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La morte nella letteratura e nel teatro

a cura di Paola Cinque

 

Jean Cocteau, Orfeo (1926)

Identificazione Medico-Morte

Didascalia: “La morte è una giovane bellissima, in abito da ballo rosa acceso e mantello di pelliccia. Capelli, abito, mantello, scarpe, gesti, andatura all’ultima moda. Ha grandi occhi azzurri dipinti su una mezza mascherina. Parla in fretta, con voce secca e distratta. Anche il suo camice da infermiera deve essere il non plus ultra dell’eleganza.

I suoi aiutanti hanno l’uniforme, la maschera bianca, i guanti di gomma dei chirurghi quando operano”.

Rappresentazione della Morte

Morte: (a uno dei suoi aiutanti) Una settimana fa pensavate che io fossi uno scheletro con un sudario e una falce. Mi vedevate come un baubau, uno spauracchio…

Sì, sì, sì, tutti lo credono. Ma, mio povero ragazzo, se fosse come tutti vogliono vedermi, mi vedrebbero; e io devo entrare da loro senza essere veduta!

(La Morte va e viene attraverso gli specchi, che sono le porte d’accesso al mondo dei vivi. Entra in casa di Orfeo, prende Euridice, e dimentica sul tavolo i guanti di gomma. Orfeo coglie l’occasione per restituirglieli, li indossa, trova la strada attraverso lo specchio, riottiene in cambio Euridice, e torna con lei nel mondo dei vivi). 

Nel raccontare l’esito del suo viaggio afferma:

“Orfeo: Davvero, stenterei a ripeterlo. Mi pare di uscire da un’operazione. Ho il vago ricordo di un mio poema che io recito per tenermi sveglio e di bestie immonde che si addormentano; poi un buco nero; finalmente ho parlato con un’invisibile signora, che mi ha ringraziato dei guanti. Una specie di chirurgo è venuto a riprenderli e mi ha ingiunto di andarmene: Euridice mi avrebbe seguito e io non avrei dovuto guardarla per nessun motivo”.

 

L. Tolstoj, La morte di Ivan  Il’ic

Fallimento della medicina curativa

Sempre così. Brillava una goccia di speranza, e subito si alzava il mare della disperazione, e sempre lo stesso dolore, lo stesso dolore, sempre la stessa angoscia, sempre così, sempre così. A star solo si sentiva terribilmente triste, gli veniva voglia di chiamare qualcuno, ma sapeva già in anticipo che insieme agli altri sarebbe stato ancora peggio. «Se potessi prendere di nuovo la morfina, lasciarmi andare, stordirmi. Bisogna che glielo dica, al dottore, che escogiti qualcos'altro. Così non si può andare avanti.»

Rimase così per un'ora, due ore. Una scampanellata in anticamera. Era il dottore? Esatto, era il dottore, fresco, vigoroso, grasso, allegro, con quell'aria di dire: vi siete spaventato? e perché mai? adesso ci siamo noi, mettiamo a posto tutto noi. Il dottore sapeva bene che in quel caso quell'aria era fuori posto, ma se l'era messa addosso una volta per tutte e non poteva togliersela, come uno che al mattino si mettesse il frac e andasse in giro a far visite.

[…]

Il dottore cominciò a Visitare il malato con aria seria, a tastargli il polso, a provargli la temperatura, e cominciarono le percussioni, le auscultazioni.

Ivàn Il'ìc sapeva perfettamente che erano tutte assurdità, che era tutto un inutile imbroglio, ma quando il dottore, inginocchiato, gli si stendeva sopra, applicando l'orecchio ora più su, ora più giù, e con un viso improntato alla massima gravità compiva su di lui le più varie evoluzioni ginniche, Ivàn Il'ìè gli si arrendeva completamente, come si arrendeva, un tempo, alle arringhe degli avvocati, anche se sapeva benissimo che dicevano un mucchio di bugie e sapeva perché le dicevano.

Medicina palliativa

Alla solita ora arrivò il dottore. Alle sue domande Ivàn Il'ìè rispondeva «sì», «no», senza togliergli di dosso il suo sguardo rabbioso. Verso la fine della visita gli disse:

          «Lo sapete benissimo che non potete far niente, lasciatemi stare.»

          «Possiamo alleviare le sofferenze,» disse il dottore.

          «Neanche questo potete fare; se ne vada.»

Il dottore passò in salotto e comunicò a Praskov'ja Fëdorovna che la situazione era gravissima, che l'unica cosa da fare ormai era somministrargli dell'oppio per alleviargli le sofferenze, che dovevano essere tremende.

 

Thomas Mann, I Buddenbrook (parte nona)

Comunicazione medico-familiari del malato

 

«Apprensione? Oh... come ho detto, noi dobbiamo preoccuparci di delimitare la malattia, di mitigare la tosse, affrontare la febbre... il chinino farà il suo dovere... E ancora una cosa, caro senatore... Nessuna paura per i singoli sintomi, d'accordo? Se la mancanza di respiro dovesse un po' aumentare, se di notte dovesse aversi un po' di delirio, o domani dovessero presentarsi delle espettorazioni... lo sa, delle espettorazioni rosso-brunastre, se anche c'è del sangue... Ciò è del tutto logico, assolutamente attinente questo caso, del tutto normale. Prepari, per favore, anche la nostra cara madame Permaneder, che ne ha cura con tale dedizione...

[…]

«Quanto può durare ancora?» chiese Thomas Buddenbrook a bassa voce e tirando il dottor Grabow in un angolo della stanza, mentre il dottor Langhals praticava un'iniezione all'ammalata. Anche la signora Permaneder, il fazzoletto alla bocca, si avvicinò.

«Assolutamente impossibile stabilirlo, caro senatore,» rispose il dottor Grabow. «La sua signora mamma può essere liberata entro cinque minuti, o può vivere ancora ore... Non posso dirle niente. Si tratta di quella che chiamano apoplessia polmonare... un edema...»

«Lo so,» disse la signora Permaneder annuendo nel suo fazzoletto, mentre le lacrime le correvano giù per le guance. «Succede spesso nelle polmoniti... Si raccoglie un liquido acquoso  negli alveoli polmonari, e se si aggrava, allora non si può più respirare... sì, lo so...»

Le mani giunte davanti a sé, il senatore volse lo sguardo verso il letto.

«Come deve soffrire!» sussurrò.

«No!» disse il dottor Grabow altrettanto piano ma con enorme autorità e corrugando risolutamente il lungo volto mite...

«Si sbaglia, mi creda mio caro amico, si sbaglia! La coscienza è molto offuscata... Sono per la maggior parte movimenti riflessi quelli che lei vede... Mi creda...»

E Thomas rispose: «Dio lo voglia!» Ma anche un bambino avrebbe potuto vedere in quegli occhi che ella era assolutamente cosciente e sentiva tutto...

 

 La paura della morte

Quella malattia, quella polmonite era penetrata nel suo corpo, senza che alcun travaglio spirituale ne avesse facilitato l'opera di distruzione... quel lavoro sotterraneo della sofferenza che lentamente e con dolore ci strania dalla vita stessa o per lo meno dalle condizioni nelle quali l'abbiamo ricevuta, e risveglia in noi il dolce desiderio della fine, di condizioni diverse o della pace... No, la vecchia signora sentiva bene che, nonostante la vita cristiana degli ultimi anni, non era affatto preparata a morire, ed il pensiero indefinito che, se quella doveva essere la sua ultima malattia, il male stesso, da solo, all'ultimo istante e con orribile rapidità, doveva infrangere la sua resistenza, con dolori fisici, provocando così la sua resa, la riempiva di terrore.

 

La trasformazione dell’ammalato

Ma viene un momento in cui la speranza dei parenti diventa artificiosa e insincera. Già si è compiuta una trasformazione nell'ammalato, e, nel suo comportamento, c'è qualcosa di estraneo alla persona, così com'era nella vita. Dalla sua bocca escono certe strane parole, alle quali non sappiamo rispondere, e che in certo modo gli tagliano la via del ritorno e lo consegnano alla morte. E se anche fosse per noi la persona più cara, dopo di ciò non possiamo più volere che si alzi e cammini. Se lo facesse, ciò nonostante, diffonderebbe attorno a sé orrore come uno che esca dalla tomba...

Accanimento terapeutico/qualità della morte

Verso le quattro la situazione andò peggiorando. L'ammalata fu sorretta mentre le fu asciugato il sudore dalla fronte. La respirazione minacciava di arrestarsi, e gli accessi di angoscia aumentavano. «Qualcosa per dormire...!» pronunciò «Una medicina...!» Ma si era ben lontani dal darle qualcosa per dormire.

All'improvviso ricominciò a rispondere a qualcosa che gli altri non udivano, come aveva già fatto una volta.

«Sì, Jean, fra non molto...!» E subito dopo, «Sì, vengo, cara Clara...!»

Poi ricominciò l'agonia... Ma era ancora una lotta con la morte? No, ella lottava con la vita per avere la morte. «Vorrei...» ansimava, «non posso... Qualcosa per dormire! Dottori, per pietà! Qualcosa per dormire...!»

Questo «per pietà» fece sì che la signora Permaneder scoppiasse a piangere forte e Thomas gemesse sommessamente, tenendosi per un attimo il volto tra le mani. Ma i medici conoscevano il loro dovere. Era necessario in ogni caso conservare il più a lungo possibile questa vita ai parenti, mentre un sonnifero avrebbe immediatamente provocato una resa dello spirito, senza resistenza. I medici non sono al mondo per procurare la morte, ma per conservare a qualunque costo la vita. In favore di ciò parlano anche certi principi religiosi e morali, dei quali avevano sentito all'università, anche se in quel momento non li avevano ben presenti... Essi dunque rafforzarono il cuore con diversi mezzi e provocarono più volte un momentaneo sollievo con il vomito.

 

Eugène Ionesco, Il re muore (1962)

L’ANNUNCIO DELLA MORTE

 

Margherita: (al Re) Sire, dobbiamo annunciarvi che morirete.

Medico: Ahimé, è così Maestà.

ReMedico: Maestà, la Regina Margherita dice il vero, voi morirete.

Re: Ancora? Mi scocciate! Io morirò, sì, morirò. Tra quaranta, cinquanta, trecento anni. Quando vorrò, quando ne avrò il tempo, quando lo deciderò io.

 

DESCRIZIONE DELL’AGONIA

 

Medico: Avrà ancora qualche sobbalzo, la cosa non si risolve così in fretta. Ma non avrà più le coliche del terrore. Avrà ancora terrore, terrore allo stato puro, senza complicazioni addominali. Non si può sperare in una morte esemplare. Tuttavia sarà una cosa pressoché decorosa. Morirà per la sua morte, e non più per la sua paura. Comunque bisognerà aiutarlo, Maestà, bisognerà aiutarlo molto, fino all’ultimo istante, fino all’ultimissimo respiro.

Margherita: L’aiuterò. Glielo farò uscire. Lo staccherò. Scioglierò tutti i nodi, sbroglierò tutte le matasse arruffate, separerò il grano da questa enorme, tenace zizzania che vi si abbarbica.


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