IL
FUTURO DELLA MEDICINA
Raffaele
Prodomo
Che
nemmeno in medicina, per dirla con Leopardi, dovessimo aspettarci “magnifiche
sorti e progressive”, è un dato relativamente recente nella riflessione
contemporanea. La bioetica si è, infatti, interrogata sugli scopi della
medicina solo a partire dagli anni novanta del secolo appena terminato, con una
sensibilità e una problematicità ignote fino a pochi decenni prima. Basti
ricordare, ad esempio, l’ottica ancora ingenuamente positivistica con cui, al
momento del suo insediamento alla Casa Bianca, Nixon si impegnava a sconfiggere
il cancro con il potenziamento della ricerca federale. Come sappiamo la storia,
sia di Nixon che della lotta al cancro, è stata diversa e ha preso altre
strade.
Oggi
si può discutere di futuro della medicina in una prospettiva più critica e
disincantata. Mettendo in conto gli innumerevoli sviluppi positivi della
conoscenza e delle tecnologie biomediche, ma anche registrando il carico di
problemi morali che molte di esse hanno portato come dote aggiuntiva. Fatti di
cronaca recente, come quello della donna che ha rifiutato (e poi è morta a
seguito di questo) l’intervento di amputazione per una gangrena al piede, ci
ricordano la drammaticità delle scelte in ambito medico, sottolineando come la
decisione finale spetti sempre al diretto interessato, ossia il cittadino
malato, anche quando le sue possano apparire ai più come scelte irrazionali o
bizzarre. Recependo questa tendenza generale, un recente documento del Comitato
Nazionale per la Bioetica ha proposto l’introduzione nel nostro paese delle
cosiddette direttive anticipate, consentendo così ai medici di avere
indicazioni sulla volontà dei pazienti anche quando questi ultimi non sono più
in grado di esprimerla. La stessa discussa legge sulla fecondazione assistita è
emblematica del corredo di problemi morali e giuridici delle nuove possibilità
di intervento medico. Anche se la risposta del legislatore italiano è stata
quella di incorporare in una legge, che vale per tutti i cittadini, divieti e
limitazioni propri di un’etica particolare (segnatamente quella cattolica)
senza tenere nel giusto conto le esigenze di pluralismo e laicità delle
istituzioni (non a caso già si parla di modifiche e di sacrosante iniziative
referendarie). Per quanto riguarda
l’origine della vita, tuttavia, la medicina oltre a mettere a punto tecniche
di aiuto per la fecondazione si sta anche impegnando nella ricerca sulle cellule
staminali, tema scottante e controverso che apre, però, una prospettiva
originale. Lo studio dei meccanismi di specializzazione cellulare e di
formazione dell’embrione, infatti, al di là delle (auspicabili) possibilità
applicative e terapeutiche apre anche nuovi orizzonti teorici nel campo della
tradizionale antropologia filosofica.
Saperne
di più sulla biologia dello sviluppo siamo proprio sicuri non possa dare linfa
e informazioni importanti alla riflessione filosofica sull’umano?
Sarebbe un bel modo, questo, per la scienza di sfuggire alla condanna
dell’ineluttabile estraniazione tecnologica espressa da una estenuata (e ormai
estenuante) tradizione heideggeriana.