
L.Battaglia
- L. Macellari (a cura), Bioetica e chirurgia medica, Essebiemme 2002 pp.
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La
“tecnicizzazione” della prassi terapeutica ha spesso sottratto spazio al
rapporto medico-paziente, che se, da un lato, non può essere più inteso nel
senso del paternalismo decisionale per cui chi detiene il “potere della
conoscenza” si erge a giudice e arbitro del destino di chi gli si affida o gli
è affidato, dall’altro va però ripensato e recuperato, nella direzione di
una terapia fondata sulla relazionalità e di una diagnostica che non deleghi la
valutazione clinica soltanto allo strumento, riducendo al minimo la
considerazione del paziente hic et nunc. La riflessione bioetica
sollecita l’attenzione alla centralità del paziente, che non solo è e deve
essere sempre più parte attiva in ogni decisione che lo riguarda, ma va
considerato come persona, nell’insieme dei bisogni, non solo fisici, che lo
distinguono da ogni altro individuo.
L’invito
alla ridefinizione di una “chirurgia dal volto umano” (Macellari p.18) è il
filo conduttore di questo volume a più voci, che indaga le molteplici
implicazioni etiche delle pratiche chirurgiche con l’intento di gettare un
ponte tra filosofia e medicina, che non sia quello disegnato da una “filosofia
della medicina” la quale sino a questo momento è stata confinata
nell’ambito delle speculazioni accademiche, ma che si sforzi di trovare un
radicamento e una ricaduta nella concreta pratica chirurgica. Ciò non
significa, come chiarisce Battaglia, che il bioeticista vada inteso quale
“consigliere” che elabora una sorta di “prontuario” delle condotte
eticamente valide o “migliori”. Egli deve piuttosto fornire l’apporto
critico-ermeneutico per una discussione pubblica delle questioni, che non
immagini più di poter soddisfare “l’antica pretesa di essere garantiti
nelle scelte morali da un ordine universale”. Evidentemente centrale risulta,
in una riflessione che intenda aprire i confini tra le diverse aree
disciplinari, la concezione che si intenda adottare della relazione tra etica e
scienza. Battaglia richiama proprio la “perdita d’innocenza” della scienza
che non può più considerarsi “neutrale” rispetto alle conseguenze del
proprio agire, soprattutto dinanzi alla possibilità di intervento sulle
strutture essenziali della natura umana.
L’ambito
della chirurgia è quello che più si lascia tentare dal paternalismo, del quale
nel volume Prodomo ricostruisce accuratamente la storia e, per così dire, il
“declino”; tuttavia, anche in questo caso la bioetica pone l’accento sulla
“personalizzazione” dell’informazione, che deve tener conto della
situazione psicologico-esistenziale, oltre che fisica, del paziente, in un modo
che vada anche oltre le regole ormai sufficientemente consolidate, anche se non
sempre praticate, del “consenso informato”. Dinanzi a questioni
“spinose” come quella dell’eutanasia (vi è nel volume su tale tema
un’accurata disamina da parte di Barcaro e Becchi sia delle problematiche
implicate, sia delle differenti tesi proposte in letteratura), che sembra
contraddire alla radice il mandato ippocratico, è proprio la domanda “se il
medico può limitarsi a svolgere una funzione meramente tecnica, rinunciando
completamente alle finalità etiche della sua professione” (p.151) che si
pone: il compito della riflessione sulle responsabilità etiche
dell’intervento terapeutico non è esclusivo del medico legale, che si
interroga sulla deontologia professionale e ne valuta le implicazioni
giuridiche, come spiega Chieregatti, ma si intreccia strettamente e
quotidianamente con la pratica.
Dalla riflessione
bioetica viene perciò un invito alla pratica chirurgica ad un’assunzione di
responsabilità per le conseguenze dell’azione terapeutica non solo in termini
sanitari, ma in termini relazionali, umani, assistenziali nel senso ampio della
“cura” dell’intera persona. Una medicina umanistica, insomma, come scrive
P.A. Rossi, la quale, accanto alla terapia clinica in senso stretto, adotti un
approccio “interpretativo-terapeutico, globale e non particolaristico, che
ponga al centro del suo interesse non l’uomo-organo da curare, ma l’uomo
nella sua integrità di mente-corpo.” (p.244) Un compito, osserva Macellari,
che in effetti recupera una tradizione di valori bimillenaria, che deve però
armonizzarsi con le innovazioni tecnologiche. La bioetica non è un insieme
compiuto di saperi, una disciplina da affiancare alle altre, bensì un metodo
per affrontare i conflitti morali.