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UNIVERSITA DEGLI STUDI DI SALERNO

FACOLTA DI LETTERE E FILOSOFIA

CORSO DI LAUREA IN FILOSOFIA

TESI DI LAUREA IN BIOETICA

UOMO ED ANDROIDE IN PHILIP K. DICK

LAUREANDO: BICHI PRIMO

         RELATORE:                                                                                 CORRELATORE:

PROF. ANGELA PUTINO                                              PROF.BIANCAMARIA D’IPPOLITO

BIBLIOGRAFIA

Abruzzese, Verso una sociologia del lavoro intellettuale, Liguori, Napoli, 1979

Abbagnano, Dizionario di filosofia, Utet, Torino, 1997

Adorno, Minima moralia, Torino, Einaudi, 1994

Agamben, Homo sacer, Einaudi, Torino, 1995

Caronia, Cyborg. Saggio sull’uomo artificiale, Shake Edizioni, Milano, 2001

Cohen, Les robot humaine dans le mythe e dans la science, Vrin, Parigi, 1968

De Feo, Philip K. Dick dal corpo al cosmo, Cronopio, Napoli, 2001

Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina, Milano, 1978

Denunzio, Pieghe del tempo, Editori riuniti, Roma, 2002

Dick, Se vi pare che questo mondo sia brutto, Feltrinelli, Milano, 1995

 Do androids dream of electric sheep? , Grafton, Londra, 1993

Le tre stimmate di Palmer Eldrich, Fanucci, Roma, 2003

L’uomo nell’alto castello, Fanucci, Roma, 2002

Occhio nel cielo, Fanucci, Roma, 2002

Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Fanucci, Roma, 2001

Mutazioni. Scritti filosofici, autobiografici, letterari, Feltrinelli, Milano, 1997

Radio libera Abelmuth, Fanucci, Roma, 1996

Simulacri, Fanucci, Roma, 2001

Un oscuro scrutare, Fanucci, Roma, 2002

Di Costanzo, Lo sciacallo, Einaudi, Torino 1996

La parola abitata, Einaudi, Torino, 1990

Esposito, Bios, biopolitica e filosofia, Einaudi, Torino, 2004

Foucault, Sorvegliare e punire, Mondadori, Milano, 1995

Volontà di sapere, Mondadori, Milano, 1978

Frasca, La scimmia di Dio, Costa & Nolan, Genova, 1996

Come rimanere rimasti

Haraway, Manifesto cyborg, Feltrinelli, Milano, 1991

Legrenzi, Manuale di psicologia generale, Il Mulino, Bologna, 1997

Lotman, La semiosfera, Marsilio, Venezia, 1985

Maraschini & Palma, Format, la formazione matematica, Paravia, Torino, 1998

Morin, Il cinema o l’uomo immaginario, Milano, Feltrinelli, 1982

Nietzche, L’anticristo. Newton Compton, Roma, 1994

Rispoli, Universi che cadono in pezzi, Paravia, Torino, 2001

Stableford, Enciclopedya of science fiction, Orbit, Londra, 1993

Sutin, Divine invasioni, Fanucci, Roma, 2001

Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, Il Mulino, Bologna, 1985

Tagliasco, Dizionario degli esseri umani fantastici e artificiali, Mondadori, Milano, 1999

Žižek, Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi, Roma, 2002

PHILIP K DICK, SCRITTORE

Philip k. Dick ha frequentato la University of California,

ha lavorato in un negozio di dischi, ha fatto il copywriter,

ha condotto un programma di musica classica su radio KSMO,

vive attualmente a San Rafael e si interessa di allucinogeni e polveri.

E’ nato a Chicago il 16 dicembre 1928.

Benché barbuto, anziano e corpulento è un fanatico lumatore di ragazze:

manca solo che porti con sé il metro per prendere le misure..............

 

PHILIP DICK, Materiale biografico su Philip k. Dick, 1968

Se Philip Kindred Dick  è da molti considerato il massimo mitografo del dopoguerra non si deve alla sua eccellenza stilistica. Anche se tanti pregiudizi, al riguardo, sono fugati dalle cure della “collezione Dick“ Fanucci.[1] Se l’ immaginario odierno è pervaso, permeato, a tutti i livelli conflato di Dick, non dipende nemmeno tanto dai film tratti dai suoi testi, a partire dal fondativo (e meraviglioso, bisogna dirlo) Blade Runner, fino alle ultime trasposizioni di Paycheck e Un oscuro scrutare. Ultime, naturalmente, soltanto per ora. Il nostro immaginario (dal blockbuster alla videoarte d’ avanguardia e ai fumetti underground, dal clip musicale allo spot pubblicitario) formicola di “dickemi“, nel senso in cui Andrea Zanotto ha coniato i “manzonemi“: e cioè unità tematiche, posizioni percettive, e appunto dispositivi mitogeni, che saturano certi spazi-tempo culturali. E’ la nostra realtà, ormai, ad apparirci dickiana. Dallo stesso punto di vista si potrebbe dire anche che il successo editoriale di Dick, di cui ora si sta ritraducendo e ripubblicando l’ opera omnia, è figlio della nostra realtà, prigioniera senza speranza dell’ economia globale: dickiana, cioè.[2]

Ci sono infatti fasi della produzione culturale in cui i canoni della tradizione non sono seguiti pedissequamente, e l’ assenza di schemi, in un procedere non formalizzato, può accompagnarsi all’ elaborazione di forme di comunicazione e di modi di rappresentazione che percepiscono le trasformazioni in corso, ne interpretano le dinamiche e ne avvertono le spinte.[3] Si verifica un superamento dell’ orizzonte delle intenzionalità socio-psicologiche dell’ autore e si realizza così il punto di coincidenza dell’ immagine e dell’ immaginazione[4]. La dimensione falsificatoria, insomma, modifica la fattualità: la produzione di Dick è linfa vitale per l’ immaginario collettivo dell’ epoca che stiamo attraversando, grazie allo sviluppo di una serie di alternative distopiche rispetto all’ attuale sistema socio-economico capitalistico. La profondità dell’ interrogare e la genialità delle visioni ipotetiche (“as if“ views) danno luogo ad un’ elaborazione espressiva in grado di esplorare a fondo la contemporaneità e, addirittura, di poter prevedere il futuro[5].

Profondità e genialità non comprensibili appieno se non considerando il punto di partenza e quello di arrivo della sua produzione creativa. Partendo dai canoni di una science fiction ortodossa, ed imitando le cose migliori di scrittori strettamente di genere come A. E. Van Vogt, sopratutto per quanto riguarda l’ ossatura del canovaccio (nel caso specifico di Van Vogt: i ripetuti colpi di scena, i continui ” botta-e-risposta “ dialogici fra i personaggi, il finale a sorpresa) Philip Dick traghetta la sua opera da tutt’ altra parte della cultura letteraria e della cultura in generale. Accatastati i ferrivecchi della tradizione fantascientifica, cioè i precognitivi, gli inerziali, i robot, gli alieni mostruosi, i telepati, i semivivi eccetera, Dick li rinsalda l’ uno all’ altro (con un principio simile a quello che anima la creazione artistico-scultorea di autori come Anthony Caro) in modo nuovo e fecondamente fantasioso, creando un qualcosa che, nonostante la presenza incontrovertibile di certe imperfezioni di stile, si staglia su di un nuovo orizzonte.

 Ma quale è questo orizzonte? I suoi estimatori, e sono molti, sostengono che con Dick ci si proietta su di un orizzonte speculativo che pone molteplici interrogativi di natura prettamente filosofica[6]. E’ stata richiamata l’ attenzione, ad esempio, a proposito de L’ ora dei grandi vermi, sulla sconcertante capacità dickiana di rielaborare materiali dei quali sicuramente l’ autore non aveva una conoscenza approfondita: (...) anzitutto la cultura sapienziale buddista e la gnoseologia scettica di tipo (...) analitico-humeano[7].

Nella introduzione agli scritti non narrativi Lawrence Sutin, suo curatore e biografo, afferma:< Tali lavori dimostrano, credo, che Dick non solo è stato un visionario creatore di speculative fiction, bensì anche un illuminante e originale pensatore che si è cimentato con questioni che andavano dalla compenetrazione di fisica quantistica e metafisica all’ ambito della realtà virtuale con le sue impreviste conseguenze sul piano personale e politico; dal perturbante rapporto tra la schizofrenia e le allucinazioni consensuali sociali alla sfida lanciata ai fondamentali valori umani nell’era della distanza tecnologica e della disperazione spirituale. >[8] Non è sbagliato porre l’accento su queste e altre questioni in cui vi è stato un enorme contributo di Dick, notevole per forza concettuale ed originalità. Anche sulla scorta di “pezzi grossi“ del pensiero contemporaneo, estasiati ammiratori di questo scrittore, ad esempio Jean Baudrillard e Slavoj Žižek, è possibile senza ombra di dubbio presentare in ambito accademico l’autore come un < originale pensatore  > nonostante sia <...stilisticamente (...) e per contenuti (...) non etichettabile. Lo si potrebbe definire filosofo, ed in effetti merita questo titolo almeno nel senso originario della parola greca: colui che ama la sapienza e crede sinceramente nel valore dell’incoercibile interrogare; una rarità, questa, nell’epoca in cui l’aggettivo “metafisico“ è divenuto sinonimo di “insensato“. >[9] Certo, come fa notare ancora Lawrence Sutin:< ... Dick manca del rigore sistematico e del tono impersonale che contraddistingue, per la maggior parte dei lettori, l’analisi filosofica moderna. Non aderisce ad alcuna scuola filosofica, ma si sente in diritto di gironzolare per i corridoi, per così dire, di tutte le scuole occidentali ed orientali di ogni tempo. Non difende alcuna posizione; semmai le saggia tutte, le esplora da cima a fondo e poi se ne allontana. >[10] Ma bisogna prestare attenzione: sarebbe un grave errore far pesare questa dimostrazione (di Dick alla stregua di “ originale pensatore“) esclusivamente sulla valutazione critica dei non-fictional works, e nemmeno principalmente.

Dai lavori non narrativi è possibile ricavare al massimo ulteriori spunti, chiarimenti, analisi sul suo proprio personale iter umano e creativo, delucidazioni intorno ad alcune situazioni e personaggi, et similia.  Non bisognerebbe esagerarne l’importanza, come sembra faccia Sutin, e supporre una loro qualsiasi autonomia rispetto alla fiction dickiana. Questa considerazione è un passo sicuro verso una più rispondente, ai fini della comprensione, com-prendente visione d’insieme. Per chiunque abbia letto anche solo una piccola parte della sua prolifica produzione letteraria sopratutto fantascientifica, ma non solo, (oltre cinquanta libri) appare infatti senza alcun dubbio come “l’amore per la sapienza“ sia una presenza tutt’altro che invisibile nelle sue pagine non saggistiche. Le scoperte citazioni in tutti i suoi romanzi sono soltanto la punta di un iceberg concettuale... Non si tratta certamente di arricchire la narrazione facendo comparire al posto giusto, mettiamo, elementi di filosofia hegeliana o kantiana alla stregua di orpelli letterari; e nemmeno di mettere in scena personaggi profondi e acculturati le cui elucubrazioni possano stupire ed affascinare il lettore. Concetti, spunti, intuizioni, visioni del mondo dei più grandi pensatori, come di autori minori, costituiscono parte integrante della struttura della narrazione, vivono nel plot letterario, nella trama stessa. Rielaborate, riconcettualizzate, attualizzate alla perfezione in contesti lontanissimi da quelli originali, collegate nei modi più fecondi e fantasiosi, a volte decostruite, accostate e confrontate fra loro, e ai più diversi contesti storico-politico-letterari in un modo che ha dell’incredibile e del sublime. Ed è davvero da non credersi, se si pensa all’enorme cultura personale dell’autore, priva però di preparazione accademica, a parte sporadiche frequentazioni giovanili all’università della California (filosofia, sicuramente un corso su Platone) e quindi trattasi di un background certamente vasto, secondo le parole dello stesso Philip Dick (< Proust e Pound, Kafka e Don Passos, Pascal... ma qui siamo ormai alla letteratura più antica, e il mio elenco potrebbe andare avanti all’infinito. Diciamo semplicemente che ho acquisito una utile conoscenza della letteratura dall’Anabasi all’Ulisse. >[11]) ma mancante d’approfondimento, di studi specifici.

 Un esempio per tutti, prima di cominciare un discorso più puntuale, è Un oscuro scrutare. In questo romanzo, a guardar bene, non si tratta semplicemente di citare frasi paoline per via del protagonista; il senso del romanzo è anche nel fornire un’interpretazione moderna, e sorprendente, del concetto paolino dello “ speculum in aenigmate”. Similmente la speculazione filosofica è il cuore di numerose altre opere, ed è al centro, e pulsa di vita, in quelle più riuscite, ed influenti nella contemporaneità che stiamo vivendo... Un altro esempio calzante può riguardare il romanzo Le tre stimmate di Palmer Eldrich. Uno dei lavori più belli, e apprezzati, di Dick. <... a mio parere uno dei più grandi romanzi del Novecento, come disse una volta a Philip K. Dick (che se ne meravigliò molto) un austero professore: “ Non soltanto uno dei più importanti romanzi di fantascienza. Senza dubbio uno dei più grandi romanzi del secolo”>[12]  La statura letteraria riconosciuta a quest’opera si deve sopratutto al suo cupo fascino metafisico, come ammette lo stesso autore: < Decisi di scrivere un romanzo sul male assoluto incarnato in un uomo >[13] il romanzo è < uno studio sul male assoluto >[14] Così l’opera viene definita dallo stesso autore.

 Francesco De Nunzio ha scritto di un interessante parallelismo tra il male assoluto in questione e il male radicale di cui parla Kant nella Religione nei limiti della semplice Ragione. Egli nota: < ...dice Dick: male assoluto. Prima di lui solo Kant aveva parlato di un male radicale, riferito all’innata tendenza dell’uomo a commettere azioni malvagie, e dopo Kant, Hannah Arendt riprende l’espressione per indicare quella cosa, così grande da non poter essere né perdonata né condannata, avvenuta nei campi di concentramento nazisti (...) Dick, (...) perdendosi in Kant e nella Arendt, (...) dice male assoluto per significare la guerra. >[15] Non si tratta dei conflitti fra nazioni di cui tratta il filosofo di Königsberg nel breve ma importante scritto Per la pace perpetua, ma di un ambito diverso, decisamente più attuale e intrinsecamente postmoderno. Le tre stimmate di Palmer Eldrich, come Ubik, un altro dei grandi capolavori scaturiti dalla sua penna, non sono altro che fantastici, metaforici resoconti di guerre aziendali.

Ma è meglio fermarsi qui con il discorso, poiché questi sono solo degli esempi chiarificatori della profondità e fecondità della sua narrativa presa in considerazione nel suo complesso. Per meglio definire il percorso concettuale che ci interessa, ci sono anche altre opere di Dick da analizzare e comparare, in seguito, con quelle più strettamente filosofiche di altri autori. Il punto da mettere bene in chiaro è che questa ricchezza, questo acume e intelligenza non solo letteraria, sono direttamente conseguenti al concetto dickiano di fantascienza, alla visione affatto personale, e innovativa, che l’autore possedeva del genere di cui è riconosciuto maestro. In uno degli scritti non letterari ne comincia a dare una definizione < per ciò che non è >[16] , escludendo dal novero degli attributi essenziali (cioè di quelli che la rendono tale, che ne costituiscono la definizione) < avventure spaziali >[17] e < uso massiccio di tecnologia superavanzata >[18] . < L’ ingrediente essenziale >[19] cioè l’elemento discriminante per poter distinguere uno scritto di fantascienza da uno che non lo è, consiste invece della < nuova idea caratteristica>[20] un’idea coerente, stimolante e sopratutto veramente nuova. Il concetto di SF quindi non può essere disgiunto dall’idea di novità. Questa idea nuova ha una funzione essenziale nella narrativa di Dick. Essa è la base sulla quale avviene il nucleo della creazione letteraria, < la creazione di un mondo fittizio > di < una società basata sulla nostra >, < un mondo trasposto ad opera dello sforzo mentale dell’autore, un mondo trasformato in qualcosa che non è, o non è ancora diventato. Questo mondo deve differire da quello reale per almeno un aspetto, che sia sufficiente a giustificare gli eventi che non potrebbero accadere nella nostra società né in quelle conosciute, presenti e passate >[21] Questo aspetto è proprio l’idea nuova, il cardine su cui l’autore costruisce le sue trame distopiche e anti-utopiche. A questo proposito risulta utile ricordare l’autorevole definizione di SF data da Darko Suvin, che, come si può facilmente notare, si applica facilmente alla narrativa dickiana:< La fantascienza è un genere letterario la cui condizione necessaria e sufficiente è la presenza e l’interazione tra straniamento e cognizione, e il cui principale strumento è una struttura immaginaria alternativa all’ambiente empirico dell’autore (...). La fantascienza è dominata narrativamente da un novum finzionale, convalidato dalla logica cognitiva. E questo significa l’oscillazione fra due, o più, realtà. >[22] Non è difficile accorgersi di come un tale concetto di SF richiami molto da vicino quello dell’utopia filosofica, della tradizione di Thomas Moore e di Campanella, per essere chiari; e questo accostamento sembra essere riconosciuto anche in Italia. Sul dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano leggiamo, infatti, che, non solo < problema filosofico è la valutazione dell’utopia >, ma afferma pure chiaramente: < ... una delle sue incarnazioni sono i romanzi di fantascienza >[23].  Quello di cui si deve dare atto in questo frangente del discorso è ancora l’accostamento fra SF e filosofia. Questo “ponte“ fra due parti della cultura va considerato in tutta la sua fecondità concettuale, e non certo alla stregua di una mera elucubrazione critica... Esso è giustificato dai fatti, e avvalorato da opinioni autorevoli affermazioni di studiosi come Gilles Deleuze, il quale nell’introduzione a “Differenza e Ripetizione “ pensava, proprio per il suo carattere novativo, < un libro di filosofia essere (...) una sorta di fantascienza >[24].

Ma è possibile rovesciare l’assunto di Deleuze? Se è proponibile la filosofia come fantascienza, può la SF, nel caso la SF dickiana, essere seriamente, fecondamente pensata come “una sorta di filosofia“ ?

Uomo, macchina e varie ibridazioni

L’immaginario ri-creato da Philip Kindred Dick pullula abbondantemente di strani macchinari antropomorfi, esseri artificiali, creature ibride, meccanismi biologici, protesi, e tante altre fusioni, vie di mezzo, tra l’organico e l’inorganico, invenzioni letterarie d’ottima fattura. Cose di questo tipo grondano letteralmente dalle sue pagine. Da dire però, più d’invenzioni, comunque, (come è stato già fatto notare, molti elementi della narrativa di Dick erano già ampiamente presenti nella fantascienza dell’epoca in cui scriveva) sarebbe meglio parlare di re-invenzioni. Se è vero, infatti, che fin dagli anni Venti questo genere di letteratura popolare descrive il tipo di figure di cui sopra, nella sua opera Dick ne infonde fresca linfa vitale.

 <... la figura del cyborg (...) è più o meno contemporanea a quella del robot e dell’androide, che la SF riprende da tradizioni e contesti più antichi. Anche se il termine, in quegli anni, non è stato ancora coniato. >[25] Appare quasi superfluo far notare come queste figure abbiano significato, e hanno tuttora, più che una presenza sulla scena della fantascienza mondiale; al contrario, un ruolo di primissimo piano gli spetta di diritto. Quello che forse non è stato messo abbastanza in luce, almeno qui in Italia, è la di loro enorme importanza nell’ambito della cultura d’ampio respiro, e non soltanto per quanto riguarda un genere letterario specifico e considerato dai più limitativo. La motivazione di tale forte accento su questo tipo di rappresentazioni sarà presto chiara nel corso dello svolgimento del discorso. Innanzi tutto è però necessario porsi una domanda. Cosa rappresentano queste figure? Per rispondere è preliminarmente necessario fornire una definizione provvisoria di cosa significhino le parole cyborg e androide.

Con un paio di avvertenze, però, si badi bene. La provvisorietà di cui si parla in questo contesto non è (come si potrebbe erroneamente pensare) sinonimo di imprecisione. L’esposizione seguente ne riguarderà sopratutto il significato etimologico e lo stato attuale dei due concetti nella generale considerazione non-filosofica. Soltanto in seguito vi sarà il confronto fra una certa tipologia di idee (in altre parole le invenzioni degli scrittori di genere) e un’altra tipologia spesso considerata estranea alla prima sullo stesso argomento (le riflessioni des philosophes et des savants).  Tramite un’attenta analisi, viaggiando attraverso la letteratura fantascientifica e la filosofia, sarà possibile compiere una serie di importanti considerazioni. Queste riguarderanno sopratutto il rapporto dell’uomo contemporaneo con se stesso e il mondo che lo circonda, e si spera possano suscitare l’interesse di chi, come lo scrivente, si interroga continuamente sull’uomo e la donna dell’oggi e non soltanto del passato.

 

1 ) CYBORG.

 Cyborg deriva dal greco kybernàn che significa pilotare; nel 1947 lo scienziato americano Norbert Wiener inventa l’espressione cybernetics per indicare la scienza delle macchine capaci di autoregolarsi (...) Cyborg è un composto (linguistico) di cyberg e organism: significa organismo cibernetico e indica il miscuglio di carne e tecnologia che caratterizza il corpo modificato da innesti di hardware, protesi ed altri impianti.[26] Con minore precisione, il Webster’ s Dictionary lo definisce < Un essere umano ipotetico modificato in modo da adattarsi alla vita in ambienti non terrestri tramite sostituzione di organi artificiali o di altre parti del corpo. >[27]

Anche se palesemente imprecisa e riduttiva, d’altronde risalente agli anni Settanta, (non è detto che a venire “ modificato “ debba per forza essere un uomo e non un qualsiasi altro animale, ad esempio, anche se il cyborg di cui si esporrà è specificamente il cyborg umano) questa seconda definizione ci porta verso i fini del cyborg. Brian Stableford, nella Enciclopedya of Science Fiction a cura di Clute e Nicholls, opera una tripartizione a seconda proprio del fine per il quale il cyborg viene ad essere. Adaptative cyborgs, functional cyborgs and medical cyborgs: three different ones.[28]  Il primo tipo è appunto quello di cui tratta la definizione del Webster’ s, mentre il secondo è facilmente descrivibile come quel cyborg il quale viene ad essere mediante modificazioni corporee volte a potenziare le naturali funzionalità vitali. La terza categoria, quella dei medical cyborgs, non solo è la più diffusa nella fantascienza scritta e cine-televisiva (già attraverso le serie tv degli anni Settanta L’ uomo da sei milioni di dollari e La donna bionica) ma è anche quella che comprende gli esseri umani che hanno oltrepassato la condizione “ipotetica“ per vivere tra noi, non in carne ed ossa soltanto, ma in carne, ossa, metallo, plastica e circuiti, con i loro peacemaker, tratti di vene e arterie, cuori ed altri organi artificiali.[29] Ecco quindi l’ulteriore inesattezza della definizione del Webster’ s: il cyborg non è solo ipotesi o fantascienza, ma è realtà, ormai. A tutti gli effetti.

 Nel suo ricco dizionario di esseri artificiali e fantastici, Vincenzo Tagliasco definisce il cyborg in un modo che apparentemente è più riduttivo rispetto all’Enciclopedya, ma sostanzialmente giunge poi alla conclusione, nient’ affatto fantascientifica, che l’artificialità è ormai la marca che contraddistingue noi possessori di corpi nella contemporaneità. La sua rigorosa tassonomia fornisce un continuum di 36 categorie che vanno dall’umano “normale“ ( definito come    < essere nato da portatore femminile in seguito a rapporto sessuale >[30] “, ai “simulatori umani“ ( manichini, bambole gonfiabili et similia ) passando per tutti i gradi possibili ed immaginabili, in termini sia di quantità che di qualità, di intervento artificiale sul corpo. Tagliasco parte dalla definizione del dizionario Zingarelli ( < Cyborg: essere umano su cui sono stati innestati organi meccanici o elettronici > , di per sé parecchio riduttiva) , per poi dichiarare: < Nella presente tassonomia si preferisce dare al termine cyborg un’interpretazione restrittiva, legata al potenziamento delle prestazioni e non alla sostituzione di funzioni, cosiddette “normali“ mediante soluzioni tecniche e tecnologiche. Nell’ambito di tale accezione un essere umano cui siano stati sostituiti con opportune protesi vari sfinteri, le articolazioni di anca, ginocchio e gomito, in cui siano state trapiantate cornee, cuore, polmoni e fegato, non deve essere considerato un cyborg. (...) Invece, un essere umano che si affida alla neurofarmacologia per potenziare le sue prestazioni intellettuali potrebbe essere considerato un cyborg, in quanto la componente di artificialità farmacologica altera la sua macchina-cervello. >[31] Dato che “il potenziamento delle prestazioni“ è un concetto abbastanza elastico, e in esso può rientrare anche quello di “sostituzione di funzione“ (visto che si tratta di potenziare una prestazione corporea scesa al di sotto dei livelli accettabili) ne consegue che potenzialmente ogni essere umano, nelle civiltà tecnologicamente sviluppate, è un cyborg.[32] 

 

2 ) ANDROIDE

Mentre il cyborg è una mistione di carne viva e tecnologia, l’androide può essere definito come un’imitazione di vita, costruita ex novo. Le parti biologiche che accidentalmente possono far parte della sua composizione non ne intaccano l’essenza per definizione artificiale. A differenza del cyborg, l’etimologia greca della parola richiama inequivocabilmente l’attenzione sull’imitazione dell’uomo. Insomma, se si può dire del cyborg (anche se non proprio con precisione) che è “metà uomo e metà macchina“ l’androide è, invece, semplicemente una macchina.

Ma cosa pensare quando l’imitazione è così ottimamente riuscita da risultare indistinguibile dall’originale? Quando < il loro comportamento (...) spaventa, imitando così bene il comportamento umano? >[33]. La domanda non è per niente oziosa, anche se una cosa del genere non è reale, almeno non ancora... Gli androidi non camminano per adesso fra di noi, anche se potrebbero farlo tra breve.

Vale la pena ricordare gli esiti del test di Alan Mathison Turing sull’intelligenza artificiale, test ormai datati, ma illuminanti da parecchi punti di vista. Turing (1912-1954) era un logico e matematico inglese, famoso perché descrisse all’epoca un automa esecutore estremamente elementare, in grado di eseguire un qualsiasi algoritmo, cioè calcolare qualsiasi funzione calcolabile. Questo automa, detto macchina di Turing, è un automa teorico: si tratta solo di una descrizione (...) E’ tuttavia alla base della realizzazione dei moderni computer.[34] Successivamente, nel dopoguerra, approntò un test che negli anni Cinquanta sopratutto, sarebbe servito a stabilire la funzionalità o meno dei programmi ad imitazione dell’ intelligenza umana. Il test consisteva essenzialmente nel fornire degli stessi input, da parte di uno sperimentatore ignaro, sia ad un essere umano, sia alla “macchina“. Poi lo scienziato doveva confrontarne le risposte, assolutamente ignaro della loro provenienza. Se non riusciva a distinguere fra le due, allora si poteva parlare di una vera e propria intelligenza artificiale, e non soltanto di una specie, magari piuttosto potente, di calcolatore. Quello che è davvero interessante è che all’epoca di Turing queste simulazioni del pensiero umano non ingannavano proprio nessuno: erano sì capaci di compiere calcoli algebrici complessi per l’epoca, e pure di imitare benino quelle funzioni della mente umana che hanno a che fare colla logica in senso stretto (cioè matematico-aristotelica) ma non andavano molto più in là. Erano insomma inadatti in modo palese al confronto con l’intelligenza umana su tutta una serie di campi fondamentali che esulano dalla logica pura, come l’apprendimento, la generalizzazione, il problem solving, e, non ultimo, il semplice dialogo alla pari. Com’è possibile credere di sviluppare un’intelligenza artificiale quando l’intelligenza in questione era incapace di sostenere una semplicissima e vacua chiacchiera, mentre ne era capacissimo (e ancor oggi ne è capace) qualunque idiota? Ma molto tempo è passato da allora, e a tutt’ oggi il test sarebbe tranquillamente superato da programmi tutt’ altro che sofisticati.

Basti pensare che ultimamente sono stati creati programmi che riescono alla perfezione nell’imitare donne sole in cerca di compagnia maschile, nella navigazione all’interno delle cosiddette Chat Room, con i loro desideri, problemi, personalità anche complesse. Naturalmente a questo punto si è molto più in là di una ricostruzione artificiale di pensiero logico, ma si è invece al punto in cui un programma è in grado non solo di conversare alla pari con un essere umano, ma pure di imparare da queste conversazioni; e inoltre di avere reazioni che non è sbagliato chiamare emotive, e di farle provare all’interlocutore. Perfino è potuto accadere che maschi adulti, di buona cultura, si siano invaghiti di queste simulazioni ben congegnate.[35]

                         PARANOIDE ANDROIDE?

Fitter happier, more productive

Comfortable

Not drinking too much

Regular exercise at the gym (3 days a week)

Getting on better with your associate employee contemporaries

At ease, eating well (no more microwave dinners and saturated fats)

A patient better driver

A safer car (baby smiling in back seat)

Sleeping well (no bad dreams) no paranoia

Careful to all animals (never washing spiders down the plughole)

Keep in contact with all friends (enjoy a drink now and then)

Will frequently check your credit at (moral) bank (hole in the wall)

Favours for favours

Fond but not in love

Charity standing orders

On sundays ring road supermarket

(no killing moths or putting boiling water on ants)

car wash (also on sundays)

no longer afraid of the dark or midday shadows

nothing so ridiculousy teenage and desperate, nothing so childish

at a better place, slower and more calculated

no chance of escape, now self-employed concerned (but powerless)

an empowered & informed member of society (pragmatism not idealism)

will not cry in public, less chance of illness

tyres that grip in the wet (shot of baby strapped in back seat)

a good memory, still cries at a good film, still kisses with saliva

no longer empty and frantic

like a cat, tied to stick

that s driven into frozen winter shit (the ability to laugh at weakness)

calm,fitter,healthier and more productive

a pig, in a cage, on antibiotics

 

In forma, più felici, produttivi

Comodi

Senza bere troppo

Regolari esercizi in palestra (3 volte la settimana)

Sentendosi meglio con i vostri soci dipendenti contemporanei

A proprio agio, mangiando bene (non più cene al microonde o grassi insaturi)

Un paziente, migliore guidatore

Un’auto più sicura (il bambino sorridente sul sedile posteriore)

Dormendo bene (nessun incubo) nessuna paranoia

Attento con tutti gli animali (mai lavare via i ragni giù nel lavandino)

Mantenendo i contatti con tutti gli amici (bersi qualcosa insieme ora e sempre)

Frequentemente controllerete il credito nella (morale) banca (buco nel muro)

Favori contro favori

Affezionati ma non innamorati

D’accordo con gli ordini di carità

Di sabato, andando al supermercato

(non uccidere falene o buttare acqua bollente sulle formiche)

Lavaggio dell’auto (sempre di sabato)

Non più impaurito dal buio o dalle ombre di mezzogiorno

Niente più di così giovanile e disperato, niente più di così infantile

In posti migliore, più lentamente e programmando

Nessuna possibilità di fuga, ora preoccupatosi del lavoro indipendente (ma senza poteri)

Un integrato & informato membro della società (pragmatismo non idealismo)

Non piangerà in pubblico, scarse le possibilità di ammalarsi

Pneumatici che tengono sul bagnato (tirata la cintura del bambino sul sedile posteriore)

Una buona memoria, continuare a piangere per un buon film, continuare a baciare con la lingua

Non oltre vuoto e agitato

Come un gatto, legato ad un palo

Guidato in un freddo merdoso inverno (l’abilità di ridere della debolezza)

Calmo, più in forma, felice, e più ricco, e produttivo

Un maiale in gabbia, cavia per antibiotici

RADIOHEAD, Fitter, happier (Ok Computer, 1997)

(Traduzione italiana mia)

  Nel campo della fantascienza, nessuno può pensare alla parola “androide” senza richiamare subito alla mente un altro nome, quello di Philip Dick. Il termine “androide” (e anche quello di “simulacro”) con il nome di Dick sono associati in modo duraturo, così come lo sono “robot” e “Isaac Asimov”. Si sta parlando indubbiamente del contributo dickiano alla costruzione di un vocabolario.[36] Precedentemente ai suoi scritti, nella SF venivano impiegati preferibilmente i termini automa e robot, parola quest’ ultima inventata, come è ben noto, nel 1912 da Karel Kapek. Pare che robot derivi dal gotico arbi, da cui anche il tedesco arbeit e il ceco robota. Automata è una parola antica, sostenuta da una lunga e gloriosa tradizione: il mito della macchina semovente, capace di azioni indipendenti, aveva alimentato la fantasia di certi racconti ottocenteschi, di Hoffman, per esempio. La comparsa dei robot era coincisa, invece, con uno spostamento dell’immaginario; robot era un sostantivo associato ad idee provenienti dal mondo del lavoro, a conoscenza e concetti relativi a problemi sociali ben precisi, rispetto alla vecchia metafora dell’automa. Il robot dunque non esprimeva la stessa cosa; la comparsa del nuovo termine indicava altresì un preciso mutamento nella qualità dell’immaginario fantascientifico, mutamento puntualmente segnalato dal cambiamento lessicale; difatti, dopo dell’avvento dei robot, non si è più capaci di pensare in termini di automa.[37]

La stessa cosa è accaduta con il vocabolo simulacro, con cui Dick ha sostituito il termine robot. Di rado, nelle sue storie, Dick ha parlato di robot, preferendo citare androidi, simulacri, replicanti, o, più semplicemente, macchine.[38]

Quello di cui preme dimostrazione qui è il come questo androide possa essere considerato, in maniera riflessa e puntuale, oltre che condivisa e irriflessa, una figura, un monstrum, un mito politico (nell’accezione di Donna Haraway) in grado di ossessionare l’umanità; un qualcosa che influenza le coscienze oltre ché la cultura, un quid dal grande, anzi enorme, valore simbolico. Un simbolo, quindi, in grado di figurare il rapporto fra umanità e tecnologia in modo conflittuale e negativo, con le minacce estreme  (e per quanto riguarda l’immediato, perlopiù fantastiche) dell’inganno, della ribellione e infine, addirittura, della distruzione o della schiavitù per l’intero genere umano.

Già il grande successo commerciale di un prodotto cinematografico tipicamente postmoderno come Matrix, e le discussioni anche accademiche che ne sono seguite, dovrebbero far riflettere in questo senso, tanto più considerando l’intitolazione di alcuni lavori filosofici di alto livello come Benvenuti nel deserto del reale di Zizék, i quali richiamano espressamente il film dei fratelli Wachowski. Di come questo sia correlato col nostro discorso, al di là dell’indubbia ispirazione che i Wachowski devono alla narrativa dickiana, lo si può facilmente mostrare grazie alle parole dello stesso Dick. Una spiegazione ulteriore, più ampia e documentata, sarà invece presente nel capitolo successivo, che si potrebbe definire il capitolo ”sul Reale”.

D’altronde, in questo frangente del discorso, quello che più ci interessa è introdurre e successivamente approfondire l’idea che della figura dell’androide possiede Philip Dick, condizione necessaria e preliminare al tentativo di “situarla” nel modo più conveniente.

Queste idee, ragionamenti, riflessioni e concezioni, che, secondo la già citata Rispoli erano giunte < a comprendere davvero tutto l’universo > [39]queste idee dunque, partorite dalla mente di questo < autore fisiologicamente sensibile ai mutamenti epocali, che spesso vengono patiti dall’uomo sulla propria carne, e che sono percepiti così fortemente dallo stesso Dick da indurlo a rendere anche il proprio corpo un testo su cui intervenire >[40] saranno molto ma molto utili. Diverranno insomma uno strumento culturale atto a comprendere quella parte dell’essere umano sfuggente alle definizioni pseudo-scientifiche, ritenute più affidabili di altre, ma troppo strettamente antropologiche o psicologiche; e che al contrario necessita dell’immaginario, al fine d’essere compreso. Per coglierne certi e nascosti aspetti c’é bisogno quindi di uno studio il quale possa cogliere quel carattere specificamente novativo dell’uomo, quello più specificamente umano, e che ha qualcosa a che fare con quello di cui si è già parlato a proposito della contiguità fra fantascienza e filosofia. O almeno, si tenterà di mostrare la validità di questa tesi, contenuta in questo scritto perché é anima di gran parte della produzione dickiana.

 Soltanto in seguito, quando alcuni elementi fondamentali del discorso nella sua globalità saranno finalmente chiari, si potrà discutere in modo approfondito di come quelli che abbiamo chiamato “dickemi”, al principio del primo capitolo, abbiano fornito la forma su cui poi le opere dell’ingegno più originali hanno poi preso corpo. Nel capitolo successivo verrà infatti dispiegato un discorso intorno sopratutto a Matrix e al saggio di Zizèk sugli avvenimenti dell’undici Settembre, e si tenterà di mostrarne le interconnessioni con l’opera di Dick, per quanto riguarda, in particolare, la concezione di realtà, della guerra, e il concetto (da lui inventato e anti-dialettico) di falso-falso. Ma, come è noto, non sono solo questi gli unici rapporti intercorrenti fra la narrativa di PKD ed il mezzo cinematografico. Sono solo quelli più evidenti, poiché hanno raggiunto una fama mondiale, o per meglio dire globale, e poi  sono quelli maggiormente interessanti da prendere in considerazione.

Un intero capitolo del saggio di Francesca Rispoli su Dick, Universi che cadono a pezzi, è intitolato a Philip K. Dick al cinema, ed è illuminante per quanto concerne i riferimenti filmografici ai romanzi e racconti dickiani. Ve ne sono moltissimi che, pur non essendone dichiaratamente ispirati, ne sono in forte debito sopratutto per quanto riguarda sceneggiatura ed ambientazione. Tra quelli meno scoperti vi si trovano alcuni fra i più validi prodotti dell’industria cinematografica degli ultimi dieci anni, come The Truman Show, con Jim Carrey, ispirato al suo romanzo degli anni Cinquanta Time out of joint (stranamente tradotto in maniera diversa da ogni casa editrice italiana che l’ ha pubblicato) come anche eXistenZ, dal genio del regista David Cronenberg, su cui torneremo brevemente quando si toccherà più da vicino l’argomento “cyborg”; e non bisogna dimenticare fra questi ed altri quello che può essere considerato il migliore lungometraggio americano degli anni Novanta, il trasgressivo (e profondissimo, nonostante le critiche) Fight Club di David Fincher. Per quanto riguarda Matrix, su cui il filosofo e saggista Slavoy Zizek ha dichiarato:< ...è uno di quei film che funzionano come una sorta di test di Rorshach, mettendo in moto il processo di riconoscimento universalizzato >[41], si è già convenuto, data la sua importanza, di parlarne più oltre in separata sede.

Dunque, Philip Dick, in una sua conferenza del 1978, (secondo Lawrence Sutin, probabilmente mai tenuta e pervenutaci in forma di breve saggio) intitolata Come costruire un Universo che non cada a pezzi dopo due giorni, ospitata come suoi altri saggi e discorsi nel fondamentale, e già molte volte citato, volume Mutazioni, a cura dello stesso Sutin, ha scritto:< Le due questioni che più mi affascinano sono: “Che cosa è la realtà?“ e “Che cosa caratterizza l’autentico essere umano?“ (...) non ho mai smesso di indagare su tali questioni, profondamente legate fra loro. >[42] Il motivo di questa stretta interconnessione è presto detto:< (...) viviamo in una società in cui mezzi di comunicazione, grandi corporations, gruppi religiosi e politici producono realtà artificiali a getto continuo, ed esistono dispositivi elettronici atti ad instillare questi pseudomondi nella mente di chi legge, osserva o ascolta. >[43] Ed inoltre:< (...) la definizione di che cosa sia reale è una questione molto seria; anzi, fondamentale. Poiché questo interrogativo implica l’altro, relativo alla definizione dell’essere umano autentico. Sì, perché la pioggia di pseudorealtà comincia molto rapidamente a produrre esseri umani inautentici, spuri, falsi quanto i dati da cui vengono assediati da ogni lato. Ma le due questioni sono in realtà una sola, e qui si ricongiungono. Realtà false genereranno esseri umani falsi. Oppure falsi esseri umani produrranno false realtà e le venderanno e le venderanno ad altri esseri umani, trasformandoli, infine, in contraffazioni di se stessi. Alla fine, ci ritroviamo con falsi esseri umani che inventano false realtà per spacciarle ad altri falsi esseri umani. E’ come una specie di Disneyland, ma più in grande. (...) si può avere tutto, ma non c’è niente di vero. >[44] A questo punto è meglio fermarsi con le citazioni per compiere delle necessarie quanto importanti riflessioni.

Anzitutto, queste sono le cose più significative scritte dall’autore sull’argomento, se naturalmente ci limitiamo a considerare i lavori non narrativi. Ed è strano, se si pensa all’ esistenza di due saggi precedenti, risalenti l’ uno al 1972 e l’altro al 1976, dal titolo rispettivamente L’ androide e l’ umano; e Uomo, androide e macchina. Il richiamo all’ argomento di cui si tratta è palesemente più evidente in questi due lavori precedenti. In questi ultimi, però, vi sono sì una serie di importanti osservazioni che verranno senza tema prese in considerazione o citate direttamente, ma manca la consapevolezza razionalizzata ed esplicita, della biunivocità della relazione “realtà” e “autentico essere umano” o almeno, non così meditata, non certo con i caratteri di chiarezza e distinzione del passo riportato sopra.

Anche negli altri due saggi vi sono degli apprezzabilissimi contenuti, e dunque, oltre ad episodi che normalmente non comparirebbero in un libro di filosofia o in un saggio di un certo livello culturale, il materiale da prendere seriamente in considerazione non manca. Ma si è detto che Dick non è un sistematico; e la sua avversione a qualunque tipo di dogmatismo, con l’ ideale adesione al motto di Nietzche:< ”Diffido di tutti i sistematici e li evito. La costruzione di un sistema è volontà di menzogna.“ >[45], è uno dei motivi principali delle sue opere. Nel primo capitolo abbiamo ricordato l’ opinione autorevole del curatore sia della biografia dickiana sia dei saggi, Lawrence Sutin, a proposito del suo “gironzolare per i corridoi” e del “non prendersi troppo sul serio”. L’esigenza suddetta, che può ben dirsi anti-dogmatica, nei romanzi è palesata principalmente dal fatto di fornire sempre una penultima verità, ma mai l’ultima; nelle pagine saggistiche, dove maggiore è il rischio d’ essere presi sul serio, questa esigenza resta immutata, e coinvolge anche la forma oltre che il contenuto della scrittura. Oltre ad una sospensione nel giudizio in sede di verità ultime, vi è di più nei saggi una strana commistione di sacro e profano, molto postmoderna. Si possono leggere, infatti, idee e riflessioni di grande rilievo speculativo espresse in tono scherzoso e amicale, magari accanto ad episodi in cui Dick esprime la sua soddisfazione nel raccontare di come una sua amica abbia “fregato” delle bottiglie da un camion della Coca-Cola Company, per poi tornare ad occuparsi di teologia.

Per tornare più specificamente all’ argomento in questione, bisogna dire che il romanzo di Philip Dick in cui sono maggiormente presenti i contenuti più interessanti sull’ argomento in questione è “Do androids dream of electric sheep?” da cui è stato tratto il monumentale Blade runner, e di cui si omette di riassumere la trama perché nota. Uno degli elementi della storia più importanti è il motivo per cui il test Voigt-kampf, quello usato per discernere gli androidi dagli esseri umani, comincia ad avere grossi margini di inattendibilità. Il test, infatti, scambia sempre più spesso normali individui per imitazioni di essi, poiché i primi danno al test “risposte da androidi”.

Il motivo vero perché questo accada non è riportato esplicitamente dall’ autore. Ritengo invece questo punto davvero fondamentale per la comprensione dell’ intera ottica dickiana sull’ autentico essere umano e sull’ androide, e quindi il capitolo terminerà con una chiarificazione in proposito.

Nel già citato saggio del 1972, di poco posteriore al romanzo Do androids...? vi è un’ anticipazione sorprendente (osservazione acutissima per i tempi) di alcuni concetti espressi nel Manifesto Cyborg di Donna Haraway; là dove ella afferma:< Le macchine di questa fine secolo hanno reso totalmente ambigua la distinzione fra naturale ed artificiale (...) Le nostre macchine sono fastidiosamente vivaci, e noi spaventosamente inerti. >[46]. Dick aveva già scritto, usando parole diverse ma esprimendo lo stesso identico concetto:< ...quanto più il mondo esterno [che non attiene alla interiorità dell’ essere umano; Nota dello scrivente] diventa animato, tanto più scopriamo che noi, i cosiddetti umani, stiamo diventando, e in gran parte siamo sempre stati, inanimati, nel senso che noi davvero siamo guidati da tropismi incorporati, invece di essere noi a guidarli. >[47] Da notare inoltre che Dick in questo caso utilizza una parola e conseguentemente un concetto, quello di “tropismo”, centrale nelle elaborazioni di Donna Haraway.

Entrambi esprimono la presa di coscienza di un processo, o, come è chiamato da Haraway, un graduale < cedimento di confine >[48], quello fra uomo e macchina. Meglio ancora si potrebbe dire, con le parole della stessa autrice:<... distinzione che non regge è quella fra organismo (animale ed umano) e macchina. Le macchine pre-cibernetiche potevano essere infestate: nella macchina c’era sempre lo spettro del fantasma. Questo dualismo ha strutturato a lungo il dialogo tra materialismo ed idealismo (...). Ma, in fondo, le macchine non si muovevano né si progettavano da sole, non erano autonome. >[49]

Si sa come Dick concepiva il rapporto fra umano e artificiale; sotto il segno della paranoia e del pericolo. Haraway invece insiste su di una concezione amichevole e sulla confusione dei ruoli. Cosa li differenzia nonostante l’identica presa di coscienza?

Il Cyborg Manifesto si propone esplicitamente, fin dalle prime righe, < di costruire un ironico mito politico fedele al femminismo, al socialismo e al materialismo. >[50] e, anche se subito dopo parla di “empietà”, cioè non di una fedeltà assoluta, ne segue comunque le direttrici. L’atteggiamento nichilista per quanto concerne la distinzione (per così dire ontologica, fissata una volta per tutte) dei ruoli, Haraway l’ha ereditata sicuramente dal socialismo marxista. Questo atteggiamento fa sì che, una volta criticata la differenza fra esseri umani basata sul sesso, si passi al < confine fra umano e animale > e infine a quello fra uomo e macchina. Il primo è stato    <ripetutamente abbattuto (...) il linguaggio, l’uso di strumenti,il comportamento sociale, gli eventi mentali non stabiliscono più in modo convincente la separazione fra umano e animale. >[51] Questo significa anche una rinegoziazione dei rapporti intercorrenti fra animali umani e non, nel senso di maggiori diritti per questi ultimi. Ecco quindi la concezione amichevole, e latu sensu pacifista, della stessa Haraway. Ma se si è detto dell’abbattimento del confine umano-animale, i termini del superamento della barriera fra uomo e macchina devono ancora essere ben definiti.

Se Haraway si richiama a Marx, Dick, che non è un comunista, nel suo discorso contro i simulacri del capitalismo si rifà a Freud ed alle teorie medioevali della creazione. Già nel 1956, con il racconto Pay the printer, il nuovo potere della riproduzione meccanica è esplicitamente associato alla perdita di alcuni importanti valori. La riproduzione è sterile, (...) incapace di attingere alla vera creazione; è la teoria, antica, del Male come entità capace soltanto di copiare, di parodiare, ma priva di autentico potere creativo; il Diavolo è la scimmia di Dio. Analogamente, per Dick, il mondo del capitalismo americano è la scimmia del mondo autenticamente umano, in cui ogni anelito alla libertà è distorto e reso grottesco.[52] La creazione dei simulacri, dunque, è un sintomo: (...) il tentativo di portare all’indistinzione tra esseri biologici e meccanici, è la spia, secondo PKD, di un’incapacità di fondo da parte degli uomini, di una mancanza e di una inautenticità da parte di una società impotente a fondare il mondo dei reali valori umani. Al contrario, la costruzione dei simulacri esprime la tendenza dell’organico a tornare all’inorganico, quella che per Freud è la pulsione di morte.[53] Ma quali altri fattori, oltre il progresso tecnologico, hanno contribuito a tutto questo? E in una tale situazione, quali sono le drammatiche conseguenze per quanto riguarda l’individuo, non solo in quanto concetto?

Francesca Rispoli ha una sua risposta, che viene riportata non perché originalissima, ma poiché articolata in maniera soddisfacente:< Il tardo capitalismo ha prodotto una società che non riesce più a identificarsi in un progetto razionale, così come non riesce a fondarsi su di un sistema di significato che ne dia una conoscenza completa. La tendenza a sbarazzarsi di qualsiasi principio stabile prima adottato dall’uomo, (...) tendenza tipica della globalizzazione capitalistica, spinge qualsiasi tradizione culturale, istituzione politica o religiosa, e, sul piano psicologico-individuale, lo stesso concetto di identità personale a perdere di sostanzialità e di significato. >[54] Poi l’autrice paragona l’individualità di ciascuno a delle < ossa del fragile scheletro, che rischia di diventare polvere, di un mondo che tende a scomparire, sostituito da un tessuto sociale che arriva a rivestire l’intero globo, inghiottendo nazioni, etnie, qualsiasi particolarismo e, di conseguenza, anche il sentimento individuale di appartenere ad un gruppo. >[55]

Philip Dick era interessato al modo in cui questo individuo, che un simile sistema costringe in una situazione, come si è visto, di totale impotenza e isolamento, reagisce ad una tale condizione esistenziale. La reazione comune, secondo lui, è la costruzione di un’illusione di realtà, un mondo psicotico, apparentemente stabile, che sembra promettere il controllo sulla propria esistenza, un mondo rigido e sterile come quello dei suoi personaggi costruttori di pseudorealtà (alla maniera di Eye in the sky, ad esempio) e come quello che i mass-media, vere e proprie estensioni del sistema nervoso, ci parano dinanzi. Qualcosa di simile avviene nelle sindromi schizofreniche, per cui le persone che ne sono affette non vivono in un mondo condiviso, ma nel loro universo particolare. Ma, come ci insegna Dick nel suo saggio sulla schizofrenia, < ...la realtà ha una caratteristica che (...) ci induce a designarla come realtà: non le si può sfuggire. >[56] Quindi, prima o poi, anche questi universi sono destinati a finire in pezzi, anche se magari in un termine di tempo molto più lungo di due giorni; e, come sarà mostrato nel prossimo capitolo, gli avvenimenti dell’11 Settembre ne sono stati una dimostrazione fin troppo spettacolare.

Dunque, e finalmente, si può concepire come sia possibile che autentici esseri umani diano “risposte da androidi”. Anche ammettendo che questi ultimi magari seguano < ...semplicemente i nostri stessi percorsi al fine di superare problemi comuni, quali la rottura di parti vitali, (...) o l’attacco di forze ostili > e < non stanno cercando di fregarci, per uno scopo a noi ignoto >[57], sono davvero così simili a noi, pur avendo un aspetto umano? Secondo Dick l’autenticità umana non è un crisma che viene ipso facto dall’esser nati da ventre di donna, alla maniera della definizione di Tagliasco. Neppure sarebbe stato contrario all’umanizzazione di certi tipi di creature artificiali come si è visto in Blade runner, (anche se non nel suo romanzo da cui è ispirato) oppure, più di recente, in A.I. di Spielberg. Basti guardare al suo racconto Umano è, che pur nel suo didascalismo esprime con chiarezza un parere forte sull’argomento. Philip Kindred Dick però pensava esistessero < creature le quali (...) sono diventate strumenti, mezzi, più che fini, e quindi, (...) molto simili alle macchine nell’accezione negativa del termine; (...) malgrado la vita biologica (...) continui, l’anima (...) non c’è più o comunque non è più attiva. Questo fenomeno è ben presente nel nostro mondo, lo è sempre stato, ma la produzione di una tale attività umana inautentica è ora diventata scienza del governo >[58] Di nuovo, echi kantiani: ogni singola creatura umana, per essere autentica, deve essere un fine, ma non solo per gli altri, sopratutto deve essa stessa considerarsi tale.

E allora, se il test per scovare gli androidi esistesse per davvero nel mondo globalizzato in cui viviamo, non avrebbe cominciato già da un pò di anni a sbagliare? Non avrebbe da tempo, e giustamente, scambiato tante persone vere, completamente omologate al sistema, per grossolane imitazioni di esseri umani? 

“BENVENUTI NEL VOSTRO DESERTICO, NUOVO REALE”

“Che cos’è Matrix? (...)

Matrix è ovunque; è intorno a noi.

Anche adesso, nella stanza in cui siamo.

E’ quello che vedi quando t’affacci alla finestra, o quando accendi il televisore.

L’avverti, quando ti rechi al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse.

E’ il mondo che ti è stato messo davanti per nasconderti la verità. (...)

E la verità è che tu sei uno schiavo, (...)

Come tutti gli altri sei nato in catene,

sei nato in una prigione,

che non ha sbarre,

e che non ha mura,

e che non ha odore.

Una prigione per la tua mente.

 

Lawrence Fishbourne in Matrix ( Wachowsky Bros, 1997)

 

Si parlava di universi caduti in pezzi. Nei suoi romanzi e racconti, Dick descrive con efficacia i meccanismi per cui, < incapaci di assorbire e gestire il nuovo, i costruttori di pseudouniversi (...) per quanto malvagi possano risultare, rispondono ad un bisogno che è naturale nell’uomo: vivere in un mondo stabile perché dotato di ordine e significato. > Ma, come accade sovente nelle sue storie,  <...la soddisfazione di tale bisogno diventa necessità esistenziale e desiderio di potere e controllo totale sull’esistente: il loro sguardo si trasforma in “visione assoluta”. La loro presenza è nociva alla vita, perché questa visione assoluta sul mondo non viene limitata ad una sfera ideale (come è nel caso di alcuni sistemi filosofici) ma si manifesta concretamente attraverso la costruzione e l’imposizione di una “pseudorealtà” rigida e totalizzante, che non ammette evoluzione. Proprio a causa di questa sua apparente natura stabile, essa finisce per essere esperita più reale del territorio caotico ed in continua mutazione in cui si riassume il mondo contemporaneo, (...) ma il destino di ognuno di questi universi è di cadere a pezzi, (...) a dimostrare la loro estrema fragilità e la loro natura soggettiva. >[59]

Qualcosa del genere è accaduto, nel nostro mondo, nei giorni immediatamente successivi all’Undici Settembre del 2001. Il mondo stabile in cui abitavamo ha cessato di esistere, e ciò è successo proprio nel senso appena descritto. Si era convinti di vivere in un mondo pacifico nonostante le disuguaglianze, o almeno si pensava la guerra come una cosa lontana, ormai un affare terzomondista, e che di conseguenza non sarebbe mai arrivata a minacciare la nostra opulenza di occidentali. Si poteva considerare buona fede quella dei governanti e dell’esercito degli Stati Uniti d’America, quando operavano la funzione di “polizia del globo”, perché c’è sempre bisogno di qualcuno che abbia la forza di imporre la Giustizia sul Caos, senza preoccuparsi degli interessi sottostanti l’esercizio di una tale giustizia parziale. In ambito accademico era anche possibile prendere sul serio le tesi di Fukuyama sulla cosiddetta “Fine della Storia” ovverosia sulla vittoria definitiva del capitalismo dopo il 1989. La “vacanza americana dalla Storia” era un’invenzione: la pax americana era assicurata da catastrofi che si svolgevano altrove.  Gli abitanti dei Paesi democratici europei consideravano i loro governi pienamente autonomi in politica estera, non certo vassalli costretti ad avallare le guerre di conquista di un Impero neo-colonialista. I popoli potevano sentire Libertà o Democrazia come dei Valori vivi, fondanti la società occidentale e industrializzata; e persino credere davvero in essi, al punto di vivere l’esistenza orgogliosi di tali valori, frutto di lotte e conquiste secolari.

Al contrario, i più avveduti di noi hanno scoperto di vivere nell’Errore. Profondamente veritiere, e profetiche si sono rivelate le riflessioni marxiste sulle ideologie basate sulla libertà (con la “l” minuscola) in quanto sovrastrutture del capitale; in altre parole, come la condizione necessaria al capitale per espandersi, e nulla più. Da cui il capitalismo può tranquillamente prescindere, se, per circostanze eccezionali, il rispetto della libertà individuale possa ledere interessi economici di rilievo. Per non parlare della natura colonialista e aggressiva della potenza industriale, anch’essa denunciata a suo tempo da Marx ed Engels.

Personalmente ebbi una specie di rivelazione sfogliando le pagine della Repubblica del 26/09/2002. Nello spazio dedicato alla cultura vi era un articolo di Gore Vidal, grande romanziere e saggista americano. Egli non potrebbe certamente essere tacciato di anti-amercanismo o di “miopia politica” eppure esprimeva tutti i suoi dubbi sulla condotta dell’establishment del suo Paese nelle ore immediatamente successive all’attentato contro le Twin Towers. Secondo Vidal, portatore con chiarezza di una delle ultime posizioni forti sull’argomento pubblicate dal quotidiano, gli USA, in quel momento, erano < diventati uno scandalo agli occhi del mondo >

L’articolo denunciava la svolta illiberale degli States: < ...le nostre libertà civili sono state sospese, così come quelle di vari sfortunati visitatori approdati sulle nostre sponde. E benché fin d’ora il quattro per cento della nostra popolazione si trovi in carcere o in regime “correzionale”, il presidente non eletto [il George W. Bush del primo mandato] chiede con insistenza più carceri e più esecuzioni >[60] I contenuti che mi colpirono maggiormente non furono però questi, che in parte conoscevo già, ma tutta una serie di sospetti e dubbi sollevati nel pezzo. Questi provavano chiaramente di come le spiegazioni ufficiali delle circostanze in cui era maturato l’11/9 fossero strambe e lacunose, e che quindi tutta la faccenda si fosse svolta in modo poco chiaro. D’altronde sui veri retroscena di quegli avvenimenti né Vidal, né altri erano capaci di fornire delle vere risposte, ma al massimo fondati sospetti, qualche ipotesi, e ancora sospetti.

< Perché il presidente Bush non ha dato subito l’ordine di mobilitare i caccia militari? >, < Mentre i dirottatori attaccavano i tre celeberrimi edifici, il presidente non sospendeva la visita in una scuola >. < ...un pilota del quale vogliono farci credere che fosse stato addestrato in Florida presso una scuola di piloti Piper Club condusse, nel giro di due minuti e mezzo, una perfetta spirale discendente di 7000 piedi, portando l’aereo in posizione (...) per poi infilarsi con la precisione di uno spillo nella fiancata dell’edificio. >, < ...la conquista dell’Afghanistan, per la quale venivano elaborati piani da vari anni, prima dell’11/9... >[61] e via sospettando.....

Nello stesso periodo Žižek scriveva di un nuova tipologia di guerra:< Siamo alle soglie di una nuova epoca di guerra paranoica, il cui compito principale sarà costituito dall’individuazione del nemico e delle sue armi. Secondo questo nuovo stile di guerra i combattenti si faranno sempre meno carico delle loro azioni in pubblico: non solo gli stessi “terroristi” sono sempre meno intenzionati a dichiararsi responsabili delle loro azioni (...) ma anche le misure statali “antiterroriste” sono circondate da un velo di segretezza. Questo duplice silenzio fornisce terreno fertile per lo sviluppo di teorie del complotto e di una diffusa paranoia sociale >[62]

Chiunque, anche senza conoscere Slavoj Žižek, ma leggendo quell’articolo, o semplicemente essendo a conoscenza delle circostanze in esso contenute, sarebbe arrivato alla conclusione che le spiegazioni ufficiali con tutta probabilità nascondevano, dietro ad un muro di bugie, un complotto. Un complotto internazionale di vastissime dimensioni, nel quale sono forse coinvolti servizi segreti, potentati economici del petrolio, alte sfere dell’esercito e del governo, sia degli Stati Uniti d’America sia di altri Paesi (e Dio sa chi altri, direbbe Philip Dick). La teoria del complotto è tutto sommato altamente probabile, ma niente affatto certa, non essendo un normale essere umano in grado di accedere a documentazioni, e di conoscere circostanze ormai secretate “per ragion di Stato”. E’ una certezza che non conosceremo mai neanche una verità parziale, come ai tempi dell’omicidio Kennedy.

In effetti, non mi sembrava più il mondo tutto sommato “normale” al quale eravamo abituati prima dell’11 Settembre, ma il regno dell’ambiguità, e sopratutto della paranoia. Esisteva, da un lato, la possibilità, e quasi la certezza, di complicità e connivenze da parte dello stesso governo e dei servizi segreti americani con i terroristi che avevano invece giurato di distruggere, allo scopo di ampliare il loro potere nell’interno del territorio patrio e di giustificare guerre di conquista altrimenti ingiustificabili. Quel ch’era peggio, però, era il fatto che tutto questo sarebbe rimasto, probabilmente per sempre, una semplice ipotesi incompiuta, non potendo essere provata in nessun modo. Ebbi subito l’impressione di non vivere nella realtà che fino ad allora avevo abitato, ma di trovarmi in un mondo generato dalla fantasia di uno scrittore paranoico, ossessionato dal Potere. Subito dopo mi venne in mente di come uno dei pochi scrittori che avrebbe potuto concepire la scena di un Presidente degli Stati Uniti in una scuola elementare, che parla incurante di una capretta mentre fuori sta accadendo il finimondo, sarebbe potuto essere Philip K. Dick. Il problema era che, purtroppo, quell’episodio grottesco era successo per davvero.

Lì per lì pensai a come la realtà potesse superare la fantasia. Mi ricredetti pochi secondi dopo, quando, voltando pagina del giornale, mi ritrovai di fronte all’intervista al regista Steven Spielberg, rilasciata proprio in quei giorni per l’uscita del suo “Minority Report”. Il film era tratto da un racconto breve di Dick, niente affatto famoso, dallo stesso titolo nell’originale inglese, e che nella nostra lingua può essere ben reso con “Rapporto di minoranza”. Spielberg aveva concepito e prodotto un’opera dalla riuscita artistica discutibile, ma dalla decisa e quasi didascalica presa di posizione morale contro gli abusi del Potere. In particolare, nel film, ancora più che nel racconto da cui era tratto, era raffigurata una sorta di favola postmoderna in cui il valore della Giustizia e la libertà individuale trionfano nei confronti delle prevaricazioni di uno Stato di polizia. L’idea “nuova” alla base di tutta la storia è la creazione di un’agenzia la quale, tramite certe apparecchiature in grado di visualizzare il futuro, è in grado di evitare, e quindi punire, i crimini prima che siano commessi. Lo sviluppo della trama poi mostra chiaramente le ingiustizie di un simile sistema.

Spielberg aveva quindi fatto un film contro le guerre e le giustizie preventive, e invece l’articolo contenente la sua intervista si intitolava: “Bush vuole la guerra? Se ci protegge sono con lui”, e le sue frasi smentivano completamente tutto l’impianto ideologico, libertario e molto dickiano, della sua ultima opera cinematografica. Accanto a questa specie di ritrattazione (Rapporto di minoranza può essere interpretato facilmente come un manifesto, anche se involontario, contro la guerra in Iraq) vi era un altro pezzo, riassuntivo della fortuna di Philip K. Dick al cinema fino a quel momento. La fantasia, nel caso quella di Dick, aveva superato la realtà.

Fino a quel momento, gli incontri “ufficiali” fra il cinema e il nostro autore erano stati solo sei: Blade Runner, Atto di forza, Screamers ( Urla dallo spazio ), Confessions d’un Barjo, Impostor, e l’appena citato Rapporto di minoranza. A parte questi, per cui sono stati pagati agli eredi i diritti d’autore, ve ne sono degli altri, come è già stato detto, liberamente tratti da idee tipicamente dickiane contenute in romanzi e racconti. Un caso particolare è quello di Matrix, di Larry e Andy Wachowsky. Non si tratta semplicemente di un’affinità relativa alla dinamica di “giocare” dal punto di vista della narrazione, sul tema realtà-irrealtà, elemento fondamentale comune alla stragrande maggioranza delle opere dickiane e alla trilogia di Matrix. Anche se i critici ne hanno in genere riconosciuto la derivazione diretta dalla narrativa di Dick, ne è stata invece perlopiù taciuta l’importanza in questo ambito, che cercherò pertanto di dimostrare. Mostrare, in altre parole, Matrix come il film dickiano per eccellenza, rappresentativo delle sue idee anche più del celeberrimo Blade Runner.

Bisogna dire che Dick non aveva un’alta opinione di quest’ultimo, avendo letto parte della sceneggiatura: < Non ha assolutamente nulla a che vedere con il libro (...) Il mio romanzo diverrà una livida, gigantesca accozzaglia di androidi in scadenza che uccidono gli umani, nel mezzo di un caos mortale. > Più avanti, all’interno dello stesso articolo, originariamente apparso su “ SelecTv Guide” nel Febbraio del 1981, l’autore confessa la sua predilezione per le idee, e non certamente per lo spettacolo visivo fine a se stesso:< Come scrittore, preferirei veder realizzate alcune delle mie idee, non dei semplici effetti speciali basati su di esse. (...) Mi sono stancato delle persone che si rivelano robot, delle forme di vita dall’aspetto innocuo che si trasformano in stupendi ma prevedibili calamari spaziali, e sopratutto, della battaglia delle Midway rivisitata nello spazio profondo. Devo ammettere, però, che alcuni inquietanti riferimenti mistici e quasi religiosi in Guerre Stellari e in L’impero colpisce ancora mi hanno avvinto.[corsivo mio] >[63].

 In Matrix, e nel suo primo seguito, sono presenti numerosi riferimenti di questo genere, che avrebbero affascinato sicuramente Philip Dick, se avesse vissuto così tanto. Per questa ragione si può associare Matrix ad un’opera fantascientifica di rilievo, Dune di Franz Herbert, anch’essa intrisa di misticismo messianico.

In Matrix, da considerare c’è il nome della ragazza amata dal protagonista (Trinity) e, come si può notare facilmente ad una visione attenta dell’opera, le invocazioni del suo nome compiute da Neo infondono in lui una forza sovrannaturale; alla stessa maniera di una vera e propria preghiera rivolta verso una divinità. L’aspetto più importante, e maggiormente evidente, riguarda invece la predestinazione del protagonista, il quale, suo malgrado, viene riconosciuto essere, dalla comunità degli umani superstiti, “L’eletto”, e trattato alla stregua di un Messia. Nel finale di Matrix Reloaded, il secondo capitolo della trilogia di Matrix, egli viene a contatto con un personaggio-chiave che dice di chiamarsi “l’Architetto”, e che gli fa strabilianti rivelazioni sulla sua vera natura. Egli mostra di conoscere il futuro, sia prossimo che remoto, perché passibile d’essere calcolato matematicamente: < La tua vita è il prodotto di un residuo non compensato del bilanciamento delle equazioni inerenti alla programmazione di Matrix. Il risultato finale di un’anomalia che nonostante i miei sforzi sono stato incapace di eliminare da quella che, altrimenti, è un’armonia di precisione matematica. >[64] L’architetto, che afferma di essere il creatore del programma Matrix insieme all’Oracolo, è concettualmente affine al Programmatore di cui parla Philip Dick nel suo saggio Cosmogonia e cosmologia. L’impianto della sceneggiatura non solo è costituito da numerosi dialoghi filosofeggianti, alla stessa maniera delle narrazioni dickiane, ma è altresì presente nel secondo film della serie Matrix un richiamo alla dottrina gnostica, tanto cara a Dick. L’occhio dello studioso di filosofia, infatti, non tarda a riconoscere, dopo breve riflessione, una specie di Principio materialistico incarnato nella figura dell’Architetto e similmente una sorta di Principio spirituale in quella dell’Oracolo, naturalmente rivisitati in chiave fantastica, postmoderna e new-age. Con termini diversi, ma esprimendo lo stesso concetto, la Lipperini scrive di una < riattualizzazione, in chiave cyber-kolossal, della dottrina gnostica >[65] La stessa idea alla base della realizzazione del fenomeno Matrix, quella della “simulazione computerizzata globale”, e che tanto ha affascinato gli spettatori di tutto il mondo, può essere interpretata alla stregua di una modernizzazione del vecchio mito platonico della caverna, cosa questa affermata, tra le altre fonti, nel già citato articolo della Lipperini. Esistono d’altronde altri modi di pensare l’idea geniale che sta alla base del film; uno di essi, balzatomi immediatamente alla mente durante la mia prima visione del primo episodio di Matrix al cinema, ha a che fare con Cartesio. Pensai che uno dei risultati della computer-grafica applicata all’intrattenimento visivo fosse di aver dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, la fallacia delle argomentazioni di Descartes per negare l’ipotesi del genio maligno ingannatore. La messa in scena della rivelazione fatta da Morpheus al protagonista a metà pellicola provava l’inaccessibilità, da parte della mente umana, di uscire da un inganno perpetrato tramite la tecnologia, e, quel che è peggio, provava la possibilità teorica di tale inganno, allorquando il progresso scientifico si fosse spinto fino a livelli simili, niente affatto impensabili per la scienza del futuro.

Ci sono inoltre delle ragioni, per così dire, meno ideologiche e più letterarie, per cui si può considerare Matrix l’opera dickiana par excellence. Sappiamo infatti che Dick era innamorato a tal punto di alcuni classici della narrativa al punto di decostruirne degli elementi e inserirli nelle sue narrazioni, situandoli alla perfezione nel contesto, allo scopo di conferire alle sue narrazioni quel caratteristico plusvalore di significato, che tanto appassiona studiosi e comuni lettori. Vorrei riportare qui un esempio non isolato, che può valere per tutti, per poi non dilungarmi oltre sull’argomento.

Uno dei libri che più aveva affascinato il giovane Dick, e che non si stancava di utilizzare a più riprese quando scriveva, è Alice in Wonderland del reverendo Lewis Carroll. La tematica dei due mondi in esso contenuto lo avrebbe influenzato per sempre, tanto da citarlo spesso, direttamente e indirettamente, durante tutte le fasi della sua produzione culturale. Una specie di paese delle Meraviglie (ma assai poco ospitale) è quello in cui si ritrovano Joe Chip e compagni in Ubik, dopo l’esplosione sulla base lunare; lo fa giustamente notare Carlo Pagetti nella prefazione dell’edizione Fanucci. E proprio il classico per ragazzi di Carroll viene citato più volte nel corso del primo Matrix, con il protagonista ancora ignaro paragonato da Morpheus ad una moderna Alice, e il coniglio bianco divenuto un tatuaggio sulla spalla di un’avvenente ragazza.

Un’altro elemento, questo invece di carattere per così dire speculativo, richiede un’analisi più accurata, che vale la pena compiere, in quanto si potrebbe considerare la prova definitiva della mia tesi. Si noti la straordinaria somiglianza fra il concetto di tempo ortogonale espresso da Dick nel suo saggio del 1977, intitolato Se credete che questo mondo sia brutto, allora dovreste vederne qualcun altro, e la struttura del programma di simulazione matriciale rivelato dall’Architetto alla fine del secondo episodio. In base alle mie parziali conoscenze, non mi risulta nessuno studioso che abbia messo in relazione queste due “pseudoteorie”, come vorrei chiamarle, nella maniera in cui sto per fare.

Negli ultimi minuti di quel grande spettacolo visivo che è Matrix Reloaded, definito < un qualcosa che, al di là della riuscita artistica, probabilmente non è più semplice “cinema“ ma un oggetto nuovo, che rinnova l’era dell’immagine, che porta sullo schermo l’impossibile, rendendo definitivamente indistinguibile la realtà dalla finzione >[66], avviene l’ormai famoso dialogo in cui l’Architetto espone le modalità in base alle quali ha progettato la Matrice. Dall’indistinguibile simulato dell’effetto speciale del film si passa, attraverso una specie di spettacolarizzazione delle idee, all’indistinguibilità fra la Storia dell’Umanità e la sua stessa simulazione. Infatti l’Architetto parla della Matrice come di un Programma Cosmico che sembra avere preso il posto dell’intera realtà, non lasciandole più alcuno spazio:< Questa è la sesta versione (...) La prima Matrix che disegnai era un’opera d’arte, impeccabile, sublime...un trionfo superato solo dal suo monumentale fallimento. La riprogettai basandomi sulla vostra Storia, in modo da rispecchiare con accuratezza le espressioni grottesche della vostra natura. >[67] Le parole dell’Architetto sembrano non lasciare spazio a dubbi: la realtà “vera”, se mai è esistita, è ormai un’ombra lontana del passato dell’uomo, il cui futuro può essere costituito solo da un’ulteriore proiezione elettronica. Persino il mondo “reale” del film, devastato dalla guerra contro le macchine e dominato ormai da esse, potrebbe essere l’ennesima falsificazione digitale, l’ultima (o meglio penultima) Matrice. Lo fa presagire il finale aperto di Matrix Reloaded, con Neo che tenta di fermare con l’imposizione delle mani una delle macchine assassine nella sua “realtà reale”, mettendo alla prova quei poteri da lui posseduti fino ad allora soltanto nella simulazione, ottenendo, -sorpresa!- un discreto successo.

Questa idea fantastica e pseudo-filosofica deriva con buona approssimazione dalle riflessioni di Dick contenute nel già citato saggio del ’77. L’autore ne parla nei seguenti termini:< ...la mia teoria è la seguente: in un certo senso, il tempo non è reale. O forse è reale, ma non nel modo in cui ne facciamo esperienza, o ce lo immaginiamo. (...) Tutti i mutamenti cui assistiamo sono sottesi da uno sfondo immutabile e che questo invisibile paesaggio sottostante sia quello della Bibbia, in particolare (...) l’epoca degli Atti degli Apostoli. >[68] Volendo riassumere, Dick elabora un’ipotesi secondo la quale il Bene dell’autentica Umanità, guidata da un Messia, combatte nei secoli contro il Male della Dominazione, in cui l’autore identifica i grandi poteri tirannici della Storia (L’Impero Romano, il Terzo Reich, l’Unione Sovietica) e per cui l’autore usa anche l’appellativo di “Prigione di Ferro Nera“. Questa lotta esiziale si protrae fin dal Primo Avvento di Cristo, immutabile. O meglio ancora, questa lotta incessante si è già risolta: il Bene ha trionfato dopo il Secondo Avvento, e la cosiddetta  Fine dei Tempi è già avvenuta; solo che la maggior parte delle persone, semplicemente, non se ne è accorta. A separarci dalla verità è intervenuto ancora una volta l’operato di una Scimmia di Dio, che rende plausibile ai nostri occhi lo svolgersi di una Storia umana fatta di guerre e tirannia:< E così, il Regno viene e non viene. Sorprendente. (...) Cristo continuava a ripetere che vi sono molti domini oggettivi, in qualche modo collegati, che possono essere attraversati, da uomini vivi, non da morti; e che il più portentoso di questi mondi era un regno di Giustizia in cui Lui stesso (...) governava. (...) La sua missione consisteva nell’insegnare ai discepoli il metodo segreto per percorrere questa via ortogonale. (...) Disgraziatamente, però, il segreto è andato perduto. Il Nemico, cioè l’autorità romana, lo aveva distrutto. >[69] Dick così spiega alcune ellittiche affermazioni di Gesù Cristo a proposito del regno di Dio, in particolare relative alla sua ubicazione, uno dei misteri che tanto lo affascinavano. < Il mio Regno non è di questo mondo > ma anche < Il mio Regno è con voi > oppure < è tra voi > ; < ..forse Cristo aveva in mente ciò che io ho definito un asse trasversale di domini sovrapposti, contenenti una gamma di aspetti, pur nella loro fondamentale affinità, che va dall’indicibilmente malvagio al bello >[70].

L’autore, naturalmente, espone le sue tesi in modo molto più articolato rispetto alle poche battute sull’argomento contenute nel film dei Wachowsky, ma il concetto di base è straordinariamente simile; e, ad un certo punto, Dick nomina addirittura, e chiaramente, “la matrice”. Durante il discorso, infatti, mentre tenta di spiegare le dinamiche di certi cambiamenti che accadono nell’Universo, egli afferma:< Benché inizialmente credessi che le differenze esistenti fra questi mondi fossero per intero generate dalla soggettività degli svariati punti di vista umani, non ho impiegato molto a pormi la domanda se non potessero esistere realtà sovrapposte come tante pellicole trasparenti. (...) Come sia possibile che una realtà fra le tante si tramuti in atto e si distingua dalle altre (...) forse dipende da un accordo dei punti di vista di un numero sufficiente di persone. Più probabilmente, il mondo-matrice l’unico dotato di un vero nucleo ontologico, è determinato dal Programmatore. >[71] Il quale, secondo questo ragionamento, può modificare a piacimento gli avvenimenti, facendo venire ad esistenza un mondo altro da quello in svolgimento, semplicemente scegliendo al suo posto un mondo alternativo al precedente, in tutto e per tutto identico a parte il fatto che in esso si è verificato l’evento voluto:< ...tali alterazioni, cioè la creazione o la scelta di questi cosiddetti “presenti alternativi”, hanno luogo di continuo. (...) Ma non so se riusciremo mai in qualche modo a provare (...) che questi movimenti trasversali si verifichino davvero. Probabilmente, potremmo contare solo sulle vestigia della memoria (...) su nebulose intuizioni del fatto che le cose, in qualche modo, devono essere andate diversamente; e non in un tempo lontano, bensì in quel preciso momento. >[72] Dick non nomina direttamente il fenomeno psicologico comunemente conosciuto con il termine deja-vu, ma il riferimento appare del tutto chiaro.

 Nel primo Matrix, l’apparizione ripetuta di un oggetto in movimento, quindi un repentino deja-vu, era indice di un “cambiamento di impostazioni di quel settore della Matrice” e di grossi guai per tutti i protagonisti della pellicola. Con uno dei loro tanti colpi di genio, i Wachowsky Bros hanno rappresentato la fattispecie di questa sinistra apparizione con un gattaccio nero, che a questo punto fa pensare non solo alla superstizione tanto in voga dalle nostre parti, ma anche, e sopratutto, alla insana passione di Philip K. Dick per questa specie di felino.

SIMULACRI MEDIATICI E SIMULAZIONI GLOBALI

Safe sex, safe music,

Safe clothing, safe hair spray,

Safe ozone layer.

TOO LATE!

Everything that’s been achieved

In the history of mankind

Has been achieved

By NOT being safe....

 

Ian ‘Lemmy’ Kilmister, notes in the Overkill booklet, 1979

Quando Neo, il protagonista di Matrix, viene scollegato dal megacomputer che lo teneva prigioniero e lo illudeva di vivere nel mondo, Morpheus, il capo della resistenza, lo accoglie in un paesaggio di rovine bruciate: “Benvenuto nel deserto del reale!”. La stessa accoglienza riserva uno dei filosofi più provocatori di oggi al lettore che voglia conoscere la sua riflessone sugli eventi dell’11 Settembre.[73] Il suo lavoro è interessante in sommo grado, grazie al peculiare accostamento della psicoanalisi lacaniana con l’idealismo hegeliano, e alle citazioni che spaziano dai moralisti inglesi dell’Ottocento agli attuali film hollywoodiani, con cui Slavoj Žižek riesce a fornire una nuova ottica onde guardare in modo diverso ad un evento che ha segnato in maniera indelebile la storia del Ventunesimo Secolo.

Benvenuti nel deserto del reale è il libro con cui Žižek si è fatto conoscere dal grande pubblico. Una buona parte del suo successo si deve certamente dal fascino esercitato dai suoi argomenti, e dall’originalità con cui sono stati messi in relazione: specificamente, l’attentato alle Twin Towers e il film dei fratelli Wachowsky (anche se in Benvenuti... non sono certo gli unici temi trattati).

Žižek si chiede, ad esempio, se anche il cosiddetto terrorismo fondamentalista non possa essere considerato un’espressione della passione per il Reale, tratto distintivo del Ventesimo Secolo secondo Alain Badiou. < Diversamente dal secolo diciannovesimo con i suoi progetti “scientifici” e ideali utopistici, orientati al futuro, il secolo ventesimo ha aspirato a raggiungere la cosa in sé, a realizzare direttamente l’agognato Nuovo Ordine. L’esperienza essenziale che definisce il Ventesimo Secolo è stata l’esperienza diretta del Reale in quanto opposto alla realtà sociale quotidiana, il Reale nella sua estrema violenza come prezzo da pagare per poter asportare gli strati fuorvianti che ricoprono la realtà.>[74] Come nel caso della “banda” Baader-Meinhof, < il cui punto di partenza era che il fallimento del movimento degli studenti aveva dimostrato che le masse sono così profondamente immerse nella posizione apolitica consumistica che non è possibile risvegliarle facendo ricorso alla classica educazione politica e al richiamo delle coscienze. (...) Per scuotere le masse (...) solo l’azione violenta diretta come l’assalto ai supermercati avrebbe raggiunto lo scopo >[75]. Non è possibile, argomenta l’autore, affermare la stessa cosa per quanto riguarda il terrorismo islamico odierno e, in particolare, l’attentato terroristico dell’11 Settembre? < Uno dei suoi obiettivi non è forse quello di risvegliarci (noi cittadini occidentali) dal nostro torpore, dall’immersione nel nostro universo ideologico quotidiano? >[76]

La risposta è solo parzialmente positiva. Questo esempio rivela < il paradosso fondamentale della “passione per il Reale”, che finisce per culminare nel suo apparente opposto, in uno spettacolo teatrale, dai processi farsa di Stalin agli scenografici attacchi terroristici >[77] al punto che < gli stessi “terroristi” non hanno eseguito l’assalto per provocare prima di tutto un reale danno materiale, ma per il suo effetto spettacolare. >[78] Rovesciando l’interpretazione comune che vede nell’attentato al World Trade Center il prepotente ingresso della “realtà vera” nella nostra quotidianità troppo spesso fatta di televisione e immaginazione mediatica, < ...Slavoj Žižek sostiene in modo convincente che il crollo delle torri sia piuttosto la realizzazione di una fantasia distuttiva originata e costantemente alimentata da tanta cinematografia e letteratura catastrofista americana >[79]. I poveri del Terzo mondo sognano di diventare degli occidentali benestanti, meglio se americani, ma cosa mai sognano gli americani immobilizzati nel loro benessere? Sognano una catastrofe globale che sconvolgerà la loro vita. Con tutta la nostra opulenza, noi occidentali siamo perversamente attratti dall’incubo della catastrofe.

Ma come è spiegabile tutto questo? Žižek prescrive alla psicanalisi, nella fattispecie alla psicanalisi lacaniana, l’onere della giustificazione: <...la dialettica di apparenza e Reale non può ridursi al fatto alquanto banale che la virtualizzazione della vita quotidiana, l’esperienza che stiamo vivendo sempre più in un universo costruito artificialmente, dà luogo al bisogno irresistibile di “tornare al Reale”. (...) Il Reale che ritorna ha la forma di un’(altra) apparenza: proprio perché è Reale, cioè per via del suo carattere traumatico/eccessivo, siamo incapaci di integrarlo in (ciò che sperimentiamo come) la nostra realtà, e siamo quindi obbligati a percepirlo come un’apparizione angosciante, come un incubo. Questo è stata l’immagine irresistibile del collasso delle torri del WTC: un’immagine, un’apparenza, un “effetto” che, al tempo stesso, trasmetteva “la cosa in sé”.>[80]

Si è parlato di “virtualizzazione”, di “un universo costruito artificialmente”, in cui viviamo...il concetto suona chiaramente familiare, e quindi è bene esporre di seguito le idee di Žižek in proposito. Egli chiama in causa Philip Dick:< L’esperienza che soggiace ad opere come Time out of joint e The Truman Show è che il paradiso californiano del tardo capitalismo consumista è (...) in qualche modo irreale, senza sostanza, privo del peso della materia. >[81] . In precedenza aveva illustrato il fondamentale concetto di virtualizzazione:< Sul mercato attuale troviamo una serie completa di prodotti privati delle loro proprietà nocive: caffè senza caffeina, crema senza grasso, birra senza alcool... E la lista potrebbe continuare: il sesso virtuale non è altro che sesso senza sesso, la dottrina Powell della guerra senza perdite umane (...) una guerra senza guerra, la ridefinizione contemporanea della politica come arte dell’amministrazione tecnica è politica senza politica... La Realtà Virtuale non fa altro che generalizzare questa pratica di offrire un prodotto privato delle sue proprietà: la stessa realtà è deprivata della sua sostanza, dello zoccolo duro e resistente del Reale (...) Quel che tuttavia ci attende alla fine di questo processo di virtualizzazione è che cominciamo a percepire la stessa “realtà reale” come un’entità virtuale. >[82]

Secondo l’autore, ciò è diretta conseguenza di quello che lui chiama < la concezione totalitaria del mondo amministrato >[83],la quale contiene una < “biopolitica nascosta: (...) quelli che sostengono che “la vita è sacra” (...) alla fine propugnano un mondo sotto controllo, in cui vivremo senza dolore, in piena sicurezza...e annoiati a morte; un mondo in cui, in nome del suo stesso obiettivo ufficiale (una lunga vita appagante) tutti i veri piaceri sono proibiti oppure strettamente regolamentati (il fumo, le droghe, il sesso, il cibo...).>[84]

Nella “concezione totalitaria del mondo amministrato”, quindi, < la stessa esperienza della libertà soggettiva è la forma in cui si manifesta la soggezione ai meccanismi di disciplina, è fondamentalmente il risvolto fantasmatico osceno dell’ideologia (e della pratica) ufficiale pubblica dell’autonomia individuale e della libertà: la prima deve accompagnare le seconde, completandole come un suo doppio osceno che rimane nell’ombra, in un modo che non può non ricordare direttamente la scena centrale di Matrix, il film dei fratelli Wachowsky: milioni di esseri umani che conducono una vita claustrofobica dentro loculi pieni d’acqua, tenuti in vita solo per generare l’energia (in forma di elettricità) necessaria a Matrix. (...) Questa totale passività è la fantasia perversa, l’idea che, nella parte più riposta di noi stessi, non siamo che strumenti della jouissance dell’Altro (Matrix) che ci succhia via la vita come fossimo delle batterie. E proprio questa è la stranezza del meccanismo: perché Matrix ha bisogno di energia umana? La spiegazione energetica è ovviamente priva di senso: Matrix avrebbe potuto trovare facilmente un’altra, e più affidabile, fonte di energia che non avrebbe richiesto il complicatissimo trucco della realtà virtuale per milioni di individui. >[85]

Slavoj Žižek fornisce quindi un’interpretazione psicoanalitica lacaniana, dell’idea nuova che è alla base della sceneggiatura di Matrix. Senza nulla togliere alla giustezza delle sue argomentazioni, bisogna dire che, naturalmente, esistono dei diversi punti di vista da cui esaminare la faccenda. Il più evidente di questi, e che non poteva essere noto a Žižek, riguarda motivazioni intrinseche allo script, e che ho passato in rassegna precedentemente. Trattandosi di una trilogia, solo nel secondo episodio della serie vengono alla luce certi elementi già citati, che Žižek non può conoscere in quanto scrive la sua opera poco prima dell’uscita del film. L’Architetto espone a Neo le sue rivelazioni sulla Matrice soltanto verso la fine di Matrix Reloaded. E se è giusto l’accostamento fra le teorie dickiane (la lotta fra Cristo e l’Impero) e le invenzioni dei Wachowsky (la guerra fra umani e macchine) appare chiaro che la sopravvivenza degli uomini, pur se ridotti in schiavitù, va inscritta in un Piano più grande, un disegno divino universale (idea soggiacente all’intera trilogia) il quale prevede per l’umanità, alla fine, la liberazione e il ritrovamento dell’Armonia.

Si può dare, d’altronde, un ulteriore modo di concepire la scena centrale del primo Matrix, un’altra angolazione da cui guardare con gli occhi della mente. Proprio in questo sta la grandezza di questo prodotto commerciale eppure profondo, insieme opera ispirata da speculazioni filosofiche e veloce film d’azione; che è piaciuta al grande pubblico, ormai assuefatto alle sterili spettacolarizzazioni visive e ai più esigenti studiosi di filosofia. Ci sono infatti altri modi per pensarne gli elementi che ne compongono la trama, e nessuno di essi è un modo banale.

Allo scopo di illustrarne uno, cioè esporre una delle possibili interpretazioni, vorrei richiamare lo studio del Lotman intitolato La semiosfera, così come è citato in principio de La scimmia di Dio da parte di Gabriele Frasca; quest’ultimo lavoro verrà ampiamente preso in considerazione, considerandone le affinità culturali con il mio discorso, e dato che si occupa di Philip Dick e del suo Man in the high castle.

Jurij M. Lotman scrive:< Le onde della cultura si muovono nel mare dell’umanità. Questo fa sì che i processi che si verificano siano inseparabili dall’esplosione delle emozioni collettive. Chi studia la semiotica della cultura non può fare astrazione da questo aspetto del problema. >[86]. Da ciò conseguono, secondo lo studioso russo, le due questioni relative alla pragmatica della cultura, vale a dire da un lato la descrizione che ogni cultura dà di sé stessa, dall’altro la produzione determinata dal funzionamento del meccanismo culturale di “emozioni collettive spontanee” che andrebbero opportunamente studiate come “semiotica delle emozioni culturali”.[87] Frasca, nel suo libro, insegue alcune delle più persistenti “emozioni culturali” che hanno attraversato la cultura occidentale dalla fine della seconda guerra mondiale. Una di esse ruota intorno all’idea che il Terzo Reich sia sopravvissuto alla fine della guerra, e naturalmente questa questione viene collegata dall’autore al capolavoro La svastica sul sole, dal quale trae linfa per le sue argomentazioni.

Esiste d’altronde un’altra fondamentale emozione culturale, di poco più recente, e riconosciuta, come già ampiamente si è avuto modo di leggere, dai massimi esponenti del Pensiero; un’ emozione culturale, inoltre, caratteristica della nostra cultura occidentale post-moderna.

Questa emozione culturale riguarda l’idea di una virtualizzazione della vita, la sensazione dell’artificiosità dello scenario in cui si muovono le nostre esistenze, insomma assistiamo impotenti ad una de-realizzazione globale, che coinvolge non solo l’esterno, il mondo circostante, ma anche l’interno di noi stessi, impossibilitati ad accedere ad una supposta verità riposta nell’interiorità. Nel sè contemporaneo albergano desideri pubblicizzati da multinazionali, i ricordi sono sopratutto quelle di immagini “forti” ma televisive, persino la fantasia individuale ha perso la sua funzione, schiacciata dal peso dell’immaginazione di strapagati “creativi”, i quali hanno già fatto in modo da dare corpo ad ogni fantasia umana possibile...

Questi sono i risvolti, sul piano psicologico-individuale, di quella “concezione totalitaria del mondo amministrato” di cui si è parlato precedentemente; essa fa sì di non lasciare più alcuno spazio, neanche interiore, al nietzchiano eccesso di vita:< Quel che rende la vita “degna di essere vissuta” è esattamente l’eccesso di vita: la consapevolezza che esiste qualcosa per cui si è pronti a rischiare la propria vita. (...) Solo quando siamo pronti a correre questo rischio siamo veramente vivi. (...) Il punto di vista dell’Ultimo Uomo post-metafisico intento a sopravvivere si rivela essere lo spettacolo anemico di una vita che si trascina come la propria ombra. >[88]

Non stupisce, allora, che ad un livello profondo della psiche si faccia sempre più strada una emozione culturale che confonde la realtà dell’esistenza con la sua ombra, con l’ennesima, dickiana  simulazione.

Un altro punto da prendere  in considerazione è la derivazione della “concezione totalitaria del mondo amministrato” da quella che potrebbe essere senza dubbio valutata alla stregua della sua infrastruttura, (nel senso della coppia dialettica sovrastruttura-infrastruttura di stampo marxista) cioè il sistema economico del capitalismo post-industriale. Nonostante le dovute sfumature, è certo che il sistema economico attuale abbia contribuito in gran parte ad una situazione mondiale caratterizzata dal massimo della stabilità all’interno dei mercati ricchi, e, per converso, dal massimo dell’instabilità in quelli poveri.

Gabriele Frasca ha scritto a riguardo, polemicamente, di un parallelismo fra l’ideologia del capitalismo e del nazismo, richiamandosi al capolavoro (e vincitore del premio Hugo per la fantascienza) Man in the high castle. Egli afferma significativamente:< ...lì dove (si) dissolve l’alternativa di un’altra ideologia, di un altro mondo, di un altro mondo di essere (e sembra voler dire, parafrasando lo slogan principe del movimento no-global: “un mondo altro, ora come ora, non è possibile”) lì allora traspare (...) il permanent landscape del Terzo Reich.[i contenuti delle parentesi sono miei] >[89] Invece è possibile un paragone fra l’ideologia che sostiene il sistema sociale e produttivo del capitale, così come lo si esperisce nei tempi che stiamo vivendo, e l’invenzione della Matrice schiavizzante dei Wachowsky Bros; il confronto contribuirà a chiarificare i motivi dello shock da riconoscimento in buona parte di coloro (e sono molti, milioni e milioni in tutto il mondo) che hanno visionato il film e lo hanno fatto diventare oggetto di culto.

Questa nuova prospettiva (anche essa deve essere considerata un mio contributo originale, siccome non mi sembra sia stata mai utilizzata da alcuno studioso) mostrerà altresì l’intensità dell’ “emozione culturale” di cui si è ampiamente parlato in precedenza, e la veridicità della frase, già riportata, di Cortellessa (“ è la nostra realtà, ormai, ad apparirci dickiana”[90]) la quale è molto al di là dall’essere soltanto una battuta.

La nuova visuale con la quale vorrei far vedere alcuni di quelli che sono elementi fondamentali della trilogia di Matrix può ben principiare da una diversa interpretazione, rispetto a quella psicoanalitica di Slavoj Žižek, della scena-madre del primo episodio, l’ormai famosa rivelazione di Morpheus al protagonista, al quale viene mostrato il desolante paesaggio di rovine che una volta era Chicago. Vorrei inoltre far notare che, sempre all’interno di Benvenuti...  in un’ altra occasione Žižek sembra aver esagerato nell’applicazione del punto di vista psicoanalitico, utilizzandolo dove non era propriamente necessario. E’ il caso di una delle scene di Fight Club di David Fincher, su cui egli chiosa:< ...Ed Norton si prende a cazzotti di fronte al suo capo: invece di farlo godere, questo spettacolo provoca ovviamente nel suo superiore una crisi d’angoscia. >[91] A chiunque abbia visionato quest’opera appare invece perfettamente chiaro il motivo della reazione del capoufficio; non l’eccessiva vicinanza al desiderio dell’Altro, bensì semplice paura e sgomento di fronte ad una dimostrazione di evidente follia e violenza da parte del suo dipendente. Questo non vuol dire rigettare in toto l’interpretazione di Žižek di pagina 100, ma semplicemente bisognerebbe tenere in considerazione almeno la possibilità che l’autore, in qualche caso, possa aver preferito una tipologia esegetica fruttuosa, ma così abbia tralasciato altri points of view che, magari, potevano avere un “peso” superiore sul piano della comprensione dell’oggetto in questione.

Proprio questo può essere il caso di Matrix. Si può fornire una traslazione metaforica un pò più semplice dell’ “uomo trasformato in una batteria” rispetto a quella fornita da Žižek, il quale parla di < ...un costante afflusso di jouissance (...) Matrix si nutre della jouissance umana >[92] La batteria esibita dalla mano di Morpheus può invece ben vedersi come un simboleggiante di un Uomo contemporaneo ormai ridotto ad esser meno di un ingranaggio del sistema (o Matrice)  che lui stesso ha contribuito a costruire; un sistema costituito da e per le macchine, e per persone definitivamente reificate, meri strumenti dell’economia di mercato e delle aziende trans-nazionali. La vita di queste persone è quindi il sogno di una vita vera, dato che la vera vita, per essere tale, abbisogna di tutta una serie di elementi necessari, negati ai sudditi del capitalismo del Ventunesimo Secolo: libertà d’azione e di pensiero, opportunità, una non sterile progettualità, intensità di emozioni, un condiviso senso del sacro e della morale che cementi la coesione della comunità...

La simulazione delle esistenze dei prigionieri delle celle di Matrix trova il suo corrispondente nelle nostre esistenze, condannate a vivere all’interno di un sistema disumanizzante o a combatterlo diventando terroristi, a cui però sarà negata la gloria e la redenzione, le quali spettano, come in tutte le trilogie che si rispettino, solo agli unici veri eroi rimasti della contemporaneità: gli irreali protagonisti di un’opera cinematografica ad alto budget...

Cosa sono, infatti, Neo, Morpheus e compagni, se non rappresentazioni metaforiche di terroristi anti-capitalisti, loro che non hanno voluto  vivere oltre le illusioni della vita così come viene decisa, dalla quotidianità fino al futuro remoto, dal capitale industriale? Essi non hanno scrupoli a sporcarsi le mani di sangue perché sono consci del carattere finzionale non solo del mondo nel quale agiscono violentemente, ma delle persone che lo abitano. I “ribelli” sono gli eroi buoni della storia, e sanno bene che < se vieni ucciso in Matrix, muori anche nella realtà >[93] ma si sentono costretti a sacrificare la vita umana in nome del Bene più alto della Libertà; e poi che valore può avere una vita del genere, per sempre nell’ignoranza e nella schiavitù? Si noti la somiglianza di questo tipo di ragionamento con quello condotto dai terroristi e rivoluzionari di tutto il mondo (quando mossi da ideali, non importa quanto fondati, e non da meri interessi economici)...

E, continuando su questo piano, a cosa mai assomigliano gli Agenti del film se non agli agenti federali americani? Denigrati dalle parole della star Keanu Reeves durante l’interrogatorio (< non mi intimorite con questi metodi da Gestapo, voglio parlare con il mio avvocato >[94]) essi sono i “cattivi”, gli strumenti della repressione del sistema-matrice. E chiunque è collegato a Matrix, e non è stato ancora “liberato”, può diventare uno di loro, come è spiegato da Morpheus. In senso lato ciò significa che tutte le persone che traggono il loro sostentamento da, e fanno ancora parte del sistema socio-economico capitalista, sono non solo uno strumento, ma potenzialmente potrebbero essere impiegate  strumentalmente a fini repressivi, qualora ne fosse decisa la necessità.

Mi sembra quindi che non si possa dubitare di un messaggio di stampo politico contenuto nel film, anche se esso è, per ovvie ragioni, criptato. Si può sempre vederlo alla stregua di un blockbuster gonfio di effetti speciali, o semplicemente di un film d’azione e d’arti marziali dal soggetto incomprensibile; la sua grandezza sta proprio nel fatto che è talmente efficace da funzionare comunque.

Non tutti i critici sono concordi in questo giudizio; Bautrillard, ad esempio, è un ammiratore di Dick, ma non di Matrix (malgrado in quest’ultimo egli venga citato attraverso il suo Simulacri e simulazioni); egli non coglie, evidentemente, quanto di dickiano c’è in quest’opera; e al proposito, in disaccordo con Žižek, rilascia una dichiarazione quanto mai ambigua, che non suona affatto negativa come forse voleva essere nella sua intenzione:< Matrix è il film sulla Matrice che avrebbe potuto fabbricare la Matrice >[95]

A quanto pare, le cose sono andate esattamente così.

Un paesaggio di polvere e animali elettrificati

You eat this flesh every morning,

With your teeth.

All of you are assassins,

You kill things better than you.

Can i say to you something,

That you don’t know?

 

Charles Manson’s speech at Los Angeles, 19/11/70

 

 

 

And I see the young believers

Your target audience

I see the old deceivers

And we all just sing their song

You’re just a copy of  an imitation

You’re just a copy of an imitation

 

Brian Warner, Narcissus Narcosis, 2001

Se scopo del suo allestire mondi futuri o paralleli (e allegorici per questo) è sempre stato per Dick, come esplicitano fin troppo perentoriamente le sue pagine teoriche, quello di consentire al sempre ipocrita lettore di perforare l’eterna festa disneylandese dell’”asilo globale” (Marshall McLuhan) per incrociare un livello più nascosto (e oscuro se non orribile) della realtà, è allora ancora nostro (di tutti noi lettori che siamo sopravvissuti a tale disperato progetto, con il suo consequenziale corredo di “triste scienza”) il compito di ritrovare, accostandoci ad ogni romanzo dickiano, gli anelli di congiunzione fra il mondo di partenza (...) e quello di arrivo.[96]

Da lettore attento credo d’essere riuscito a fornire, nelle pagine precedenti, alcuni di quegli anelli di congiunzione necessari ad uno studio fecondo degli elementi che compongono il romanzo Do androids dream of electric sheep? , che Philip K. Dick scrisse nel 1968. Frasca ne fa notare la peculiarità storica:< Potrà apparire quanto meno strano, nella pluralità in cui quegli anni (e in quell’anno) si è declinato il sogno “alternativo” del nostro Occidente opulento (fra i rebbi di tutte le possibili ipotesi rivoluzionarie, dal libretto rosso di Mao alla foschia purpurea dell’acido lisergico, dall’estensione dei consumi alla gioiosa metastasi massmediale), scoprire in Dick, pure calato, e generosamente, nelle utopie di quella generazione, una visione di mondo futuro così tanto singolarmente distopica. >[97]

Evidentemente non si tratta soltanto, o almeno non solo, di una deformazione professionale dell’autore, sempre impegnato a descrivere universi che cadono a pezzi; devastati, come quello di Do androids... da guerre planetarie. < Per cominciare a rispondere, sarà necessario sottrarci alla nostra rilettura di quegli anni (...), ribadendo una volta per tutte che il ’68 europeo, per quanti collegamenti possa avere avuto con le lotte radicali emerse negli anni Sessanta, non può oramai che apparirci (...) l’estrema ma conclusiva tipologia culturale propria (ed esclusivamente) del Vecchio Continente (traendo essa difatti linfa dall’ultima autentica manifestazione del pensiero europeo, quella di derivazione dialettica e dunque marxista). Da questo punto di vista, il crollo (europeo) dell’ideologia sessantottina (o, meglio, il suo disperdersi nelle pieghe del pensiero unico) segna per davvero la nascita di una del tutto nuova e inglobante cultura occidentale, senza alcun radicamento territoriale che non sia piuttosto una modalità di produzione. >[98]

Ed ecco quel collegamento fra mondi, il premio per il lettore attento:< L’America apparentemente più reazionaria, che parrebbe aver disperso le istanze democratiche e libertarie degli anni Sessanta, se vinse, come vinse, lo fece soltanto perché assorbì quelle stesse istanze, impossessandosi innanzitutto degli stessi strumenti (di fuga, di “viaggio”) con cui si era nutrito il nuovo “sogno” americano. Anzi, quella stessa America reazionaria si sarebbe offerta ben presto come la realizzazione di quel sogno, e avrebbe dato a tutti la Luna... >[99]

La polvere sollevata dalla passeggiata lunare di Armstrong, insomma, < ...è proprio questa polvere a traslare nella palta, nel kipple che ricopre il mondo dell’ennesimo squarcio allegorico dickiano. >[100] Ne costituisce prova il dialogo tra Jack Isidore e Pris sulla letteratura riguardante i fantasiosi viaggi spaziali tanto di moda:< “Stories written before the space voyages, but about them”. “But, how is it possible there were stories about space voyages before...”. “Those writers” answered Pris, “invented them.” (...) “There’s nothing more exciting” >[101] Come se Dick avesse voluto rimarcare, con questo scambio di battute, la superiorità del fascino esercitato dall’immaginazione fantascientifica rispetto a quello dell’ultima frontiera delle spedizioni sulla Luna della NASA.

Non può apparire allora un caso che nella terra desolata di Ma gli androidi..., a fronte di una colonizzazione di mondi ostili a cui appena si accenna (come “infelice” punto di fuga) nel romanzo, l’unico “viaggio” possibile è quello di faccia allo schermo, fra le risate registrate che accompagnano le mordaci battute dello smaliziato “illuminista” Buster Friendly o sulla scoscesa montagna  dove arrampicarsi e soffrire, in consapevole unio mystica, col campione dello “spiritualismo” Wilbur Mercer.

Infatti. Dopo una breve riflessione si è in grado di scorgere le analogie fra il mondo del capitalismo postindustriale e quello del romanzo, espresse ancora una volta con chiarezza dalle parole di Gabriele Frasca:< Se diamo uno sguardo agli elettrodomestici che arredano gli scenari sociali del 1992 di Ma gli androidi..., difatti, non possiamo evitare di scorgere dismisurati (come in ogni allegoria) gli elementi propri del nostro vivere quotidiano, così come si è andato strutturando, con tutte le sue brave protesi mediali, dall’anno di pubblicazione del romanzo in poi. Ai vecchi media radiofonici generalisti e al contempo vivaci assertori del disincanto del pensiero unico postborghese (un solo canale unico in questo mondo alternativo privo di zapping, e un unico infinito talk show, radiofonico e televisivo, praticamente in onda per l’intera giornata, Buster Friendly and His Friendly Friends) si contrappone l’esperienza interattiva, comunitaria e religiosa, degli emphaty boxes provvisti di uno schermo (si tratta sempre del caro vecchio tubo a raggi catodici) e di un paio di manopole attraverso le quali soffrire, con Wilbur Mercer e tutti gli infiniti eventuali interconnessi (...) Se da un lato, dunque, appare fin troppo facile rintracciare prefigurato in questo scontro mediale quello proprio dei nostri anni (con l’apparente conflitto fra i vecchi media generalisti impegnati in un palinsesto praticamente unico ed uniforme, con cui registrare le risate interiori di spettatori annichiliti, e la “coreografia dei corpi angelici”, come direbbe Pierre Lèvy, empatica e compartecipativa del computer, caro vecchio tubo a raggi catodici, e della Rete), dall’altro non potrà stupire che tale presunto scontro cospiri in realtà, in quel mondo come nel nostro, per la creazione di un ibrido di compromesso, insomma di un “questo e quello” adialettico e simultaneo. >[102]

Le persone spettatrici dell’eterno show di Buster Friendly sono quelle stesse che utilizzeranno la scatola empatica, e che, poco dopo, si piazzeranno nuovamente davanti al televisore per rilassarsi dallo stress procurato dal dolore condiviso. E, molto probabilmente, saranno quelle stesse persone, in numero sempre maggiore, ad essere scambiate per androidi, e magari ritirate subito dopo per sbaglio, avendo fallito il test per l’empatia. Va anche detto che il test in sé non ha nulla di veramente empatico; nel romanzo funziona sì, empiricamente, per discernere quello che è umano da ciò che non lo è, ma non è da ritenersi uno strumento perfetto, dato che viene aggiornato continuamente. Non depone a suo favore neppure il fatto che i principi del suo funzionamento siano direttamente derivabili dal meccanicismo stimolo-risposta dell’Istituto Pavlov, che Philip K. Dick, di certo, non approvava punto.

Ma non si tratta solo del test. < Le grandi capacità empatiche che gli esseri umani millantano (...) così come la stessa passione per i pochi animali sopravvissuti (che tutti desiderano allevare sul tetto di casa), appaiono in realtà solo l’ennesima contraffazione degli autentici sentimenti che, al più, solo rappresentano. Gli animali (...) sono uno status-symbol (come gli androidi nelle colonie), e la loro vita è per gli uomini che li posseggono tanto preziosa quanto la loro quotazione sul Catalogo Sidney (ecco perché esistono “le pecore elettriche” del titolo, a portata di tutte le tasche, ben prima della telegenica Dolly) >.[103] Il Mercerianesimo, la religione di massa approvata dalle autorità perché inoffensiva, si rivela una truffa; e la figura cristologica di Wilbur Mercier costruita a tavolino alla stregua di un banale spot pubblicitario, interpretato da un vecchio attore alcolizzato che non ha certamente nulla di sacrale.

L’empatia sembra essere stata abolita dal mondo di Ma gli androidi... come tutti gli altri sentimenti di autentica umanità, siano essi positivi oppure negativi. Persino per passare delle ore in “depressione autoaccusatoria” c’è bisogno di un elettrodomestico: il modulatore d’umore Penfield, significativamente presente nella narrazione fin dalle prime pagine. Non mi risulta che il ruolo di questo aggeggio nella storia sia stato preso abbastanza in considerazione; Frasca nella sua postfazione al romanzo ne accenna soltanto, e ogni riferimento al Penfield, o a qualcosa di simile, è assente nella trasposizione filmica di Ridley Scott.

Il nome di questo aggeggio viene direttamente dallo studioso che, negli anni Sessanta, riuscì ad operare una “mappatura del cervello” nel modo in cui Philip Dick ne parla in uno dei suoi saggi, quattro anni dopo il romanzo:< Questi (Penfield) è riuscito a localizzare con precisione i centri del cervello corrispondenti ad ogni sensazione, emozione e reazione. (...) mi ha detto a questo proposito un amico pessimista:” Una volta impiantati gli elettrodi, possono farci provare, pensare e fare quello che vogliono “ >[104]

Un modulatore dell’umore, che appare nel romanzo quale ottimo prodotto di marca, sarebbe lo strumento definitivo della produzione industriale per liberarsi definitivamente di quanto ancora di autenticamente umano alberga nell’interiorità dell’Ultimo Uomo contemporaneo. Dick ne aveva già parlato, nei seguenti termini:< Diventare quello che io chiamo, in mancanza di un termine più appropriato, un androide, significa acconsentire a trasformarsi in un mezzo, oppure essere oppressi, manipolati e ridotti a un mezzo inconsapevolmente o contro la propria volontà: il risultato non cambia. (...) L’androidizzazione richiede obbedienza. E, sopratutto, prevedibilità. Solo quando la reazione di una data persona a una qualunque situazione data risulterà prevedibile con precisione scientifica, si potrà dare il via alla produzione su larga scala di androidi. (...) L’androide deve funzionare al momento giusto. >[105]

Non ci sarebbe niente di meglio per il capitalismo transnazionale di un apparecchio tipo il modulatore Penfield, allo scopo di schiavizzare; e cioè, modernamente, rendere prevedibili le azioni e i pensieri di ciascuno di noi. Dopo l’affermazione del pensiero unico capitalista, lanciare sul mercato un prodotto in grado di determinare a piacere l’umore, fino adesso sempre imprevedibile e mutevole, per fortuna, renderebbe sicuramente le persone molto più in forma, felici (e produttive). Naturalmente il lancio pubblicitario e la sponsorizzazione (magari incoraggiate dai governi) di un tale tipo di prodotto potrebbe fare leva sugli innumerevoli benefici che una simile invenzione, se utilizzata seguendo attentamente le istruzioni, apporterebbe all’Umanità intera. Si pensi soltanto alla perfetta predisposizione ad ogni impegno, lavorativo e non, resa sicura, e non solo probabile, da un piccolo elettrodomestico pagabile anche a rate...

I consumatori, assuefatti alla pubblicità televisiva e all’acquisto di ogni prodotto innovativo fornito dalla tecnologia, fosse anche inutile o dannoso, lo comprerebbero in massa. Persino le persone maggiormente “illuminate”, che potrebbero rendersi conto dei rischi che corrono utilizzando un modulatore d’umore, o semplicemente refrattarie all’uso, prima o poi cederebbero ad un acquisto (magari rateale). E’sicuro che chi ha la possibilità di gestire la propria carica emozionale ha una marcia in più degli altri, no? E bisogna sempre essere al passo con gli altri...e con i tempi...Questa sarebbe una tappa importante verso la totale androidizzazione dell’umanità, e Dick lo aveva capito. 

La vera prova  per discriminare l’autentico essere umano da una sua imitazione, comunque, sembra consistere nel possedere quella fondamentale emozione dal nome empatia. Ciò viene affermato a chiare lettere in questo romanzo:<... Rick often wondered about the real reason for an android to idle when it was submitted to the test for measuring emphaty. Emphaty probably exsisted in human community only, whilst you could find some grade of intelligence in every animal species and orders, arachnida included. The empatic faculty, just to begin, probably needed an integral instinct of group... >[106] Ma non è solo in questo romanzo, che si possono reperire le idee dell’autore sul concetto di empatia. Nel saggio Uomo, androide e macchina, Dick afferma:< Un essere umano privo di capacità empatica e di sentimenti è identico ad un androide (...) Ci riferiamo fondamentalmente a qualcuno cui non importa della sorte delle creature viventi sue simili: costui ostenta distacco, come uno spettatore, confermando con la sua indifferenza il teorema di John Donne, secondo cui “no man is an island” (letteralmente: nessun uomo è un’isola) ma in una formulazione leggermente diversa: un’isola morale e mentale non è un uomo. >[107] E la stessa citazione di John Donne, significativamente, si ritrova in Ma gli androidi... scritto a otto anni di distanza, a dimostrazione del fatto che l’autore deve avere successivamente elaborato, e poi ulteriormente sistematizzato, le sue convinzioni.

Infine, vorrei far notare altri aspetti collegati alla concezione dickiana di quello che può darsi come autenticamente umano, e richiamare ancora scritti suoi e di suoi critici. Un ottimo punto di partenza può essere, ancora una volta, Do androids:< They are all the same, thought Isidore, They are strange at all. (...) Something like a particular and malicious abstractness  pervades all their mental processes. >[108]Precedentemente, durante lo svolgimento della trama, vi era stato un dialogo fra il protagonista, il riparatore di elettrodomestici ribelli Rick Deckard, e un suo superiore, in cui veniva stabilito un paragone fra il comportamento degli androidi e quello caratteristico di certe tipologie di malattia mentale, sempre più diffuse. Disturbi legati all’affettività, e che quindi turbavano i risultati del test per l’empatia.

Anche questi passaggi trovano un forte riscontro nelle pagine saggistiche; Dick, qualche anno più tardi, avrebbe infatti scritto che:< Nel campo della psicopatologia, la struttura della personalità schizoide è ben definita: vi si riscontra una costante scarsità di sentimenti. La persona vive basandosi su pensieri, più che sentimenti. E come ha mostrato il grande psicologo svizzero Carl Gustav Jung, questo atteggiamento non può essere mantenuto a lungo: la maggior parte degli aspetti della realtà va affrontata con il sentimento. In ogni caso, è possibile istituire un certo parallelismo tra la personalità che io chiamo “androide” e quella schizoide. Sono entrambe caratterizzate da una qualità meccanica, riflessa. >[109]Qualità meccanica che torna nelle parole di Rachel Rosen, poco prima dell’incontro sessuale con il protagonista, quando paragona il suo sentire ai riflessi delle formiche (facendo venire alla mente un altro famoso lavoro di Dick, Le formiche elettriche)

Nello stesso saggio, poco oltre, sono chiarificati degli ulteriori motivi di differenziazione, collegabili con il fondamentale concetto, già espresso in questa sede, del nuovo, dell’idea di novità nella fantascienza. Questa affinità dell’idea di novità con il discorso che si sta svolgendo, viene ad illuminare tutta la tematica dickiana sull’umano e sull’androide, che in tal modo si rivela non solo fantastica e antropologica, ma pure fondatamente filosofica e politica. Per questo bisogna ricordare le affermazioni contenute nel primo e nel terzo capitolo, a proposito del carattere novativo che la science-fiction, e forse la filosofia, devono necessariamente possedere; questo attributo è riscontrabile nell’essere umano autentico, così come Dick chiaramente lo concepisce (e ne scrive in saggi e romanzi).

Dunque, secondo Philip Dick < Un’altra caratteristica della mente androide è la sua incapacità di fare eccezioni. Forse è questa la sua essenza: l’incapacità di omettere una risposta quando non riesce a ottenere risultati, e anzi la tendenza a ripeterla all’infinito. E’ tipico delle forme di vita più basse fornire continuamente una risposta identica. >[110] L’essere umano inautentico, quindi, è caratterizzato dalla sua scarsa adattabilità mentale; si ritorna così alle tesi di Francesca Rispoli, per cui i costruttori di universi scaturiti dalle pagine di Dick impongono una pseudorealtà rigida e totalizzante perché < incapaci di assorbire e gestire il nuovo >[111]. Ma questo non accade soltanto a coloro che sono possessori di un grande potere, e quindi sono capaci di costruire ed imporre queste realtà per milioni di individui, come nel caso del romanzo La penultima verità; una cosa del genere è possibile, anzi ormai si configura come la norma, anche per le persone comuni. Che Dick la pensasse in questo modo ne costituisce dimostrazione, ad esempio, la trama di Eye in the sky.

La “visione assoluta”, di cui si è già parlato all’inizio del terzo capitolo, è sempre un male; essa non tiene conto degli innumerevoli aspetti cangianti del mondo, e delle loro evoluzioni. Questo è uno dei motivi per cui Philip Dick utilizza una tecnica narrativa che esplora e illustra i suoi mondi fantastici in modo bifocale, o multifocale; cioè gli avvenimenti sono presentati al lettore secondo due o più punti di vista diversi, proprio per evitare, da parte dell’autore, l’imposizione di una “visione assoluta” e totalizzante.

Per quanto riguarda questo aspetto della sua narrativa, Philip K. Dick può ben essere avvicinato alle posizioni epistemologiche di Donna J. Haraway. < L’unica posizione da cui non si potrebbe assolutamente praticare ed onorare l’oggettività è il punto di vista del padrone, dell’Uomo, del Dio Unico il cui Occhio produce, ordina e si appropria di ogni differenza. (...) Il trucco da dio è sempre lo stesso, e lo abbiamo preso per creatività, conoscenza e perfino onniscienza >[112].

E’ straordinario notare come una frase del genere, pur se decontestualizzata, riporti alla mente, di nuovo, Occhio nel cielo. Quindi non è solo il concetto ad essere identico, pur se applicato ad una filosofia contigua alla fantascienza (Haraway cita numerose opere di science-fiction femminista e ne decanta l’importanza, verso la conclusione del suo Manifesto cyborg) e non ad una fantascienza vicina alla filosofia, come quella di Dick; ma tutto un background ideologico che potrebbe definirsi “controcultura” (con i dovuti distinguo, che volutamente tralascio). Entrambi sono infatti impegnati nella “triste scienza” del disvelamento delle apparenze dal gran teatro del mondo, in modo da far scivolare i lettori delle loro opere in strati più profondi della realtà, più autentici...

Dopo quello che è stato appena affermato, è allora molto più semplice comprendere appieno la relazione fra le due fondamentali domande di Dick:< Le due questioni che più mi affascinano sono: “Che cosa è la realtà?” e “Che cosa caratterizza l’autentico essere umano?”. Sono ormai più di ventisette anni che pubblico racconti e romanzi, e non ho mai smesso di indagare su tali questioni, profondamente legate fra loro. >[113] La visione assoluta e falsamente oggettiva, ma in realtà oggettivante, dei detentori del Potere, si appropria della totalità del mondo facendo di tutte le cose dei semplici oggetti, persone comprese. Questa malevola attitudine da Scimmia di Dio è connaturata ad ogni visione (nel senso che Haraway dà a questo termine nel capitolo Saperi situati del Manifesto Cyborg) che voglia essere omnicomprensiva. Il fine della stabilità e del controllo su di un mondo così costruito deve forzatamente passare per il compito dell’androidizzazione di quante più persone è possibile. Un uomo è in parte irrazionale, potenzialmente ribelle e creativo; in una parola, è libero. Invece una cosa è sempre sottomessa, prevedibile, può essere un mezzo ma mai un fine; la sua intrinseca razionalità consiste nel piegarsi immancabilmente alle eterne leggi della causa e dell’effetto. Un uomo divenuto cosa è uno schiavo.

Se dunque i totalitarismi d’anteguerra, ad esempio il nazismo, erano di certo illiberali, Hitler, per dirla con Adorno, <...il boia della società liberale, era (...) troppo “liberale” per capire come altrove, sotto il velo del liberalismo, si costituisse l’irresistibile supremazia del capitale industriale. > Il nazismo, che avrebbe voluto disvelare < quello che di falso c’è nel liberalismo, non comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro >, cioè quella stessa tendenza sociale illiberale agevolmente sopravvissuta al Terzo Reich, < della quale seppe soltanto farsi tamburino >[114] Quella tendenza, si sa, è un principio che nel dettaglio del sociale diviene omologante, e per il quale noi siamo uguali non solo nella tomba ma anche davanti al consumo, e alla merce data una volta per tutte, inautentica ma evergreen.[115]

 

  Il CAMPO COME PARADIGMA DEL MODERNO?

Institutionalized...

 

Interned in war

Interned insanity

Internned for life

Interned society

Imprisoned mind

Imprisoned words

Imprisoned speech

The imprisoned herds

 

Institutionalized...

 

Human, Panopticon, 1996

 

Sebbene pubblicato nel 1977, A Scanner Darkly fu scritto da Dick due anni prima, cioè nel 1975, lo stesso anno in cui Michael Foucault dava alle stampe il suo famoso Sorvegliare e punire.  Fabrizio Denunzio, nel suo già citato Pieghe del tempo, istituisce un interessante parallelismo fra le due opere, < nonostante la reciproca quanto totale estraneità dei due autori >[116]. Ciò che anima i due lavori, i quali nella loro eterogeneità vanno originariamente pensati e situati culturalmente in luoghi del tutto diversi, è, infatti, < ...la stessa esigenza teorica, una identica logica, tanto più potente in quanto agisce con le stesse modalità in contesti culturali completamente differenti. >[117]

Questa stessa esigenza teorica è data dal fatto che Dick e Foucault individuano nella sorveglianza < ...la questione più urgente della nostra contemporaneità, e per entrambi essa si pone sul campo dell’immagine, della visibilità e dello sguardo >[118]. La questione suddetta viene isolata dall’autore mediante un confronto fra la sezione del testo di Foucault dedicata al Panopticon (capitolo terzo della terza parte) e il romanzo di Philip Dick, e porta ad una conclusione concernente < un potere che non ha più necessità di esercitarsi con la spettacolarizzazione dei segni (...) perché investe direttamente ciò che c’è sotto la pelle dell’immagine: il corpo dello spettatore, attentamente sorvegliato attraverso i mezzi più evoluti del sistema di comunicazione >[119], quindi immesso in una struttura di potere-sorveglianza retto da principi simili a quelli del Panottico benthamiano.

Quella che si è sopra citata non è l’unica modalità di interazione concettuale fra le tematiche dickiane e le problematiche prettamente filosofiche discusse da vari autori, come si è già visto per Michael Foucault (o come si vedrà anche per Giorgio Agamben e Roberto Esposito, nel modo in cui verrà mostrato in seguito) che hanno in oggetto la biopolitica e il biopotere. E’ plausibile che un autore sicuramente privo di una cultura specifica su questi argomenti, e che significativamente non ha mai nominato la parola “biopolitica” nelle sue opere, possegga un sì forte sentore del problema, da poter essere letto parallelamente agli studi specifici sull’argomento? A quanto pare, quello che scrive Denunzio alla fine del suo lavoro  è soltanto uno degli esempi positivi in tal senso.

Difatti, se è vero che l’autore, elaboratore di dati messi socialmente in memoria, retroagisce ad un background antropologico-culturale, e alle strutture categoriali che regolano la coscienza collettiva, è vero anche che sul potere di un testo, nel momento in cui la fruizione ne accende, e ne moltiplica, i significati (siano essi manifesti o latenti) sembrano convergere tutte le teorie sul concetto di finish che il consumatore assegna alla merce, nel quale è dato rinvenire una forza costitutiva dell’intero ciclo produttivo.[120] La “merce” in questione non è nient’altro che la letteratura, la quale, chiusa per lo più nel circolo dell’autoreferenzialità, non può far altro che decantare le qualità della classe che l’ha generata, poiché < ogni forma testuale vive del suo medium e “canta” solo i suoi fruitori >[121]

Soltanto coloro i quali, alla stregua di Philip Kindred Dick, < autore fisiologicamente sensibile ai mutamenti epocali, che spesso vengono patiti dall’uomo sulla propria carne, e che sono percepiti così fortemente dallo stesso Dick da indurlo a rendere anche il proprio corpo un testo su cui intervenire >[122], soltanto chi, insomma, ha realizzato con la sua opera e la sua vita una posizione effettivamente oggettiva, può essere in grado di immettere nella grande marea della letteratura < un congegno capace di forare “l’incubo della storia” >[123]

L’oggettività di cui si sta parlando va pensata nel senso che ne dà Haraway nel suo discorso sui saperi situati, la posizione epistemologica fondamentale (che nel suo svolgimento si rivela essere, nel contempo, etica e politica) portata avanti nel Cyborg Manifesto. In breve, quel tipo di oggettività tradizionale, che consiste nell’ < allontanare il soggetto di conoscenza da tutto e da tutti > non è stato, storicamente, niente altro che l’espressione (la sovrastruttura) dell’ < interesse di un potere assoluto >[124]; mentre, grazie alla metafora della visione soggettiva, è possibile dare conto della vera oggettività. Una prospettiva parziale, come quella fornita da ogni tipo di visione corporea, < non esclude il problema della responsabilità nei confronti della generatività di tutte le pratiche visive >[125] e di quelle epistemologiche; fornisce assunti di conoscenze localizzabili e quindi responsabili, e questi saperi situati fondano la possibilità epistemologica dei discorsi condivisi.

Non stupisce, allora, il fatto che A scanner darkly sia stato più volte definito <...il più grande romanzo in assoluto mai scritto sulla droga, e contro la droga >[126], e questo nonostante l’immissione nella trama di numerosi elementi provenienti dall’immaginario, sia che esso possa essere prettamente fantascientifico (la tuta disindividuante) o che non lo sia (la sostanza M, non identificabile con una reale sostanza stupefacente in commercio), elementi i quali potrebbero minarne il carattere di opera di denuncia sociale, posseduto indiscutibilmente, ad esempio, da opere maggiormente realistiche, quali ad esempio Christiane F. Noi ragazzi dello zoo di Berlino. Ma una perdita di pathos narrativo non avviene certo durante la lettura di Un oscuro scrutare, poiché Philip Dick si situa nella maniera più riconoscibile e responsabile rispetto al romanzo stesso, e questo nonostante l’elemento fantastico, (ed anzi, spesso proprio in virtù di esso). In questa come in altre sue opere il vissuto della sua persona si salda all’immaginario del romanzo; solo qui, d’altronde, ammette chiaramente che egli non va identificato semplicemente con uno dei personaggi del romanzo, poiché dichiara espressamente: <...io sono il romanzo. >[127]

Identificandosi con la sua opera, in accordo con una idea che egli aveva già espresso in precedenza (< ...con il passare degli anni mi sono reso conto che la mia persona è pressoché completamente deducibile dalle pagine scritte di mio pugno >[128]) Philip Dick realizza artisticamente quell’oggettività che può derivare soltanto da una prospettiva parziale, nel suo caso situata in un punto di vista all’interno delle storie che vuole descrivere. Una posizione artistica provocatoria e pericolosa (si veda l’elenco dei morti veri in coda al romanzo) ma per questo responsabile; Dick riesce ad essere così addentro certi meccanismi della contemporaneità, denunciando metaforicamente le brutture del “mondo amministrato”, da operare quel < un superamento dell’orizzonte delle intenzionalità socio-psicologiche dell’autore > di cui tanto discutono certi critici, e  realizzare, così, < il punto di coincidenza fra l’immagine e l’immaginazione >[129]. Il suo genio, sprezzante la finta oggettività della visione assoluta, è così in grado di mettere di fronte al lettore, pagina dopo pagina, strati, pieghe più autentiche del mondo...

Per una analisi attenta delle convergenze fra il pensiero di chi si è cimentato con le problematiche della biopolitica e la narrativa fantascientifica di Philip Dick occorre pertanto tenere in considerazione gli aspetti che sono stati citati qui sopra, aspetti che fanno comprendere convergenze altrimenti ingiustificabili. Lo studio della < implicazione crescente della vita naturale, biologica, dell’uomo nei meccanismi e nei calcoli del potere >[130]da parte dei pensatori della biopolitica (i quali vanno oltre, ma  richiamano sempre le analisi di Michael Foucault) trova così un corrispettivo nei deliri letterari di uno scrittore depresso e paranoico, il quale sentiva incombere sulla sua stessa vita l’ipertrofismo di un potere capace di incidere sulla vita e sulla morte dell’individuo, e che, per di più, viene esperito, e si autodefinisce, come buono.

Ecco quindi il punto di contatto fra la chiusura del capitolo precedente (in cui Frasca, nella prima parte del La scimmia di dio, a conclusione del suo discorso su The man in the high castle, paragona l’ideologia illiberale del nazismo a quella del capitalismo) e la trattazione di questo capitolo e del successivo, che prende di petto la questione del biopotere nell’opera di Philip K. Dick.

La tendenza illiberale denunciata dagli studiosi della scuola di Francoforte presenta ad una attenta analisi tutta una serie di aspetti interconnessi sopravvissuti fino ad oggi, ma talmente oscuri, nascosti così bene nelle strutture dell’odierna società da poter esser visti solo da visuali peculiari, o da sguardi particolarmente acuti. Perché, negli studi contemporanei sulla biopolitica, torna incessantemente lo spettro del campo di concentramento nazista, come fosse un incubo ricorrente? E come mai, allo stesso modo, si presenta al cospetto dell’immaginario di massa l’idea che il Terzo Reich sia sopravvissuto alla disfatta, o che il Fuhrer sia ancora vivo? (persino Charles Bukowsky ne ha scritto, lui che non era avvezzo a questo genere di tematiche, a lui “importava soltanto di grattarsi sotto le ascelle”)

Vi sono evidentemente delle analogie molto più profonde di quanto sia dato pensare ad una prima analisi fra il “pensiero unico” del totalitarismo e quello del consumismo occidentale, al di là della fondamentale osservazione per cui si può affermare che, nello spazio politico dove non esistono alternative plausibili, regna immancabilmente una qualche forma di totalitarismo, pur se mascherato. Agamben ha parlato, al riguardo, del campo < non (...) un fatto storico e una anomalia appartenente al passato, (...) ma, in qualche modo (...) matrice nascosta, (...) nomos dello spazio politico in cui ancora viviamo >[131]. Se si segue Agamben, l’essenza del campo di concentramento consiste nella concretizzazione di uno stato di eccezione giuridica; e nella successiva e conseguente creazione di uno spazio in cui i concetti di nuda vita biologica e di norma entrano in una sorta di indistinzione. Uno spazio dove < tutto è possibile >[132] e < in cui l’ordinamento normale è di fatto sospeso e in cui che si commettano atrocità o meno non dipende dal diritto >[133] Il potere può governare in maniera assoluta sulla nuda vita biologica, senza alcuna mediazione. Tutto ciò significa che la creazione di una tale tipologia strutturale, anche oggi, indica la presenza spettrale del campo di concentramento nazista, perfino < in certe periferie delle nostre città >[134]

Questo dovrebbe far riflettere coloro che non vedono l’ < ombra sinistra sui modelli attraverso cui le scienze umane, la sociologia, l’urbanistica, l’architettura, cercano oggi di pensare e organizzare lo spazio pubblico delle città del mondo, senza avere chiara consapevolezza che al loro centro (pur trasformata e resa apparentemente più umana) sta ancora quella nuda vita che definiva la biopolitica dei grandi stati totalitari del Novecento.>[135]

                                         LA PENULTIMA CONCLUSIONE

Your own personal Jesus

Someone to hear your prayers

Someone who cares

Your own personal Jesus

Someone to hear your prayers

Someone who’s there

Feeling unknown

And you’re all alone

Flesh and bones

By the telephone

Lift up the receiver

I’ll make you a believer

Take second best

Put me to the test

Things on your chest

You need to confess

I will deliver

You know I’m a forgiver

Depeche Mode, Personal Jesus, 1990

Of all the things i value most of all

I look inside myself and see my world

And know that it’s good

You know that i should

Spiral city architect, I build, you pay

 

 

Black Sabbath, Spiral architect, 1974

Proprio l’accostamento degli studi di biopolitica con l’opera di Philip Dick può consentire di affrontare alcune questioni che sono affiorate in questa trattazione, riguardanti specificamente la caratterizzazione dell’autentico essere umano. Dick lega indissolubilmente la risposta di questo quesito a quello riguardante la realtà, poiché, spiega in uno dei suoi saggi, < mezzi di comunicazione, grandi corporations, gruppi religiosi e politici producono realtà artificiali a getto continuo >[136] e perché, come si è già una volta ricordato, la <... pseudorealtà comincia molto rapidamente a produrre esseri umani inautentici, spurii, falsi quanto i dati da cui vengono assediati da ogni lato. >[137]

L’inautenticità dell’essere umano è rappresentata metaforicamente da Dick nella figura dell’androide, o simulacro, quella stessa cosa che nel film di Scott viene chiamata con il nome di “replicante”. Quale che ne sia il nome, questa creatura assomiglia all’uomo in modo così marcato che risulta difficile, se non impossibile, distinguerla da una autentica creatura umana: l’inganno anima i meccanismi del potere di numerosi romanzi dickiani, quali ad esempio I simulacri e La penultima verità.

Sono già stati esposti i motivi per cui Dick, nei suoi saggi e discorsi, individua determinate caratteristiche dell’essenza androide. Volendole riassumere qui: innanzitutto, il carattere ingannevole (< il loro comportamento mi spaventa, sopratutto quando imita così bene quello umano... in questo caso chiamo queste cose “androidi”...mi riferisco (...) ad una cosa prodotta per ingannarci >[138]) ; la prevedibilità (di cui si è parlato nel secondo capitolo) ; la funzione strumentale, che consiste nell’essere un mezzo nelle mani di qualcun altro; e, infine, la carenza empatica, di cui si è già discusso ampiamente.

Dick, per sua stessa ammissione, è passato da una posizione tout-curt tecnofobica ad una più moderata:< L’assunto che per anni ha informato i miei scritti è stato:” il diavolo ha un volto di metallo”. Forse, adesso tale assunto andrebbe emendato. (...) E’inutile, infatti, sovrapporre una crudele maschera metallica ad un crudele volto metallico: la si usa invece sopra la morbida carne >[139]

Questo passo dimostra in maniera inequivocabile la coscienza di Dick riguardo le problematiche connesse al Potere; o meglio, alle persone che lo esercitano. Parlando di essi, Dick afferma di non diffidare dei loro moventi, ma del loro potere. Questo è ancora più vero in un mondo globalizzato come quello che stiamo vivendo, in cui l’orientamento commerciale di alcune grandi aziende transnazionali può influenzare, anche negativamente, la politica di interi Stati “sovrani”.

Se il compito del lettore di Dick è ancora una volta quello di rintracciare nella fiction le congiunzioni metaforiche che collegano i mondi di fantasia con il nostro, è bene compiere una operazione simile, e complementare alla precedente, per quanto riguarda gli scritti teorici di Philip Dick. Traslare il nocciolo dei suoi discorsi sull’autenticità dell’uomo nel panorama biopolitico odierno diventa dunque una operazione quasi obbligata, e del tutto condivisibile, per coloro i quali bramano una conoscenza non più fortemente mediata dalle “simulazioni” massmediali.

Già Focault scriveva del paradigma del potere sovrano, per far riconoscere il suo reale meccanismo di funzionamento, < che non è quello della regolazione dei rapporti fra i soggetti, o tra essi e il potere, bensì quello del loro assoggettamento ad un determinato assetto allo stesso tempo giuridico e politico. >[140] Certamente, bisogna tenere conto di cosa bisogna intendersi per assoggettamento, e cosa invece per bios, e come va pensata una politica ad esso specificamente rivolta; tutto questo, per riuscire finalmente a comprendere in che modo possa, almeno in abstracto, avvenire questo assoggettamento; e di come quest’ultimo abbia a che fare con le questioni legate al campo concettuale chiamato “androide” o “replicante”.

La complessa figura dell’assoggettamento, lungi dal ridursi a una semplice oggettivazione, rimanda piuttosto ad un movimento che condiziona il dominio sull’oggetto alla sua partecipazione soggettiva all’atto della dominazione. Foucault ne scrive nei seguenti termini:< E’ una forma di potere che trasforma gli individui in soggetti. Vi sono due sensi della parola “soggetto”: soggetto sottomesso all’altro dal controllo e dalla dipendenza, e soggetto reso aderente alla propria identità attraverso la coscienza e conoscenza di sé. Nei due casi, questa parola suggerisce una forma di potere che soggioga ed assoggetta. >[141]

L’assoggettamento, se non è quindi un’espressione peculiare della politica capitalistica, essendo infatti una figura che nasce nella diramazione genealogica propria del potere pastorale e dell’istituto della confessione, può trovare in essa una applicazione generalizzata, intensa e globale, che mai aveva prima conosciuto. Il controllo, grazie a numerose innovazioni tecnologiche che esaltano il potere dello sguardo (concetto già espresso nel capitolo precedente) è reso oggi molto più capillare rispetto al passato recente, e lo stesso si può dire della dipendenza, che si esplica attraverso una normazione abnorme; quella che viviamo è una < totale politicizzazione di tutto, anche degli ambiti vitali apparentemente neutrali >[142]

E che dire dell’identità personale, della costruzione, dell’assemblaggio di essa? Nel tardo capitalismo il processo di costruzione della personalità individuale, cioè di quegli aspetti della personalità dell’essere umano più importanti, caratterizzanti perché sempre identici a sé stessi (identità) si evolve continuamente in un modo che ha del paradossale, consistendo sempre più in un’opera di distruzione (come si è già fatto notare in questa sede verso la fine del secondo capitolo, quando si è parlato della tendenza del capitalismo a sbarazzarsi di qualsivoglia principio stabile) fino a ledere irrimediabilmente la stabilità psicologica degli esseri umani. 

Per quanto riguarda l’oggetto della biopolitica, l’etimologia del termine bios serve a poco, dato che possiede <...significato di “vita qualificata” o di “forma di vita” >[143] Ma, volendo restare nel lessico greco, < la biopolitica rimanda semmai alla dimensione della zoe, vale a dire alla vita nella sua semplice tenuta biologica; o almeno alla linea di congiunzione lungo la quale il bios si affaccia sulla linea della zoe naturalizzandosi anch’esso. >[144] In linea con certe argomentazioni della Haraway, che ritiene il concetto di Natura, e di conseguenza quello di “cosa” e “vita” naturale, né più né meno un “mito”, e inoltre un mito fecondo di numerosi errori concettuali, Esposito si chiede giustamente:< Cosa è, se pure è concepibile, una vita assolutamente naturale? (...) Tanto più oggi, quando il corpo umano appare sempre più sfidato, e anche letteralmente attraversato, dalla tecnica. >[145]

Una delle risposte maggiormente plausibili che si può dare a questo quesito sta nel considerare il concetto di vita naturale, e di salute e salvaguardia della stessa, compreso nell’argomentazione seguente, ad opera di Carl Schmitt (citato da Agamben):< Concetti come “buon costume”, “iniziativa doverosa”, “sicurezza ed ordine pubblico”, che non rimandano ad una norma (...) penetrando pervasivamente nella norma (...) spostano certezza e calcolabilità al di fuori della norma >, e in questo modo avviene immancabilmente il processo per cui < tutti i concetti giuridici si indeterminano >[146]

Da questo punto di vista la scarsa chiarezza e distinzione che accompagna il termine di cui si sta parlando non sarebbe altro che l’effetto di una precisa politica volta ad accrescere il proprio potere, con la pratica dell’assoggettamento legale, reso possibile da una indeterminazione voluta quanto ingiustificata. Si tratterebbe, insomma, di uno strumento di potere come un altro, soltanto più potente, in quanto, in ambito concettuale, accrescerebbe il potere stesso limitandone il contrappeso della legalità.

La smania statale e aziendale di controllo (dalla culla alla tomba, insomma) acquista sempre più una forte connotazione biopolitica; ne è una dimostrazione la descrizione qui fornita (nel terzo capitolo) della cosiddetta “concezione totalitaria del mondo amministrato”, per cui lo Stato si intromette, con sempre maggiore insistenza (che prende la forma giuridica di leggi e regolamenti) nelle questioni che riguardano la salute e in generale il benessere fisiologico del cittadino. Non bisogna dimenticare quanto la nostra libertà sia costretta in limiti stringenti da norme concernenti l’utilizzo di droghe, i trattamenti sanitari obbligatori, alcuni orientamenti sessuali, eccetera. Sembra proprio che la direzione di questo processo porti verso quelle “macchine di amorevole grazia” (machines of loving grace) oggetto della entusiasta poesia omonima. Il problema è che pare arduo, ormai, giudicare questa prospettiva alla stregua di un futuro idilliaco. Vorrei indugiare in ultimo per suggerirne il motivo, ricordando innanzitutto Phil Dick che già trenta anni fa scriveva:< Non diffido dei loro moventi. Diffido del loro potere. Ne hanno moltissimo. >[147]

Il modo d’essere di quello che abbiamo chiamato “androide” può essere molto più simile a quello di un “normale” essere umano, uomo o donna che sia, implicato nei processi produttivi tardo-capitalisti della società contemporanea. Non è stato poi così difficile, in precedenza, stabilire dei paralleli tra il mondo abitato dalle macchine di Philip Dick e il nostro, e fra esse e noi. Non solo ad entrambi possono attribuirsi i crismi del controllo, della dipendenza e della mancanza d’identità che sono stati esposti poco sopra. Quello che spaventa è, di conseguenza, il potere biopolitico che può esercitarsi, con scarse limitazioni, su ambedue, potendo vedersi l’“androide” come la figura per eccellenza su cui si può esercitare in modo assoluto questo potere.

Esso è infatti quella pura biologicità ritenuta da Roberto Esposito un concetto ambiguo; esso è infatti una nuda vita, senza i ricordi e un passato che potrebbero costituirne il bios; non depongono certo in suo favore il carattere strumentale e l’assenza di empatia nei confronti dei suoi simili.

Non si tratta soltanto di focalizzare quei punti concettuali di coincidenza (metaforica, naturalmente) fra l’androide immaginato da Philip Dick e le “masse” assuefatte al loro ruolo (immutabile) nelle dinamiche del consumismo globale. Certamente esistono, e sono fin troppo evidenti e motivate le analogie che legano “l’eterno presente” in cui viviamo agli impianti artificiali di memoria, e la mancanza empatica degli androidi è quasi la stessa carenza che affligge l’ umanità occidentale, per cui vi è sempre meno autentico calore umano nei rapporti interpersonali.

Preme sopratutto sottolineare l’aspetto paradossale per cui, invece di delinearsi come una figura sotto il crisma della totale artificialità, l’androide sia, in ultima analisi, caratterizzato dall’esatto contrario, se si attua la sua traslazione metaforica nel nostro “mondo reale”. Mentre nell’ambito della fantascienza il suo assoggettamento da parte del potere totalitario spesso senza limiti avviene mediante programmazione, nella contemporaneità del mondo globalizzato è l’intervento sulla vita biologica ad essere l’espressione pervasiva del potere. Bisogna altresì intendere la vita in questione come appartenente alla dimensione della zoe; la nuda vita, nozione indeterminata passibile di giustificare le più svariate coercizioni, in nome dell’ideologia dominante... 

L’androide, insomma, manca di tutta una serie di caratteristiche fondamentali proprie dell’essere umano autentico, ma, quel che è peggio, va sempre più configurandosi come il concetto-limite verso il quale irresistibilmente tende l’umanità intera. Si è già detto, nel secondo capitolo, del modo in cui esso, in quanto figura dalla forte valenza simbolica, venga avvertito come una minaccia, e di conseguenza raffigurato in maniera assai negativa dalla cinematografia di genere fantascientifico (Blade runner, Terminator, il Bishop di Alien...). Adesso è semplice intuirne le ragioni. L’umanità intera (e in special modo la sua avanguardia artistica) vede in questa figura artificiale la possibile futura perversione di senso della propria esistenza, ed intende rifiutare una simile rappresentazione del suo destino.

Al contrario, corrispondentemente ad una diversa valutazione, la figura del cyborg, per cui vale il medesimo discorso, riscuote  certamente maggiori simpatie, e ne è prova l’esistenza nella cinematografia di tutta una serie di cyborg “buoni”, quali ad esempio Robocop, fino ad arrivare all’esaltazione del cyborg nel personaggio cristologico di Neo nella serie Matrix (salvatore dei “puri umani” figli di Zion, che, a differenza di lui, sono privi di quelle protesi tecnologiche che gli permettono di collegarsi e di agire sulla Matrice, e quindi gli sono biologicamente “inferiori”)

Tornando all’oggetto precipuo di questo discorso, è possibile notare una analogia particolarmente inquietante, forse azzardata ma inedita, fra l’ androide ribelle e l’homo sacer di cui parla Agamben nel libro omonimo. Si tratta del particolare per cui tutti e due sono inclusi nei rispettivi ordinamenti giuridici solo in virtù della loro esclusione da essi. Per quanto riguarda la figura del diritto romano arcaico, la vita umana è inclusa nell’ordinamento solo in virtù della sua assoluta uccidibilità. L’homo sacer, quindi, è perennemente in fuga, forse allo stesso modo dei replicanti di Blade Runner e degli androidi del romanzo dickiano, ribellatisi al loro asservimento per uso commerciale. Forse l’unico peccato mortale, in questa tarda modernità, è il volere uscire da una logica economica totalitaria e schiavista, e forse quello che ci aspetta, se si continua su questa strada, è il concreto riapparire del campo di concentramento su scala mondiale. E, magari, la frase pronunciata da Morpheus mentre mostra a Neo tutta l’orribile verità del suo vero mondo contiene un riferimento voluto al campo, e a quelle politiche  che si esercitano direttamente sulle vite biologiche delle moltitudini:< Ho visto con i miei occhi campi immensi, dove gli esseri umani non nascono, vengono coltivati. >[148]

Ed è con queste domande, più che con una risposta, che vorrei permettermi di chiudere questo mio lavoro. Questo perché trovo appropriato concludere con un forse, più che con delle certezze; in accordo con l’avversione di Philip K. Dick per ogni forma di dogmatismo. Egli lo rifiutava fino al punto che, nelle sue storie anche brevi, difficilmente ha fornito una risposta definitiva, per rispettare appieno la libertà intellettuale dei suoi lettori. 


[1] Andrea Cortellessa, Non uscirete fuori dai miei incubi, articolo apparso su Alias, supplemento de Il Manifesto, 22/3/2003, p.18

[2] Ibidem

[3] Linda De Feo, Philip K Dick, dal corpo al cosmo, Cronopio, Napoli 2001, p 1

[4] Edgar Morin, Il cinema o l’uomo immaginario, tr. G. Esposito, Feltrinelli, Milano, 1982

[5] Linda De Feo, op. cit. p. 2

[6] M. Nati, Prefazione a Philip K. Dick, Radio Libera Albemuth, Fanucci, Roma, 1996

[7] G. Di Costanzo, Appunti su Philip Kindred Dick, in La parola abitata, Einaudi, Torino, 1990

[8] Lawrence Sutin, Introduzione a PKD, Mutazioni. Scritti inediti, filosofici, autobiografici e letterari, tr.it. Gianni Pannofino, Feltrinelli, Milano, p.11

[9] Ivi, p.21

[10]Ibidem

 

[11] P.K.Dick, Materiale biografico su Philip k. Dick, in Mutazioni. Scritti inediti, filosofici, autobiografici e letterari, tr. Gianni Pannofino, Feltrinelli, Milano, 1997, p. 46

[12] G. Di Costanzo, Postfazione a P.K.D., Le tre stimmate di Palmer Eldrich, Fanucci, Roma, 2003

[13] Philip K. Dick, Autoritratto, in Mutazioni, cit.,  p.49

[14] Philip K. Dick, L’androide e l’umano, in Mutazioni, cit., p.246

[15] Fabrizio De Nunzio, Pieghe del Tempo, Editori Riuniti, Roma, 2002, p.48

[16] Philip K. Dick, La mia nozione di fantascienza, in Mutazioni ,cit., p.132

[17] Ibidem

[18] Ibidem

[19] Ibidem

[20] Ivi, p.133

[21] Ibidem

[22] Darko Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, Il Mulino, Bologna, 1985

[23] Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, Utet, Torino, 1997, p.824

[24] Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffaello Cortina, Milano, 1978, p.3

[25] Antonio Caronia, Il Cyborg. Saggio sull’uomo artificiale, Shake Edizioni, Milano, 2001, p.19

[26] Rosi Braidotti, Introduzione a Donna Haraway, Manifesto Cyborg, Feltrinelli, Milano, 1995, p. 11

[27] Antonio Caronia, op. cit., p. 17

[28] Brian Stablebord, Enciclopedya of Science Fiction, a cura di Clute & Nicholls, Orbit, Londra, 1993, p. 278

[29] Antonio Caronia, op. cit., p.18

[30] Vincenzo Tagliasco, Dizionario degli esseri umani fantastici ed artificiali, Mondadori, Milano, 1999, p.58

[31] Ivi, p. 156

[32] Antonio Caronia, op. cit, p. 98

[33] Philip K. Dick, uomo, androide e macchina, in Mutazioni, cit., p.251

[34] Walter Maraschini & Mauro Palma, Format, la formazione matematica, Paravia, Torino, 1998, p.283

[35] Notizia ripresa da Il Venerdì di Repubblica, del 23/01/04, p. 84

[36] Paolo Lombardi, Il volto del simulacro, intervento pubblico al convegno Il simulacro PKD, Torino, 20/5/2001

[37] J. Cohen, Les robots humaine dans le Mythe et dans la Science, trad.it. mia, Vrin, Parigi, 1968, p.9

[38] Paolo Lombardi, cit.

[39] Francesca Rispoli, op. cit., p.11

[40] Linda De Feo, op. cit., p.10

[41] Dichiarazione riportata da Loredana Lipperini, in Se Platone è il padre del digitale, La Repubblica, 2/11/03, p.33

[42] Philip K. Dick, Come costruire un universo... in Mutazioni, cit., p.300

[43] Ivi, p.302

[44] Ivi, p.304

[45] Frederich Nietzche, L’anticristo. Maledizione del Cristianesimo, Trad. it. Silvia Bortoli, Newton Compton, Roma, 1994, p.28

[46] Donna J. Haraway, Manifesto Cyborg, trad. it. Liana Borghi, Feltrinelli, Milano, 1995

[47] Philip K. Dick, L’androide e l’umano, in Mutazioni, cit., p.227

[48] Donna J. Haraway, Manifesto Cyborg, cit. p.43

[49] Ibidem

[50] Donna J Haraway, op. cit., p.39

[51] Ivi, p.43

[52] Paolo Lombardi, cit.

[53] Ibidem

[54] Francesca Rispoli, op. cit, p.35

[55] Ibidem

[56] Philip K. Dick, La schizofrenia e il Libro dei Mutamenti, in Mutazioni, cit., p.216

[57] Philip K. Dick, L’androide e l’umano, in Mutazioni, cit., p.225

[58] Ivi, p.227

[59] Francesca Rispoli, op. cit., p.33

[60] Gore Vidal, Fantasmi americani, in La Repubblica del 26/9/2002, p.40

[61] Ibidem

[62] Slavoj Žižek, Benvenuti nel deserto del reale, trad.it. Piero Vereni, Melteni, Roma, 2002, p.43

[63] Philip K. Dick, Artefici (e distruttori) di universi, in Mutazioni, cit., p.138

[64] Wachowsky Bros, Matrix Reloaded, 2003

[65] Loredana Lipperini, cit.

[66] Ernesto Assante, Cinema, la Rivoluzione continua, in “La Repubblica” del 27/5/2003, p.45

[67] Wachowsky Bros, op. cit.

[68] Philip K. Dick, Se vi pare che questo mondo sia brutto..., in Mutazioni, cit., p.280

[69] Ivi, p.279-280

[70] Ivi, p.279

[71] Ivi, p.280

[72] Ivi, p.282

[73] Pietro Vereni, Quarta di copertina in Slavoj Zizek, Benvenuti nel deserto del reale, Meltemi, Roma, 2002

[74] Alain Badiou, Le siecle, Edition du Seuil, Paris, 2002 ; cit. in Slavoj Žižek, Benvenuti nel deserto del reale, trad.it. Piero Vereni, Meltemi, Roma, 2002, p.11

[75] Slavoj Žižek, op. cit., p.14

[76] Ibidem

[77] Ibidem

[78] Ivi, p.16

[79] Piero Vereni, cit.

[80] Slavoy Zizek, op. cit., p.22-23

[81] Ivi, p.17

[82] Ivi, p.15

[83] Ivi, p.100

[84] Charles Hitchens, We know best, articolo apparso su Vanity Fair del Maggio 2001

[85] Slavoj Žižek, op. cit., p.100

[86] Jurij Lotman, La semiosfera, Marsilio, Venezia, 1985, p.44

[87] Gabriele Frasca, La scimmia di Dio, Genova, Costa & Nolan, p.7

[88] Slavoy Zizek, op. cit., p.94-95

[89] Gabriele Frasca, La scimmia di Dio, cit., p.66

[90] Andrea Cortellessa, cit.

[91] Slavoy Zizek, op. cit., p.24-25

[92] Ivi, p.101

[93] Wachowsky Bros, Matrix, 1999

[94] Ibidem

[95] Jean Bautrillard, dichiarazione riportata da Loredana Lipperini, in Se platone è il padre del digitale, cit.

[96] Gabriele Frasca, Paesaggio con rovine ed elettrodomestici, Postfazione a Pkilip K. Dick, Gli androidi sognano pecore elettriche? Fanucci, Roma, 2001, p.276

[97] Ibidem

[98] Ivi, p.277

[99] Ivi, p.279

[100] Ibidem

[101] “Storie scritte prima dei viaggi spaziali ma che parlano dei viaggi spaziali”. “Ma come è possibile che ci fossero storie sui viaggi spaziali prima che...” . “Quegli scrittori” rispose Pris “se le inventavano” (...) “Non c’è niente di più emozionante”

Philip K. Dick, Do androids dream of electric sheep?, Grafton, Londra, 1993

[102] Gabriele Frasca, Paesaggio con rovine ed elettrodomestici, cit., p.280-281

[103] Ivi, p.285

[104] Philip Dick, L’androide e l’umano, in Mutazioni, cit., p.231

[105] Philip K. Dick, L’androide e l’umano, in Mutazioni, cit., p.229

[106]...Rick si era spesso chiesto quale fosse il vero motivo per cui un androide girava a vuoto quando veniva sottoposto ad un test per la misurazione dell’empatia. L’empatia, evidentemente, esisteva solo nel contesto della comunità umana, mentre qualche grado di intelligenza si poteva trovare in ogni specie e ordine animale, arachnida compresi. La facoltà empatica, tanto per cominciare, richiedeva probabilmente un istinto di gruppo integro...

 Philip K. Dick, Do androids.., cit. p.54

[107] Philip K. Dick, Uomo, androide e macchina, in Mutazioni, op. cit., p.252

[108] “Sono tutti uguali”, pensò Isidore, “sono tutti strani.” (...) Era come se una particolare e malevola astrattezza pervadesse tutti i loro processi mentali.

Philip K. Dick, Do androids..., cit. p.179

[109] Philip K. Dick, L’androide e l’umano, in Mutazioni, cit., p.241

[110] Ibidem

[111] Francesca Rispoli, op. cit., p.33

[112] Donna J Haraway, op. cit., p.117

[113] Philip K. Dick, Come costruire un universo..., in Mutazioni, cit., p.301

14] Theodor W. Adorno, Minima moralia, Torino, Einaudi, 1994, p.118-119

[115] Gabriele Frasca, La scimmia di Dio, cit., p.68

[116] Fabrizio Denunzio, op. cit., p.56

[117] Ibidem

[118] Ivi, p.57

[119] Ivi, p.58

[120] Alberto Abruzzese, Verso una sociologia del lavoro intellettuale, Liguori, Napoli, 1979, p.184-185

[121] Gabriele Frasca, Come rimanere rimasti, in La lettera che muore, Fanucci, Roma 2005, p.282

[122] Linda De Feo, op. cit., p.10

[123] Gabriele Frasca, Come rimanere rimasti, cit., p.282

[124] Donna J. Haraway, op. cit., p.111

[125] Ivi, p.113

[126] Giovanni Di Costanzo, Lo sciacallo,  Einaudi, Torino, 1996, p.12

[127] Philip K. Dick, Postfazione a Un oscuro scrutare, trad. it. Gabriele Frasca, Fanucci, Roma, 1997, p. 259

[128] Philip K. Dick, Autoritratto, in Mutazioni, cit., p.

[129] Edgar Morin, Il cinema o l’uomo immaginario, trad.it. Giovanni Esposito, Feltrinelli, Milano 1982, p.89

[130] Giorgio Agamben, Homo sacer, Einaudi, Torino, 1995, p.131

[131] Ivi, p.185

[132] Ivi, p.190

[133] Ivi, p.195

[134] Ivi, p.197

[135] Ivi, p.202-203

[136] Philip K. Dick, Come costruire un universo... in Mutazioni, cit., p.303

[137] Ivi, p.305

[138] Philip K. Dick, Uomo, androide e macchina, in Mutazioni, cit., p.251

[139] Ivi, p.253

[140] Roberto Esposito, Bios, biopolitica e filosofia, Einaudi, Torino, 2004, p.18

[141] Michel Foucault, Le sujet et le pouvoir, in Archivio Focault, Dal Lago, Milano, 1997

[142] Karl Lovith, Der okkasionelle Dezisionismus von C .Schmitt, cit. in Giorgio Agamben, op. cit.

[143] Ivi, p.4

[144] Ibidem

[145] Ibidem

[146] Giorgio Agamben, op. cit., p.192

[147] Philip K. Dick, Uomo, androide e macchina, in Mutazioni, cit., p.251

[148] Wachowsky Bros, Matrix, 1997, cit.


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