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L.Battaglia - L. Macellari (a cura), Bioetica e chirurgia medica, Essebiemme 2002 pp. 274

 

La “tecnicizzazione” della prassi terapeutica ha spesso sottratto spazio al rapporto medico-paziente, che se, da un lato, non può essere più inteso nel senso del paternalismo decisionale per cui chi detiene il “potere della conoscenza” si erge a giudice e arbitro del destino di chi gli si affida o gli è affidato, dall’altro va però ripensato e recuperato, nella direzione di una terapia fondata sulla relazionalità e di una diagnostica che non deleghi la valutazione clinica soltanto allo strumento, riducendo al minimo la considerazione del paziente hic et nunc. La riflessione bioetica sollecita l’attenzione alla centralità del paziente, che non solo è e deve essere sempre più parte attiva in ogni decisione che lo riguarda, ma va considerato come persona, nell’insieme dei bisogni, non solo fisici, che lo distinguono da ogni altro individuo.

L’invito alla ridefinizione di una “chirurgia dal volto umano” (Macellari p.18) è il filo conduttore di questo volume a più voci, che indaga le molteplici implicazioni etiche delle pratiche chirurgiche con l’intento di gettare un ponte tra filosofia e medicina, che non sia quello disegnato da una “filosofia della medicina” la quale sino a questo momento è stata confinata nell’ambito delle speculazioni accademiche, ma che si sforzi di trovare un radicamento e una ricaduta nella concreta pratica chirurgica. Ciò non significa, come chiarisce Battaglia, che il bioeticista vada inteso quale “consigliere” che elabora una sorta di “prontuario” delle condotte eticamente valide o “migliori”. Egli deve piuttosto fornire l’apporto critico-ermeneutico per una discussione pubblica delle questioni, che non immagini più di poter soddisfare “l’antica pretesa di essere garantiti nelle scelte morali da un ordine universale”. Evidentemente centrale risulta, in una riflessione che intenda aprire i confini tra le diverse aree disciplinari, la concezione che si intenda adottare della relazione tra etica e scienza. Battaglia richiama proprio la “perdita d’innocenza” della scienza che non può più considerarsi “neutrale” rispetto alle conseguenze del proprio agire, soprattutto dinanzi alla possibilità di intervento sulle strutture essenziali della natura umana.

L’ambito della chirurgia è quello che più si lascia tentare dal paternalismo, del quale nel volume Prodomo ricostruisce accuratamente la storia e, per così dire, il “declino”; tuttavia, anche in questo caso la bioetica pone l’accento sulla “personalizzazione” dell’informazione, che deve tener conto della situazione psicologico-esistenziale, oltre che fisica, del paziente, in un modo che vada anche oltre le regole ormai sufficientemente consolidate, anche se non sempre praticate, del “consenso informato”. Dinanzi a questioni “spinose” come quella dell’eutanasia (vi è nel volume su tale tema un’accurata disamina da parte di Barcaro e Becchi sia delle problematiche implicate, sia delle differenti tesi proposte in letteratura), che sembra contraddire alla radice il mandato ippocratico, è proprio la domanda “se il medico può limitarsi a svolgere una funzione meramente tecnica, rinunciando completamente alle finalità etiche della sua professione” (p.151) che si pone: il compito della riflessione sulle responsabilità etiche dell’intervento terapeutico non è esclusivo del medico legale, che si interroga sulla deontologia professionale e ne valuta le implicazioni giuridiche, come spiega Chieregatti, ma si intreccia strettamente e quotidianamente con la pratica.

Dalla riflessione bioetica viene perciò un invito alla pratica chirurgica ad un’assunzione di responsabilità per le conseguenze dell’azione terapeutica non solo in termini sanitari, ma in termini relazionali, umani, assistenziali nel senso ampio della “cura” dell’intera persona. Una medicina umanistica, insomma, come scrive P.A. Rossi, la quale, accanto alla terapia clinica in senso stretto, adotti un approccio “interpretativo-terapeutico, globale e non particolaristico, che ponga al centro del suo interesse non l’uomo-organo da curare, ma l’uomo nella sua integrità di mente-corpo.” (p.244) Un compito, osserva Macellari, che in effetti recupera una tradizione di valori bimillenaria, che deve però armonizzarsi con le innovazioni tecnologiche. La bioetica non è un insieme compiuto di saperi, una disciplina da affiancare alle altre, bensì un metodo per affrontare i conflitti morali.


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