Home
Su
News
Chi siamo
Forum
Ricerche
Global Bioethics
Attivita'
Pubblicazioni
Documenti
Links
Iscrizione

 

BETTINA D’AGOSTINO

BIOETICA, AMBIENTE E SVILUPPO SOSTENIBILE

 

La necessità di un radicale cambiamento di rotta rispetto ai vigenti modelli economici e stili di vita, richiede una concordata strategia generale di interventi. Interventi di norma complessi e delicati che tuttavia possono trovare un vincolo salutare e unificante nei principi di “responsabilità” e di “precauzione”- aspetto approfondito attraverso il pensiero di S. Pinna e di H. Jonas - per loro intrinseca definizione volti a tener conto di una inedita dilatazione della sfera di influenza delle attività antropiche (sia nello spazio sia nel tempo), oggi arrivate a mettere a rischio le basi fondamentali delle dinamiche naturali che garantiscono la sopravvivenza dell’uomo sulla Terra. Sembra essere inevitabile l’evoluzione del concetto di ambiente e del conseguente rapporto dell’uomo con la natura (dalla posizione di J. Ritter, a quella di F. La Cecla e di P. Ramellini). Non solo l’ambiente è in continua trasformazione, ma è lo stesso uomo che mette in discussione il suo essere (dal cyborg di D. Haraway al gender di R.W. Connell), per meglio dire l’ambito filosofico e geografico come chiave di lettura di ciò che si intende per ambiente, del reciproco rapporto e scambio tra ambiente ed uomo, che oggi deve tramutarsi in sviluppo sostenibile ed etica dell’ambiente, alla luce di una nuova identità umana, quella cyborg  e di genere.

 

A partire dalla comparsa dell’uomo sulla terra, si può parlare di un suo coinvolgimento e una sua partecipazione all’ambiente, dal suo essere “innocuo” a modificazioni per così dire “invadenti”, coll’avvento della tecnologia, dunque la “coscienza ecologica” deve entrare a far parte del quotidiano non sono in grado di rispettare l’ambiente. Da qui l’inquinamento come problematica globale con le sue relative criticità ambientali e la conseguente riflessione su cosa l’umanità a livello globale debba e possa fare. Maturità questa che ha investito anche l’opinione pubblica a partire dall’allarmismo del premio nobel Al Gore, a cui sono seguite voci scettiche ed eretiche.

L’etica ambientale deve basarsi sui valori ambientali per la difesa della natura, inoltre deve essere in grado di realizzare un rapporto sinergico con l’azione politica, il tutto supportato dall’educazione ambientale e poter parlare di sviluppo sostenibile, sovvertendo l’attuale potere politico-economico occidentale fino al coinvolgimento della sfera civile. Bisogna partire dal basso per il cambiamento o per meglio dire miglioramento, coinvolgendo innanzitutto l’ambito locale. Ciò è realizzabile se si comprende che il problema ambientale non può essere affrontato separatamente dal problema economico, perché la nostra salute dipende dalla salute dell’ambiente.

 

La  riflessione a cui si giunge è che il concetto di responsabilità deve poter comprendere, oltre alle istanze interne, anche i problemi e le necessità del mondo esterno; portando così il pensiero fuori dai recinti sicuri delle astrazioni filosofiche, verso il mondo complesso dei rapporti dell’uomo con gli altri uomini e con la natura. Quindi, affinché il concetto di responsabilità possa acquisire l’auspicato ruolo di primo piano nella scala dei valori, deve calarsi tra la gente, acquistare peso mediatico e, in definitiva, “umanizzarsi” e farsi cultura della responsabilità per divenire così elemento portante tanto nell’elaborazione collettiva del pensiero, quanto nell’espletamento delle azioni, investendo quindi l’intero campo della tecnica e anche dell’economia e della politica; fondamentale che avvenga il passaggio dall’ambito etico-culturale a quello giuridico della tutela di diritti riguardanti la biosfera e le generazioni future, in modo da poter parlare di sviluppo sostenibile.

 

La fuga della natura dal paesaggio, la rottura degli equilibri ecologici, le spaccature del tessuto sociale sono alcuni dei sintomi della crisi ambientale. Questo scenario caratteristico del mondo contemporaneo coincide con un’idea della storia e della società e una percezione del nostro rapporto con il mondo che ci circonda in netto contrasto con quelle della tradizione occidentale. Si badi bene: progresso e sviluppo non sono affatto sinonimi. Da questa svista concettuale sorge la contraddizione tra il sistema di “crescita” e di “sviluppo” e la sopravvivenza stessa della natura. È una contraddizione che fa vacillare alle fondamenta un discorso economico costruito sulla virtuale inesauribilità delle risorse naturali e della crisi petrolifera. A ciò si unisce la consapevolezza che l’idea di un progresso fondato sull’indiscutibile centralità dell’umano non è più proponibile. Innanzitutto perché si insiste finalmente sull’inaccettabilità di un universo morale costruito unicamente in funzione della specie umana, e di un sistema economico in cui l’oppressione dei non umani è funzionale alla produzione di enormi profitti. Mettere in dubbio questi risvolti del progresso significa quindi osservarne le implicazioni sul piano della società: e questo punto si fa particolarmente sensibile, dal momento che si comincia a ravvisare negli squilibri sociali, all’interno di una stessa società come nei rapporti tra paesi ricchi e paesi poveri, il terreno di cultura perfetto per le politiche di sfruttamento dell’ambiente. Cominciano a farsi evidenti, infatti, le incongruenze di un atteggiamento epistemologico che, nel tentativo di servire l’uomo per “aggiogare” la natura, ha prodotto strumenti e metodi di ricerca che ecologici e forme di vita, umane e non umane. Allora ci si può chiedere di quale progresso possa essere portatrice una scienza indifferente alle sofferenze degli animali, alla bellezza della natura, alla perdita della biodiversità; o alla distruzione, con un semplice gesto, di migliaia di vite, del loro ambiente e del benessere delle generazioni successive. Ed inoltre come possa davvero “progredire” una scienza moralmente indifferente agli effetti delle proprie scoperte. Alla luce di tale discorso si comprende bene come sia diventato necessario un uso non più meramente strumentale, ma etico della razionalità scientifica e tecnologica. E soprattutto, una valutazione etica delle conseguenze sul piano ecologico, umano e sociale dell’abuso della cieca ragione strumentale.

 

Si affronta, a questo punto, ciò che si intende per etica ambientale o ecologica, come tentativo di infrangere il mito della “priorità ontologica” dell’umano. Contro i verticalismi normativi del modello patriarcale, l’etica dell’ambiente è allora per definizione un’etica circolare: un’etica materna e della cura che, ridistribuendo gli attributi di valore, riporta l’umano nel mondo, inteso in tutta l’ampiezza delle sue relazioni, naturali, politiche, sociali. Tematizzare l’esistenza di una crisi ecologica è già di per sé indice di un mutamento culturale, che investe atteggiamenti, aspettative, forme di resistenza attiva e rivendicazioni di nuovi valori legati alla qualità della vita.

La riflessione che ne scaturisce a questo punto è che alla crisi ecologica si accompagna una cultura, ossia una strategia di sopravvivenza, la quale sostituisce all’entusiasmo per la scienza e per la crescita economica, una domanda di maggiore democratizzazione, che dia finalmente peso a considerazioni di ordine umano, estetico, ecologico, educativo.

La modernizzazione ha progressivamente allontanato l’uomo da se stesso: la società industriale, tripudio della ragione strumentale, si esprime infatti in forme di lavoro e processi produttivi alienanti e spersonalizzanti, accompagnati dal dissolversi del tessuto sociale e dei valori di solidarietà. In tale scenario anche le devastazioni dell’ambiente (un ambiente che è anzitutto una risorsa) sono la logica conseguenza di una visione dualistica e piramidale del rapporto tra umanità e natura. In realtà e più in generale, quello che si sgretola è la fiducia nelle forme politiche tradizionali, a cominciare dallo stato nazionale. Insieme a queste, entrano in crisi anche i capisaldi etici e metafisici che avevano segnato la moderna visione del mondo. Dunque si prende coscienza che lo stato è un insieme di comunità, che l’azione politica debba essere una forma di condivisione, di partecipazione, di inclusione, di differenza. Ciò significa riportare il rapporto umanità-natura al di fuori della sua strutturazione abituale.

 

Per capire quanto sia delicato l’equilibrio dell’ambiente intorno a noi si noti come sia mutato il paesaggio fuori dalle nostre finestre o nelle nostre città, o quanto spesso i telegiornali ci diano notizia di catastrofi più o meno annunciate. Questo vuole essere un modo per rendersi conto che atteggiamenti deresponsabilizzanti non fanno che acuire i disagi dell’ambiente, e insieme non fanno che accrescere le sperequazioni sociali connesse a tali disagi. Tale presa di consapevolezza rappresenta una forte tensione polemica, basata sulla constatazione che l’idea di cultura trasmessaci dalla nostra società, volta a creare un divorzio concettuale tra umanità e natura, è inadeguata a fronteggiare i problemi del presente. Se la crisi ecologica è essenzialmente una crisi culturale, è necessario scegliere di modificare i propri modelli e andare verso una forma “evoluta” di cultura, in cui conoscenza e responsabilità siano funzione l’una dell’altra: una forma di cultura, cioè, che non solo ci permetta di sopravvivere, ma soprattutto di comprendere che l’essere umano può sopravvivere come specie soltanto se è accompagnato, in questa sopravvivenza, dalle forme di vita non umane. La strategia di sopravvivenza costituita da questa cultura prevede o una sopravvivenza congiunta di umanità e natura o nessuna sopravvivenza: umanità e natura vanno considerate in un’ottica ecologica, che è quella della compresenza, e non quella della distruzione reciproca. Questo per dire che vedere la cultura come una strategia di sopravvivenza è la premessa tacita di ogni etica ambientale. Ciò che l’etica dell’ambiente ci richiede è proprio di modificare in maniera inclusiva (ossia ecologica) i nostri modelli culturali, le nostre costruzioni teoriche, le nostre gerarchie di valori. In una parola, il nostro modo di vedere il mondo e i soggetti non umani. Queste priorità, questi legami, queste convinzioni presuppongono, cioè, un allargamento dei nostri valori e dei nostri orizzonti culturali. Per rendere possibile tutto ciò, l’etica ambientale deve sposarsi con altre discipline e pratiche tradizionali come l’economia, l’architettura, le arti figurative, l’agricoltura, la biologia.

In tale contesto, non è più possibile uno scenario politico che non includa tra i suoi soggetti anche i soggetti morali “altri” e tra i suoi valori e le sue priorità, anche quelli relativi alla conservazione dell’ambiente e alla sostenibilità dell’intervento umano sulla natura. Agire in chiave ecologica significa costruzione di una comunità aperta, trasversale e interspecifica, “comunità biotica”, una comunità non omogenea, ma proprio per questo strettamente interdipendente.

In definitiva non si può non agire secondo il principio di precauzione e di responsabilità, specialmente quando i danni temuti possono essere seri, in modo da ridurre i rischi e gli errori di valutazione. Seguendo questi principi le risorse naturali sono considerate e gestite come risorse limitate, d’importanza vitale per l’uomo e la biosfera, la cui quantità e qualità devono essere gelosamente e continuamente salvaguardate con politiche volte a controllare e, dove possibile, a ridurre o azzerare sprechi, distruzioni e processi di inquinamento e di degrado evitando interventi dagli esiti incerti o non adeguatamente valutabili. Bisogna adottare tali principi nella gestione del territorio, che significa attribuire, nella scala delle valutazioni, un elevato livello di priorità alle qualità dei suoi assetti. Tale livello di priorità non deriva tanto e solo dall’aggravamento dei fattori di rischio ma dall’accresciuta percezione pubblica di tali rischi e dalla domanda diffusa di elevata qualità territoriale e ambientale. Solo in questo modo è possibile praticare un livello elevato di tutela del territorio, in sintonia con la nuova percezione dei rischi e la nuova domanda sociale di qualità.

 

È evidente che accanto alla gravità delle conseguenze delle nostre azioni nei confronti della Terra, abbiamo il dovere di agire per costruire un futuro migliore. Bisogna fare pace con il nostro pianeta e dobbiamo intraprendere azioni collettive a livello globale per difendere il nostro comune futuro pensando anche alle generazioni future. Per fare questo, bisogna considerare l’intero universo come una grande famiglia, fondata sul concetto di pace, che a sua volta è legato al concetto di sicurezza nei confronti dell’accesso alle risorse essenziali. Infatti oggi più che mai il problema del clima influenza la nostra vita attraverso l’approvvigionamento energetico, l’accesso alle risorse alimentari e la compatibilità con il nostro habitat naturale.

La sempre più profonda conoscenza dei dati sull’emissione della CO2, sul riscaldamento, sull’innalzamento del livello degli oceani, sulla desertificazione di intere aree del pianeta, sulla difesa delle biodiversità, ci spingono ad una sempre maggiore necessità di abbattere le barriere nazionali ed ideologiche e a prendere decisioni comuni. Dopo Kyoto e Bali, è ancora più importante il post-Kyoto, cioè sono necessari continui confronti, che consentano verifiche oggettive sull’andamento e sul progresso delle azioni intraprese e soprattutto da intraprendere a tutti i livelli globali, nazionali e locali. Sicuramente il protocollo di Kyoto ha avuto valenza strategica in termini politici, economici ed è stato da impulso per la coscienza collettiva, infatti ha rappresentato il primo vero segnale della volontà del mondo industrializzato di riconoscere l’impatto ambientale dell’attività umana e soprattutto di voler trovare soluzioni per porvi rimedio. La conferenza che ha riunito a Bali nel dicembre 2007, scienziati, politici e attivisti di 200 Paesi, per disegnare le strategie di attuazione delle direttive imposte dal Protocollo, conferma e rafforza questa determinazione e pone le basi per un progetto rinnovato e condiviso. La discussione non termina sulla questione del riscaldamento globale, ma innesta riflessioni più profonde, o meglio come l’umanità intenda prima immaginare e poi affrontare un futuro equo e sostenibile, in grado di rispondere ad esigenze diverse, quelle dei paesi industrializzati e quelle delle economie emergenti, disegnando al contempo un nuovo rapporto fra l’uomo, la tecnologica e la natura.

La questione è complessa e delicata, proprio per la sua valenza onnicomprensiva e delinea sia un profilo di stretta attualità, legato alla qualità della nostra vita, sia una proiezione futura, che va tracciata sin da ora nelle linee essenziali e seguita da una programmazione concreta delle azioni. Lo sviluppo dovrà essere soprattutto tecnologico. Solo una tecnologia che sia frutto di una visione allargata, che includa fra gli obiettivi primari il tema del benessere, nostro e del nostro habitat, sarà la vera somma delle parole ambiente ed innovazione, e potrà produrre un risultato positivo e duraturo.

 

Gli scienziati non formano un fronte compatto ed unito. Accanto all’imponente numero di studi che hanno prodotto modelli climatici, elaborato previsioni future e denunciato i rischi cui stiamo andando incontro, si sono levate voci di dissenso altrettanto autorevoli e numerose. Alla diversità delle tesi corrisponde una diversità nelle soluzioni proposte. Questa diversità deve essere la nostra forza: le voci di dissenso debbono fare da eco al miglioramento, in grado di attivare il dialogo e il confronto. Da qui la necessità di creare un dibattito sulla questione ambientale al fine di tracciare quel ponte (anche se estremamente) sottile di incontro, di condivisione, e di confronto, perché se è viva la discussione ambientale, si potrà prendere consapevolezza che un problema esiste, e che non si può far finta di nulla. Siamo chiamati alle nostre responsabilità, ad agire responsabilmente e cautamente per il nostro futuro, per continuare ad esistere.

Incentivo a realizzare tale scopo, è prendere in seria considerazione quegli eventi che possono avere un impatto negativo sull’intera popolazione, come il rapido aumento della richiesta di petrolio, che potrebbe superare l’offerta e la capacità produttiva globale, e l’escalation delle emissioni dei gas serra, che in quanto alteranti, potrebbero portare all’innalzamento dei livelli di gas serra nell’atmosfera, al rapido cambiamento del clima globale e ad una gran numero di ripercussioni negative sulla società umana. Non è da sottovalutare che i gas emessi decenni addietro continueranno a causare danni ancora per secoli, inoltre il sistema climatico include dei meccanismi di feedback positivo, che una volta innescati, causeranno un innalzamento incontrollabile delle temperature che non potremo bloccare fino a quando non avrà fatto il suo corso.

Alla luce degli argomenti affrontati, sembra che il pericolo dal quale difendersi sia legato al fatto che il collasso globale rimanga una teoria, pur essendone stati dimostrati i fatti. Per questo motivo oggi più che mai sembra diventato necessario porre in essere un’etica ambientale che si basi sui valori ambientali, volti alla difesa della natura, verso la quale l’uomo è investito di una responsabilità mai pensata fino a quando non ha preso consapevolezza che la natura non è al di fuori del mondo umano, e che quindi ognuno di noi agisce nell’ambiente e sull’ambiente, ogni volta modificandolo. Dunque l’ambiente viene inevitabilmente coinvolto in ogni forma di civilizzazione e di intervento tecnologico, questo per dire che l’uomo non può più agire irresponsabilmente senza tener conto delle conseguenze delle sue azioni e non facendo proprio un nuovo imperativo categorico, della responsabilità nei confronti delle generazioni future, il cui significato è prendendosi cura della salute dell’ambiente.

 

 

BIBLIOGRAFIA

1.      ABBAGNANO N., Storia della filosofia, UTET, Torino 1993

2.      APRILE M.C., Le politiche ambientali, Carocci, Roma 2008

3.      ARENDT H., Vita activa: la condizione umana, RCS, Milano, 2004

4.      BERLINGUER G., Bioetica Quotidiana, Giunti, Firenze 2000

5.      BERLINGUER G.-GARRAFA V., LA Merce Finale. Saggio sulla compravendita di parti del corpo umano, Baldini&Castaldi, Milano 1996

6.      CALDERONI A.-MANTOVA B., Napoli. Se Berlusconi vuol mostrare miracoli al G8 dovrà risolvere questi problemi…, “Il Venerdì di Repubblica”, 26-09-2008

7.      CANIGIANI F., Salvare il pianeta: la sfida del XXI secolo, “Geografia e cambiamento globale”, UTET 2006

8.      CONNELL R.W., Questioni di genere, il Mulino, Bologna 2006

9.      CONTI F., L’innovazione tecnologica, “Oxygen. La Scienza per tutti”, 02.01-2008, Codice Ed., Torino 2008

10.  CONTI F., L’innovazione tecnologica, “Oxygen. La Scienza per tutti”, 02.01-2008, Codice Ed., Torino 2008

11.  D’AGOSTINO B., La bioetica liberale, in “Ingenere”, Incoerenze, Salerno 2008, 3.09-2008

12.  D’AGOSTINO B., Le differenze di genere, in “Ingenere”, Incoerenze, Salerno 2008, 4.06-2008

13.  D’AGOSTINO B., Una nuova episteme: dal concetto di corpo di Foucault al concetto di genere di Connell, in www.oltrenews.it

14.  DASGUPTA P., Una sfida per Kyoto, “Oxygen. La Scienza per tutti”, 02.01-2008, Codice Ed., Torino 2008

15.  DINUCCI M., Il sistema globale, Zanichelli, Bologna 2004

16.  DYSON F., Un eretico a Kyoto, “Oxygen. La Scienza per tutti”, 02.01-2008, Codice Ed., Torino 2008

17.  EHGEHARDT H.T., Manuale di bioetica, Il Saggiatore, Milano 1991

18.  FIORE A.-BENOCCI B., L’educazione ambientale. La terra: il nostro ecosistema, Ed. dell’Ippogrifo, Salerno 2007

19.  FOUCAULT M., Nascita della clinica. Una archeologia dello sguardo medico, Einaudi, Torino 1998

20.  FRIES S., L’anidride carbonica? Sottoterra,  “Magazine”, 16 -07-2008

21.  GALIMBERTI U., Dizionario di psicologia, De Agostini, Novara 2006

22.  GALIMBERTI U., Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Torino 2002

23.  HARAWAY D., Manifesto cyborg. Donne, biotecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano 1999

24.  HARGROVE E.C., Fondamenti di etica ambientale. Prospettive filosofiche del problema ambientale, Muzzio Ed., 1990

25.  JONAS H., Dalla fede antica all’uomo tecnologico, Il Mulino, Bologna 1991

26.  JONAS H., Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1993

27.  JONAS H., La filosofia alle soglie del duemila. Una diagnosi e una prognosi, Il Melangolo, Genova 1998

28.  JONAS H., Sull’orlo dell’abisso. Conversazioni sul rapporto tra uomo e natura, Einaudi, Torino 2000

29.  JONAS H., Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità, Einaudi, Torino 1997

30.  JONAS H., Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1993

31.  LA CECLA F., Perdersi. l’uomo senza ambiente, Laterza, Roma-Bari 1988

32.  LA TORRE M.A., Bioetica delle biotecnologie e questione ambientale, in “Biotecnologie e tutela del valore ambientale”, Giappichelli Ed., Torino 2003

33.  LA TORRE M.A, Le ragioni morali dell’ambientalismo, ESI, Napoli 1998

34.  LECALDANO E., Bioetica. Le scelte morali, Laterza, Roma-Bari 1999

35.  LECALDANO E., Un’etica senza Dio, Laterza, Roma-Bari 2006

36.  MANFREDI M., Un bene comune. Argomenti di filosofia dell’ambiente, in “Rivista dell’Istituto Italiano di Bioetica”, Name, Torino 2007, I.1-05-2007

37.  MARCHESINI R., Bioetica e biotecnologie. Questioni morali nell’era biotech, Apeiron, Bologna 2002

38.  MASLIN M., Che  cosa  dicono gli scettici?, “Oxygen. La Scienza per tutti”, 02.01-2008, Codice Ed., Torino 2008

39.  MCNEILL J., Impatto ambientale: i primo 100mila anni, “Oxygen. La Scienza per tutti”, 02.01-2008, Codice Ed., Torino 2008

40.  MONTI F., L’utilità della ricerca biotecnologia, “Biotecnologie e tutela del valore ambientale”, Giappichelli Ed., Torino 2003

41.  PINNA S., La protezione dell’ambiente. Il contributo della filosofia, dell’economia e della geografia, FrancoAngeli, 1989

42.  POMARICI G., Responsabilità verso le generazioni future, “Biotecnologie e tutela del valore ambientale”, Giappichelli Ed., Torino 2003

43.  PRODOMO R., Progressi biomedici tra pluralismo etico e regole giuridiche, Giappichelli, Torino 2004

44.  PRODOMO R., Tutela ambientale e salute, in “Biotecnologie e tutela del valore ambientale”, Giappichelli Ed., Torino 2003

45.  PRODOMO R., Lineamenti di una bioetica liberale, Apeiron, Bologna 2003

46.  RAMELLINI P., Etica ambientale, Paoline, Milano 2006

47.  RANDERS J., I limiti della crescita e il collasso globale: uno scenario possibile?, “Oxygen. La Scienza per tutti”, 02.01-2008, Codice Ed., Torino 2008

48.  RITTER J., Paesaggio. Uomo e natura nell’età moderna, Guerini e Associati, Milano 1994

49.  RUSSO G, Storia della bioetica. Le origini, il significato, le istituzioni, “Istituto Siciliano di Bioetica”, 5, Armando, Roma 1995

50.  SARAGOSA A., Nell’era del riscaldamento globale si scopre che il sole è più freddo, “Il Venerdì di Repubblica”, 18-07-2008

51.  SASSEN S., Città: centrali per il futuro ecologico, “Oxygen. La Scienza per tutti”, 02-01-2008, Codice Ed., Torino 2008

52.  SCARPELLI U., Bioetica laica, Baldini&Castaldi, Milano 1998

53.  SGRECCIA E., Manuale di bioetica I e II, Vita e Pensiero, Milano 1995

54.  TARANTINO A., Diritti dell’umanità e giustizia intergenerazionale, “Rivista internazionale di filosofia del diritto”, 1, 2002

55.  WORLDWATCH ISTITUTE, State of the world 2008. Innovazioni per un’economia sostenibile. Rapporto sullo stato del pianeta, Ed. Ambiente, Milano 2008

 

SITOGRAFIA

www.eea.europa.eu

www.ipcc.ch

www.iss.itwww.efsa.europa.eu

www.istitutobioetica.org

www.magazine.enel.it

www.ministerosalute.it

www.oltrenews.it

www.who.int


Home Su News Chi siamo Forum Ricerche Global Bioethics Attivita' Pubblicazioni Documenti Links Iscrizione

Contatti: postmaster@istitutobioetica.org

Copyright © 2002 Istituto Italiano di Bioetica Campania