R.
MARCHESINI, Bioetica e Biotecnologie.
Questioni morali nell’era biotech, Apèiron, Bologna 2002 pp.188
La
ricerca scientifica volta al miglioramento della qualità della vita e alla
difesa e promozione del diritto fondamentale alla salute si configura senza
dubbio come un dovere etico che la comunità umana deve assumere, quando si
offrono potenzialità di sviluppo decisive, anche con opportuni investimenti e
scelte strategiche in merito all’allocazione delle risorse. Nessuno infatti
potrebbe desiderare di porre un limite a ricerche genetiche che promettono di
guarire, un giorno più o meno vicino, la
talassemia,
l’anemia falciforme, la distrofia, ecc.: questo tipo di eugenetica
“negativa”, ossia mirata a eliminare caratteristiche giudicate unanimemente
sfavorevoli, non ha nulla a che vedere con i timori di eugenetica per il
“miglioramento della razza” di triste memoria. Da tale punto di vista, la
ricerca genetica appare per l’appunto un dovere sociale e morale.
Tuttavia, incidere sulle strutture essenziali della specie umana, oppure interferire
con la facoltà e la modalità dei viventi non umani di riprodursi comporta
responsabilità etiche di non lieve rilevanza e il rischio epocale e totalmente
nuovo di innescare meccanismi di trasformazione e modificazioni irreversibili.
La
ricerca di Marchesini si sofferma su tali questioni con grande equilibrio e con
ricchezza di argomentazioni, tutte accuratamente documentate, come del resto ci
si attende da chi di questi temi si occupa da tempo. L’A. adotta una posizione
non pregiudizialmente critica, poiché non v’è, egli scrive, alcuna
contrapposizione tra bios e techne, tale che si debba guardare con
sospetto, per dir così, a qualsiasi intervento di alterazione degli equilibri
“naturali”, come pure oggi sovente avviene, per ignoranza, pregiudizio,
fedeltà a stereotipi atavici dei quali non si è sempre neppure realmente
consapevoli. In realtà, sostiene Marchesini, ogni agire umano costituisce per
qualche aspetto un’interferenza con il sistema “naturale” e produce
conseguenze non solo sulla “natura” nel suo significato comune e a tutti
immediatamente visibile, bensì sugli equilibri evolutivi della specie umana
medesima (e, ovviamente, non soltanto di essa). Sovente le resistenze nei
confronti delle biotecnologie sono il frutto di preconcetti, di una visione del
mondo e della natura, umana e non, che è, a parere dell’A., ormai obsoleta in
quanto edificata sul presupposto di una netta separazione delle diverse
“sfere” che non ha alcun fondamento reale, particolarmente dopo la
concezione “complessiva” e globale prodotta dal pensiero scientifico del XX
secolo; “tuttora regna una visione fissista e sostanzialista del regno
biologico”, osserva Marchesini, “pertanto dominano le metafore improntate
sulla preservazione dello status quo e sulla custodia dell’equilibrio
dell’universo vivente. Questa immagine falsata della natura – frutto
peraltro di una visione antropocentrica che interpreta l’uomo come unico
attore e il mondo come fondale,” (p. 18) alimenta paure infondate, cosicché
tra ciò che è “biologico” e ciò che è geneticamente modificato sembra
esservi uno iato radicale che non trova riscontro nella realtà. Perciò, lungi
da atteggiamenti anacronisticamente tecnofobi, l’A. suggerisce che si richieda
alla tecnologia proprio un maggiore sviluppo, che vada nella direzione della
ricerca di strategie di minor consumo a parità di rendimento, di risparmio
energetico, ecc., dimostrando nel contempo come essa vada in effetti
“demitizzata”, per così dire, ossia non considerata intrinsecamente
“pericolosa”: non la tecnica costituisce un pericolo, bensì le sue
applicazioni, le quali determinano il rischio di eccedere la capacità di carico
del geosistema. Tuttavia, è pure evidente che non si può considerare la
manipolazione genetica semplicemente come una nuova possibilità offerta
all’umanità, poiché le sue applicazioni aprono un orizzonte che supera di
molto quello “familiare” alle società umane e per il quale esse non sono
forse ancora “attrezzate” sul piano dei valori e della capacità di
giudizio.
Infatti,
sia che il riferimento a un’immagine “irrigidita”, per dir così, della
natura rappresenti un solido punto d’appoggio dinanzi al perenne e progressivo
mutare della realtà, ai cambiamenti spesso ingovernabili e quindi finisca con
l’assumere una funzione “rassicurante” per l’umanità, sia, come
sostiene Marchesini, che si tratti di una proiezione antropomorfica, che
sacralizza oleograficamente e predarwinianamente la natura, sovrapponendo
arbitrariamente il bello e il bene (se la natura è “bene”, va preservata
inviolata, nella sua “forma propria”), è evidente che gli sviluppi della
ricerca biomedica, in particolare della genetica e dell’embriologia, pongono
problemi bioetici urgenti. Le ricerche biotecnologiche sollevano quesiti circa
la brevettabilità dei viventi, la tutela del patrimonio genetico, che sono
nuovi e richiedono una valutazione propriamente etica, oltre che scientifica.
Marchesini riflette, ad esempio, sul “rischio della reificazione del soggetto
che potrebbe divenire conseguente a un’opera di progettazione del suo
genotipo” (p.111) e sui problemi di giustizia che ne derivano, ad esempio sul
“diritto del singolo a non essere programmato.” (p.112) Del resto i numerosi
documenti prodotti in ambito internazionale riflettono le perplessità connesse
a tali pratiche ed esprimono la necessità di una regolamentazione.
Le ricerche
biotecnologiche sollevano molteplici interrogativi in relazione alla
preoccupazione per la tutela dell’equilibrio ecologico, che potrebbe esser
compromesso dall’immissione di organismi geneticamente modificati. E la
bioetica indaga per l’appunto i criteri per discernere fino a che punto sia
lecito alterare gli equilibri “naturali”. Marchesini non propone, però, una
concezione “normativa” della bioetica, quasi essa avesse il compito di
definire ciò che è lecito e ciò che non lo è, ma la intende in maniera ben
più feconda come percorso di incessante ricerca del dialogo (piuttosto che
della contrapposizione, inevitabilmente prodotta dalla pretesa di imporre limiti
e divieti) tra etica e scienza e, anzi, paradossalmente, di “promozione della
ricerca scientifica”, nel senso “di dare supporto e aiutare il ricercatore
nel corso della sua attività professionale”, creando “un ponte di dialogo
tra le due tradizionali aree del sapere, scientifica e umanistica.” (p.14)
E’ evidente, come Marchesini non manca di sottolineare, che il
preservazionismo acritico e nostalgico di un mondo che, per altro, non è mai
realmente esistito intorno all’uomo, poiché sin dalle sue origini l’umanità
ha modificato il proprio habitat e dunque il concetto medesimo di
“natura incontaminata” è una mera astrazione, appare inconsistente; è
perciò che egli ha già da tempo proposto di sostituire il concetto di
“limite”, in particolare l’idea di porre dei “limiti allo sviluppo”,
che ha connotato il primo ambientalismo, con quello di “soglia”, conferendo
a quest’ultimo un significato dinamico, adoperandolo, cioè non per pretendere
di porre un freno aprioristico e acritico all’evoluzione della techne,
bensì allo scopo di suggerire la ricerca di un “punto dinamico di equilibrio
tra le capacità del Pianeta e i fattori culturali di sviluppo, ossia le
tecnologie applicate, in grado di mantenere in un regime omeodinamico i sistemi
biosferici.”(p.40)
La
soluzione proposta dall’A. è di ampio respiro e ha una venatura utopistica
positiva, nel senso di asintotico obiettivo che eleva lo sguardo al di là del
ristretto interesse immediato. Occorre, egli dice, abbandonare la prospettiva
antropocentrica, quella che in fin dei conti anima ancora, più o meno
consapevolmente, buona parte dell’ambientalismo e che si ritrova alla base
persino quella ”euristica della paura” cui fa appello uno dei teorici di
riferimento di tali movimenti, che, di fatto, obietta Marchesini, adotta un
metro di misurazione elaborato, pur esso, sulla base dei bisogni umani: in Jonas,
infatti, il dovere di mantenere il pianeta in condizioni idonee alla
sopravvivenza futura si identifica pur sempre come obbligazione a preservare
l’esistenza di un’umanità futura.
Se
l’eccesso di timori e l’emergere di resistenze privi di reale fondamento
possono essere ascritti, come giustamente l’A. osserva, alla sensazione che
l’enorme sviluppo tecnologico abbia interrotto “quel dialogo con la physis
che non era solo vincolo e limite espressivo, ma altresì certezza di
radicamento”, (p.33) e dunque sembrano corrispondere più a uno spaesamento
emotivo, alla mancanza di radicamento in un contesto noto,
che ad argomentazioni razionali, è pur vero che l’ancora troppo vasta
incertezza circa le possibili conseguenze a medio e lungo termine delle
manipolazioni richiederebbe, ci sembra, quanto meno una più ampia applicazione
del principio precauzionale, almeno in quei casi nei quali il rischio sia ignoto
o incerto, ossia “quando ci troviamo di fronte a un’effettiva mancanza di
dati a disposizione”, oppure si verifica una “incapacità strutturale del
sistema a offrire un quadro di predittività” (p.46-7) circa le possibili
conseguenze di taluni interventi biotecnologici. L’A. indaga attentamente le
implicazioni di tale principio, facendo proprie le perplessità sollevate da
molti ricercatori, i quali sottolineano la sua validità e applicabilità solo
in caso di rischio plausibile, a meno di non trasformarlo in un vincolo
aprioristico che “invertendo l’onere della prova, di fatto blocchi ogni
operatività.” (p.60-1)
A
nostro avviso, in verità, se a sostegno delle ricerche biotecnologiche
si afferma, ad esempio, che esse rappresentano nulla più che il prolungamento
dell’opera del coltivatore neolitico, il quale apprese rapidamente a
selezionare le specie vegetali migliori, o delle antiche pratiche di
domesticazione e di selezione attraverso incroci di animali, come sostiene lo
stesso Marchesini, pure la differenza tra i due procedimenti rimane decisiva sia
sul piano metodologico che sostanziale, poiché l’introduzione di caratteri
modificati dà origine a organismi che si collocano
sul
limite tra diverse specie, che sono “transpecifici”, una sorta di
“chimere” le quali, in quanto estranee agli schemi di classificazione noti e
consolidati, pongono in discussione la concezione della realtà, della natura e
infine, nel caso della ricerca genetica applicata all’uomo, forse la
rappresentazione stessa dell’individuo umano. L’A. ascriverebbe anche questa
preoccupazione ad una visione fissista della specie umana, che senza alcuna
giustificazione, ed anzi privilegiandola rispetto ad altre specie, si vorrebbe
“preservare” nella sua “natura propria”, mentre in realtà
quest’ultimo concetto è una mera astrazione, essendo anch’essa sottoposta
al processo evolutivo. Tuttavia, che l’evoluzione naturale e quella indotta
meccanicamente, infinitamente più rapida e quindi più difficile da assimilare
da parte dell’ambiente, siano interamente sovrapponibili, a noi sembra ancora
non del tutto dimostrato. Qual che è certo, in ogni caso, è che la questione
del biotech va affrontata con lucidità e senza pregiudiziali ideologiche, e
soprattutto, come ogni questione di bioetica, una disciplina per sua natura di
“intersezione”, con l’apporto delle competenze più diverse: il genetista,
il bioeticista, il giurista, l’ambientalista, ecc., poiché solo in tal modo
se ne potranno valutare appieno le implicazioni.
Maria
Antonietta La Torre