
BETTINA D’AGOSTINO
BIOETICA, AMBIENTE E SVILUPPO SOSTENIBILE
La necessità di
un radicale cambiamento di rotta rispetto ai vigenti modelli economici e
stili di vita, richiede una concordata strategia generale di interventi.
Interventi di norma complessi e delicati che tuttavia possono trovare un
vincolo salutare e unificante nei principi di “responsabilità” e di
“precauzione”- aspetto approfondito attraverso il pensiero di S. Pinna e
di H. Jonas - per loro intrinseca definizione volti a tener conto di una
inedita dilatazione della sfera di influenza delle attività antropiche
(sia nello spazio sia nel tempo), oggi arrivate a mettere a rischio le
basi fondamentali delle dinamiche naturali che garantiscono la
sopravvivenza dell’uomo sulla Terra. Sembra essere inevitabile
l’evoluzione del concetto di ambiente e del conseguente rapporto
dell’uomo con la natura (dalla posizione di J. Ritter, a quella di F. La
Cecla e di P. Ramellini). Non solo l’ambiente è in continua
trasformazione, ma è lo stesso uomo che mette in discussione il suo
essere (dal cyborg di D. Haraway al gender di R.W. Connell),
per meglio dire l’ambito filosofico e geografico come chiave di lettura
di ciò che si intende per ambiente, del reciproco rapporto e scambio tra
ambiente ed uomo, che oggi deve tramutarsi in sviluppo sostenibile ed
etica dell’ambiente, alla luce di una nuova identità umana, quella cyborg
e di genere.
A partire dalla
comparsa dell’uomo sulla terra, si può parlare di un suo coinvolgimento
e una sua partecipazione all’ambiente, dal suo essere “innocuo” a
modificazioni per così dire “invadenti”, coll’avvento della tecnologia,
dunque la “coscienza ecologica” deve entrare a far parte del quotidiano
non sono in grado di rispettare l’ambiente. Da qui l’inquinamento come
problematica globale con le sue relative criticità ambientali e la
conseguente riflessione su cosa l’umanità a livello globale debba e
possa fare. Maturità questa che ha investito anche l’opinione pubblica a
partire dall’allarmismo del premio nobel Al Gore, a cui sono seguite
voci scettiche ed eretiche.
L’etica
ambientale deve basarsi sui valori ambientali per la difesa della
natura, inoltre deve essere in grado di realizzare un rapporto sinergico
con l’azione politica, il tutto supportato dall’educazione ambientale e
poter parlare di sviluppo sostenibile, sovvertendo l’attuale potere
politico-economico occidentale fino al coinvolgimento della sfera
civile. Bisogna partire dal basso per il cambiamento o per meglio dire
miglioramento, coinvolgendo innanzitutto l’ambito locale. Ciò è
realizzabile se si comprende che il problema ambientale non può essere
affrontato separatamente dal problema economico, perché la nostra salute
dipende dalla salute dell’ambiente.
La riflessione a
cui si giunge è che il concetto di responsabilità deve poter
comprendere, oltre alle istanze interne, anche i problemi e le necessità
del mondo esterno; portando così il pensiero fuori dai recinti sicuri
delle astrazioni filosofiche, verso il mondo complesso dei rapporti
dell’uomo con gli altri uomini e con la natura. Quindi, affinché il
concetto di responsabilità possa acquisire l’auspicato ruolo di primo
piano nella scala dei valori, deve calarsi tra la gente, acquistare peso
mediatico e, in definitiva, “umanizzarsi” e farsi cultura della
responsabilità per divenire così elemento portante tanto
nell’elaborazione collettiva del pensiero, quanto nell’espletamento
delle azioni, investendo quindi l’intero campo della tecnica e anche
dell’economia e della politica; fondamentale che avvenga il passaggio
dall’ambito etico-culturale a quello giuridico della tutela di diritti
riguardanti la biosfera e le generazioni future, in modo da poter
parlare di sviluppo sostenibile.
La fuga della
natura dal paesaggio, la rottura degli equilibri ecologici, le
spaccature del tessuto sociale sono alcuni dei sintomi della crisi
ambientale. Questo scenario caratteristico del mondo contemporaneo
coincide con un’idea della storia e della società e una percezione del
nostro rapporto con il mondo che ci circonda in netto contrasto con
quelle della tradizione occidentale. Si badi bene: progresso e sviluppo
non sono affatto sinonimi. Da questa svista concettuale sorge la
contraddizione tra il sistema di “crescita” e di “sviluppo” e la
sopravvivenza stessa della natura. È una contraddizione che fa vacillare
alle fondamenta un discorso economico costruito sulla virtuale
inesauribilità delle risorse naturali e della crisi petrolifera. A ciò
si unisce la consapevolezza che l’idea di un progresso fondato
sull’indiscutibile centralità dell’umano non è più proponibile.
Innanzitutto perché si insiste finalmente sull’inaccettabilità di un
universo morale costruito unicamente in funzione della specie umana, e
di un sistema economico in cui l’oppressione dei non umani è funzionale
alla produzione di enormi profitti. Mettere in dubbio questi risvolti
del progresso significa quindi osservarne le implicazioni sul piano
della società: e questo punto si fa particolarmente sensibile, dal
momento che si comincia a ravvisare negli squilibri sociali, all’interno
di una stessa società come nei rapporti tra paesi ricchi e paesi poveri,
il terreno di cultura perfetto per le politiche di sfruttamento
dell’ambiente. Cominciano a farsi evidenti, infatti, le incongruenze di
un atteggiamento epistemologico che, nel tentativo di servire l’uomo per
“aggiogare” la natura, ha prodotto strumenti e metodi di ricerca che
ecologici e forme di vita, umane e non umane. Allora ci si può chiedere
di quale progresso possa essere portatrice una scienza indifferente alle
sofferenze degli animali, alla bellezza della natura, alla perdita della
biodiversità; o alla distruzione, con un semplice gesto, di migliaia di
vite, del loro ambiente e del benessere delle generazioni successive. Ed
inoltre come possa davvero “progredire” una scienza moralmente
indifferente agli effetti delle proprie scoperte. Alla luce di tale
discorso si comprende bene come sia diventato necessario un uso non più
meramente strumentale, ma etico della razionalità scientifica e
tecnologica. E soprattutto, una valutazione etica delle conseguenze sul
piano ecologico, umano e sociale dell’abuso della cieca ragione
strumentale.
Si affronta, a
questo punto, ciò che si intende per etica ambientale o ecologica, come
tentativo di infrangere il mito della “priorità ontologica” dell’umano.
Contro i verticalismi normativi del modello patriarcale, l’etica
dell’ambiente è allora per definizione un’etica circolare: un’etica
materna e della cura che, ridistribuendo gli attributi di valore,
riporta l’umano nel mondo, inteso in tutta l’ampiezza delle sue
relazioni, naturali, politiche, sociali. Tematizzare l’esistenza di una
crisi ecologica è già di per sé indice di un mutamento culturale, che
investe atteggiamenti, aspettative, forme di resistenza attiva e
rivendicazioni di nuovi valori legati alla qualità della vita.
La riflessione
che ne scaturisce a questo punto è che alla crisi ecologica si
accompagna una cultura, ossia una strategia di sopravvivenza, la quale
sostituisce all’entusiasmo per la scienza e per la crescita economica,
una domanda di maggiore democratizzazione, che dia finalmente peso a
considerazioni di ordine umano, estetico, ecologico, educativo.
La
modernizzazione ha progressivamente allontanato l’uomo da se stesso: la
società industriale, tripudio della ragione strumentale, si esprime
infatti in forme di lavoro e processi produttivi alienanti e
spersonalizzanti, accompagnati dal dissolversi del tessuto sociale e dei
valori di solidarietà. In tale scenario anche le devastazioni
dell’ambiente (un ambiente che è anzitutto una risorsa) sono la logica
conseguenza di una visione dualistica e piramidale del rapporto tra
umanità e natura. In realtà e più in generale, quello che si sgretola è
la fiducia nelle forme politiche tradizionali, a cominciare dallo stato
nazionale. Insieme a queste, entrano in crisi anche i capisaldi etici e
metafisici che avevano segnato la moderna visione del mondo. Dunque si
prende coscienza che lo stato è un insieme di comunità, che l’azione
politica debba essere una forma di condivisione, di partecipazione, di
inclusione, di differenza. Ciò significa riportare il rapporto
umanità-natura al di fuori della sua strutturazione abituale.
Per capire quanto
sia delicato l’equilibrio dell’ambiente intorno a noi si noti come sia
mutato il paesaggio fuori dalle nostre finestre o nelle nostre città, o
quanto spesso i telegiornali ci diano notizia di catastrofi più o meno
annunciate. Questo vuole essere un modo per rendersi conto che
atteggiamenti deresponsabilizzanti non fanno che acuire i disagi
dell’ambiente, e insieme non fanno che accrescere le sperequazioni
sociali connesse a tali disagi. Tale presa di consapevolezza rappresenta
una forte tensione polemica, basata sulla constatazione che l’idea di
cultura trasmessaci dalla nostra società, volta a creare un divorzio
concettuale tra umanità e natura, è inadeguata a fronteggiare i problemi
del presente. Se la crisi ecologica è essenzialmente una crisi
culturale, è necessario scegliere di modificare i propri modelli e
andare verso una forma “evoluta” di cultura, in cui conoscenza e
responsabilità siano funzione l’una dell’altra: una forma di cultura,
cioè, che non solo ci permetta di sopravvivere, ma soprattutto di
comprendere che l’essere umano può sopravvivere come specie soltanto se
è accompagnato, in questa sopravvivenza, dalle forme di vita non umane.
La strategia di sopravvivenza costituita da questa cultura prevede o una
sopravvivenza congiunta di umanità e natura o nessuna sopravvivenza:
umanità e natura vanno considerate in un’ottica ecologica, che è quella
della compresenza, e non quella della distruzione reciproca. Questo per
dire che vedere la cultura come una strategia di sopravvivenza è la
premessa tacita di ogni etica ambientale. Ciò che l’etica dell’ambiente
ci richiede è proprio di modificare in maniera inclusiva (ossia
ecologica) i nostri modelli culturali, le nostre costruzioni teoriche,
le nostre gerarchie di valori. In una parola, il nostro modo di vedere
il mondo e i soggetti non umani. Queste priorità, questi legami, queste
convinzioni presuppongono, cioè, un allargamento dei nostri valori e dei
nostri orizzonti culturali. Per rendere possibile tutto ciò, l’etica
ambientale deve sposarsi con altre discipline e pratiche tradizionali
come l’economia, l’architettura, le arti figurative, l’agricoltura, la
biologia.
In tale contesto,
non è più possibile uno scenario politico che non includa tra i suoi
soggetti anche i soggetti morali “altri” e tra i suoi valori e le sue
priorità, anche quelli relativi alla conservazione dell’ambiente e alla
sostenibilità dell’intervento umano sulla natura. Agire in chiave
ecologica significa costruzione di una comunità aperta, trasversale e
interspecifica, “comunità biotica”, una comunità non omogenea, ma
proprio per questo strettamente interdipendente.
In definitiva non
si può non agire secondo il principio di precauzione e di
responsabilità, specialmente quando i danni temuti possono essere seri,
in modo da ridurre i rischi e gli errori di valutazione. Seguendo questi
principi le risorse naturali sono considerate e gestite come risorse
limitate, d’importanza vitale per l’uomo e la biosfera, la cui quantità
e qualità devono essere gelosamente e continuamente salvaguardate con
politiche volte a controllare e, dove possibile, a ridurre o azzerare
sprechi, distruzioni e processi di inquinamento e di degrado evitando
interventi dagli esiti incerti o non adeguatamente valutabili. Bisogna
adottare tali principi nella gestione del territorio, che significa
attribuire, nella scala delle valutazioni, un elevato livello di
priorità alle qualità dei suoi assetti. Tale livello di priorità non
deriva tanto e solo dall’aggravamento dei fattori di rischio ma
dall’accresciuta percezione pubblica di tali rischi e dalla domanda
diffusa di elevata qualità territoriale e ambientale. Solo in questo
modo è possibile praticare un livello elevato di tutela del territorio,
in sintonia con la nuova percezione dei rischi e la nuova domanda
sociale di qualità.
È evidente che
accanto alla gravità delle conseguenze delle nostre azioni nei confronti
della Terra, abbiamo il dovere di agire per costruire un futuro
migliore. Bisogna fare pace con il nostro pianeta e dobbiamo
intraprendere azioni collettive a livello globale per difendere il
nostro comune futuro pensando anche alle generazioni future. Per fare
questo, bisogna considerare l’intero universo come una grande famiglia,
fondata sul concetto di pace, che a sua volta è legato al concetto di
sicurezza nei confronti dell’accesso alle risorse essenziali. Infatti
oggi più che mai il problema del clima influenza la nostra vita
attraverso l’approvvigionamento energetico, l’accesso alle risorse
alimentari e la compatibilità con il nostro habitat naturale.
La sempre più
profonda conoscenza dei dati sull’emissione della CO2, sul
riscaldamento, sull’innalzamento del livello degli oceani, sulla
desertificazione di intere aree del pianeta, sulla difesa delle
biodiversità, ci spingono ad una sempre maggiore necessità di abbattere
le barriere nazionali ed ideologiche e a prendere decisioni comuni. Dopo
Kyoto e Bali, è ancora più importante il post-Kyoto, cioè sono necessari
continui confronti, che consentano verifiche oggettive sull’andamento e
sul progresso delle azioni intraprese e soprattutto da intraprendere a
tutti i livelli globali, nazionali e locali. Sicuramente il protocollo
di Kyoto ha avuto valenza strategica in termini politici, economici ed è
stato da impulso per la coscienza collettiva, infatti ha rappresentato
il primo vero segnale della volontà del mondo industrializzato di
riconoscere l’impatto ambientale dell’attività umana e soprattutto di
voler trovare soluzioni per porvi rimedio. La conferenza che ha riunito
a Bali nel dicembre 2007, scienziati, politici e attivisti di 200 Paesi,
per disegnare le strategie di attuazione delle direttive imposte dal
Protocollo, conferma e rafforza questa determinazione e pone le basi per
un progetto rinnovato e condiviso. La discussione non termina sulla
questione del riscaldamento globale, ma innesta riflessioni più
profonde, o meglio come l’umanità intenda prima immaginare e poi
affrontare un futuro equo e sostenibile, in grado di rispondere ad
esigenze diverse, quelle dei paesi industrializzati e quelle delle
economie emergenti, disegnando al contempo un nuovo rapporto fra l’uomo,
la tecnologica e la natura.
La questione è
complessa e delicata, proprio per la sua valenza onnicomprensiva e
delinea sia un profilo di stretta attualità, legato alla qualità della
nostra vita, sia una proiezione futura, che va tracciata sin da ora
nelle linee essenziali e seguita da una programmazione concreta delle
azioni. Lo sviluppo dovrà essere soprattutto tecnologico. Solo una
tecnologia che sia frutto di una visione allargata, che includa fra gli
obiettivi primari il tema del benessere, nostro e del nostro habitat,
sarà la vera somma delle parole ambiente ed innovazione, e potrà
produrre un risultato positivo e duraturo.
Gli scienziati
non formano un fronte compatto ed unito. Accanto all’imponente numero di
studi che hanno prodotto modelli climatici, elaborato previsioni future
e denunciato i rischi cui stiamo andando incontro, si sono levate voci
di dissenso altrettanto autorevoli e numerose. Alla diversità delle tesi
corrisponde una diversità nelle soluzioni proposte. Questa diversità
deve essere la nostra forza: le voci di dissenso debbono fare da eco al
miglioramento, in grado di attivare il dialogo e il confronto. Da qui la
necessità di creare un dibattito sulla questione ambientale al fine di
tracciare quel ponte (anche se estremamente) sottile di incontro, di
condivisione, e di confronto, perché se è viva la discussione
ambientale, si potrà prendere consapevolezza che un problema esiste, e
che non si può far finta di nulla. Siamo chiamati alle nostre
responsabilità, ad agire responsabilmente e cautamente per il nostro
futuro, per continuare ad esistere.
Incentivo a
realizzare tale scopo, è prendere in seria considerazione quegli eventi
che possono avere un impatto negativo sull’intera popolazione, come il
rapido aumento della richiesta di petrolio, che potrebbe superare
l’offerta e la capacità produttiva globale, e l’escalation delle
emissioni dei gas serra, che in quanto alteranti, potrebbero portare
all’innalzamento dei livelli di gas serra nell’atmosfera, al rapido
cambiamento del clima globale e ad una gran numero di ripercussioni
negative sulla società umana. Non è da sottovalutare che i gas emessi
decenni addietro continueranno a causare danni ancora per secoli,
inoltre il sistema climatico include dei meccanismi di feedback
positivo, che una volta innescati, causeranno un innalzamento
incontrollabile delle temperature che non potremo bloccare fino a quando
non avrà fatto il suo corso.
Alla luce degli
argomenti affrontati, sembra che il pericolo dal quale difendersi sia
legato al fatto che il collasso globale rimanga una teoria, pur
essendone stati dimostrati i fatti. Per questo motivo oggi più che mai
sembra diventato necessario porre in essere un’etica ambientale che si
basi sui valori ambientali, volti alla difesa della natura, verso la
quale l’uomo è investito di una responsabilità mai pensata fino a quando
non ha preso consapevolezza che la natura non è al di fuori del mondo
umano, e che quindi ognuno di noi agisce nell’ambiente e sull’ambiente,
ogni volta modificandolo. Dunque l’ambiente viene inevitabilmente
coinvolto in ogni forma di civilizzazione e di intervento tecnologico,
questo per dire che l’uomo non può più agire irresponsabilmente senza
tener conto delle conseguenze delle sue azioni e non facendo proprio un
nuovo imperativo categorico, della responsabilità nei confronti delle
generazioni future, il cui significato è prendendosi cura della salute
dell’ambiente.
BIBLIOGRAFIA
1.
ABBAGNANO N., Storia
della filosofia, UTET, Torino 1993
2.
APRILE M.C., Le
politiche ambientali, Carocci, Roma 2008
3.
ARENDT H., Vita
activa: la condizione umana, RCS, Milano, 2004
4.
BERLINGUER G., Bioetica Quotidiana, Giunti, Firenze 2000
5.
BERLINGUER G.-GARRAFA
V., LA Merce Finale. Saggio sulla compravendita di parti del corpo
umano, Baldini&Castaldi, Milano 1996
6.
CALDERONI A.-MANTOVA
B., Napoli. Se Berlusconi vuol mostrare miracoli al G8 dovrà
risolvere questi problemi…, “Il Venerdì di Repubblica”, 26-09-2008
8.
CONNELL R.W., Questioni di genere, il Mulino, Bologna 2006
9.
CONTI F., L’innovazione tecnologica, “Oxygen. La Scienza per tutti”,
02.01-2008, Codice Ed., Torino 2008
10.
CONTI F., L’innovazione tecnologica, “Oxygen. La Scienza per tutti”,
02.01-2008, Codice Ed., Torino 2008
11.
D’AGOSTINO B., La
bioetica liberale, in “Ingenere”, Incoerenze, Salerno 2008,
3.09-2008
12.
D’AGOSTINO B., Le
differenze di genere, in “Ingenere”, Incoerenze, Salerno 2008,
4.06-2008
13.
D’AGOSTINO B., Una
nuova episteme: dal concetto di corpo di Foucault al concetto di genere
di Connell, in www.oltrenews.it
14.
DASGUPTA P., Una
sfida per Kyoto, “Oxygen. La Scienza per tutti”, 02.01-2008, Codice
Ed., Torino 2008
16.
DYSON F., Un eretico
a Kyoto, “Oxygen. La Scienza per tutti”, 02.01-2008, Codice Ed.,
Torino 2008
17.
EHGEHARDT H.T., Manuale di bioetica, Il Saggiatore, Milano 1991
18.
FIORE A.-BENOCCI B., L’educazione ambientale. La terra: il nostro ecosistema, Ed. dell’Ippogrifo,
Salerno 2007
19.
FOUCAULT M., Nascita
della clinica. Una archeologia dello sguardo medico, Einaudi, Torino
1998
20.
FRIES S., L’anidride
carbonica? Sottoterra, “Magazine”, 16 -07-2008
21.
GALIMBERTI U., Dizionario di psicologia, De Agostini, Novara 2006
22.
GALIMBERTI U., Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Torino
2002
23.
HARAWAY D., Manifesto cyborg. Donne, biotecnologie e biopolitiche del corpo,
Feltrinelli, Milano 1999
24.
HARGROVE E.C.,
Fondamenti di etica ambientale. Prospettive filosofiche del problema
ambientale, Muzzio Ed., 1990
25.
JONAS H., Dalla fede
antica all’uomo tecnologico, Il Mulino, Bologna 1991
26.
JONAS H., Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica,
Einaudi, Torino 1993
27.
JONAS H., La
filosofia alle soglie del duemila. Una diagnosi e una prognosi, Il
Melangolo, Genova 1998
28.
JONAS H., Sull’orlo
dell’abisso. Conversazioni sul rapporto tra uomo e natura, Einaudi,
Torino 2000
29.
JONAS H., Tecnica,
medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità, Einaudi,
Torino 1997
30.
JONAS H., Il
principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1993
31.
LA
CECLA F., Perdersi. l’uomo senza ambiente, Laterza, Roma-Bari
1988
32.
LA
TORRE M.A., Bioetica delle biotecnologie e questione ambientale,
in “Biotecnologie e tutela del valore ambientale”, Giappichelli Ed.,
Torino 2003
33.
LA
TORRE M.A, Le ragioni morali dell’ambientalismo, ESI, Napoli 1998
34.
LECALDANO E.,
Bioetica. Le scelte morali, Laterza, Roma-Bari 1999
35.
LECALDANO E., Un’etica senza Dio, Laterza, Roma-Bari 2006
36.
MANFREDI M., Un bene
comune. Argomenti di filosofia dell’ambiente, in “Rivista
dell’Istituto Italiano di Bioetica”, Name, Torino 2007, I.1-05-2007
37.
MARCHESINI R., Bioetica e biotecnologie. Questioni morali nell’era biotech, Apeiron,
Bologna 2002
38.
MASLIN M., Che
cosa dicono gli scettici?, “Oxygen. La Scienza per tutti”,
02.01-2008, Codice Ed., Torino 2008
40.
MONTI F., L’utilità
della ricerca biotecnologia, “Biotecnologie e tutela del valore
ambientale”, Giappichelli Ed., Torino 2003
41.
PINNA S., La
protezione dell’ambiente. Il contributo della filosofia, dell’economia e
della geografia, FrancoAngeli, 1989
42.
POMARICI G., Responsabilità verso le generazioni future, “Biotecnologie e tutela
del valore ambientale”, Giappichelli Ed., Torino 2003
43.
PRODOMO R., Progressi biomedici tra pluralismo etico e regole giuridiche,
Giappichelli, Torino 2004
44.
PRODOMO R., Tutela
ambientale e salute, in “Biotecnologie e tutela del valore
ambientale”, Giappichelli Ed., Torino 2003
45.
PRODOMO R., Lineamenti di una bioetica liberale, Apeiron, Bologna 2003
46.
RAMELLINI P., Etica
ambientale, Paoline, Milano 2006
47.
RANDERS J., I limiti
della crescita e il collasso globale: uno scenario possibile?,
“Oxygen. La Scienza per tutti”, 02.01-2008, Codice Ed., Torino 2008
48.
RITTER J., Paesaggio. Uomo e natura nell’età moderna, Guerini e Associati,
Milano 1994
49.
RUSSO G, Storia
della bioetica. Le origini, il significato, le istituzioni,
“Istituto Siciliano di Bioetica”, 5, Armando, Roma 1995
51.
SASSEN S., Città:
centrali per il futuro ecologico, “Oxygen. La Scienza per tutti”,
02-01-2008, Codice Ed., Torino 2008
52.
SCARPELLI U., Bioetica laica, Baldini&Castaldi, Milano 1998
53.
SGRECCIA E., Manuale
di bioetica I e II, Vita e Pensiero, Milano 1995
54.
TARANTINO A., Diritti dell’umanità e giustizia intergenerazionale, “Rivista
internazionale di filosofia del diritto”, 1, 2002
55.
WORLDWATCH ISTITUTE, State of
the world 2008.
Innovazioni per
un’economia sostenibile. Rapporto sullo stato del pianeta,
Ed. Ambiente, Milano 2008
SITOGRAFIA
www.eea.europa.eu
www.ipcc.ch
www.iss.itwww.efsa.europa.eu
www.istitutobioetica.org
www.ministerosalute.it
www.oltrenews.it
www.who.int