
Strettamente
personale, in ricordo di Mario Coltorti
Maria Esposito*
L’idea di
ricordare Mario Coltorti e Sergio Piro su Notizie dal Distretto ci ha visto
immediatamente concordi e l’idea si è fatta subito parole. Credo, come i
colleghi, di essere partita solo dal calore di quelle vite e da quello che
ci hanno lasciato.
“Mario”, perché
guai a chiamarlo Professore o a dargli del Lei, lo avevo
conosciuto in Azienda, qualche tempo fa, durante un percorso formativo sul
consenso informato, durato circa un paio di anni. Ci eravamo trovati insieme
nel gruppo dei docenti, credo immeritatamente per quel che mi riguarda.
Sempre
puntualissimo, aspettava con pacata rassegnazione docenti e discenti
antropologicamente estranei al senso della puntualità.
Non gli
interessava che, la prima volta, non mi fossi aggregata al coro dei saluti,
a volte un po’ ossequiosi, di coloro che lo avevano conosciuto come docente
universitario e ne conservavano un rispettoso e ammirato ricordo. Non
parlava con piacere della carriera accademica e con orgogliosa amarezza
accennava a come avesse preferito “per tanti motivi” andare in pensione.
Era solo “Mario”,
e si poteva parlare di tutto, di etica, di senso della cura, di
comunicazione con i pazienti, di filosofia, di fede e di arte. Non
ostentava mai ed entrava nelle discussioni in punta di piedi, proponendo con
leggerezza incredibili ragionamenti. Restava in aula per tutta la giornata
di formazione, che si ripeteva secondo un modulo pressoché identico in ogni
ospedale della ASL. Eppure lui prestava sempre attenzione agli interventi
degli altri docenti, attento come se li sentisse la prima volta.
Ascoltavo senza
mai noia le sue riflessioni, in nessun caso intricate, filtrate invece da
sapienza e sensibilità rare, ricomposte con limpido e acuto linguaggio,
pronunciate con accento un po’ straniero, delicatissimo.
La passione con
la quale reindossava i panni del docente consentiva a quella conoscenza e
saggezza - verso la quale sembrava profondamente schivo - di offrirsi agli
altri come un dono modesto ed anzi con l’apprensione di toccare aspetti
forse in contrasto con i convincimenti dei presenti che però, rassicurava,
potevano essere tranquillamente archiviabili come liberi pensieri di un
vecchio professore.
Se mi è lecito
esprimere un parere, non credo fosse molto interessato a realizzare
compromessi con se stesso né con la comunità scientifica a cui era comunque
fortemente legato. E non so su quali domande esercitasse ancora il suo
pensiero, ma mi colpiva come durante lo scambio di opinioni ogni sua
affermazione fosse sempre seguita da silenzio, come se sottoposta a rigorosa
verifica e poi richiamata a rientrare al suo posto, in quel sé profondo e
silenzioso, per me inaccessibile.
Avvertiva le
pericolose derive di una scienza medica ipertecnologica, le fratture tra i
corpi separati del sistema, l’asimmetrica relazione con l’ammalato. Le sue
lezioni sull’etica rappresentavano la dolorosa consapevolezza delle
contraddizioni che già si palesavano sul tema delle scelte terapeutiche e
della libertà del soggetto, che di lì a poco sarebbero esplose nelle odierne
e pericolose contese etico-giuridiche e religiose sul corpo e la persona.
Nel ricordarlo
attraverso queste semplici occasioni di vissuto con lui non so io stessa
evitare la tentazione di ritenere che il rigore professionale ed etico di
Mario - appena intravisto - fosse un lusso che i contemporanei non possono
consentirsi, chiamati a realizzare funambolici compromessi tra bisogni,
risorse e vincoli di ogni tipo, in sanità come altrove. Ed è molto faticoso
allontanarsi dalla cifra civile e culturale del nostro tempo, per la quale
il rigore, l’agire dotato di senso prospettico, il senso pubblico del bene
sono esercizio retorico se non coniugati ll’interno dei limiti posti alla
nostra agibilità dalla sana concretezza e dal senso della relatività.
Non mi convince
però l’idea che i grandi debbano essere solo modelli e noi realizzazioni in
scala. Anzi, pensare e agire secondo le opportunità in transito, ridotte al
senso o al vantaggio che solo il tempo e lo spazio in permanente
trasformazione possono definire, ci rende davvero liquidi, e le
forme del soggetto, più che riduzioni in scala, copie contraffatte
realizzate male. Pezzottate.
Mario andava via
salutando con rispetto e sempre da solo, a piedi, ché non amava essere
accompagnato in auto da qualche parte.
Lo ricordo nella
sua giacca blu, allontanarsi con la cartella, la schiena appena curva, a
passo sicuro.
Febbraio 2009
*L’autrice
è sociologo alla Asl Na 1 Centro, Distretto Sanitario 50