
Recensione
per Rassegna di Teologia
(Inviata
in Redazione l’11 Maggio 2004)
R.
Prodomo,
Lineamenti
di una bioetica liberale (Questioni di bioetica 9),
ed., Apèiron, Bologna 2003, 160 pp., € 15,00.
Il
volume di R. Prodomo consente al lettore sia di familiarizzarsi con i
presupposti teorici dell’Autore nel delineare la bioetica liberale sia di
dialogare con le proposte concrete che egli avanza a proposito di temi di
attualità bioetica, quali la clonazione, la ricerca riguardante le cellule
staminali embrionali e lo statuto embrionale (cf capitolo 6), l’aborto
(60-63), l’eutanasia (cf capitolo 8).
Riflettere
sulla bioetica oggi, soprattutto se si è interessati a elaborare norme
significative a livello universale, come è Prodomo, richiede di confrontarsi
con l’ambito pluralista e multiculturale in cui viviamo – caratterizzato
dalla frammentazione e dalla diversità delle concezioni della vita buona (cf
53) – per le implicazioni che tale contesto ha sia a livello culturale,
politico, religioso sia nella formulazione di riflessioni e proposte etiche (cf
capitolo 2). L’obiettivo etico che Prodomo persegue è l’individuazione di
valori etici condivisi e stabili. Ciò richiede l’elaborazione di norme
condivise all’interno della “comunità di appartenenza” (16), articolando
tali norme anche sul piano politico-costituzionale, onde promuovere la
“coesistenza di comunità unite dalla volontà di convivere pacificamente e in
un clima di tolleranza ma divise da codici valoriali tradizionali” (15).
Questa elaborazione è frutto di costruzione
e di giudizio e richiede la promozione della
ragione pubblica.
Quanto
alla costruzione dei valori, per Prodomo essa avviene grazie al dialogo e
alla partecipazione democratica dei cittadini (cf 17). Egli delinea il suo
costruttivismo fondativo rigettando approcci decostruttivisti che si spingano ad
affermare l’impossibilità di fondare i valori. Inoltre, egli valorizza il
dialogo e la partecipazione democratica (cf 23) e si ispira al costruttivismo
politico rawlsiano, che mira ad individuare i principi di giustizia propri ad
individui appartenenti a una società pluralista.
Attraverso
il giudizio etico è poi possibile definire quali valori (con le scelte
che essi determinano) sono più adatti per la costruzione normativa (cf 16 ss).
Il giudizio diviene, quindi, strumento di fondazione intersoggetiva dei valori (cf
25). Non tutti i tipi di giudizio hanno eguale rilevanza. Prodomo preferisce il
giudizio riflettente kantiano perché “l’individuale è il punto di partenza
e l’universale non è dato a priori ma va costruito riflessivamente” (58) e
perché consente di mettere in migliore luce “gli elementi di
contestualizzazione incorporati nell’universalità” (58) e, successivamente,
di giudicare i problemi bioetici. Nel contesto contemporaneo non si può però
negare la presenza di una pluralità di giudizi, con la conseguente necessità
di saperli comporre.
Sia
la costruzione dei valori, che consente all’Autore di evitare di riferirsi a
valori essenziali, che il giudizio dipendono dall’affermazione della dignità
della coscienza individuale (cf 31), dall’importanza dell’emancipazione, del
dovuto uguale rispetto (cf 34) e della tolleranza, con la capacità di dialogo
che quest’ultima presuppone e richiede (cf 48-49). Ciò ci lascia pensare che
anche la bioetica liberale, delineata da Prodomo, pur non rifacendosi ad un
concetto di natura (con i valori naturali che potrebbero discenderne), dipende
da un insieme di valori indiscussi e stabiliti a priori, indipendentemente dal
contesto e dalla necessità di costruzione degli stessi.
Rifacendosi
a J. Rawls, Prodomo propone di promuovere la convivenza civile nelle società
pluraliste contemporanee costruendola politicamente, grazie al ruolo svolto
dalla ragione pubblica (cf 58) e a partire dalla scelta di valori attorno
ai quali sia possibile un consenso sufficiente (cf 57), tenendo in
considerazione che tali valori variano a seconda delle matrici storiche,
politiche e religiose di appartenenza dei singoli cittadini e dei gruppi cui
essi appartengono. Nuovamente, ciò gli consente di evitare di scegliere i
valori a partire da presupposti essenzialisti – secondo cui è già chiaro a
priori, per tutti e sempre quali sono i valori di riferimento indipendentemente
dal contesto culturale, sociale, storico e religioso di appartenenza.
Passando
da questa breve enunciazione dei presupposti teorici del volume all’esame di
questioni bioetiche precise all’interno del contesto pluralista contemporaneo,
concordo con il nostro Autore nel sottolineare, innanzitutto, la difficoltà di
pervenire ad un consenso sia in ciò che concerne la collettività che il
singolo. Gli esempi scelti da Prodomo includono: la definizione di salute, dove
egli privilegia il modello bio-psico-sociale (cf 79) e propone una
“discussione pubblica su valori da costruire e da sviluppare insieme” (88)
anche a livello regionale, nell’attuale trasformazione del sistema sanitario
nazionale; la definizione di malattia, considerata anche come processo storico,
non solo biologico (cf 86); l’identificazione dei diritti del cittadino in
ambito sanitario, in presenza di richieste conflittuali – pensiamo alla
coesistenza di istanze di accanimento terapeutico alla fine della vita e di
insistenti e ripetute richieste di eutanasia.
Quanto alle fonti ispiratrici, oltre alla matrice kantiana
e all’importanza del riferimento rawlsiano, Prodomo ripetutamente mostra
l’influenza crociana e la sua capacità di porsi in dialogo sia con filosofi
di rilievo – da H. Jonas a J. Habermas – sia con pensatori ed attivisti
contemporanei come J. Rifkin.
Nella
mia ripresa critica, in un atteggiamento di dialogo, come indicato
dall’Autore, nel definire i lineamenti di una bioetica liberale noto,
innanzitutto, l’importanza del rilievo dato alla necessità di rispettare la libertà di coscienza, ma ritengo che
occorra situare ulteriormente questa libertà in un contesto relazionale
personale e sociale, per evitare derive legate ad una eccessiva, od esclusiva,
enfasi sul singolo – pur segnalando che ciò è in qualche misura implicito
quando si afferma l’importanza della costruzione dei valori.
L’universalità
che Prodomo mira a tutelare può essere anch’essa il frutto del dialogo e
della discussione tra i partner etici all’interno della società. Dal mio
punto di vista, ciò significa presupporre la rilevanza morale delle relazioni
tra soggetti, poiché sono le relazioni che qualificano il contesto sociale e
consentono di incontrarsi, interagire e discutere tra cittadini. Noto, inoltre,
che anche Prodomo si riferisce alla specificità del contesto relazionale quando
riflette sullo statuto embrionale chiedendo che si dia maggiore importanza
all’interazione tra madre e feto e si lascino da parte atteggiamenti
deterministici (cf 111 e nota 103).
Ancora, a proposito del consenso informato, evitare il
paternalismo nella relazione medico-paziente significa non solo ribadire un
diritto del paziente, ma anche prestare un’attenzione maggiore alla relazione
che può intercorrere tra medico e paziente, sottolinenando come è eticamente
auspicabile che entrambi siano coinvolti relazionalmente, soprattutto il medico,
poiché quest’ultimo si trova in una posizione più forte rispetto alla
vulnerabilità vissuta dal paziente (cf 99, 101). Il medico non è solo a
servizio del paziente, ma è invitato ad essere parte della relazione.
Concordo con Prodomo circa l’importanza di valorizzare la
ragione pubblica, pur riconoscendo l’impossibilità di sanare “le divergenze
di opinione circa il modo migliore di vivere” (149). Mi permetto di
sottolineare che forse si tratta più che di semplici divergenze di opinione
quanto di visioni diverse della vita. Comunque, prendendo atto dell’ineliminabilità
della realtà pluralista in cui viviamo, va richiamata l’urgenza di articolare
posizioni morali che consentano di individuare soluzioni, regolando
legislativamente, laddove è possibile ed auspicabile, oppure lasciando che
siano le varie, presenti e future decisioni giuridiche delle corti a stabilire
uno o più orientamenti in assenza di una legislazione specifica a carico di
ciascuno dei vari ambiti etici riguardanti il soggetto e la società: l’inizio
della vita umana, la vita adulta e la fine della vita. Aggiungo che livelli
diversi di tutela etica possono essere richiesti per difendere i soggetti nelle
varie fasi della vita, individuando, quindi, ambiti in cui va preferito
l’intervento legislativo esplicito ed altri in cui esso è meno urgente.
Come ho indicato in precedenza, Prodomo insiste –
giustamente, a mio avviso – sulla necessità etica di pervenire a un consenso,
anche se minimo. Possiamo domandarci: su quali presupposti ciò è possibile? La
promozione e la tutela della libertà del singolo sono sufficienti? Oppure, in
negativo, perché è eticamente appropriato sospendere il giudizio “circa la
moralità in generale del suicidio razionale e circa l’effettiva sostenibilità
della distinzione tra eutanasia attiva e passiva” (149) quando egli afferma
che “proprio a partire dalle proprie
convinzioni e appartenenze etico-religiose” è auspicabile optare per “una
legislazione che consenta di scegliere e di decidere, attraverso
l’accettazione o il rifiuto selettivo di determinati atti medici, le modalità
della propria morte” (149)?
Credo non sia sufficiente limitarsi a individuare quale
fondazione etica e quale supporto legislativo sono più appropriati per tutelare
il singolo e la sua capacità di scelta. Vanno considerate anche le implicazioni
di un tale modo di procedere per l’insieme della collettività e alla luce del
tipo di società che vogliamo costruire – soprattutto considerando il
costruttivismo etico proposto da Prodomo.
In altre parole, si tratta di interrogarsi più
esplicitamente circa la possibilità di identificare in cosa può consistere il
bene comune (principio centrale nell’insegnamento morale Magisteriale
cattolico in ambito sociale e ben presente anche nella riflessione etica
contemporanea), e quanto può richiedere la sua promozione – al di là dei
possibili rischi di una sua fondazione essenzialista, come indicato da Prodomo (cf
23). Nello stesso tempo, resta il problema dei casi particolari (pensiamo alle
problematiche etiche riguardanti la fine della vita): è opportuno legiferare o
astenersi dal farlo per tutelare i soggetti coinvolti, con la rete di relazioni
di cui essi fanno parte?
Accennando una risposta, sono d’accordo nell’affermare
con Prodomo che occorre evitare, quanto più è possibile, atteggiamenti
paternalistici nella relazione tra medico (e strutture sanitarie) e il cittadino
(malato o meno) e che è indispensabile, dal punto di vista etico, giuridico e
sociale, consentire a ciascuno di poter esprimere la propria volontà in quanto
concerne le terapie cui sottoporsi – come prevede la pratica del consenso
informato ed è ribadito dal Magistero conciliare cattolico (cf
Gaudium
et spes, n. 17). Ciò può significare affrontare con più determinazione ed
impegno la riflessione anche in Italia sul tema delle direttive anticipate (living will), includendo anche le restanti problematiche etiche
riguardanti la fine della vita e unendo lo sforzo di promozione di strutture che
favoriscano un accompagnamento di qualità dal punto di vista clinico e
relazionale (cure palliative e hospices).
Andrea Vicini, S.I.
Pontificia Facoltà Teologica
dell’Italia Meridionale: Sez. S. Luigi
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