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"In
quest’epoca, segnata, secondo Nietzsche, dall’avvento della morte di
Dio, una profonda crisi attraversò e lacerò il corpo della tradizione
occidentale, dominata dall’ispirazione platonico-ebraica-cristiana,
producendo effetti largamente negativi anche sulla tradizione liberale che
ne aveva ereditato le istanze umanistiche più importanti. Secondo
l’umanesimo di fondo, condiviso da queste tradizioni, tra loro pur così
differenti, l’umanità dell’uomo, che vive nella natura e ne dipende,
si costituisce, tuttavia, grazie al linguaggio e al pensiero, per situarsi
nella storia che essa costruisce mediante l’agire,
tecnico-pratico-politico, orientato dai saperi, cui accede attraverso quel
linguaggio e quel pensiero. L’umanità dell’uomo si colloca, cioè,
nella libertà che lo oppone al mondo, nei confronti del quale egli si
comporta come se esso fosse un insieme di possibilità che sollecitano la
sua azione. La libertà, secondo un antico concetto ebraico, rilanciato da
H. Arendt, risiede nella capacità che l’uomo ha di strapparsi ai
determinismi naturali, storici e temporali dai quali è incalzato. Questa
capacità gli consente di sottrarsi all’azione del tempo, e, benché il
tempo sia la condizione stessa dell’esistenza umana, di situarsi
rispetto ad esso come se potesse venirsi a trovare al suo inizio. Certo,
questa prerogativa, come Kant ha dimostrato, è molto problematica e non
è sicuro che l’uomo ne disponga. E’ sicuro però che se essa non ci
fosse non si potrebbe identificare l’uomo se non come un essere in preda
ai determinismi, naturali, sociali o storici che, in tal caso, lo
costituirebbero, con tutte le conseguenze che questo fatto
comporterebbe.
Ora,
proprio questa prerogativa venne messa in discussione nell’epoca di cui
parliamo, da un modo di pensare che, concentrandosi tutto sulle esigenze
della vita e del corpo attraverso il quale essa si svolge, negò che
esista quella distanza tra l’uomo e il mondo e affermò che l’essenza
dell’uomo è nell’essenza della vita alla quale, attraverso il corpo,
egli risulta incatenato. Secondo l’impostazione promossa da questo modo
di pensare, l’uomo, irrimediabilmente avvinto al suo corpo, non sarebbe
in condizioni di sfuggire, in nessun modo, a se stesso, a questo suo
essere una forza vitale in espansione e la sua dimensione biologica, con
il corteggio di fatalità che trascina con sé, verrebbe automaticamente
ad assumere, come ha detto Lévinas, la conformazione più che di “un
oggetto della vita spirituale”, del “cuore di essa”. Si trattava di
un passaggio decisivo. Al di là del varco che questo passaggio consentì
di superare, l’essenza dell’uomo si trovò ad essere dislocata e fu
riposta nella sua potenza, mentre la sua potenza fu identificata come
capacità di espansione illimitata. Di conseguenza la biologia, da singola
e limitata disciplina scientifica, si trasformò in un sapere totale e
totalizzante in grado di fornire all’uomo la chiave di decifrazione del
segreto del suo essere.
Ma
non si limitò a questo. Disvelando i misteri del corpo, mise l’uomo in
condizione di intervenire su di esso per trasformarlo e per adeguarlo ai
sogni di perfezione da lui sognati nel tempo in cui la sua umanità si era
perduta dietro l’illudente convinzione che questa perfezione risieda
nella realizzazione della potenza. Trasformandosi poi in medicina, la
biologia alimentò il faustiano mito medicale, nutrito dall’uomo
nell’età dell’Imperialismo, e lo portò a immaginare di poter
estendere la propria potenza vitale e di poter trasformare il proprio
corpo fino al punto da farlo corrispondere con l’immagine del suo
desiderio, che era, come si è detto, un desiderio di potenza. Così egli
soggiacque a questo desiderio completamente e nutrì l’ambizione di
esercitare la sua padronanza sull’intero processo evolutivo, scoperto da
Darwin, illudendosi di poterlo orientare in maniera da farlo corrispondere
alle sue aspettative."
(dall’Introduzione
di Giuseppe Lissa)
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