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Raffaele Prodomo, Lineamenti di una Bioetica Liberale, Apèiron, Bologna 2003, pp.160, € 15,00

 

Il compito di per sé assai complesso della bioetica di analizzare e possibilmente proporre ipotesi di soluzione dei dilemmi morali posti dall’evoluzione tecno-scientifica nell’ambito della salute (intesa nel senso più ampio del termine e con tutte le implicazioni che la nuova concezione della “salute” comporta) si complica non poco dinanzi ai conflitti multiculturali e alle diverse “letture” che le differenti fedi/ideologie, sempre più presenti nelle società occidentali avanzate, danno di quelle medesime questioni, ma soprattutto a un “multiculturalismo” che non è soltanto legato alle etnie, quanto al pluralismo dei saperi. Questo difficile quadro viene esaminato nel bel libro di Prodomo, che propone un modello di bioetica liberale quale strumento e quadro concettuale idoneo ad affrontare le tensioni crescenti, senza pretesa di configurarsi, com’è ovvio per la sua medesima natura epistemologica, come mezzo per la “soluzione” dei dilemmi bioetici.

Si tratta infatti, nelle intenzioni dell’A., di un’attenzione nuova al pluralismo che, prendendo atto del superamento della medicina di stampo positivista, della crescente “pluralizzazione” non solo degli strumenti, bensì anche delle concezioni terapeutiche, che sono evidente causa dell’attuale crisi della medicina, soprattutto nella forma di crisi del suo statuto epistemologico, propone di coniugare “sapere medico ed etica liberale dei diritti individuali”. Il pluralismo della nozione stessa di salute trasforma la diagnosi in una sorta di ascolto di “narrazioni” che, ridimensionando le pretese classificatorie ed esaustive, si apre a maniere diverse di concepire la malattia e la terapia.

Si configura, in breve, un “multiculturalismo” che non è soltanto etico/religioso, ma anche disciplinare, tale da richiedere “una necessità di riformulare in termini etico-politici le questioni mediche, con l’obiettivo di un’equa programmazione sociale dell’assistenza sanitaria.” (p.9) L’evoluzione che il sapere medico ha sperimentato, dal paternalismo tradizionale del medico/decisore e “tutore” del paziente, considerato incapace di decisione autonoma e responsabile, al rispetto della sua autonomia di scelta, che richiede informazione e dialogo, corrisponde evidentemente al percorso di emancipazione dei soggetti “deboli” (in questo caso, i malati) analogo a quello che si è verificato storicamente in altri ambiti dei diritti (politici, sociali,…). La bioetica liberale, da tale punto di vista, fa tesoro della tradizione dell’“umanesimo emancipatorio”, il quale pone la dignità e l’autonomia individuale nelle scelte a fondamento della convivenza democratica, con l’obiettivo di “rendere compatibile la molteplicità delle voci, trasformando la pluralità in pluralismo.” (p.34) Si tratta insomma, formulando giudizi sulle condotte più giuste da assumere in presenza di richieste quali l’eutanasia o modificazioni corporee di qualche tipo, di non perdere mai di vista la libertà di coscienza e il rispetto della volontà individuale.

Al problema tradizionale dell’etica di rinvenire valori condivisi dinanzi alla pluralità delle concezioni morali, una bioetica liberale, vale a dire, una riflessione sugli interventi sulla salute oggi possibili che sia fondata sul dialogo e sulla partecipazione democratica, non si sottrae: al contrario si propone proprio di sfuggire alla “condanna a una incomunicabilità radicale che esalta e irrigidisce le differenze tra individui e gruppi e nega la possibilità di una composizione unitaria delle differenze nell’ambito di una identità più ampia e sovraordinata alle precedenti,” (p.16) che gli esiti della riflessione etico-filosofica novecentesca hanno spesso prefigurato.

La proposta di Prodomo assume a modello analitico il giudizio riflettente kantiano per la sua capacità di cogliere il particolare e quindi di “storicizzare” la valutazione normativa, il quale, applicato ai temi della bioetica, consente appunto di delineare un campo di riflessione svincolato dalle pretese universalizzanti e più aderente alla particolarità delle situazioni individuali; ciò non significa rinunziare alla possibilità di accordo comunitario, bensì fondare questo accordo sul dialogo, appunto, piuttosto che non su verità a priori, precostituite. Ma si ispira anche, più direttamente, all’eredità del liberalismo crociano e all’idea di un’identificazione tra salute e libertà che non limita arbitrariamente il ventaglio di opzioni offerto alla scelta individuale.

Tali modelli appaiono utili a riflettere su alcune delle questioni più spinose della bioetica, come l’A. per l’appunto fa, ad esempio quelle relative alle modifiche corporee richieste dai pazienti, non tutte riconducibili a mera scelta “estetica”, che una valutazione meramente astratta e di principio o, ancora più, un giudizio ispirato a supposte “leggi di natura” (che rischia valutazioni tecnofobiche, e talvolta, induce all’assunzione di posizioni preconcette o quanto meno inspiegabili: “non è chiaro, per esempio, perché si valutino leciti i trapianti anche da vivente e la terapia genetica mentre si condanni la fecondazione in vitro” p. 29) rende difficilmente conciliabili con il rispetto dell’autonomia del paziente e la considerazione delle sensibilità e, infine, con la “cura” intesa come preoccupazione per la globalità della persona e come, si potrebbe dire, lavoro collaborativo, sia pur nella inevitabile asimmetria delle competenze scientifiche tra medico e paziente, di modo che, valorizzando questo rapporto, si conservi però l’approccio individualistico dell’etica liberale alla relazione terapeutica e alla libertà di scelta individuale. Ma tale modello viene anche utilizzato per esaminare altre questioni “spinose”: la sperimentazione e l’utilizzo di cellule staminali e l’ingegneria genetica in generale, lo statuto dell’embrione umano, l’eutanasia: è evidente, tuttavia, che una “bioetica liberale” non si associa alla liberalizzazione di qualsiasi sperimentazione, bensì costituisce un monito a tener conto delle “concezioni personali (filosofiche e/o religiose) circa il valore della vita che, secondo molti, è un valore costruito e mediato da una teoria (e spesso da una tradizione comunitaria), mai qualcosa di semplicemente trovato e osservato nella natura.” (p.146)

Maria Antonietta La Torre


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