa filosofia che, una volta realizzata, tende a trasformarsi in
“fede” relativamente all’operare dell’uomo. Come insegnava Croce,
infatti, la libertà non può essere mai conferita ad un soggetto umano, così
come non si può mai fare, di tutti gli esseri umani, dei liberi e degli eguali,
negando la uguale libertà ad essere diversi, ovvero non si può
scambiare per libertà quello che è piuttosto l’ideale di un’appiattita
eguaglianza. La libertà, insomma, va soltanto riconosciuta: all’essere umano:
la libertà non si può dare, perché egli l’ha già in sé, anzi è libertà,
al punto che voler veramente “se stesso” equivale a volere la libertà
assoluta. Di conseguenza, la libertà, proprio perché coincidente con la
“essenza stessa” dell’essere umano, e più segnatamente con la sua
“spiritualità”, resta, sì, “creatività”, e quindi, arbitrio, tuttavia
mai un mero arbitrio, in quanto di quella medesima “essenza umana” fa parte
anche, anzi soprattutto, la razionalità. Questi, apparentemente astratti,
concetti rappresentano anche l’ordito concettuale alla luce del quale si
muovono le questioni etiche e bioetiche poste dal libro di Coscioni: che cosa
vuol dire conferire libertà piena alla ricerca scientifica, soprattutto nel
delicato settore delle biotecnologie, del trattamento del DNA umano, del
prelevamento, trattamento ed utilizzazione dei cloni umani? Fino a che punto può
spingersi l’arbitrio del ricercatore e quali ne possono essere gli eventuali
vincoli? Quale peso debbono/possono avere, nelle scelte legislative, i
riferimenti teorici ed ideali, le visioni del mondo dei singoli soggetti che
sono parte di una società complessa? Fino a che punto gli uomini e le donne di
un’istituzione religiosa determinata possono pesare nella determinazione di un
orientamento morale e nella sua traduzione in termini legislativi? Prima di
affrontare queste, ed altre questioni concrete, occorre, pertanto, almeno
ponderare il retroterra teorico di tali interrogativi e dei concetti connessi,
per non svilire la proposta del libro ad una semplice mossa
retorico-comunicativa, peggio ancora ad una mera battaglia di opinione, che
avesse come unico scopo quello di coinvolgere altri in una scelta ritenuta buona
dall’Autore del libro o da altri, oppure di convincerli sulla praticabilità
di una determinata pratica scientifica, nel caso specifico, come vedremo,
dell’unico tema della clonazione terapeutica che, mi pare, costituisca
soltanto la proposta più avanzata e più recente, insieme con altre (che qui e
là emergono in alcune pagine, ma che meriterebbero ciascuna una ponderata e
distinta riflessione), da leggere assolutamente all’interno di un orizzonte
ideale più vasto. Bisogna partire, insomma, dal terreno che potremmo definire
sapienziale, quello alla luce del quale prendono vigore le discussioni etiche e
bioetiche e vengono più chiaramente marcate anche le differenze morali e le
estraneità ideali di coloro che entrano nella comune discussione alla ricerca
di “come stiano effettivamente le cose”.
3.
Siamo già pervenuti, così, a quello che chiamerei lo snodo teorico
fondamentale. Uno snodo soltanto apparentemente lontano dal “punto” che
ritorna in ogni pagina di questo volumetto. Certo, la proposta teorica si fa ben
presto anche bioetica e biotecnologica con le varie, e forse troppe e non ben
diversificate, proposte circa la fecondazione medicalmente assistita,
l’utilizzazione degli embrioni soprannumerari a fini di ricerca e di ricavo di
cellule staminali, la clonazione di embrioni realizzata per scopi terapeutici
(ovvero producendo embrioni al solo fine di prelevare da essi delle cellule
staminali) e perfino - ma non si comprende perché in connessione con questi
temi - la libertà di eutanasia. Le singole proposte di soluzione bioetica,
partono, tuttavia, da un riferimento ideale, da una determinata visione del
mondo. Per essa, ad avviso dell’Autore, occorrerebbe sempre distinguere tra
adesione ad un orizzonte di fede e ad una trascendenza (il che riguarderebbe
soltanto la cosiddetta “sfera privata”) e concrete determinazioni etiche e
sociali di una tale adesione. Detto altrimenti, altro sarebbe il problema
pertinente ad una sfera individuale (fede intesa come culto, preghiera,
sentimento personale di adesione ad un Assoluto, che varia da singolo fedele a
singolo fedele), altro invece il problema dei campi “laici”, “secolari”,
tra i quali gli ambiti dell’economia, della ricerca scientifica, della
sperimentazione, delle biotecnologie. In merito, è sintomatico quanto
l’Autore scrive nell’intervento del gennaio 2002, svolto a san Giovanni
Rotondo, il medesimo in cui parla della religione della libertà: «La
religione [...] della libertà [...] mi fa dire non basta alle religioni, ma
piuttosto: basta agli sconfinamenti delle religioni in tutti quei campi che non
riguardino strettamente la sfera individuale della libertà di culto» (p. 87).
È evidente la tesi teorica: ci sarebbero dei campi relativi alla sfera
individuale delle persone ed altri campi relativi alla sfera sociale e pubblica:
le religioni riguarderebbero soltanto la sfera privata. Gli “sconfinamenti”
da un campo all’altro sarebbero vietati, ciascuna posizione dovrebbe restare
entro i propri limiti, senza oltrepassarli. Quasi a rinforzo di questa
posizione che, apparentemente innocente, a mio avviso finisce per pregiudicare e
dirigere soltanto lunga una determinata linea qualunque possibilità di
successivo discorso, nello stesso volumetto leggiamo un parere di Umberto
Veronesi, in merito alla composizione “ideale” dell’attuale Cnb, nominato
dal Presidente del Consiglio Berlusconi e presieduto dal prof. D’Agostino. Lo
scienziato qui rincara la dose di cui si diceva, stabilendo un vero e proprio
“teorema teorico” circa l’impossibilità, da parte di coloro che
dichiarano di “possedere la verità”, di essere in grado di partecipare ad
un dialogo “libero”, ovvero non “vincolato da dogmi”, su tematiche
etiche e bioetiche. Insomma chi proviene da concezioni non sacrali e non
religiose circa il mondo e la vita sarebbe maggiormente in grado di assumere un
atteggiamento libero e dialogico. Essendo, invece, possessori di una preconcetta
verità, poggiata sullo zoccolo duro di una rivelazione religiosa, gli uomini
delle religioni non potrebbero che restare chiusi al confronto ed al dialogo,
impermeabili, a motivo di una verità posseduta “dogmaticamente”, al gioco
dei compromessi e degli accordi, tipico di una società complessa che ha il
compito, invece, di far incontrare posizioni estranee dal punto di vista morale,
valoriale ed ideale. Scrive testualmente Veronesi: «Penso, al contrario, che
sarebbe utile partire da posizioni non preconcette al fine di facilitare lo
sviluppo di un dialogo che porti alla ricerca di posizioni condivisibili.
D’altronde, il punto di debolezza del Cnb attuale e di quelli che si sono
susseguiti in questi anni – è stato ed è la presenza di persone, anche di
valore, ma poco disponibili al dialogo proprio perché in possesso di una verità
rivelata. E, come tale, indiscutibile» (p. 165). Lo stesso Coscioni, alla luce
di questa medesima posizione teorica, non può, qui e là, che concretamente
identificare, in quella che denomina la “massiccia presenza dell’istituzione
cattolica” nelle cose socio-politiche italiane, un grave ostacolo alla libertà
di ricerca, oppure non può che spingersi a criticare, peraltro non senza
belligerante verve linguistica, chi, in cose di bioetica e di ricerca
scientifica, «brandisce il crocefisso come una spada, scaglia il Vangelo come
una pietra» (p. 48). Siamo effettivamente di fronte ad un grande nodo teorico e
storico: chi è credente può-deve, o no, pretendere qualche ricaduta
legislativa e politica delle proprie visioni, private, del mondo? Gli Stati, per
definizione laici, possono-devono accogliere, o no, nella propria legislazione
dei divieti di carattere morale, di fatto non lasciando, come forse dovrebbero,
l’intero ambito delle convinzioni religiose alla sfera della libertà di
coscienza individuale? (cf p. 144). E, a loro volta, le religioni saranno
disponibili ad essere confinate nel campo della sfera privata senza pretendere
traduzioni operative? Si guardi, per esemplificare, non tanto all’Islàm che
non conosce cuscinetti di mediazione tra la fede creduta e la vita vissuta, ma
al monoteismo cristiano, che comunemente viene riconosciuto come ancora
ispirante le culture europee tradizionali. Per esso non si potrebbe mai dare un
genuino atteggiamento di fede riconducibile esclusivamente a fatto di culto
privato, dal momento che l’adesione al Cristo implica sempre esigenti
traduzioni operative ed esistenziali, perfino nuovi assetti di vita privati e
collettivi (si pensi al cristianesimo dei primi secoli rispetto alla società
romana imperiale), addirittura indirizzi economici e sociali (si pensi al corpo
dottrinale ecclesiastico detto “pensiero sociale”, che dalla fine
dell’Ottocento va fornendo precise indicazioni sulle forme di governo e sulla
proprietà privata dei beni materiali e dei mezzi di produzione). In merito alla
pretesa, non soltanto dei “religiosi”, ma anche dei “laici”, di voler
dare un seguito legislativo e politico alla proprie convinzioni “provate”,
sarebbe bene valutare le seguenti considerazioni di uno studioso: «Da un lato è... innegabile che troppo spesso i cattolici tendano ancora a
negare legittimità alla tutela legale di comportamenti che sono ormai accettati
dalla maggioranza dei cittadini in nome di principi etici magari corretti, ma
che non riscuotono il necessario consenso: e se ciò può essere giustificato...
in casi estremi, non può invece diventare la regola, anche proprio da un punto
di vista morale, perché ciò comporterebbe alla fine la messa in discussione
del principio di maggioranza stesso, con tutte le tragiche conseguenze... che
sarebbero ben più gravi dei mali che si vorrebbero in tal modo, a torto o a
ragione, combattere. Ma che tale “integralismo” affligga in misura almeno
pari anche gran parte del mondo “laico” o sedicente tale è provato dalle
reazioni che si verificano ognuna delle (poche) volte che qualche proposta di
legge o emendamento chiaramente ispirato all’etica cattolica riesce a passare
in Parlamento: in questi casi (come per esempio è accaduto recentemente per la
regolamentazione della procreazione assistita) si tende infatti a negarne la
legittimità democratica proprio per il fatto che si tratterebbe di espressioni
di una concezione “confessionale” e di parte, dimenticando che ciò è
completamente irrilevante per una democrazia se attorno ad esse si riesce
comunque ad aggregare, in un modo o nell’altro, un consenso sufficiente»[ii].
4. Su questo delicato nodo, pertanto, esiste una
concordia discors:
Proprio in vista di essa, di cui fa anche cenno, nel volume, l’appello a
sostegno della candidatura di Coscioni nel Cnb (cf p. 162), bisogna discutere
criticamente il modo stesso di porre la questione. Insomma, non è così
pacifico e condiviso che le convinzioni religiose debbano riguardare soltanto la
sfera intima e privata, senza ricadute politiche e sociali. Per illustrare una
ben diversa possibilità, conviene riprendere una distinzione già proposta da
Eric Voegelin sul finire degli anni Trenta del secolo scorso[iii].
Secondo colui che è ritenuto dagli studiosi il teorico delle “religioni
politiche”, essendo lo statuto fondamentale dell’essere umano quello di una
“creaturalità” strutturale, ogni uomo non può non riconoscersi una
creatura, ovvero non può non sentire, quasi come sentimento originario,
la propria condizione umana come una esperienza di dipendenza da qualcosa di
altro da sé. Solo che, non essendo, questo altro da sé, un qualcosa di
immediatamente precisabile, ogni essere umano eserciterebbe di fatto un potere
di scelta, identificando liberamente quel quid altro, quel quid
trascendente, quel quid religioso, ora in un’idea di Dio così come
l’Occidente l’ha sviluppata nella propria tradizione cristiana, ora, invece,
trovando il divino in altre parti, per esempio in un orizzonte intramondano,
qual è appunto quello della libertà. In entrambi i casi, tuttavia,
all’interno del campo dell’esperienza religiosa umana, si dà sempre uno
spessore politico o di scelta di riferimento a questo o a quell’altro aspetto
valoriale. Detto altrimenti, qualunque scelta religiosa di un essere
strutturalmente creaturale, sia aperta al trascendente che chiusa
nell’immanente, ha uno spessore politico. Non v’è opzione religiosa,
perfino un’eventuale opzione atea o negatrice di un assoluto - che finirebbe
per essere, in ogni caso, la positiva costruzione di una religione intramondana
-, che non abbia uno spessore politico e, di conseguenza, risulterebbe troppo
angusto qualunque quadro teorico-operativo che chiedesse ai credenti - ed alle
istituzioni che fanno appello ad un divino trascendente - di continuare, sì, ad
esistere, ma solamente per gestire a livello di coscienza individuale le proprie
convinzioni etiche e di non pretendere, quindi, alcuna ricaduta sull’assetto
socio-politico. Del resto, dove risiede la legittimazione dell’autorità di un
potere legislativo chiamato anche a normare le prassi degli esseri umani, anche
le prassi di ricerca scientifica? Con la nascita degli Stati moderni e laici,
vanto della civiltà occidentale, insieme con tanti esiti positivi derivati
dalle forme democratiche di gestione del potere, si è avuto infatti, come si può
notare con Paul Ricoeur, un paradosso dell’autorità, ovvero ci si è
dovuto chiedere, da capo, probabilmente - secondo il filosofo francese senza
risposta plausibile -, da dove venga, in ultima istanza, l’autorità di
decidere/non decidere per una sperimentazione scientifica, di ammettere/non
ammettere per legge la possibilità di avere bambini attraverso la clonazione
riproduttiva (su questa ipotesi, attualmente, gran parte dei paesi del mondo
risponde negativamente), di ammettere/non ammettere per legge una clonazione
terapeutica, oppure di regolamentare, come già avviene nei Paesi Bassi,
l’uscita consapevole da una vita di stenti e sofferenze insopportabili con
l’aiuto di un presidio medico o sanitario. Stante questo paradosso, continua
Ricoeur, «anche l’individuo più dotato di autorità [per esempio il potere
legislativo o il ministro della sanità, ndr] comincia a balbettare non
appena gli si chieda da dove, da chi tragga la propria autorità»[iv].
Da dove trarre la propria autorità di indirizzo legislativo? Dal conferimento
di una delega popolare, comunque (ma questo significherebbe assoggettare anche
le grandi decisioni morali di vita e di morte alle maggioranze ed al loro
movimento)? Dalle pressioni esercitate da questa o quella lobby (ma questo
significherebbe assoggettare anche le grandi decisioni di vita e di morte a
gruppi di opinione ed all’esercizio di un potere la cui forza è proporzionale
anche ai finanziamenti posseduti)? Da principi morali ritenuti di per sé
autonomi, alla luce dei quali operare le scelte, tenendo conto di situarle in
contesti socio-culturali complessi (ma questo significherebbe far dipendere le
decisioni di vita e di morte da una tavola di valori in qualche modo
sottratta ai processi storico-culturali)? Ecco identificato un ulteriore nodo
teorico di ogni discussione bioetica e, in particolare, di ogni discussione
circa la libertà di ricerca scientifica, quindi anche circa le proposte del
maratoneta Coscioni, che vanno spiegate e condivise/non condivise all’interno
di questo nodo, che ciascuno di noi deve preliminarmente sciogliere o tagliare.
Com’è noto, infatti, è davvero a questo livello che confliggono le
posizioni, anche quella sostenuta nel volume che discutiamo. Siamo
effettivamente di fronte ad uno di quei nodi che egli stesso, «costretto a fare
economia di parole» (p. 130), denomina significativamente “concetti
conclusivi”, ovvero concetti che consentono, in breve, di puntare al cuore di
un problema o di un tema, anche se un tema, come quello che stiamo affrontando,
non sempre risulta restringibile entro un piccolo numero di battute.
5.
Coscioni, dal suo punto di vista, parte dal previo riconoscimento di una
pluralità oggettiva di concezioni etiche nello Stato italiano contemporaneo.
Concezioni morali spesso antitetiche, per così dire incompossibili,
incommensurabili e, perfino, straniere tra loro, soprattutto per quanto concerne
la concezione dei fondamenti dell’etica, quelli, cioè, che consentono di
predefinire che cosa sia vita e vita umana, che cosa sia bene o male, che cosa
comporti libertà di ricerca scientifica... (cf p. 120). Rispetto a queste
posizioni differenti (ognuna delle quali dice riferimento ad una sfera privata,
oppure ad una sfera sociale del proprio gruppo o della propria filosofia o
idealità di appartenenza), chi detiene il potere e l’autorità (aspetto,
anche questo, abbastanza controverso negli attuali assetti democratici, laddove
il potere viene conferito e delegato ad alcuni legislatori in nome di un’entità
di per sé astratta, qual è, appunto, il popolo) è chiamato a mediare tra
spinte contrapposte e posizioni diversificate, ovviamente finendo per
legittimare una concezione del mondo e dell’etica a preferenza di altre (cf p.
144). All’interno di questo quadro, così tratteggiato, Coscioni viene a
rappresentare, appunto, una delle parti in causa, una parte oggi perdente dal
punto di vista quantitativo, che cerca tuttavia d’insinuare nell’agone della
discussione dei qualitativi punti di vista alternativi a quelli che sono gli
orientamenti della maggior parte degli Stati e delle Organizzazioni
internazionali (se è vero, come lo è, che la Commissione ONU che, fin dal
febbraio 2002, lavora ad una Convenzione contro la clonazione riproduttiva,
propende per un divieto, e se è vero che esiste una ratifica italiana della
Convenzione di Oviedo 1997 e del I protocollo aggiuntivo del 1998, con il
divieto a qualunque intervento messo in atto per creare un essere umano
geneticamente identico ad un altro essere umano vivo o morto, senza fare
distinzione tra clonazione terapeutica con la creazione di embrioni in vista
della ricerca di staminali e clonazione riproduttiva, che mira a produrre
embrioni che si sviluppino fino alla nascita da uteri ospiti). In questo senso,
Coscioni può lamentare che le forze politiche italiane, oggi al potere,
presterebbero soprattutto l’orecchio alla concezione, anch’essa di parte,
della chiesa cattolica, sia motivo della presenza geografica del papato in
Italia (è questo un antico argomento di certe forze anticlericali), sia a
motivo del fatto che le forze politiche attualmente vincenti si
preoccuperebbero, evidentemente per motivi di conservazione dell’elettorato,
di rassicurare le forze cattoliche e securizzarle (cf pp. 40.46).
6.
Se l’orizzonte tratteggiato è plausibile, la prima presa di posizione
deve riguardare non tanto un sì o un no nei confronti della
proposta di clonazione terapeutica, stante la speranza - non ancora provata
scientificamente sulla base della sperimentazione compiuta sugli animali non
umani -, che le cellule staminali da embrioni umani clonati si rivelino efficaci
per la terapia di determinate malattie umane. Del resto, lo stesso Autore del
volume si è liberamente sottoposto ad una sperimentazione di «autotrapianto di
cellule staminali mesenchimali nel... midollo spinale» (p. 100), cioè ha
liberamente deciso di fare da cavia, pur non sapendo precisamente a che cosa
sarebbe andato incontro, ma avendo evidentemente firmato almeno un consenso
informato (cf p. 104). In primo luogo, conviene distinguere, perciò, tra un
problema di ordine generale – lasciare che la ricerca scientifica segua tutte
le strade possibili, ad ogni costo, pur di vincere malattie quali la sclerosi
laterale amiotrofica – e diversi problemi di ordine particolare, ovvero quelli
relativi alla variegata ricerca biotecnologica contemporanea sulle cellule
staminali. Com’è noto, negli ultimi anni si sono sempre più diffuse le
cosiddette biotecnologie innovative, le cui applicazioni prevedono
l’immissione nell’ecosistema di virus, batteri, piante, animali, il cui
patrimonio sia stato precedentemente modificato. Tra queste biotecnologie
innovative, ha avuto grande eco nell’opinione pubblica la clonazione,
già nota in biologia, che è definibile come la riproduzione agamica, naturale
o non, di individui, di organi, di tessuti e di cellule, presumibilmente
identici geneticamente. Esisteva già, almeno dal 1893 in campo zootecnico, una
corrente produzione di cloni di mammiferi, che oggi sono ottenuti sia con le
tecniche classiche, sia con la più recente e promettente tecnica che
trasferisce una cellula somatica in un ovocita precedentemente enucleato. Questa
peculiare biotecnica innovativa, detta clonazione, trova attualmente
grande applicazione nei programmi di miglioramento genetico delle maggiori
specie d’interesse zootecnico, al punto che dagli scienziati zootecnici viene
auspicata la costituzione di una rete mondiale di banche per la conservazione
dei tessuti di tutti gli individui di ogni specie animale in pericolo, in modo
da poter ricostituire, mediante clonazione, intere popolazioni di una data
specie in rischio di estinzione[v].
Oltre a produrre per clonazione pecore Dolly ed altri essere impropriamente
detti “fotocopia” delle cellule somatiche di provenienza, oggi si riescono a
produrre anche dei cloni umani, per ricavarne, per esempio, delle cellule
staminali a fini di utilizzazione terapeutica. Le cellule staminali sono
cellule sia capaci di riprodurre l’intero organismo (ad un certo punto dello
sviluppo, cioè, si ha una cellula totipotente), sia capaci di dare
origine a tutti i diversi tessuti che comporranno un organismo adulto, anche se,
da sole, non sono in grado di produrre un organismo adulto (ad un certo punto
del loro sviluppo, cioè, certe cellule sono considerabili pluripotenti),
sia capaci di dare origine a molti tipi di tessuti del foglietto germinativo di
appartenenza ( ad un certo punto dello sviluppo, alcune cellule sono
considerabili multipotenti). Esse, oltre che per clonaggio, possono
essere ottenute dal cordone ombelicale, dal midollo osseo, dalla cute. Quindi si
potrebbe, per esempio, usare, come “serbatoio” di prelievo di staminali, un
embrione soprannumerario. Ve ne sono attualmente in Italia diverse decine di
migliaia, stazionati nei “frigoriferi”, crioconservati con quattro diverse
metodiche[vi],
in “scadenza”, cioè in prossimità della morte biologico-chimica, dal
momento che i tempi di crioconservazione variano da Stato a Stato con una media
di 5 anni. Si tratta di veri e propri sovrapprodotti del tecniche
d’inseminazione artificiale, almeno di un trenta per cento degli embrioni
prodotti a fini di impianto in utero, a volte embrioni vitali completi, altre
volte embrioni allo stadio pronucleare, cioè crioconservati subito dopo la
fecondazione, cioè allorché lo zigote contiene ancora due pronuclei, maschile
e femminile, distinti, e quindi al momento in cui non è ancora avvenuta la
fusione dei pronuclei ed il miscelamento dei due patrimoni cromosomici). Ma, ai
fini di prelievo di staminali, si possono utilizzare anche un embrione o feto
abortito, oppure un cordone ombelicale, o anche alcuni tessuti adulti, alcune
cellule di tessuti adulti riprogrammati, addirittura si potrebbe ricorrere a
cadaveri, per così dire, “freschi”. Oppure, ed ecco il punto più delicato,
si potrebbe decidere di creare degli “embrioni” umani ad hoc (con le
varie metodiche di clonaggio), ma per esclusivi scopi di ricerca, che oggi da
molti ricercatori sono giudicati promettenti. Inoltre, invece di utilizzare
cellule germinali (eventuali errori nella modificazione di queste cellule
potrebbero provocare mutazioni indesiderate e, peraltro, trasmissibili), si
potrebbe decidere di utilizzare la già accennata biotecnica di clonazione che
trasferisce, in un ovocita enucleato, il materiale genetico di una cellula
somatica, per esempio della pelle, ottenendo un prodotto biologico in grado di
arrivare, stando alle attuali conoscenze scientifiche, almeno ad uno stadio di
sei cellule.
7. Come si può indurre da questa breve esposizione, diversi sono i livelli
di problemi relativi dalla biotecnica innovativa della clonazione, che conviene
perciò tener distinti, mentre il testo di Coscioni tende ad unirli. Il primo
notevole problema è, tuttavia, sempre di ordine generale, relativo alla libertà
della ricerca scientifica: deve essa procedere all’infinito senz’alcun
vincolo o limite, in quanto lo scienziato dovrebbe prescindere da ogni
riferimento morale nei suoi protocolli di ricerca? Bisogna nutrire una fiducia
ininterrotta nello sviluppo scientifico e tecnico, oppure bisogna assoggettare
anche la ricerca almeno a “controlli democratici”, soprattutto quando essa
non si limitasse ad una genetica terapeutica oppure legata al consenso
dell’interessato, ma interferisse con altre entità future che vengono, in
definitiva, “validate” soltanto da una determinata pratica tecnoscientica?
È ancora valida una certa distinzione corrente tra “neutralità” della
ricerca scientifica e “moralità” delle applicazioni della ricerca,
soprattutto a seguito di quello che Habermas ha coloritamente definito la
possibilità di “shopping in the genetic supermarket”? Perché mai le
visioni religiose dovrebbero porre dei limiti o dei vincoli all’assoluta
libertà della ricerca scientifica, particolarmente oggi, quando essa ha a che
fare con l’alberello della vita? In maniera sorniona, il libro di Coscioni
ipotizza a volte che i timori di parte religiosa ed ecclesiastica potrebbero
provenire soltanto dalla segreta paura che, alla fine, la scienza dimostri che
tutto è spiegabile biochimicamente e non esiste alcun assoluto trascendente.
Certo, il fine ultimo della scienza non è quello di dimostrare la non esistenza
di Dio (p. 91). Certo, la scienza «è Conoscenza... che è Tecnologia
informatica, mediante la quale l’oceano di conoscenza e di ignoranza, di
disperazione e di speranza, di amore e di odio» (p. 14) può finalmente essere
superato. Certo, gli scienziati non sono dei folli (cf p. 122). Ma, forse, su
quest’onda emotiva, si può finire per attribuire una speranza quasi
messianica alla scienza, collocando in una zona di oscurità e di tenebre tutte
le altre forme di conoscenza umana, anche quelle filosofiche, morali e
religiose, che invece rivendicano anch’esse una legittima dignità per il
miglioramento della vita umana. Nell’attuale contesto tecnoscientifico, in
particolare, sarebbe davvero difficile concepire la scienza (non soltanto quella
applicata, ma anche quella cosiddetta “teorica”) come “neutrale”,
ammesso che mai lo sia stata, anche a motivo delle cospicue implicazioni
economiche, oltre che “ideologiche”, di ogni protocollo di ricerca
scientifica. Le tenebre del mondo possono essere, sì, rischiarate dalla ricerca
scientifica, ma anche le ricerche filosofiche e sapienziali possono altrettanto
illuminare l’oscurità di un secolo, qual è stato il Novecento, in cui spesso
le idee, sia filosofiche che scientifiche, sono diventate anche “assassine”.
Abbiamo già corso in passato il rischio di rendere questo o quel campo del
conoscere umano un “feticcio”.
8. Problema nel problema è quello relativo al “chi” debba/possa, oggi,
conferire eticità/non eticità ad un determinato protocollo di ricerca
scientifica. Qui Coscioni, che ha di mira prevalentemente la liberalizzazione
della clonazione terapeutica, peraltro in linea con le determinazioni della
Commissione Dulbecco del 28 dicembre 2000, che espresse un consenso
sull’impiego di cellule staminali fetali prelevati da aborti a questo fine, è
decisissimo. Convinto che il fine ultimo da perseguire per ogni scienziato sia
«quello di migliorare le condizioni di vita delle donne e degli uomini che
popolano il nostro pianeta», egli sostiene che «l’eticità di un progetto di
ricerca non dovrebbe essere stabilita da chi non sa neanche come sia fatta una
provetta. Bensì dagli scienziati stessi, nel rispetto della legislazione
vigente» (p. 123). Si nota una certa epicità in questo modo di guardare agli
scienziati, che non tiene in debito conto le concrete situazioni storiche in cui
i singoli scienziati operano (benché se ne parli, una “comunità
scientifica” non esiste se non come concetto astratto), i risvolti
socio-economici collegati alla privatizzazione o alla brevettazione degli esiti
di questa o quella ricerca. L’enfasi, posta, sulla decisione e sul decisore
scientifico, seppur all’interno della legislazione vigente, appare chiaramente
dettata da un orizzonte di riferimento di matrice liberale, ma esso
dovrebbe/potrebbe tener in debito conto altri orizzonti, altrettanto plausibili,
che propogono considerazioni relative, per esempio, alla necessità di
accompagnare ogni decisore (se dev’essere lo scienziato, anch’esso va
accompagnato, per esempio determinando i flussi di finanziamento economico, o
esercitando un controllo democratico sugli sviluppi della ricerca, o
regolamentando per legge certe pratiche, oppure creando delle authorities
indipendenti, quindi non elette dal Principe o dal potere politico di turno, che
autorizzino o vietino certi protocolli), oppure valutando opportunamente la
quasi impossibilità di disporre di individui con il medesimo grado di capacità
decisoria (non basta, in merito, il generico appello alla capacità
d’intendere e di volere, come ricordano gli psicanalisti e gli studiosi di
scienze sociali), o anche la necessità di prendersi, comunque, cura dei
soggetti più deboli e non in grado di tutelarsi da soli. In ogni caso, questi
decisori oggi sono in grado di operare sulle cellule staminali, ovvero su una
delle grandi frontiere della vita, che richiede ponderazione e riflessione
etica. Non a caso il Rapporto Donaldson, nell’anno 2000, fu interamente
dedicato ai problemi posti dalla ricerca e dal trattamento di cellule staminali
umane, sia embrionarie (su cui nasce una grande controversia morale, a motivo
dell’inevitabile manipolazione di embrioni umani, soprattutto soprannumerari a
seguito di fecondazioni assistite, che molti continuano a ritenere, sul piano
morale, degli individui personali piuttosto che dei semplici agglomerati
cellulari), sia adulte. Essendo in grado di differenziarsi in qualunque tipo di
cellula, le cellule staminali, in associazione alle tecniche di clonazione,
sembrano offrire ai biotecnologi grandi prospettive per la terapia umana: se
opportunamente modificate in vitro nel loro DNA e poi utilizzate quali
“donatrici” di nucleo, potrebbero, infatti, essere impiegate, ad esempio,
per lo studio in vitro dell’embriogenesi, per l’approfondimento delle
anomalie dello sviluppo embrionale, per la scoperta di nuovi geni umani, per
l’effettuazione di test con farmaci e sostanze potenzialmente tossiche, per la
produzione di cellule a fini di trapianto di tessuti e cellule. Secondo la
“Commissione Dulbecco”, incaricata dal ministro Veronesi, il 7 settembre
2000, di studiare l’utilizzo di cellule staminali per finalità terapeutiche,
si potrebbe fondatamente stimare che, grazie a questo settore di ricerca, i
sistemi sanitari saranno in grado, nel prossimo futuro, di offrire ai cittadini
nuovi ed efficaci trattamenti per una notevole serie di patologie degenerative,
ma soprattutto potrebbero consentire di superare l’attuale scarsa disponibilità
di organi da trapianto. Infatti, poter disporre di una grande quantità di
cellule staminali e favorire la loro compatibilità con i tessuti del ricevente,
potrebbe preludere ad un uso clinico di routine, con grande vantaggio per
la salute degli individui umani.
9.
Le speranze sono, insomma, tante e promettenti, ma vanno bilanciate con
altrettante fondate considerazioni di giustizia e di equità. Nonostante la
vertiginosa evoluzione delle conoscenze e delle applicazioni biotecniche in
campo agricolo e zootecnico, infatti, non va dimenticato che la nostra ignoranza
rimane ancora somma nel settore della conoscenza delle informazioni genetiche e
dei meccanismi che regolano l’espressione dei geni, che potrebbero, per
esempio, operare come quasi tutti i sistemi biologici, in maniera sistemica, cioè
identificabile con una vera e propria rete biologica cibernetica. Ad accentuare
la condizione d’ignoranza degli scienziati, risulta ancora forte la presenza
di “riserve profetiche”, di “geni ballerini” ovvero di DNA senza fissa
dimora (nel genoma umano, si tratta di almeno il 45% del DNA), non senza
omettere la presenza del DNA ripetitivo, coloritamente detto “spazzatura”,
nel quale potrebbero nascondersi, forse, molte risposte ai numerosissimi
interrogativi ancora aperti. Se ne ricava che la “libertà” della ricerca
biotecnologia non può non fare i conti con i suoi scopi reali, che non sono più
soltanto “conoscitivi in astratto”, e neppure soltanto terapeutici, ma
implicano la consapevolezza di un corretto uso e di un eventuale spreco o
abuso/deterioramento delle risorse del biosistema umano. Il bioscienziato,
insomma, non si limita più ad “interrogare” la “natura” o a stabilire
un equo rapporto tra esseri umani e disponibilità-risorse naturali, ma è in
grado di “forzare” o addirittura “violentare” la natura, con evidenti
risvolti sulla biologia e biografia dell’essere umano a cui essa potrebbe
essere stata lasciata soltanto in custodia. Ovviamente, la valutazione dei
benefici e dei costi di quella che possiamo definire, a ragione, la rivoluzione
biotecnologia o epoca postgenomica, apre in ogni suo campo o settore,
soprattutto in quelli dell’ingegneria genetica e del trattamento del genoma
umano, degli scenari con notevoli implicazioni sociali, pedagogico-informative,
etiche, giuridiche, politiche, economiche ed ambientali. Tutte queste possibilità
acuiscono, però, anche le domande circa i benefici/rischi per la popolazione
complessiva a fronte di benefici per singoli soggetti o specie, circa gli
eventuali attentati alla biodiversità, circa le eventuali trasmissioni a specie
viventi non umane ed umane di agenti patogeni attualmente “silenti”, circa
eventuali danni più o meno irreparabili alla biosfera nel suo insieme, circa
eventuali ingiustizie rispetto alle “ragioni morali degli animali e
dell’eco-habitat, circa degenerazioni dovute ad usi politici o bellici a
seguito di bio-piraterie o bio-dittature. Ecco perché, le biotecniche applicate
al genoma umano a fini predittivi, curativi, modificativi, vanno suscitando
tutta una serie di domande di valore etico e, spesso, valoriale, giuridico,
economico e religioso, che da più parti sono poste, soppesate, valutate, dando
luogo a numerose prese di posizione, documenti, testi con orientamenti
normativi, a riprova della rilevanza etica, giuridica e politica di tali
ricerche. Ed ecco anche perché l’invocazione di una “sacralità” della
vita, proveniente da parte cattolica, non può essere analogata a vecchie, ed
oggi superate, sacralizzazioni dei cadaveri, in quanto essa lancia nel
dibattito, se non proprio un principio di certezza, almeno un principio di
precauzione di fronte al solo dubbio che si tratti di una vita umana. Puntando
sul riconoscimento del valore sacro della vita come “evidenza” di ogni
coscienza umana, soprattutto il Magistero cattolico va insistendo sul rispetto
della vita dell’altro, al di là di ogni tendenza alla “quantificazione”
che, implicando il più ed il meno, sembra autorizzare comparazioni e scelte tra
forme e modalità di vita, soprattutto nel campo dell’agire tecnico della
medicina e della tecnoscienza applicata alla vita umana[vii].
D’altra parte, riconoscere giustamente che la libertà di ricerca, anche in
questo campo, procede dalla libertà di pensiero è una condizione necessaria,
ma non sufficiente, in quanto per condurre una ricerca in modo veramente libero,
occorre garantire, allo stesso modo, anche la libertà di coscienza e di
religione. La situazione delle biotecnologie innovative è davvero inedita, al
punto che sembra riproporre, nell’ottica religiosa cattolica, l’antica
situazione di Adamo ed Eva, stavolta posti non più di fronte ad “alberi della
conoscenza del bene e del male” o custodi di “alberi della vita”, bensì
di fronte ad alberelli genetici ed a nuove conoscenze applicate, capaci non
soltanto di prendere in mano il proprio destino, ma anche di andare oltre i
limiti di un ragionevole dominio sulla natura, fino a cambiare la “natura”
ed il futuro dell’essere umano e del suo habitat cosmico, o anche fino a
disporre di un potere diretto sulle future esistenze umane e non umane, che
possono essere ormai modificate, costruite, addirittura reinventate… Alla
forza del diritto, della cultura, della civiltà, dei sistemi ideali di
riferimento, sembra che non possano per forza subentrare l’arbitrio di
onnipotenza della scienza o l’ineluttabilità del progresso tecnologico.
Certo, l’essere umano, concepito da mente, cuore e corpo di donna, si sta
forse auto-programmando, sta per far prevalere la propria fabrilità
sulla sapientia, sta inevitabilmente a bordo di un vettore che renderà
presto archeologie del sapere le conquiste scientifiche e tecnologiche
dell’altro ieri. Ma tutto questo richiede, ancora di più, una rinnovata
insistenza per il reperimento di valori morali importanti e di regole giuridiche
minime, ma certe[viii].
10. In particolare, colpisce molto la relativa sicurezza d’uso in funzione
della salute umana che sembrerebbero assicurare alcune biotecnologie peculiari.
Tutto questo conduce alla questione, non soltanto teorica, ma anche politica,
circa le concrete determinazioni e scelte sul fare o non fare. Sarebbe troppo
facile - come pure suggeriscono alcuni bioeticisti di fronte alla complessa
situazione descritta - preferire l’uscita dal proscenio, dichiarando, in nome
di una pretesa impossibilità di una fondazione ontologica dell’etica, che la
produzione normativa di regole, di imperativi ipotetici o categorici e di norme
di comportamento... sia oggi impossibile e che ci si debba, di conseguenza,
limitare a registrare gli indirizzi di comportamento di volta in volta
prevalenti, oppure le situazioni di fatto esibite da questa o quella fetta di
popolazione. Il “morale” ed il “giuridico” - che, pure, dalla bioetica
vengono evocati - sarebbero ridotti a mere ritrascrizioni di comportamenti
sociali maggioritari, che verrebbero soltanto inventariati, mai discussi alla
luce di orientamenti ideali, di valori da proteggere, di diritti pur ritenuti
indisponibili...[ix].
Ma questo trasformerebbe il campo dell’etica in un territorio di conflitto
sociale tra opinioni che pretendono di essere maggioritarie, tradendo la
responsabilità umana nei confronti dei meno attrezzati, dei deboli e degli
svantaggiati sul piano psichico, fisico e sociale, soprattutto non considerando
adeguatamente gli eventuali “diritti” di coloro che non sono dei soggetti
umani, ma sono comunque partecipanti alla vita (come lo sono evidentemente gli
animali ed i vegetali o come lo saranno le ipotizzabili forme di vita create
biotecnicamente), o che, pur non esistendo attualmente, potranno essere chiamati
ad esistere vitalmente, magari mediante metodiche non tradizionali, ovvero
mediante produzioni biogenetiche prossime venture. In merito, anche Coscioni si
rende ben conto che si tratta di optare, sì, legislativamente e politicamente,
ma pur sempre alla luce di principi o criteri: anteporre il principio di utilità
generale alle eventuali resistenze di carattere etico? Di fronte al problema del
valore da conferire alle cellule embrionarie nei vari stadi del loro sviluppo
biologico, continuare a tener conto del principio della sacralità della vita,
oppure del principio di maggioranza, per cui, come sostiene Coscioni, «non
essendo la sacralità delle cellule embrionali un valore universalmente
condiviso, l’orientamento che dovrebbe prevalere è quello della libertà e
responsabilità individuali»? (p. 40). Si potrebbe continuare con altre più
controverse domande: si debbono creare delle individualità, che potrebbero
essere umane, per poterne poi disporre per il bene o il profitto di altre
persone? Esiste un disegno della natura, che la scienza dovrebbe assecondare,
oppure la natura è soltanto un serbatoio di possibilità da utilizzare per
l’utilità comune? Lo statuto dei “prodotti” biologici umani, ottenuti per
via tradizionale o per via di sintesi biochimica in laboratorio, deve essere
fissato alla luce di visioni metafisico-teologiche, o bisogna soltanto seguire
delle vie che si limitino a produrre nuove forme di vita, con il minor danno
possibile e con i maggiori benefici per tutti o per la maggior parte? La
fecondazione normale tradizionale (ottenuta per fusione dei due pronuclei di
spermatozoo e di ovocita) e la formazione di un nuovo genoma (ottenuto
immettendo nell’ovocita enucleato il nuovo nucleo di una cellula somatica)
sono delle condizioni necessarie e sufficienti per dire che si è, in entrambi i
casi, di fronte ad un nuovo individuo della specie umana sapiens sapiens?[x]
11. Non soltanto gli organismi politici internazionali ed i comitati etici
nazionali, ma anche le Chiese, particolarmente quelle del Nord del mondo e
dell’Europa, scendono oggi in campo su tali problemi, quasi a ribadire che
sono in gioco non soltanto lo statuto, la libertà e gli sviluppi della ricerca
scientifica, ma la stessa esistenza dei singoli umani con le loro peculiarità,
nonché l’organizzazione della collettività dei viventi e perfino
l’equilibrio della biosfera. È il caso, ad esempio, della Conferenza
episcopale cattolica tedesca che, ad Augsburg, il 5-8 marzo 2001, ha reso
pubblico il documento “L’uomo: creatore di se stesso?”[xi].
Anche sulla base delle considerazioni espresse dal Gruppo di lavoro per le
questioni politico-culturali del Comitato centrale dei cattolici tedeschi[xii]
circa le recenti prospettive della biotecnologia e della neurobiologia, il testo
fa appunto riferimento alle frontiere avanzate delle nuove “scienze della
vita”. Si inventariano le scienze biologiche, le agrarie, la bioinformatica,
la biomedicina e la biofarmacologia, segnalando la necessità etica di
affiancare, alla ricerca “naturalistica” in senso stretto, anche i ricchi
contributi che, per la comprensione della vita, provengono dalle antropologie,
dalle scienze della cultura, dalle tradizioni etiche, dalla filosofia e dalla
teologia. I vescovi tedeschi si soffermano soprattutto sui problemi
etico-religiosi derivanti dalla utilizzazione delle tecniche di riproduzione,
particolarmente dalla clonazione e dalla decodificazione del genoma umano.
L’indice dei temi da loro affrontati comprende: le conseguenze per la terapia
umana derivanti dal progetto del genoma umano[xiii];
le notevoli questioni etiche poste dalla diagnosi genetica prenatale, che
diagnostica appunto, in vista di precoci
cure, eventuali malformazioni del concepito, come ad esempio la mucoviscidosi o
la sindrome di Down; le problematiche morali derivanti dalla diagnosi genetica
pre-impiantatoria, posta in atto per selezionare degli embrioni, indenni da
malformazioni genetiche, da impiantare in utero; le tematiche etico-giuridiche
collegate alla diagnosi genetica pre-lavorativa o pre-assicurativa, posta in
atto al fine di definire eventuali malattie invalidanti al lavoro, oppure
calcolare costi/benefici delle compagnie assicurative. Non si manca di
affrontare la nuova concezione di terapia genetica, praticabile sulle cellule
somatiche adulte, la cui modificazione genetica non arreca modificazioni alle
generazioni future, o anche sulle cellule embrionali in vista
dell’eliminazione di difetti congeniti, non soltanto sul singolo soggetto, ma
su tutti i suoi discendenti. Si discute altresì, e questo interessa di più
ora, la questione della clonazione che, producendo embrioni umani per tecnica
clonante, opera su di essi con la speranza d’inventare terapie in grado di
guarire determinate malattie, oppure produce cloni (produzione di esseri umani
con il medesimo patrimonio genetico). Si affrontano altresì la problematica
della medicina che produce farmaci con tecniche genetiche; la questione
dell’estensione della normativa sui brevetti (escogitati per la protezione di
scoperte e realizzazioni materiali) anche alle scoperte relative ai geni umani
ed alle loro sequenze, cioè al corpo umano che rischia così di esser ridotto a
mero materiale (si rammenti che, soltanto tra il 1981 ed il 1995, risultavano
concessi già 1175 brevetti su sequenze di DNA, a partire dal caso più
eclatante, quello dell’European Patent Office, EPO, che concesse
all’Università di Edimburgo e ad un’impresa multinazionale la licenza di
brevetto di alcune cellule di origine embrionale umana). Anche la VLKD
(Conferenza episcopale delle Chiese luterane unite della Germania) affronta
questioni analoghe in un testo del 13 marzo 2001[xiv],
stigmatizzando la tendenza in atto a pianificare, programmare e selezionare il
destino dei futuri esseri umani, non senza esimersi dal richiamare ricercatori,
famiglie e società, a conciliare le legittime esigenze di avanzamento delle
ricerche con il rispetto della legge fondamentale della dignità della persona
ed il rispetto delle altre leggi esistenti, ad esempio quelle che giù
proteggono gli embrioni in diversi stati europei ed extraeuropei.
12.
Tutto questo apre nuovamente al vasto campo delle domande relative al
rapporto tra possibilità tecnoscientifiche ed effettiva utilizzazione di esse:
in base a quali modelli e criteri possiamo usare le tecniche di cui disponiamo
grazie alla ricerca biotecnologia? In futuro saranno autorizzati ad esistere
soltanto esseri animali ed umani che corrispondano alle precise attese dei loro
committenti o dei loro genitori genetici? La legittima ansia umana di migliorare
la qualità della propria salute e di consentire livelli accettabili di
abitabilità dell’ecosistema non può prendere ostinatamente indirizzi di
ricerca a senso unico, tanto più se i progressi auspicati o raggiunti, invece
di essere posti al servizio dell’umanità e del bene dei futuri pazienti
destinatari dei progressi della ricerca biotecnologia, fosse posto al servizio
esclusivo o prevalente degli interessi dei committenti economici. Il dovere
morale del rispetto delle differenze tra le specie e della protezione della
biodiversità deve aiutare a precisare i confini etici, oltre che tecnici, nei
processi di combinazione di geni umani e geni animali, nei processi di mutazione
degli embrioni, di selezionare embrionaria, di tecniche di clonaggio,
soprattutto tenendo conto della “indecidibilità” del ruolo svolto dal
genoma all’interno dell’organismo vivente (non è infatti ancora chiaro se
esso svolga un ruolo di programma e/o di archivio d’informazioni, ovvero se
esso interpreti un programma, oppure sia un operatore, o anche un armonizzatore
di questo e quell’altro compito, svolti da altre strutture ed altri fattori).
La tendenza in atto a “privatizzare” non soltanto la ricerca biotecnologica,
ma i benefici, anche economici di esso, apre al vasto campo delle domande
relative alla utilizzazione per scopi scientifici e medici ed alla brevettabilità
di materiale biologico, soprattutto se umano. Se l’essere umano vale di più
della somma dei suoi geni o neuroni, a motivo della concorrenza dei fattori
culturali, educativi e sociali insieme con le sue linee di vita
biologico-chimiche, non ci si può non domandare se l’utilizzazione
dell’embrione umano a scopi terapeutici non finisca per sancire una vera e
propria discriminazione tra gli appartenenti alla specie umana, stavolta basata
non tanto su motivazioni razziali o etniche o eugenetiche, ma sui tempi del loro
sviluppo. Del resto il peso dei fattori economici, fin dal momento
dell’elaborazione dei protocolli di ricerca e non soltanto nella fase di
brevettazione e applicazione industriale dei risultati di una ricerca biotecnica,
esige che venga meglio precisato sottile discrimine esistente tra scoperta
(scientifica, quindi bene pubblico dell’umanità) ed invenzione (soggetta
anche alla privativa del prodotto dell’ingegno umano): se proprio si dà una
brevettabilità, e quindi una sorta di “privatizzazione” anche a scopo
economico (dunque una “monetizzazione” di questo patrimonio comune
dell’umanità com’è stato chiamato) del materiale genetico, chi dovrà
trarne vantaggio? Sono ancora fitte le nebbie legate al concetto che è la
possibilità di sfruttamento commerciale di una conoscenza a definirne la
brevettabilità, tanto più che potrebbe esserci il rischio di privilegiare il
finanziamento, e dunque l’investimento, soltanto per debellare malattie
diffuse, oppure di ridurre oggettivamente la libertà di altri ricercatori che
non avessero partecipato al piano di ricerca che ha condotto ad una determinata
brevettazione di una scoperta biotecnologia o genetica.
13. La nuova atmosfera tecnoscientifica evocata richiede non soltanto una
rinascita dell’etica ed una nuova riflessione circa le etiche ontologiche o le
etiche antropologico-culturali, ma lo sforzo di reperimento di nuove linee di
ricerca, senza far finta di non rendersi conto di un clima generale che, spesso,
rifugge dalle parole stesse che osino esplicitamente indicare, o almeno far
intravedere, degli orizzonti di senso più ampi. Nella medesima stagione in cui
sembra che non vi sia più senso in alcuna cosa, in cui programmaticamente si
rifugge dal senso, soprattutto in certi settori della scienza e della tecnica,
che non potrebbero, di per sé, sopportare alcun vincolo o ostacolo in nome del
principio liberale della “libertà della scienza”; nella medesima
stagione in cui eventuali appelli ad una qualche verità etica assoluta, ad un
qualche senso o significato morale, ad un orizzonte, magari ontologico,
antropologico o, peggio ancora, religioso con pretese di significatività
ultimativa per ogni essere umano, fa spavento, occorre forse ri-aprirsi ad una
valutazione più serena e non schivare in maniera preconcetta un dibattito sul
senso della vita e della morte, sul peso dei valori, sulla forza di certe
resistenze ordinarie che si ribellano di fronte a qualunque tentativo di
calpestare o conculcare la dignità della persona umana o i suoi pretesi diritti
fondamentali.
[i]
L. Coscioni, Il maratoneta.
Storia di una battaglia di libertà, Stampa Alternativa, Viterbo 2002,
pp. 168, s.i.p. Purtroppo, la verve linguistica dell’Autore è, a
volte, tale da rasentare, più che la polemica, l’attacco gratuito a
persone ed istituzioni, che meriterebbero una ben diversa attenzione e
condanne meno sommarie e grossolane.
[ii]
P. Musso, Convivere con la
bomba. Dalla bioetica alla biopolitica, Prefazione del card. Dionigi
Tettamanzi, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2002, 20-21.
[iii]
cf
E. Voegelin, Le religioni
politiche, in Id., La
politica: dai simboli alle esperienze, ed. it. a c. di S. Chignola,
Giuffrè, Milano 1993; in merito, cf M.
Cangiotti, La “religione politica in E. Voegelin, «Hermeneutica»,
n.s. 2002: “[in]Attualità del politico”, 57-91
[iv]
P. Ricoeur, Il paradosso
dell’autorità, «Hermeneutica», n.s. 2002, 93-107, qui 93
[v]
cf
D. Matassino, Clonazione
e gestione del genoma, in P.
Colonnello-R. Gallinaro-P. Giustiniani (curr.), L’albero della vita. Biotecnologie tra fede e
scienze, Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale,
sezione san Tommaso d’Aquino, Napoli 2002, 81-160.
[vi]
G. Chieffi-A. Rusciani,
Problemi
scientifici e istanze bioetiche nel trattamento degli embrioni, in Ivi,
65-80. qui 73.
[vii] «Al pari della cosmologia prima di Copernico, la dottrina tradizionale
della sacralità della vita umana è oggi in uno stato di profonda crisi.
[…] Io non ho fatto altro che segnalare e mettere a nudo una debolezza
fatale, che negli ultimi due o tre decenni è diventata evidente. Chiunque
sappia riflettere con lucidità sulla gamma delle questioni sollevate in
questo libro, si renderà conto che la pratica medica moderna è diventata
incompatibile con la credenza nell’uguale valore di ogni vita umana» (P.
Singer, Ripensare la vita. La vecchia morale non serve più,
Il Saggiatore, Milano 1996, 192-193).
[viii]
L. Chieffi, Introduzione.
Una bioetica rispettosa dei valori costituzionali, in
Id. (cur.), Bioetica e diritti dell’uomo,
Paravia-Mondadori, Milano 2000, XVIII-XIX.
[ix]
G. Angelini,
Diritto e teologia. Una mediazione dimenticata, la morale, in
Diritto
e teologia, «Hermeneutica» n.s. (1998), 81-108.
[x]
cf
D. Neri, La bioetica in
laboratorio, Laterza, Roma-Bari 2001.
[xi]
Cf «Il Regno-documenti» 7 (2001), 229-232.
[xii] “Il progresso biomedico quale sfida per l’immagine cristiana
dell’uomo”, ivi, 232-235.
[xiii] Si rammenti che sulla “terapia genica” interveniva già nel 1991 il CNB
(parere del 15.2.1991).
[xiv] “Questioni di bioetica”, «Il Regno-documenti» 7 (2001), 236-237.
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