Andrea Contini, Il dolore e l’incontro, Editore Le Mani, Genova 2010
Questo saggio nasce dal desiderio di voler porre l’attenzione su aspetti che
spesso sentiamo fuggenti, indeterminabili, quasi astratti. Si vuole pensare
la relazione verso il sofferente e coglierne aspetti che la permettono
ponendo lo sguardo sui segnavia: mi riferisco al volto, al ritmo, al gesto e
all’incontro. Credo che questi possano rappresentare la grammatica dal quale
il logos ha tratto il suo cammino, per orientarsi e poter
comprendere.
Non
si pensa di poter dire la sofferenza nella totalità, perché il dolore seppur
si dà nel vissuto non si dà nella totale consapevolezza e nelle maglie
strette della logica e del discorso.
E’
in un continuo abitare la soglia del visibile e dell’invisibile del dicibile
e dell’incidibile, dell’ombra e della luce, che la persona si trova nella
ricerca, nel volersi confrontare, oppure semplicemente riconoscere anche
attraverso il gesto ed il volto dell’altro, per poter incontrare aspetti
rifratti che fanno coappartenere in un esistere che è al contempo comune e
non comune.
Il
dolore segna il percorso e il sentire: chiama alla ricerca perché sempre
sfugge ma è in noi, tanto da adombrare ilvissuto rendendo fragile
l’identità; il tempo e lo spazio possono arrivare a piegarsi su se stessi
sino a negarsi. Il dolore strappa la persona alla vita del prima ed
apre a nuovi scenari che ottundono la coscienza, la consapevolezza, il
vedere e il sentire, tanto da ferire la memoria del passato che non
rimmemora più, vi è uno strappo: l’abitare il corpo ed il pensiero sono
divenuti altro, così come i sentimenti e le emozioni hanno anche altre
connotazioni perché l’orizzonte nel trauma, nell’angoscia, nella
disperazione non è più: si attraversa lo spaesamento, l’annichilimento dei
significati, e i rimandi tra significato e significante acquistano una
metamorfosi alla radice, tanto da invertire la genesi del senso e lasciare
la persona nel panico, nel nuovo, nello strappo della visione. I colori, gli
spazi, i tempi, i volti, fanno soffermare su anfratti che il vedere
dischiude in modo originale e flesso al pensiero da sempre disteso ma ora
in-pensiero: si è dentro il discorso, si è corpo vissuto si è dolore, e
nell’attimo che dura minuti giorni o mesi il pensiero è pensiero di sé, nel
non trovare il bandolo di una matassa che non si dispiega come si credeva
dovesse essere. Il dolore fisico o psichico, poco importa, sempre sofferenza
è, lascia il segno e segnala a chi vuol accogliere e comprendere: non un
comprendere estetico ma un saper sostare insieme per disegnare i percorsi
che l’altro lascia trapelare nella sua originale esistenza che è oltre quel
confine del già detto e del pensato: saper sostare con chi soffre è lasciar
le vesti del creder di aver già capito e aprirsi ad una radura che il vedere
teme deserta: e nel farsi dell’incontro quest’ultimo diviene altro perché
l’affetto, la volontà, la tenacia, il coraggio la speranza muovono oltre il
confine di un sapere chiuso e lasciano che le ferite siano feritoie per
divenire altro: grazie all’incontro si stagliano improvvisi nuovi modi di
sentire, di volgere, di toccare, di parlare che trasformano il dolore in
qualcosa che può riverberarsi oltre la speranza aprendo al nuovo:
l’affettività dell’incontro, le parole che con il tono accarezzano e
attendono lasciando lo spazio all’altro nel disegnare anche i più sfumati
discorsi incidono sul vissuto, riconsegnano alla persona la necessità di
pensare il dolore anche in quanto sembra esser astratto e volar via come la
parola. Quanto sembra effimero, istantaneo, frammento, rappresenta corpo
dell’invisibile che costituisce, nella visibilità di un aperto e critico
pensiero, la possibilità di come la parola possa incidere sul soma
e sulla stato d’animo: sul dolore quindi!
La
parola, il corpo, il volto si danno nel ritmo, nel divenire e sfumare della
presenza: il ritmo è dibattersi della propria inconsapevolezza del
transitare costante tra visibile e invisibile, dei gesti e delle parole che
non diciamo ma che in realtà ci gestiscono e ci dicono; l’incontro è tale
quando non sappiamo che sta avvenendo: tutto questo avverte che non si
dispiegano i significati attraverso il divenire della ragione se quest’ultima
è intesa come un passaggio lineare di tappe: forse la ragione e il pensiero
scientifico debbono saper guardare oltre un metodo meramente positivistico e
integrarsi al naturale sentire della persona che a partire da questo
incontra sé e il mondo: ecco che quanto si pensa esser invisibile è invece
visibile e quanto sembra esser tangibile è astratto perché le leggi non si
danno allo spazio dell’oggettività e della razionalità.
Il
dolore insegna che è in-pensiero, vicino alle sue massime profondità e
intuizioni ma anche prossimo al rischio della chiusura e del soffocamento:
questo studio vuol avvicinare l’in-pensiero nel dolore e il dolore
in-pensiero attraverso il gesto, il ritmo il volto e l’incontro: questi
aspetti non vanno certo pensati separati ma nell’unità. E’ solo nel
discorso, nel farsi della scrittura, che si cerca di porre un minimo di
ordine nella complessità di questa tematica, che non vuole esser ordinata ma
avvicinata e se possibile toccata: il toccare che rivivifica che
scuote e che ripropone, in-vita.
Si è
voluto indicare un sentiero che attraverso il pensiero possa abitare
l’irriflesso: la naturale soglia del pre-riflessivo che è germe della
ragione che si fonda sul sentire che per sua propria logica e ritmicità non
può esser chiusa nella ragione binaria della causa ed effetto o nella
categoria, ma deve lasciar aperta la porta all’indeterminato che ridetermina
senza fine il pensiero che se vero è in-pensiero.