
Un inedito di Mario Coltorti
di Pasquale Giustiniani
Mi
è stato dato d’incrociare scientificamente Mario Coltorti una decina d’anni
fa, all’interno delle attività dell’Istituto Italiano di Bioetica-sezione
Campania, di cui divenne Presidente onorario, e, poi, nel CIRB, al cui
secondo Quaderno Mario collaborò con un saggio intitolato Libertà di
Autodeterminazione: Medico, Paziente, Società. Più volte mi ha suggerito
letture e abbiamo programmato eventi di bioetica, anche nella sezione san
Tommaso della Facoltà di teologia dell’Italia Meridionale, dove ha
collaborato nel Laboratorio di bioetica promosso dal Seminario permanente
per gli studi storico-filosofici. L’ho rivisto e ascoltato da vicino,
l’ultima volta, a Palazzo Serra di Cassano il 15 ottobre del 2008, in
occasione della presentazione del libro del Prof. Aldo Di Mauro, Il dolore.
Perché?, in cui fummo entrambi relatori. Ma, soprattutto, mi è rimasta
impressa una circostanza di qualche tempo prima: l’avevo sentito per via
telefonica, in un’inaspettata, breve e commovente telefonata sul cellulare,
lanciatami da Mario poco prima di entrare in sala operatoria per
l’intervento chirurgico poi subito: aveva sentito il bisogno di ascoltare,
mi disse, la mia voce prima di entrare in quella sala da cui non poteva
prevedere se e come sarebbe uscito e, in particolare, mi chiese di pregare.
Dal punto di vista della bioetica medica, nell’ultimo periodo della sua vita
Mario insisteva molto sulla comunicazione nel rapporto tra medico e paziente
in medicina clinica, ovviamente ai fini della determinazione di quell’evento
complesso e multifattoriale che per lui è la malattia. Com’è noto, egli
moveva critiche alla Evidence-Based-Medicine, ritenuta soltanto in parte
utile in quanto essenzialmente comportante una “sterilizzazione” del
vocabolario della reale condizione patologica del singolo. Non è possibile
dedurre rigorosamente, osservava, un’adeguata pratica terapeutica a partire
da risultati di indagini controllate, valutati con precise metodologie
statistiche, ma di fatto “categorie quali-quantitative” astratte,
soprattutto lontane dal peucliare rapporto individuale, tu a tu, con quel
singolo determinato paziente portatore di quello specifico dolore e
sofferenza. Di qui la preferenza, oltre che per gli approcci hard,
per tutti gli approcci soft, per esempio per la psicologia, per il
counseling filosofico, e soprattutto per la narrazione in medicina.
Ri-apprendere a far narrare lo stato di malessere e benessere e narrare a
nostra volta quanto ci è stato raccontato. Il tutto in controtendenza, gli
osservavo, dal momento che proprio in filosofia da diversi decenni era stata
teorizzata la fine delle grandi narrazioni. Il reticolo argomentativo del
suo teorema era più o meno il seguente: se la relazione medica è un rapporto
tra persone co-implicate; se l’obiettivo è quello di realizzare una vera
conoscenza del singolo paziente, degli eventi esistenziali che ne hanno
spesso partecipato nel determinismo della malattia, della sua evoluzione,
del suo stato attuale, bisogna aprirsi con fiducia alle metodologie
narrative, come del resto avevamo insieme fatto nel corso di alcuni incontri
seminariali promossi da Umberto Giani al nuovo Policlinico. La conoscenza,
anche quella medica, non avviene solo tramite la scienza, ma anche
attraverso l’arte e la letteratura, ribadiva Mario, quindi anche attraverso
il racconto, dal quale la malattia “oggettiva” può essere meglio osservata
in relazione con le situazioni socio-economiche, culturali, ambientali e
familiari più diverse.
Questa tesi medica, filosofica e bioetica, della centralità del rispetto
della persona nei rapporti interumani, di cui il rapporto terapeutico è
soltanto una delle tante esemplificazioni, mi parve interessante anche ai
fini della formazione bioetica delle giovanissime generazioni e, per questo,
gli chiesi di scrivere per la mia collana BioeticaMente - edita da l’Isola
dei ragazzi di Napoli e destinata alla formazione bioetica di ragazzi e
pre-adolescenti - un racconto o qualche caso su cui collaborare, in vista di
un prodotto editoriale da scrivere a due voci. Poiché la collana prevede
sempre un narratore ed un bioeticista, ci accordammo che stavolta avrebbe
fatto lui il narratore ed io sarei dovuto intervenire con box ed
approfondimenti più specificamente bioetici. Mario, poco prima di morire, mi
consegnò un testo, che spero di poter pubblicare con le mie promesse
integrazioni. Gli aveva aveva dato il titolo “La malattia di Anna”. Quasi
una sceneggiatura, piuttosto che un racconto, la cui tesi è condensabile in
quell’aforisma che Mario spesso ripeteva e registra anche in quest’inedito:
“Esistono vere malattie importanti spesso senza disturbi - e ne ho viste
molte - e disturbi, anche rilevanti, senza malattie organiche”. Mi
piace richiamare le battute iniziali che descrivono il contesto del racconto
di Mario, che è insieme reale – il protagonista è infatti un vecchio
internista di 81 anni, laureato in medicina il 1949, stesso anno di Mario -
ma anche un ideal-tipo del modi di porsi del medico, certamente molto al di
fuori dei canoni e dei tempi di una strategia aziendale che definisce
livelli essenziali e calcola tempi-pazienti in maniera a volte maniacale: «Studio
di un internista libero professionista, decoroso ma modesto. Non persona che
apre la parta (lo fa lo stesso medico), né segretaria. Non PC sulla
scrivania per evitare la distanza tra il medico e il paziente. Il medico fa
annotazioni relative ai pazienti su un raccoglitore a fogli grandi mobili.
Prende appuntamento solo se sa di avere a disposizione almeno 1 ora e ½ da
dedicare al paziente. Durante la visita stacca il telefono». Di fronte a
sé il vecchio medico ha appunto Anna, appena sedicenne, quasi una sua
nipote, scrive, accompagnata dal padre medico e dalla zia nubile, che chiede
di poter parlare da sola col vecchio internista ed a cui egli domanda da
subito il permesso di usare il tu. A lei fa raccontare liberamente la
situazione così come lei la vive, non senza verbalizzare lui stesso i punti
salienti di quanto ha ascoltato. Il racconto termina con una diagnosi che è
una raccomandazione al contesto familiare ed affettivo, un esempio di “arte
medica” alla Coltorti, piuttosto che una ricetta farmacologica o una
richiesta di ulteriori visite specialistiche o, come ripeteva Mario, di TAC,
TIC, TUC.
La
breve storia si chiude con alcune indicazioni per me, che vanno
significativamente nella linea di una discussione collegiale in vista di una
diagnosi con-divisa tra tutti i soggetti che partecipano all’atto
terapeutico (operatori sanitari/pazienti, operatori sanitari tra loro e con
altre persone in diverso modo legate al paziente, compresi gli eventuali
outsiders, pur nel rispetto della privacy). Ma soprattutto
l’importanza ed il modo di attivare la “narrazione” come mezzo di
connessione medico-paziente, ovvero come Mario ha scritto in altri saggi e
ripetuto in corsi e conferenze, come strumento per realizzare una dimensione
connessionista e transpersonale fra la realtà del medico e quella del
paziente, per individuare il significato ed i fini della relazione
terapeutica, cioè la diagnosi e gli indirizzi di cura, anche e soprattutto,
specialmente in molti pazienti, “prendersi cura di”.