
Il
Principio di Umanità in Dunant e oltre la sua opera
Cap. com.
CRI Francesco Catapano
Istruttore
di Diritto Internazionale Umanitario
(“Conferenza
: Da Dunant e Nightingale a..Il Principio di
Umanità nella Medicina,oggi”
- Ordine dei Medici Chirurghi ed Odontoiatri della Provincia di Napoli -
18 maggio 2010)
La
celebrazione del centenario della morte di Dunant richiede un accenno
biografico, utile per comprendere meglio il valore del suo messaggio che
è il tema della conferenza.
Pierre Boissier dell’Istituto Henry Dunant, nel libro sulla vita del
fondatore della Croce Rossa, così scrive nel 1974 : “ sua madre, sorella
del celebre fisico Daniel Colladon, ha una grande influenza su di lui “.
Continua Boissier:
“Dall’età di 18 anni dedica il suo tempo libero a visitare i poveri, i
malati, i moribondi, portando loro soccorso e conforto. A 20 anni trascorre
i pomeriggi delle domeniche a fare letture di viaggi, di storia, di scienza
elementare, ai condannati della prigione di Ginevra. In una parola, egli
aveva cominciato a prendersi cura dei feriti della vita del tempo di pace,
molto prima di occuparsi dei feriti di guerra. Suo padre, Jean-Jacques
Dunant, negoziante e giudice della Camera delle Tutele, gli insegna ad
osservare tutto, incoraggiandolo al Bene"
Forse per questo insegnamento paterno sviluppò la capacità non comune di
realizzare i suoi progetti scaturiti da esperienze vissute in prima
persona , di cui la più importante è stata la battaglia di Solferino , donde
è scaturito il suo impegno a favore delle le vittime delle guerre.
I
principi di Umanità e di Neutralità definiti da Dunant nel corso
dell’attuazione dei suoi progetti trovano , in verità, origine nel pensiero
del filosofo ginevrino Jean- Jacques Rousseau ( “Il contratto sociale”
1762, secondo il quale i soldati non appena gettano le armi e si arrendono “cessano
di essere nemici o agenti del nemico e tornano a essere semplicemente
uomini, per cui non si ha diritto sulla loro vita”.
Altrettanto al medico militare Ferdinando Palasciano, in forza all’esercito
borbonico, si fa risalire la formulazione della neutralità dei feriti
allorquando si oppose al divieto imposto dal Generale Filangieri di prestare
soccorso ai rivoltosi nei moti di Messina del 1848.
Impressionato dallo stato di abbandono dei soldati feriti nella battaglia di
Solferino, Dunant rivolse un appello agli Stati a costituire Società di
soccorso volontarie dei feriti di guerra ; promosse la Convenzione di
Ginevra, sottoscritta il 22 agosto 1864 dai rappresentanti delle Potenze
d’Europa, con lo scopo di migliorare la sorte dei militari feriti sui campi
di battaglia. Da quel momento ha origine il Diritto internazionale
umanitario moderno.
Il
suo impegno in difesa dei principi umanitari continuò oltre la Convenzione
stessa: nel luglio 1870 allo scoppio della guerra franco-prussiana ripropose
all’imperatrice Eugenia di Francia la neutralizzazione di alcune città
franche per accogliere ammalati e feriti; suggerì di dotare ogni combattente
di un piastrino di riconoscimento. Nel 1872 costituì a Parigi un Comitato
Internazionale permanente per regolare la sorte dei prigionieri di guerra
presso le nazioni civili; scrisse un libretto in cui condannò la schiavitù
negli Stati Uniti.
Nella sua vita si alternarono momenti di gloria a tempi di umiliazione, di
riduzione in miseria.
Venne un lungo periodo di oblio fino a quando il giovane giornalista George
Baumberger lo riportò agli onori della cronaca; gli fu conferito nel
dicembre 1901 il primo premio Nobel per la pace.
Destinò il premio in denaro in opere umanitarie in Svizzera e Norvegia. Morì
il 30 ottobre 1910.
Esaurito l’accenno ad alcune tappe fondamentali della sua vita, dal libro “Un
Ricordo di Solferino", scritto da Dunant all’indomani della battaglia
che in quei luoghi fu combattuta tra l’esercito franco-piemontese e
quello austriaco, si cercherà di cogliere quel sentimento di “
Umanità", assurto poi a Principio, che pervade l’animo
dell’autore alla vista dello scenario straziante delle vittime del conflitto
e che costituisce motivo ispiratore di tutte le sue opere.
Il
libro non ha un valore letterario e nemmeno può considerarsi un
contributo con taglio giornalistico.
“Non riferisco in queste pagine che impressioni personali: non bisogna
quindi cercarvi né notizie di carattere particolare né chiarimenti di
carattere strategico, che trovano posto in opere d’altro genere".
Dunant, dunque, era consapevole del diverso valore che avrebbe potuto
attribuirsi al suo libro e che gli servì esclusivamente per descrivere
le proprie emozioni vissute , nel tentativo di farle provare ai suoi
lettori.
Il
libro pubblicato nel novembre 1862 ottenne un successo, tanto che i
fratelli Goncourt, critici di solito mordenti, scrissero sul loro giornale:
“Queste pagine mi accendono d’emozione; del sublime che tocca a fondo
l’anima. Sono più belle, mille volte più belle d’Omero, della ritirata dei
diecimila, di tutto ( …). Si esce da questo libro maledicendo la guerra".
Secondo Cornelio Sommaruga, Presidente del C.I.C.R. dal 1987 al 1999, in
una intervista rilasciata il 15 settembre 2009, “ non è sicuro che Henry
Dunant fosse sul campo di battaglia ma di certo era a Castiglione delle
Stiviere dove vide i feriti e organizzò i soccorsi …”.
Nel suo libro il fondatore del Movimento della Croce Rossa riferisce che
fu un conflitto cruento con migliaia di morti : “ Il
campo di battaglia era disseminato di cadaveri, di uomini e di cavalli.
Erano sparsi sotto le ruote, nei fossati, nelle forre, nei cespugli, nei
prati, soprattutto ai bordi del villaggio di Solferino “.
Di
fronte a tanta sofferenza cominciò a maturare la convinzione che il
soldato ferito , non più capace di offendere, è solo un uomo bisognoso di
assistenza. Se non si soccorre è destinato a morire sul campo di battaglia
tra atroci sofferenze e nel più completo abbandono.
Lì
sono stati applicati i principi fondamentali della Croce Rossa di“
Umanità”, poi a seguire i principi di “ Imparzialità” e di “
Neutralità”.
E’
sul primo di essi che verrà focalizzata l’attenzione; gli altri sono
connessi e strumentali.
Con un gruppo di donne della zona di Brescia e Desenzano Dunant prestò,
dunque, i primi soccorsi a quei feriti.
“La città di Castiglione si trasforma in un grande ospedale di
fortuna…v’erano state scaricate casse di filacce, medicine ed altro
materiale sanitario; gli abitanti hanno dato tutto ciò di cui potevano
disporre in fatto di coperte, biancheria, pagliericci e materassi,…; vi sono
filacce in abbondanza ma non mani sufficienti per applicarle sulle ferite;
la maggior parte dei medici è dovuta partire per Cavriana, gli infermieri
non bastano, mancano le braccia in un frangente così critico.
Egli non era medico, né lo erano le donne che lo aiutavano.
“Non si tratta in realtà né di amputazioni né di altre operazioni, ma
urge dar da mangiare ed anzitutto da bere a gente che muore di fame e di
sete; bisogna poi medicarne le ferite o lavarne i corpi insanguinati,
coperti di fango e di parassiti, e ciò va fatto tra esalazioni fetide,
nauseanti in mezzo a lamenti e a grida di dolore, in un’atmosfera infocata
ed infetta”.
Il
gruppo di infermiere improvvisate hanno la dolcezza, la bontà, “i loro
occhi sono pieni di lacrime e di compassione, le loro cure così premurose
ridanno un po’ di coraggio e rialzano il morale ai poveri infermi.”
Leggendo questi brani del libro viene spontaneo l’accostamento alla figura
di Florence Nightingale, dalle cui gesta Dunant fu attratto e che furono
spunto per la realizzazione dell’idea di “organizzare al meglio l’opera
di soccorso nel quartiere che sembra averne maggiore bisogno…”.
Man mano che l’autore del libro procede nella descrizione dei soccorsi che
vengono organizzati, prende corpo il sentimento di umanità che deve
alimentare ( nel senso letterale di dare nutrimento ) e, quindi, sostenere
l’animo del soccorritore in ogni tempo.
“Non voglio morire, non voglio morire ! urlava con feroce energia un
granatiere della Guardia, pieno di forze e di vitalità tre giorni prima, ma
che, ferito a morte e consapevole di avere, senza scampo, i minuti contati,
recalcitrava e si ribellava a sì funesta certezza, gli parlo, m’ascolta, si
calma e finisce, così placato e consolato, per rassegnarsi a morire con la
semplicità e il candore d’un fanciullo”.
Dunant inconsapevolmente ha messo in opera quella che nella medicina moderna
si definisce “ cura di conforto” ( comfort care in inglese)
che significa porre attenzione ai bisogni psicologici, interpersonali e
fisici.
Con ciò non si vuole affatto affermare che Dunant ne sia stato un
precursore ma è significativo aver menzionato tale passo della sua
narrazione per puntualizzare come talune semplici azioni di umanità
possono concorrere beneficamente , talvolta più delle terapie mediche
stesse, a dare sostegno all’ammalato: basta una carezza, uno stringere
dolcemente la mano della persona che si assiste , per dargli sollievo dalle
sofferenze fisiche, fargli sentire che non è solo nel suo dolore!
A
Jean Pictet - Vice Presidente del CICR negli anni sessanta erede del
pensiero di Dunant – spetta il merito di aver definito meglio il
significato di Umanità nella pregevolissima opera “La Dottrina
della Croce Rossa" nel 1962 , ancor prima dell’approvazione dei sette
Principi fondamentali avvenuta a Vienna nel 1965.
Egli definisce Principio “ un assoluto di ordine morale, posto fuori
discussione; per alcuni è un imperativo categorico, che si impone alla
coscienza umana. Per altri è la risultante di fatti sociali obiettivamente
considerati”. Nella sequenza dei sette Principi, Pictet ascrive al
primo posto l’Umanità che costituisce la direttiva del soccorritore,
dell'operatore sanitario in genere, di colui che svolge servizio sociale.
Secondo l’autorevole esponente della dottrina della Croce Rossa deve
essere intesa come sentimento di attiva benevolenza verso gli uomini; il
concetto viene reso in maniera più efficace con la espressione adoperata
da Pictet stesso : “fate agli altri ciò che vorreste fosse fatto a voi".
Non si può non condividerne il valore : coloro che hanno la responsabilità
del recupero del benessere fisico e psichico devono avere sempre presente
questo precetto nella quotidianità del proprio lavoro; ne giova la persona
sofferente!
Non sempre però è sufficiente la volontà del singolo, perché talvolta
intervengono cause impeditive che lo stesso Dunant, nella esperienza
vissuta a Castiglione delle Stiviere, individua nel comportamento del
soccorritore.
Sottolinea che “ Per un compito di questa natura non ci vogliono dei
mercenari; troppo spesso, difatti, gli infermieri salariati diventano duri,
o arretrano perché provano ripugnanza o, a causa della fatica, si lasciano
vincere dalla pigrizia".
Con queste parole Dunant ha principalmente precisato il senso della sua
proposta di istituire Società di soccorso volontarie per la cura
dei feriti di guerra; inconsapevolmente ( perché egli non fornisce una
spiegazione scientifica) allorquando dice che “ gli infermieri
salariati diventano duri, omissis.. o, a causa della fatica, si lasciano
vincere dalla pigrizia" pone l’accento su quella che nella nostra epoca
viene definita in letteratura scientifica una vera e propria sindrome di
cui possono essere vittima i soccorritori: la Critical Incident
Stress Syndrome ( CISS).”
Nardiello, in “Le Dinamiche psicologiche nelle emergenze", per i
tipi di Idelson- Gnocchi, riferisce che tale sindrome comporta effetti e
reazioni a vari livelli: reazioni fisiche, emotive e cognitive.
Il
soccorritore talvolta può cadere “in uno stato di logoramento e di stress
psicofisico, che lo rendono meno efficace nei confronti dell’utenza”.
Indagini in due ospedali di Roma, condotte nel 2003, hanno riscontrato tra
il personale infermieristico la sindrome di Burnout che configura
una condizione di stress lavorativo che deriva da uno squilibrio tra le
richieste professionali e la capacità individuale di affrontarle (in Suppl.
Psicologia I – 2006).
Anche i medici non ne sono esenti: uno studio di prevalenza condotto sui MMG
( medici di medicina generale ) della provincia di Modena ha rilevato una
notevole diffusione del disturbo (in Rivista della Società Italiana di
Medicina Generale – n.4 - Agosto 2008 ).
Il
nostro pensiero, da utenti del SSN sovente vittime di comportamenti non
proprio all’insegna della comprensione umana, va agli operatori sanitari
dei nostri ospedali e alle condizioni emergenziali in cui sono costretti a
svolgere la propria attività , ad esempio, nei posti di pronto soccorso o
nei reparti di medicina d’urgenza che in talune fasce orarie sono
enormemente subissati da richieste d’intervento, consapevoli
dell’inadeguatezza del sistema lavorativo: il che inevitabilmente può
provocare un affievolimento del sentimento di umanità verso i malati.
Spetta a coloro che sono attrezzati culturalmente(medici, psicologi, manager
della sanità) pensare a opportuni interventi preventivi, basati
sull’individuazione precoce delle caratteristiche di rischio, che possano
ridurre l’insorgenza della sindrome negli operatori delle helping
profession , facendo in modo che il Principio di Umanità, nelle
sue diverse forme di attuazione continui ad essere un modo di agire verso
coloro che soffrono.
Bibliografia :
Henry Dunant, “Un Ricordo di
Solferino", pubblicato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa
“Henri Dunant e le origini della Croce
Rossa” – Strenna UTET 1979
Pierre Boissier ,
“Henry Dunant" Institut Henry Dunant 1974
Jean S. Pictet , “ La Dottrina della
croce Rossa", Ginevra 1962
Chiara Simeoni , “Henry Dunant, il
fondatore della Croce Rossa"
Comitato Internazionale Croce Rossa, “
Diritto Internazionale Umanitario – Risposte alle vostre domande"
Domenico Nardiello e AA.VV. , “Il
Soccorritore e le vittime: le figure dell’emergenza” in “Le
Dinamiche Psicologiche nelle emergenze” di C. Caviglia – D. Nardiello –
IDELSON – GNOCCHI- 2009
AA.VV., “Soddisfazione lavorativa,
burnout e stress del personale infermieristico: indagine in due ospedali di
Roma" - G. Ital Med. Lav. Erg 2006; 28:1, Suppl. Psicologia I –PI.ME,
Pavia 2006
AA.VV., Il burnout nella Medicina
Generale: personalità del medico e personalità del paziente in "Rivista
della Società Italiana di Medicina Generale" – n.4 - Agosto 2008.