
Ricordando … Mario Coltorti
Un grande abbraccio a Mario, l’uomo, il medico
che ha dato lustro alla scienza italiana contribuendo alla conoscenza della
fisiopatologia del fegato ed all’identificazione delle transaminasi. Ad un
così illustre scienziato avrei dovuto rivolgermi chiamandolo correttamente
Professore Emerito Mario Coltorti, ma da lassù, ne sono sicuro, egli mi
avrebbe rimproverato. Uomo semplice e profondamente umile voleva infatti che
lo si chiamasse sempre per nome.
Ricordo che, il 15 ottobre del 2008, in
occasione della presentazione del libro del Prof. Aldo Di Mauro, Il dolore.
Perché?, presso l’Istituto Italiano per gli Studi filosofici (Palazzo
Serra di Cassano), il coordinatore Prof. Raffaele Pempinello, invitando
Mario a dare inizio alla conferenza, lo presentò al pubblico con il titolo
di Professore Emerito. Egli con molto garbo e simpatia, e con quel
sorriso dolce che sempre accompagnava ogni sua parola, così esordì:
«Anzitutto debbo rimproverare quelli che mi definiscono sempre professore
emerito. Io non posso considerarmi un professore emerito, perché ho
anticipato il mio prepensionamento all’Università di cinque anni, e sono
andato via dall’Accademia sbattendo la porta. Quindi sono un ‘professore
pentito’, non un professore emerito». «Sei più che Emerito», tuonò la nostra
Antonella, suscitando un calorosissimo applauso di consenso di tutti i
presenti.
Mario è scomparso nella notte tra il venerdì 2 e
sabato 3 gennaio 2009 a Napoli. Era nato a Civitanova Marche il 24 marzo
1926. Laureato in medicina il 17 novembre 1949, fu dapprima allievo di
Cesare Frugoni a Roma e poi a Napoli, negli anni '50, di Flaviano Magrassi
nell'Istituto di Patologia Medica dell'Universita' Federiciana dove, insieme
a Giuseppe Giusti ed a Fernando De Ritis, nel 1955, scoprì le transaminasi,
pietra miliare nella diagnostica delle malattie del fegato. Ottenne la
libera docenza in Chimica Biologica ed in Patologia Speciale Medica, e fu
Professore Ordinario in Semeiotica Medica (1971-1980), poi in Patologia
Medica (1981-1985), poi in Clinica Medica (1986-1994) nell’Università di
Napoli.
I suoi interessi scientifici e clinici
principali: Malattie del fegato e dell’apparato digerente; Malattie del
connettivo; Metodologia diagnostica; Pedagogia Medica; Etica Medica. Su tali
argomenti ha pubblicato oltre 300 lavori, di cui molti su riviste
internazionali.
Ha partecipato nella duplice veste di
coordinatore e di docente in numerosi Corsi annuali (1998-2005) di Etica
Medica per sanitari dipendenti dell’ASL Napoli 1, del cui comitato etico era
componente. Docente anche in molti corsi di formazione per il personale
sanitario dei vari Presidi Ospedalieri e Distretti Sanitari di Napoli.
Docente ai Corsi Annuali di “Formazione in Bioetica” (2002-2008) organizzati
dall’Istituto Italiano di Bioetica – Campania, di cui è stato Presidente
Onorario, e dall’Istituto nazionale dei Tumori di Napoli. Negli ultimi anni,
il suo interesse alla medicina si era spostato su alcuni aspetti legati
all’accanimento diagnostico e terapeutico; il suo ultimo seminario su tale
problematica è stato realizzato recentemente a Napoli, all’interno del
Comitato Interuniversitario di Ricerca Bioetica (C.I.R.B.) di cui era
membro.
Dopo questa breve biografia, che gli era dovuta,
infatti, per la sua modestia, molti non conoscono tutto il contributo che
egli ha dato alla scienza medica, mi piace porre in risalto un aspetto
fondamentale della sua persona.
Alla schiettezza e al rigore scientifico Mario
univa una grande fede in Dio. Nel primo incontro del corso di formazione in
Bioetica presso l’ospedale Pascale (15-24 maggio 2008) “Il futuro della
Bioetica”, nella premessa alla sua relazione dal titolo La complessità
vissuta dal credente cristiano, intervenendo sul complesso
rapporto tra Scienza e Fede, dichiarò: «sono un credente ovviamente, essendo
un credente parlo da credente, credente che ha una certa visione. Introduco
questo discorso in termini di linguaggi perché se non usiamo un certo
linguaggio è difficile riuscire a valutare le cose che vogliamo dire». Mi
colpì. Era la professione di fede di uno scienziato che crede nella scienza,
che ha combattuto per una medicina più umana ed in grado di implicare tutti
gli aspetti dell’esistenza umana nell’analisi di uno specifico stato di
malattia, e che tenta di conciliare questa fonte del sapere con quella più
strettamente religiosa in senso lato. Uno scienziato che è consapevole dei
limiti della scienza: «Mi dispiace dirlo, diceva di recente, l’approccio
illuministico della sola ragione non sa dare risposte soddisfacenti a
domande fondamentali dell’uomo sulla sofferenza, il dolore, il male…», e
allo stesso tempo crede nella potenza della fede in Dio.
Ma chi è Dio per Mario? Così egli rispondeva:
«Dio, che nessuno ha potuto vedere, fin da quando Mosè dettò le tavole della
legge morale, possiamo solo con imperfetti termini umani definire “potenza
infinita”, che si esprime con un atto libero dello spirito dando inizio al
tempo e al cosmo, ma che, nel medesimo atto diventa “debole”, volutamente
“debole”. È l’evento iniziale della kénosi come atto d’amore, dando
libertà ed autonomia alla progressiva evoluzione, di cui non ha
prioritariamente imposto la perfezione, per cui bene e male, perfetto ed
imperfetto si fondono, cose e viventi nascono, si perfezionano, si
trasformano e muoiono, tanto a livello cosmico che delle varie specie
viventi che degli umani. Dio che non condiziona l’evoluzione, ma non è
assente nel corso delle vicende umane e cosmiche. Dio né “geometra” né
“burattinaio” né “demiurgo”: a tutto ciò in cui si è manifestato, è data la
libertà nel modo di esprimersi – anche di negare Dio – e di evolvere, che
contempla la possibilità del male – fisico e morale – e dell’angoscia, da
Caino ed Abele fino ad Auschwitz e oltre. Dio, che non si è allontanato da
ciò cui ha dato inizio e, nel momento in cui l’umano è giunto alla sua
maturità, tramite la Rivelazione ricongiunge a sé il tutto, spirito e
materia, attraverso l’Incarnazione (secondo cruciale momento della kénosi),
ulteriore espressione della “debolezza” di Dio. Da quel momento: possibilità
libera di cammino dell’umano verso Dio attraverso la fede e la carità (“extra
charitatem nulla salus”) ben oltre la ragione, portando con sé il
fardello della propria finitudine, imperfezione; ed insieme il tormento e
l’angoscia esistenziale tra l’aspirazione alla conoscenza ed al bene e
l’impossibilità di realizzarli nella loro pienezza. Nasce così il dilemma
etico: può l’umano accettare la propria finitudine o, al contrario, con un
atto dettato dalla “volontà di potenza” rifiutare Dio e dominare gli altri e
la natura, realizzando magari un temporaneo piacere personale, ma a spese di
ulteriori sofferenze e dolori per gli altri? Oppure, attraverso un atto
d’amore, riconoscere il volto dell’Altro, riconoscersi fragile come l’altro,
soggetti l’uno ai bisogni dell’altro e nel volto dell’Altro intuire il volto
di Dio?»
Mario sceglie la via della carità. Il suo Dio è
il Dio rivelato da Gesù di Nazareth, il Verbo Incarnato che ha parlato con i
peccatori, che ha mangiato con loro, che è vicino a coloro che soffrono, che
è contro i farisei ipocriti, e soprattutto che ha nascosto la verità ai
sapienti e l’ha rivelata agli umili ed ai semplici (Luca, 10; Matteo, 11;
Marco, 9).
«L’ha nascosta a me, diceva Mario, e l’ha
rivelata invece a un poveretto che va in Chiesa e che recita solo
meccanicamente l’Ave Maria. Probabilmente ne sa più di me. Ed io penso di
potere amare questo uomo proprio per la sua ingenuità che lo porterà più
vicino a Dio rispetto a me».
No, Mario, Dio ha rivelato la sua sapienza anche
a te perché sei semplice e umile di cuore. Lo testimonia la tua vita, la tua
schiettezza, il tuo rigore scientifico, il tuo anticonformismo, la tua
modestia, la tua grande umanità. Grazie del tuo insegnamento. Un fraterno
abbraccio da tutto il direttivo dell’Istituto Italiano di Bioetica –
Campania.
Eugenio Capezzuto