
Ricordo di Mario Coltorti
Rossella Bonito Oliva
Ricordare non è la semplice operazione del riportare alla mente qualcosa,
qualcuno. Nel ricordare entrano in gioco la capacità di richiamare in vita,
rendere nuovamente presente o anche rendere onore, in cui alla
rappresentazione, nel caso del qualcuno e non del qualcosa, si lega un
fascio di elementi razionali e irrazionali che necessariamente deforma o
distorce, nella combinazione di memoria e oblio. Ricordare significa passare
attraverso il flusso di ricordi, l’elaborazione del lutto che consola i
sopravvissuti della perdita. Ma l’elaborazione è appunto una forma di
compensazione di una perdita, il desiderio di superare un limite – tema caro
a Mario Coltorti – che è appunto la morte di una persona che manca.
Su questo punto mi vorrei soffermare per riflettere sul significato di
qualcosa che accompagna in sottofondo la nostra vita. La morte è il venir
meno di una persona, l’azzeramento di ogni possibilità, percorso, movimento
della vita. Ma ancora più significativamente la morte è l’impossibilità di
ogni possibilità, un momento della vita individuale. Noi siamo qui in tanti
a ricordare Mario Coltorti, le sfaccettature molteplici della sua vita, dei
suoi percorsi, infine lo si ricorda attraverso una riflessione finale che
vorrebbe mantenere in vita il suo contributo alla riflessione bioetica.
Ciò che io mi chiedo è se tante voci di vivi possano compensare una perdita,
possano veramente consolare o restituire una persona.
Ecco, la mancanza di Mario Coltorti mi ha rievocato una novella di
Pirandello, “Una giornata” ripresa in maniera originale dai fratelli Taviani
nel film Kaos. Il personaggio, Pirandello, torna nella sua vecchia casa
paterna, lì gli compare la madre morta con cui avvia un dialogo. La madre lo
vorrebbe consolare, ma Pirandello risponde che nessuna consolazione è
possibile se è vero, come è vero, che ciò che manca non è la possibilità per
i vivi di pensare e ricordare una persona morta, ma quella di essere oggetto
di pensieri di qualcuno che è venuto meno. E’ questa assenza che fa morire
qualcosa anche in chi rimane in vita, perché nulla potrà sostituire quella
possibilità, quel dialogo, quel legame che solo la vita rende possibile. Io
credo che su questo bisogna riflettere, sulla nostra impotenza a compensare
questo spazio, anche quando le voci si moltiplicano, anche quando cerchiamo
di tenere in vita un percorso teorico. E’ questo il dramma della morte, in
cui muore ogni volta anche una parte di noi, quella tenuta in vita non dalla
chiacchiera, ma dal riconoscimento di una presenza che ha segnato la nostra
vita, ne ha attivato una possibilità che, senza quel particolare incontro,
non si sarebbe data.
Ricordando,
infatti, ci si rende responsabili dinanzi ad un altro che non può rispondere
o replicare, che non è nostro interlocutore, ponendo una difficoltà forse
più grande che in qualsiasi altro rapporto interpersonale. Ho incontrato
Coltorti al CIRB e lì un uomo schivo mi si è avvicinato per chiedermi di mio
fratello medico con cui aveva a lungo lavorato soprattutto nei corsi di
formazione. Un uomo schivo, appunto, quasi un vecchio saggio con un volto
carico di un’emotività e di una radiosità che difficilmente si possono
dimenticare. Ne è nato un confronto, abbiamo lavorato insieme per un
convegno “ La cura delle donne”, del quale e per il quale ho discusso a
lungo con lui come in ogni passo che io personalmente ho fatto nella
bioetica. Mario mi ha accompagnato con mano nel difficile sentiero della
medicina, mi ha suggerito spunti, mi ha spinto alla riflessione su quel
difficile rapporto medico-paziente al quale mi avvicinavo da profana, con
astratte teorie filosofiche.
Eppure Mario si
definiva un “professore pentito”, ma ho conosciuto poche persone come lui in
grado di condurre socraticamente al cuore dei problemi. Credo che abbia reso
per me evidente il paradosso del professore pentito, là dove il suo
pentimento era per il ruolo istituzionale più che per la responsabilità
dell’insegnamento. Dialogando con Mario ho toccato con mano la fecondità
del metodo socratico, ho imparato a riflettere diversamente, a allargare le
mie prospettive sulla relazione con l’altro, non solo quella tra medico e
paziente. Per me Mario è stato un maestro di pensiero, oltre che di
medicina.
E qui vorrei
ricordare un altro momento della personalità di Mario Coltorti. Non solo la
sua capacità di far giocare natura e cultura, spontaneità e finezza di modi,
ma anche quella di rivitalizzare la cultura andando a scandagliare tutte le
stratificazioni delle espressioni umane. E’ sufficiente leggere i suoi
contributi alla riflessione bioetica per capire come per lui scavare nelle
etimologie dei termini più semplici, madre, farmaco, ecc. fosse la porta di
accesso alla difficile combinazione di vita e forma, di bios ed
ethos. La forma appunto come figura della sofferenza, del dolore, della
gioia in cui si dischiude ogni tensione comunicativa dell’uomo. Nella storia
delle parole Coltorti scavava la storia della configurazione di
un’esperienza all’interno della quale ognuno sente dolore, amore, gioia
ancor prima di accedere all’universo comunicativo. Una sorta di zona grigia
in cui Coltorti cercava da medico un accesso all’universo del malato, da
bioeticista un accesso al pluriverso mondo della vita umana. E tutto questo
derivava da un’indomita curiositas, non quella superficiale e
sterile, ma una sorta di spinta alla conoscenza di altri, di altro, sorretta
quasi da un’infantile meraviglia per il mondo. Eppure credo che di
difficoltà di rapporti umani, di malattie ne conoscesse tanto da non
doversi, potersi meravigliare. Ma qui sta la sua qualità umana, ogni
“persona” mi diceva aggiunge una sfumatura a quell’universo comune che
condividiamo e in cui viviamo. Ogni persona è un assoluto novum che
nessuna conoscenza può aiutare a raggiungere o sostituire. Non gli mancava
d’altro lato una solida base culturale sulla base della quale vagliare e
misurare ogni cosa, piccola o grande che si presentasse. Più volte Mario
faceva riferimento alla sua fede, ma in maniera problematica e in un
articolo nel volume da lui curato sul fine vita, confessava quasi di
invidiare coloro che si affidano totalmente ai riti, alle consuetudini di
una fede praticata. La sua era una fede personale che non alterava la sua
capacità di avvicinarsi a posizioni diverse, nello spirito illuminato di chi
riconosce all’articolazione del mondo umano una ricchezza, piuttosto che un
ostacolo. Una possibilità, quella che non potremo avere essendo venuto a
mancare lui.
Negli ultimi
colloqui che ho avuto con lui, quando era ormai segnato il suo destino, la
sua consapevolezza era alta, mi disse che non aveva rimpianti, avendo
realizzato nella sua vita tanto e avendo avuto infinite occasioni e
incontri. Riteneva necessario perciò prepararsi alla morte attraverso le
letture, trovando nei testi sacri una via per dar senso a ciò che
difficilmente ha un senso per l’uomo, la morte. Serenamente accettava la
naturalità di un passaggio, assaporando il gusto della vita anche nel
momento-limite della morte che della vita è momento. Dinanzi all’abisso del
nulla, o di un’altra vita, sembrava cogliere la pienezza della vita che gli
era stato dato di vivere. E’ stato questo il momento in cui più forte si è
fatta per lui la saldatura tra natura e cultura, là dove la cultura è anche
ciò che agli altri ci lega rendendo meno disperato quel passaggio, nella
continuità di una riflessione che sul limite della morte si è esercitata e
si è continuata ad esercitare anche quando la si è voluta esorcizzare,
dimenticando il valore terapeutico della cultura.
In questo caso
ricordare, rendere onore nella prospettiva di un affetto che viene a
mancare, di un interlocutore che non risponde più, significa mantener vivo
l’insegnamento di Mario Coltorti nella cornice umana in cui ha declinato il
suo sapere, i suoi valori, la sua professione, il suo mondo. Ma tutto questo
è un rendere onore, non può arrogarsi il potere di mantenerlo in vita, se
non vogliamo smarrire il senso pieno di “persona” coltivato da Mario.
A noi rimane il
compito, quasi il dovere, di non smarrire la sua testimonianza tanto più
preziosa in un organismo di bioetica in cui sarà necessario continuare a
tentare il difficile legame tra vita e forma, tra bios ed ethos
senza smarrire il desiderio di ascoltare e di testimoniare che ha
caratterizzato la presenza di Mario Coltorti tra noi.