
DALLA
“RIVOLUZIONE VERDE” ALLA RIVOLUZIONE GENETICA
Tesi
in
Sociologia
dell’ambiente e del territorio
di
Caterina Romano
(la versione integrale di questa ricerca può
essere richiesta all'indirizzo
katiaro@interfree.it)
La
Rivoluzione verde fu un processo d’introduzione, nei paesi in via di
sviluppo,
di nuove varietà agricole create appositamente attraverso incroci di tipo
tradizionale. Essa è stata realizzata con il supporto dei grandi organismi
internazionali, come la FAO.
Il
periodo 1963-83 fu la fase centrale della Rivoluzione verde, poiché si ebbero
interventi volti ad utilizzare le conoscenze tecnico-scientifiche per creare le
condizioni ottimali (non naturali) a sfruttare le potenzialità genetiche di
nuove varietà di elementi vegetali; interventi che consistono
nell’irrigazione di terreni aridi, nell’utilizzo di fertilizzanti, di
pesticidi ed erbicidi.
La
Rivoluzione verde fu presentata come una strategia in grado di stimolare la
produzione alimentare e quindi “risolvere” il problema della fame,
migliorare la qualità dei prodotti agricoli e la produzione di semi, in grado
di adattarsi ad ogni tipo di clima e suolo. Storicamente trova il suo humus
culturale nel primo dopoguerra, quando politici, agronomi e contadini di molti
paesi, anche se per motivi differenti, si convinsero che fosse possibile
raggiungere un forte incremento delle rese di grano. Sembrò per loro un
obiettivo realizzabile, anche grazie all’invenzione del procedimento di
fissazione dell’azoto[1]
che, per la prima volta nella storia dell’umanità, rendeva disponibili a
basso costo grandi quantità di fertilizzanti per la concimazione. I risultati
sperati non tardarono a venire: le rese del frumento aumentarono decisamente se
confrontate agli incrementi produttivi registrati nella storia agricola, tanto
da indurre ad usare per la prima volta il termine “Rivoluzione verde”,
rivendicando l’innovazione che avrebbe permesso di inaugurare “l’era
dell’abbondanza.
Un
ruolo importante in questa Rivoluzione lo ebbe Norman Borlaug, giovane
ricercatore americano esperto di patologia vegetale. Il nome e la fortuna di
Borlaug sono legati ad una varietà particolare di frumento, la giapponese Norin
10, portatrice di geni per la taglia ridotta. L’abilità di Norman Borlaug è
consistita nell’aver integrato questi geni in varietà resistenti ad alcuni
funghi che colpiscono la pianta, con una buona produttività, e con un periodo
vegetativo breve adatto a molti paesi tropicali (4-6 mesi). Le sementi ad alta
resa dette anche “varietà miracolo” (HYV High, Yiedling Varieties) sono così
diventate realtà: le loro caratteristiche distintive sono essenzialmente:
taglia ridotta, insensibilità alla durata del giorno e pronta risposta
all’uso di maggiori quantità di fertilizzanti e all’irrigazione. Per
legittimare questo successo Norman Borlaug ricevette il premio Nobel per la pace
nel 1970 “per aver dato pane ad un mondo affamato”, e diventò ufficialmente
il “padre” della Rivoluzione Verde.
Nonostante
le premesse, la Rivoluzione verde non è riuscita a risolvere il problema della
fame, anzi, la fame e la malnutrizione aumentano molto rapidamente proprio nelle
aree in cui è arrivata la Rivoluzione, e il divario tra agricoltori ricchi e
contadini poveri è peggiorato con l’introduzione delle varietà ad alta resa,
che per altro hanno portato ad una monocoltura del raccolto, dato che la
strategia della Rivoluzione verde punta ad aumentare la produzione agricola di
una sola componente agricola, a costo di ridurre tutte le altre.
La
conseguenza immediata della Rivoluzione verde fu proprio che i contadini smisero
di produrre semi, poiché nella seconda generazione il seme perdeva le
caratteristiche iniziali, e dunque gli agricoltori erano obbligati a ricomprarne
di nuovi ad ogni semina. Furono inoltre abbandonati i tradizionali metodi di
coltivazione dei semi, poiché solo ricevendo abbondanti dosi di fertilizzanti e
di pesticidi le sementi selezionate davano le resi dichiarate.
Sono
stati molto gravi dal punto di vista sociale e ambientale gli effetti negativi
di una rivoluzione genetica presentata come rimedio alla fame: le sementi ad
alto rendimento hanno provocato l’indebitamento, e il conseguente fallimento
di molti contadini. Questi, non disponendo dei denari necessari per l’acquisto
dei pesticidi e fertilizzanti, si sono indebitati fino a perdere le loro terre;
a ciò si aggiungevano le devastanti conseguenze sulla salute dell’uso
invasivo di pesticidi.
Dal
punto di vista della preservazione del patrimonio biologico, ha provocato la
rapida scomparsa delle “razze territoriali”
e dei sistemi agricoli indigeni che avrebbero potuto contribuire molto alla
ricerca agricola, portando come conseguenza la distruzione della diversità.
Se
un miracolo c’è stato, è sicuramente quello della creazione di nuovi
infestanti e di nuove malattie, e insieme con loro il continuo aumento della
domanda di pesticidi. I semi HYV (simbolo di questa monocoltura) richiedono un
apporto intensivo e uniforme di acqua e di prodotti chimici, e ciò porta
inevitabilmente alle monocolture su vasta scala; ma le monocolture sono
altamente vulnerabili dagli infestanti e dalle malattie, e ciò provoca un nuovo
costo, quello dei pesticidi.
In
India, la strategia dell’“alta resa” della Rivoluzione verde ha eliminato
le leguminose e i semi oleosi, essenziali per il nutrimento delle persone e la
fertilità del suolo. I semi miracolo non sono dunque “il miracolo” che si
voleva far credere.
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È
ora il turno delle biotecnologie, strumento indicato da molte autorevoli voci
come la strada nuova nel cammino del progresso, per affrancare l’umanità
dallo spettro delle carestie, facendo fronte all’aumento demografico. Per
enfatizzare questo passaggio, le biotecnologie vengono identificate come
“Nuova o Seconda Rivoluzione Verde”.
Uno
dei principali cavalli di battaglia dei sostenitori della manipolazione genetica
è che l’introduzione degli OGM permetterà di sconfiggere la fame nel mondo,
invece è più verosimile che gli OGM la soffochino.
La
causa principale della fame risiede in problemi di natura sociale e politica, e
puri strumenti tecnologici, quali sono gli OGM, non offrono soluzione a questi
problemi essendo troppo costosi, così come non appropriati per il consumo
locale, tanto che le colture oggetto di manipolazione genetica, come mais, soia,
colza e cotone, sono esportate e soprattutto utilizzate come alimento per il
bestiame.
Essendo
una tecnologia coperta da brevetto,
gli OGM sono monopolizzati da un numero estremamente ridotto di
multinazionali,
fra queste la Monsanto che è la più importante titolare di brevetti
biotecnologici in agricoltura, alcuni dei quali, non incidentalmente, sono
responsabili della contaminazione genetica della biodiversità e dei sistemi
agrari.
Le
compagnie agrochimiche si comportano da “dittatori del cibo”. Costringono
agricoltori e consumatori ad utilizzare gli OGM, e dettano il futuro del cibo e
dell’agricoltura. Gli OGM costituiscono infatti una minaccia, non solo per il
mondo contadino che non può affrontare l’adozione di una tecnologia
estremamente costosa, ma anche per l’agricoltura in generale. Numerosi gruppi
ed associazioni di coltivatori in tutto il mondo si oppongono alle colture
transgeniche perché temono che, con l’introduzione dei brevetti in campo
agricolo, le multinazionali possano esercitare un controllo pressoché totale
sulle loro attività.
La
“selezione” del “programma” genetico delle piante ha l’obiettivo di
impedire che l’agricoltore possa automaticamente riseminare il prodotto dopo
il raccolto, ossia di evitare che le sementi si riproducano all’interno delle
fattorie; per questo motivo le sementi geneticamente modificate sono sterili,
non sono più suscettibili d’impollinazione ambientale, le piante distruggono
il proprio germe una volta mature attraverso un gene neutralizzatore e un gene
esplosivo.
La
“Rivoluzione genetica” ripropone oggi gli stessi errori della “Rivoluzione
verde”, che è stata una massiccia campagna condotta da governi e imprese per
convincere gli agricoltori del Terzo Mondo a sostituire la moltitudine di specie
coltivate dagli indigeni con un ridotto numero di varietà produttive che
funzionano solo grazie ad un massiccio utilizzo di prodotti chimici.
Grazie
al lavoro di molti gruppi e associazioni e al conseguente aumento della
sensibilità dell’opinione pubblica, negli ultimi tempi è stato possibile
registrare una serie di segnali positivi, che fanno sperare in una valutazione
critica e approfondita di tutta questa problematica.
Innanzi
tutto, la richiesta di sementi OGM da parte degli agricoltori americani è molto
calata poiché è aumentata la richiesta di prodotti liberi da OGM. È stato
infine completato a Montreal, in Canada, il 29 gennaio 2000 tra numerosissime
difficoltà, il “Protocollo di Cartagena sulla Biosicurezza” facente parte
della convenzione sulla Biodiversità. Il Protocollo di Cartagena è un
documento molto importante che regolamenta a livello internazionale il trasporto
e il commercio degli OGM in nome della difesa della biodiversità delle specie e
dei possibili rischi per la tutela della salute. Il Protocollo di Cartagena
intende ridurre i rischi di danni alla biodiversità nel caso d’esportazione
d’organismi vivi geneticamente modificati, detti anche organismi viventi
modificati.
Anche
l’Unione Europea ha attuato una politica agricola comune (PAC). Lo scopo della
politica agricola comune, è quello di procurare agli agricoltori un congruo
tenore di vita, e ai consumatori alimenti di qualità a prezzi equi.
Oggi
le parole d’ordine sono la sicurezza alimentare, la salvaguardia
dell’ambiente rurale e la redditività. La sicurezza alimentare è parte
integrante del concetto di sostenibilità e si ricollega ad aspetti non solo
materiali ma anche culturali; deve cioè rispettare i diversi modelli di consumo
che caratterizzano le varietà culturali, politiche e sociali delle diverse
comunità, che devono poter decidere quale sia il cibo più opportuno e più
sano, sulla base di conoscenze dirette e di adeguate informazioni.
L’agricoltura
biologica è la forma più avanzata d’agricoltura sostenibile; l’agricoltura
biologica include tutti i sistemi agricoli che promuovono una produzione di cibo
e materie prime nel rispetto dell’ambiente, della società e dell’economia.
Per rendere sostenibile l’agricoltura del secolo XXI occorre pensare non solo
come produrre, ma anche che cosa e per chi, preservando e tutelando il
patrimonio naturale per la realizzazione di un futuro sostenibile.