
Franco Manti, Bioetica e tolleranza. Lealtà morali e
decisione politica nella società pluralista,
Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2000 pp.136.
La tesi di fondo sviluppata nel volume è che la maggioranza degli attuali problemi bioetici, soprattutto
quelli riguardanti le tematiche in più diretta relazione con le questioni connesse alle scelte individuali e alle crescenti possibilità di alterazione della natura umana, sollevano questioni la cui soluzione è assai difficile se ci si pone alla ricerca di
risposte univoche, soprattutto per l’inevitabile coinvolgimento di specifiche posizioni ideologiche. Pertanto esse richiedono un decisivo e costante appello al principio di tolleranza, inteso come procedura per affrontare i conflitti sul piano della ragione
pratica, politica e giuridica, piuttosto che della liceità morale astratta. Tale posizione è rafforzata dall’esame dell’attuale dibattito bioetico, sovente reso difficile dall’impossibilità, appunto, di pervenire ad indicazioni condivisibili, in
presenza di pregiudiziali ideologiche, talvolta faziose e preconcette, che si traducono in scontro politico, con il risultato di rallentare le possibilità di composizione dei conflitti, come pure richiedono le innovazioni tecnologiche e le scoperte
scientifiche, le quali necessitano con urgenza di un orientamento che può scaturire unicamente dal confronto pacifico delle posizioni.
Indubbiamente vi è una difficoltà ineludibile, dettata dalla diffusa richiesta di risposte rassicuranti e
dall’impossibilità per la bioetica, come per l’etica in generale, di presentarsi come decalogo di infallibili principi rigorosamente fissati in via definitiva. Tale problematicità è enormemente accresciuta dalle nuove potenzialità di intervento,
rispetto alle quali occorre assumere posizioni, ma anche operare una riflessione approfondita. Dinanzi all’irriducibilità apparentemente insanabile di posizioni culturalmente connotate, la soluzione proposta dall’A. è la “neutralizzazione politica
delle concezioni controverse del bene intesa come modus vivendi.”(p.15) Ciò significa adottare un atteggiamento tollerante, che presuppone la chiara distinzione tra l’adesione individuale a principi morali e la pratica politica o il trattamento
politico dell’individuo medesimo.
Il principio di tolleranza, così come l’A. lo utilizza, non implica semplicemente la rinuncia a
perseguire una verità assoluta, ma esclude la possibilità medesima che tali verità si diano entro società multiculturali, quali sono ormai tutte le società occidentali avanzate, ove tutte le credenze hanno pari diritto e dignità, almeno fintantoché non
ledono i diritti umani essenziali. L’obiettivo, infatti, non è l’astratta definizione di principi universali, bensì la convivenza pacifica di diverse fedi e la composizione operativa delle divergenze.
Nel volume vengono affrontate alcune delle questioni più scottanti nell’attuale dibattito bioetico,
prima fra tutte la nozione di persona, decisiva, ad esempio, nell’ambito dell’ingegneria genetica, delle controversie sull’interruzione di gravidanza, della sperimentazione sull’embrione. L’A. ne esamina alcune definizioni, per circoscriverne anche
in tal caso una concezione “politica”, elaborando con ciò un’idea di identità etica, (l’unica che, per altro, può sostenere coerentemente l’idea di tolleranza quale
modus vivendi argomentata nel volume) come connessa non alla mera esistenza
biologica, bensì a qualcosa che ”ha a che fare con l’educazione, la tradizione, le appartenenze, le esperienze di vita”(p.23) e che si costituisce nel dialogo intersoggettivo basato sul reciproco riconoscimento. In tal modo si legittima l’autonomia di
giudizio individuale, o, per meglio dire, un’autonomia politica intesa “come capacità di scelta e decisione da parte del cittadino.”(p.27) La realizzazione di tale condizione richiede la neutralità di cui si diceva, allo scopo di ampliare la
sfera del consenso ed evitare ogni ricorso alla coercizione. Del resto, in materia di bioetica le argomentazioni non possono mai risultare logicamente cogenti, ma devono tenere conto delle “ragioni degli altri” e proporre non soluzioni “vere”, ma
condivisibili.
Così, nella questione dell’aborto o in quella della fecondazione artificiale, in quella assai spinosa
della brevettabilità di cellule umane o in quella della maternità surrogata e delle altre forme di commercializzazione del corpo umano o di sue parti, soltanto la chiara distinzione tra sfera etica e sfera politica sembra all’A. la via d’uscita da
controversie altrimenti insanabili, nel merito delle quali, infatti, il volume non entra, per preoccuparsi piuttosto della ricerca delle metodologie di soluzione più ragionevoli in termini di tolleranza sociale.
L’A. utilizza nelle sue analisi le diverse prospettive teoriche possibili a sostegno della tolleranza,
ossia l’argomento prudenziale, quello razionale e quello morale, che vengono estesi fino alle relazioni interspecifiche e a quella con la biosfera tutta, in breve, “un’estensione della tolleranza oltre il mondo degli umani.”(p.113)
Il filo rosso che percorre l’analisi è la netta distinzione tra ciò che è tecnicamente possibile e
ciò che invece è lecito, che è, ci sembra, decisiva e probabilmente all’origine stessa della riflessione bioetica. E’ evidente che in tale prospettiva l’etica e la politica finiscono con l’afferire ad ambiti differenti e, talvolta, divergenti,
collocandosi la discussione politica e soprattutto la pratica politica, in una posizione di neutralità rispetto ai conflitti etici, rinunciando, insomma, ad aspirare ad una definizione di “bene” che sia comune. Ciò che resta, e deve essere in ogni caso
garantito, è la possibilità del confronto tra le diverse “ragioni”, e soprattutto, è la preoccupazione essenziale dell’A., che sia non violento. Interessarsi di “ciò che è realmente fattibile in una società pluralista,”(p.17) piuttosto che
delle controversie sui principi, le quali, con ogni probabilità, sono destinate a restare insolute e quindi a paralizzare la possibilità di procedere nella definizione dei necessari criteri operativi, ci sembra una proposta ragionevole e soprattutto
praticabile nell’attuale contesto, nel quale persino il principio di tolleranza appare insufficiente dinanzi alla tentazione
prescrittiva.
Maria Antonietta La Torre