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Ricordo: “Terry”

di Raffaele Sinno*

Ora che faccio parte a pieno titolo di coloro che sono definiti “ soggetti della terza e quarta età”, comprendo, vivendo, le vicissitudini e le difficoltà relazionali degli anziani. Prima non si riesce ad entrare in un mondo che sembra esule, lontano, quasi un’inutile suppellettile della vita. Mentre i miei capelli bianchi continuano a cadere, le gambe sono malferme, e per dormire quelle poche ore di notte, sono costretto ad imbottirmi di tanti strani farmaci, solo ora mi ricordo di Terry, la mia nonna, tanto forte e per questo tanto temuta. Sono un uomo d’ottanta anni e nella vita posso affermare di aver vissuto bene, ho viaggiato, sono stato temuto, forse più che amato. A questo punto della mia esistenza comprendo cosa indica quella strana tenerezza e ricerca d’amore che una persona chiede in questo periodo della sua vita.

Mia nonna Terry non era americana d’origine. La sua famiglia originaria di un paesino del sud dell’Italia, come tante, si era trasferita in America. Per questo, forse, i suoi tratti nascondevano fierezza indomita e caparbietà che noi non riuscivamo proprio a comprendere. Si chiudeva in lunghi periodi di silenzio e noi nipoti non osavamo neppure avvicinarci per una carezza o un bacio. Ora che guardo i miei nipoti, so che i nostri silenzi sono libri e romanzi che vorrebbero essere letti e compresi, come a volte una piccola parola diventa ragione di continuare ad attaccarci ai valori più alti della vita. Le cortine che s’innalzano tra le generazioni impediscono non tanto e solo la comunicazione tra le persone.

Il problema “anziano” è al centro d’ogni Talk show che guardo, in questo stato degli USA, e penso in ogni parte del mondo. Anziano da rispettare, da capire. E’ il tempo degli psicologi, filosofi, sociologi, educatori e di questa nuova strana categoria di specialisti che chiamiamo bioeticisti. Attenzione ci sono poi i geriatri, che sanno ogni cosa sulle nostre malattie, che difendono a denti stretti la loro piccola peculiarità di sfera umana. Io forse sto scrivendo difficile, ma caro nipote, mentre leggerai questi pensieri, capirai che tutti loro non ci sfiorano neppure. Mi piacerebbe essere invece sfiorato da te, e da quel tuo fratello più piccolo che allontanano quando mi devo iniettare l’insulina. E poi affermano che la nostra è una società avanzata, e che il nostro progresso si è accompagnato a grandi trasformazioni sociali. Il mio amico francese mi scrive dalla sua casa di riposo, ma è triste perché è molto seguito, ma si sente poco amato. Vorrei farti conoscere, invece, la nostra impellente necessità, quella della tua bisnonna Terry. Mi chiamò un giorno, e mi meravigliai molto. La terribile voleva parlare con me, proprio con me, che mi riteneva il ribelle, lo sfacciato, in somma quello che forse amava di più, l’ho scoperto ora.

“Dimmi ragazzetto, ma ti rendi conto che le tue ribellioni non ti porteranno da nessuna parte?”, incominciò con uno sguardo severo che non faceva presagire niente di buono. Così, all’improvviso, senza una ragione, virò di trecento sessanta gradi: “Non cedere, in ogni caso, a chi ti vuole imbrigliare con idee strane e confuse. Ricordati tu sei del nostro sole, del caldo sole della mia terra”.

Quelle parole me la resero simpatica, come tutti gli anziani, e sorse un po’ di compassione nel mio cuore di ragazzo.

Sì compassione, che gli specialisti affermano non ci vuole nella terza età. Noi, tuttavia, la cerchiamo, se ciò porta a trovare un nostro posto. Non voglio essere considerato un qualcosa da recuperare al sistema nel quale sono vissuto. E’ un altro periodo della mia vita e desidero viverla con tutti i suoi limiti, anche con la compassione vera, quella che si trasforma in accompagnamento alla serenità e alla dolcezza della vita. Dimmi se ti sei stancato. In questo momento i miei occhi ricordano Terry. Te la farò vedere un giorno in una polverosa fotografia. Abbiamo smarrito il senso del ricordo e delle capacità delle generazioni precedenti. Abbiamo smarrito il senso vero delle attese della vita. Ti vorrei assicurare che devi essere più vicino a me, e contemporaneamente essere più capace delle risorse che hai. Assicurano che frequentarci è importante, per sedimentare esperienze e strade già vissute. Altra falconeria degli specialisti. Mi devi frequentare non perché ti posso raccontare dei miei viaggi o delle persone che ho incontrato nella vita, ma al contrario per riaffermare che sono un uomo come te, che non t’insegna nulla, se non la cosa fondamentale: il ridimensionamento dei sogni e l’ampliamento delle certezze. Non lo capiscono loro. Credano nella trasformazione sociale, nell’educazione trasversale. Io rimango piantato nell’uomo e nel suo combattimento con se stesso. Noi, ragazzo mio, siamo come Terry, fieri e selvaggi, ma tanto teneri dentro. Si tratta di ritornare a non credere solo nel computer, nel telefonino o nell’azione trasformatrice di tutto; sai si tratta di assaporare il sole che riscalda, e che si oscura, a volte, ma che torna a dare sempre la vita. Assaporiamo il tepore umano perché questa nostra fase della vita è splendida, per emergere in senso umano, e non come dicono i tecnici che “è necessario trovare motivazioni all’esistenza dell’anziano in una forma globale“. L’unica motivazione se non quella di Terry, mia nonna, che ci seguiva con quel suo sguardo mediterraneo, e t’inchiodava senza parlare alle tue necessità.

Ascolta la voce della gioventù e della maturità, il canto della fanciullezza e il silenzio della vecchiaia, sono tutte lì che ti parlano d’umanità che si svela. Non è la solita scoperta dell’acqua tiepida, come diciamo noi, è il dialogo delle esperienze che si confrontano in una comunità umana, non quella degli specialisti.

Nipote mio, ascolta Terry. Ora sono molto stanco, e vorrei risposami mentre i miei reumatismi mi fanno scrivere lentamente su questa tastiera. Che forza, ad ottant’anni, riuscire a adattarsi a ciò che voi chiamate: tecnologia. Questa è tecnica, non tecnologia, voi confondete le cose. E’ una stupenda vita nonostante i nostri mali. Ho letto, in questi giorni, un nuovo libro di un autore Spagnolo, sono sempre mediterranei, e ho riscoperto il valore del dialogo tra genitori e figli. Che peccato che i tuoi genitori vogliono risolvere “il problema” “a tutti i costi”. In fondo, hanno ragione dal loro punto di vista. No, non piangere perché li hai sentiti che vorranno assicurarmi un ambiente con tanti anziani, tante medicine, tanti psicologi, preti, infermiere, colloqui settimanali, in fondo tutto ciò potrebbe sembrare addirittura più interessante. Che cosa hai detto nipote mio, ho sentito bene? Sai anche l’udito può tradire alla mia età. Hai detto Amore? E’ strano che tu, della generazione in cui tutto sembra controllato dalla geometria della ragione e dall’algebra della mente, ritorni ad una sciocchezza simile. Quella strana cosa dell’animo che scolorisce e confonde le altezze dell’umano, e le rende fotografate in un sorriso di un bambino. Quella parola cantata nelle nenie religiose, rivalutata dai pensatori, su cui gli psicologi si sono affrettati ad imbastire l’autostrada dell’Io, che s’incrocia con la statale del SuperIo. Vorrei dirgli una parolina che a te piacerebbe, ma io sono di un'altra generazione, sono rimasto timido, in fondo. Non t’arrabbiare con i tuoi genitori. Dovrei rinfacciare loro la vita che ho trascorso, il bene che ho voluto, ma sarebbe la mia sconfitta e la loro.

Le tue lacrime sono la mia redenzione, sono la mia vittoria. Il ritmo del tempo non cambierà la questione, ma è bello comprendere che il tuo nipote capisce davvero. No, non l’amore, non la compassione, non l’amicizia, ma la vita.  E’ l’umana indecifrabile commozione di fronte alle grandezze della vita. Quell’autore Spagnolo ha scritto al figlio: non t’arrendere davanti a nessuna speculazione umana, continua a cantare in tutte le lingue del mondo.

Sai forse ogni settimana mi accarezzerai di più e i tuoi occhi diverranno i miei per guardare il mondo. Ora capisco gli occhi di Terry, vedeva nei miei la stessa conclusione d’oggi. I vostri sguardi sono i nostri silenzi, e ci proiettate nel futuro con la consapevolezza del passato. Non ti voglio complicare la vita, in fondo sono stato sempre strambo, un po’ filosofo, dicevano tutti i miei amici. Il fatto che ho sempre amato L’Europa, fa parte della mia ricerca. Non ti fermare nipote mio, mai, appena hai sicurezze rimettile in gioco, vivrai la Vida, in tutta la sua complicata bellezza spirituale. Allora esiste un messaggio che posso tramandarti?

Credo di sì. Sommessamente senza specialisti, una parola semplice. Por favor, dedica te a la vida, por que la vida te traza la carreta. Sono proprio uno stupido incorreggibile, che asina con le lingue straniere e stranamente ti coinvolge. Nipote mio, nei tuoi sogni forti d’adolescente, nei primi vigori, nelle tue vittorie della vita semplicemente ripensa: non è vero che c’è il tempo del vivere e quello del ricordare, del valore e dell’inutilità, c’è l’uomo sempre tutto intero con il suo modo, la sua ragione, la sua ricerca, il suo Dio. Il mio amico francese mi ha nuovamente scritto e mi chiedeva consigli su come sopportare la vita, la pesanteur. “Tu che sei libero e vivi ancora con i tuoi cari, forse non potrai aiutarmi, ma consigliarmi sì, sei stato sempre bravo in queste cose”.

Caro nipote, mentre leggevo, non c’era rabbia, sconforto, o facile ironia per uno che tra poco avrebbe assaporato l’eden delle tante infermiere, preti, tanti medicinali, e del gruppo d’ascolto per rivitalizzare la vita di comunità. No, v’era un senso di pacificazione inaspettata. E’ questo il segreto, mentre tutti ti motivano per qualcosa, noi siamo già spiegati alla vita, alla sua storia, per indagare daccapo nuove piste silenziose, nuovi traguardi, diversi, ma sempre traguardi. Quando sei forte e potente, piangi lo stesso, ma in silenzio. Ora si assapora la libertà di piangere per un fiore che appassisce e tutti ti comprendono, anzi ti giustificano, molti ti commiserano, pochi capiscono la grandezza del traguardo.  Sai ho deciso di dichiarare la verità al mio amico d’oltre oceano. Non mentirò più, non mi mostrerò sempre forte, nella risposta, alle sue domande, gli assicurerò che anch’io sento il freddo di questo periodo, ma anche che ho trovato l’unicità dei momenti di calore. Ho ritrovato il piacere di guadarti negli occhi, non con nostalgia, con una meravigliosa capacità di gridare e di continuare vivere. Caro nipote ti diranno, i bioeticisti, che la vita vale la pena di essere vissuta solo quando la sua qualità è elevata, quegli altri ti parleranno di ricerca del trascendente. Non ascoltarli, non sanno quello che dicono, o meglio lo sanno fin troppo. Il fatto è che l’esperienza della vita è così sublime che nessuna generalizzazione, o sistema d’idee, può riuscire ad imbrigliarla. Lo sanno bene, ma si piegano ai loro maledetti sistemi della ragione. La sacralità e la qualità non sono aspetti secondari, tuttavia devono silenziarsi di fronte alla vita.

Ti convinceranno e sosterranno che i vecchi sono come bambini, capricciosi, volubili, imprecisi, come i nostri tremori, simil parkinsioniani: che bello! Siamo come la vita, capricciosa, volubile, imprecisa, e con un suo senso e significato profondo. Siamo particelle del Creatore , ha scritto Agosino , un autore Padre della Chiesa e per giunta Santo. Siamo particelle del creato, piccole e grandi al tempo stesso, che osano guardare l’immenso buio della creazione, e accendono la lampadina quando vogliono. Siamo decreati e creati , siamo quello che siamo. Ne sono consapevole, sono tornato alle mie stranezze, mentre tu vuoi parlare di foot- ball e di ciclismo. Ti piace il ciclismo? Sono i geni di Terry.

A proposito, oggi ti voglio davvero fare un regalo. Dopo tante fatiche l’ho trovata quella fotografia polverosa , in cui Terry stava con tutti noi. Ti sembra quasi addormentata? Non è vero, ci guardava con quel sorriso indagatore che ti metteva a nudo. Sai poco dopo si addormentò, davvero. Come sto facendo io,   che mi addormento ora alla vita con il respiro di Terry: lontana nonna, vita per noi.

L’ultima immagine, i tuoi occhi, l’ultimo suono, il magnifico singhiozzo del mio nipote che mi ha riconciliato alla vita.

Tuo nonno Jack

 

* Anestesista- Rianimatore, Osp. FBF di Benevento, dottore in Filosofia, docente di bioetica ISSR di Benevento e presso l’Alta scuola di formazione in bioetica, Università degli Studi di Bari. Ha già pubblicato: “Bioetica e persona”, Benevento, 2001; “ Confronti fondativi in bioetica. La vita tra sacralità e qualità”, Bari, 2002; “ Lettera a mia figlia”, Benevento 2003; “ Problemi etici e scientifici di fine vita”, Napoli, 2005; Dalla sofferenza alla grazia. Il percorso singolare di Simone Weil, Roma 2006.

 


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