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ELDA NAPOLITANO

TESI IN BIOETICA

UNIVERSITA' SUOR ORSOLA BENINCASA

a.a. 2005/06

 

« MEDICAL HUMANITIES » E NARRAZIONE NELLA FORMAZIONE DEL FUTURO MEDICO

  

Nel mio lavoro ho svolto una analisi sul ruolo delle Medical Humanities e della Medicina Narrativa nella formazione del futuro medico. Prima di presentare la funzione di tali discipline nell’ambito della tematica in questione, è opportuno evidenziare alcuni punti fondamentali.

La  tradizionale contrapposizione tra discipline scientifiche e discipline umanistiche sta mostrando ormai tutti i suoi limiti, soprattutto in campo biomedico. Oggi, infatti, non è più possibile formare un medico che sia abituato a pensare in termini esclusivamente biologici e che non tenga conto del fatto che, dietro l’organismo che sta indagando, c’è una persona con tutto il mondo dei suoi valori. E questo non solo perché il principio dell’autonomia del paziente impone di tener conto delle sue preferenze nel processo decisionale clinico, ma soprattutto perché una pratica clinica basata non solo sulla spiegazione dei fatti ma anche su una autentica ricerca del loro significato, consente al medico di effettuare una diagnosi più accurata e, di conseguenza, di impostare un percorso terapeutico più efficace.

In medicina, infatti, la semplice preparazione tecnico – scientifica si sta rivelando sempre più insufficiente per rispondere alle esigenze di una assistenza sanitaria centrata sulla persona del paziente. Al personale medico, infatti, si richiede una formazione multidimensionale, che, attraverso l’integrazione dei diversi saperi, gli consenta di avere uno sguardo di insieme più completo sull’individuo e sulle sue esigenze.

A tal fine, sono di fondamentale importanza le Medical Humanities, un insieme di discipline che si avvale del contributo delle scienze umane, delle scienze sociali e delle arti espressive. Nate verso la fine degli anni ‘60 negli Stati Uniti e diffusesi un decennio più tardi in Europa, le Medical Humanities si stanno rivelando strumenti efficaci per una formazione più equilibrata e completa dei professionisti della salute. Queste discipline, infatti, sollevano riflessioni di carattere etico, filosofico, storico, letterario per ripensare l’esistenza umana sotto l’impatto della tecnologia moderna. Esse rendono possibile una conoscenza approfondita di esperienze cruciali nei contesti sanitari, quali ad esempio la malattia, la sofferenza, la guarigione, esperienze che si legano inevitabilmente alla singolarità e alla storicità dell’individuo. In quest’ottica, esse puntano alla formazione di un medico che non sia preparato solo dal punto di vista delle conoscenze (sapere) e delle abilità tecniche (saper fare), ma che sia anche dotato di spirito critico (sapere essere).

Le Medical Humanities si ispirano ad un modello di medicina narrativa il cui obiettivo fondamentale è quello di superare il paradigma di ascolto automatico tipico della biomedicina, per costruire un autentico dialogo tra medico e paziente che conduca alla condivisione e alla co – costruzione delle esperienze vissute da entrambi.

Nell’analisi del ruolo delle Medical Humanities nella formazione medica, ho rivolto una attenzione particolare alla letteratura e all’arte, discipline a mio avviso in grado di andare oltre il dato oggettivo della malattia fisica, alla scoperta del significato soggettivo che questa esperienza assume per la persona che la vive. Queste discipline, infatti, grazie all’utilizzo di strumenti espressivi di grande immediatezza evocativa, quali la metafora, il simbolo, l’immagine riescono a cogliere la realtà secondo prospettive insolite, restituendo irrinunciabili aree di verità.

Nella letteratura, ad esempio, la malattia non è mai la trascrizione fedele di sintomi e patologie, ma è sovente trasfigurata al fine di mostrare le sue sfumature più inconsuete. La lettura delle opere letterarie di quei narratori che hanno affrontato il problema della malattia e descritto i sentimenti dei malati, può essere infatti di grande aiuto nella formazione umanistica del medico, poiché gli consente di comprendere meglio il contesto in cui il paziente vive e che inevitabilmente condiziona il suo modo di affrontare la malattia stessa.

D’altra parte, l’esperienza profondamente umana del dolore non può forse essere descritta in modo esaustivo attraverso il rigore scientifico dell’anamnesi clinica, ma può sì essere espressa sotto forma di colori, figure ed immagini nel linguaggio cifrato della rappresentazione artistica. Ed è  questo il motivo per cui le Medical Humanities  si avvalgono anche del contributo che a una pratica più completa della medicina può venire dalla letteratura e dalle arti espressive per la formazione del professionista della salute. 

 

The Doctor, Luke Fildes, Tate Gallery, London.

 

Esemplificativo in tal senso è il dipinto del 1887 del pittore inglese Luke Fildes, The Doctor. L’opera fu realizzata dall’artista su richiesta di Henry Tate per la sua nuova National Gallery of British Art. La commissione non indicava un soggetto che, quindi, fu scelto dallo stesso Fildes.

La sua scelta può essere suscettibile di una duplice interpretazione: da un lato, la perdita di suo figlio, avvenuta nel 1877, e il fatto che il pittore fosse rimasto profondamente commosso dalla umanità e dalla attenzione del medico curante, di nome Murray, verso il figlio morente. L’atteggiamento ed il comportamento del dottor Murray sarebbe, dunque, divenuto, per Fildes, il simbolo della dedizione professionale.

Secondo questa prima interpretazione, “The Doctor” ritrae quindi un Dr. Murray, della cui esistenza nell’Inghilterra del secolo scorso il quadro è la sola testimonianza.

Dall’altro, la vicinanza di Fildes al movimento riformista e il fatto che il pittore fosse autore di quadri a forte contenuto sociale, di cui il più noto è “Applicants to a Casual Ward”, del 1874. Questa componente della personalità di Fildes traspare dalla povertà della stanza, miseramente mobiliata, dal giaciglio del bambino fatto da due sedie, dall’atteggiamento sottomesso dei genitori. Siamo infatti nell’Inghilterra dell’età vittoriana dove la povertà, la prigione per debiti, lo sfruttamento dei minori trovano testimonianza nei libri di Charles Dickens (che morì cinquantottenne nel 1870); siamo nell’epoca dei delitti mai risolti di Jack lo Squartatore nei sordidi slums dell’East End (1888).

“The Doctor” fu esposto per la prima volta nel 1891 e riscosse un folgorante successo. Si narra, a tale proposito, che la moglie del pittore non potè avvicinarsi per guardare il quadro a causa della grande folla che giorno dopo giorno andava ad ammirarlo.

Infatti, il pubblico tardo – vittoriano apprezzò molto il quieto eroismo del dottore di famiglia: l’eroe non è colui che compie grandi gesta, ma colui che vive in pienezza il quotidiano, colui che fa con passione totale ciò che è chiamato a fare.

Le stampe di “The Doctor” furono presenti per molti anni negli studi medici, negli ospedali e nelle farmacie dell’Inghilterra e degli Stati Uniti. Il quadro fu riprodotto in francobolli in Inghilterra e negli Stati Uniti e fu soprattutto grazie alla popolarità di “The Doctor” che, nel 1906, Fildes divenne Sir Luke Samuel Fildes. Anche oggi la popolarità di “The Doctor” non è estinta, come testimonia la sua riproduzione sulla copertina di numerose riviste di medicina.

Andando alla ricerca di interpretazioni, il distinto dottore che guarda con aria pensierosa il bambino malato è stato evidentemente chiamato ad una visita domiciliare. Non sappiamo qual è la malattia del bambino, non sappiamo da quanto tempo il dottore è in quella stanza, non sappiamo se il bambino sopravvive o muore. Possiamo però liberamente e arbitrariamente immaginare. Prima di tutto, la malattia del bambino è certamente grave: potrebbe essere una polmonite, malattia molto frequente e spesso fatale alla fine del secolo scorso.

L’atteggiamento del dottore, che osserva il bambino preoccupato e impotente, fa ipotizzare che egli sia lì da qualche tempo, forse alcune ore; la luce della  lampada accesa, che illumina il volto del medico e quello del bambino, mentre la luce dell’alba entra già dalla finestra, fa pensare che la veglia al capezzale del bambino duri dalla notte. Il padre osserva con dignità e rispetto l’operare del dottore, tenendo la spalla della madre affranta ed estenuata. Non sappiamo come finisce la storia, ma sappiamo che Fildes aveva perduto un bambino e che il quadro è una sorta di omaggio al medico che lo aveva, senza successo, seguito nel corso della sua malattia. Del resto, nel 1891, il medico era praticamente disarmato contro questa malattia per la quale si usava largamente il salasso, pratica rimasta in vigore fino al 1923.

Il pittore, quindi sembra essere in grado di ad andare oltre la puntuale descrizione veristica per giungere a cogliere le inquietudini sottese alla realtà oggettiva, riuscendo a conservare l’impronta autentica della realtà quotidiana grazie ad una sensibile descrizione di avvolgente umanità.

         Se con l’immaginazione trasferissimo all’oggi la vicenda riprodotta nel quadro, la scena sarebbe molto diversa: il bambino sarebbe ricoverato in un reparto pediatrico, il medico indosserebbe un camice e guarderebbe, forse più che il bambino, lo schermo di un monitor che lo informa sulla saturazione di ossigeno, sulla frequenza cardiaca e sulla pressione arteriosa; conoscerebbe grazie all’esame radiologico l’estensione della polmonite, e grazie all’esame di laboratorio il germe responsabile dell’infezione; avrebbe a disposizione, quindi, antibiotici efficaci e, se necessario, interventi rianimatori d’emergenza. Tutte queste risorse darebbero al bambino probabilità molto più alte di sopravvivere rispetto a quelle disponibili all’epoca di Fildes. Eppure, come osserva l’editore Silverman:

 

[…] I medici trovano difficile capire un paradosso: riveriti quando erano relativamente inefficaci (come The Doctor), essi si trovano sempre più soggetti a critiche oggi, quando per la prima volta sono capaci di cambiare il decorso atteso di tante malattie fatali e inabilitanti.[…].

 

Volendo avanzare una ipotesi, probabilmente questo accade perché il possesso e la gestione di tecnologie e rimedi di grande efficacia può trasformare il medico in un esperto che ripara o guarisce guasti biologici, ma che ha perso la capacità di vedere il malato come una persona e di stabilire con lui quel particolare rapporto umano che Spiro ha definito empatia: È impressione condivisa, infatti, che quando ci si ammala si ha bisogno non solo di sentirsi al centro di un sistema efficace e ben funzionante, ma anche al centro del rapporto di fiducia con un medico per il quale non si è soltanto un altro caso, ma una persona che ha bisogno d’aiuto per guarire e per allontanare la sofferenza.

Osservando la costruzione di “The Doctor” appare evidente che il centro di essa è il dottore, mentre i genitori sono relegati alla periferia. Questa costruzione riflette, quindi, una visione medico – centrica, paternalistica, della medicina, in cui il medico è il depositario della scienza e della saggezza, e le sue decisioni sono trasmesse ad un paziente che le segue, senza conoscerne le ragioni o il possibile risultato. Se questo è uno dei significati del quadro, bisogna allora dire che esso non è in linea con l’etica medica attuale, i cui principi contengono l’obbligo, per il medico, di rispettare l’autonomia del paziente, di informarlo, e di rispettarne i desideri, in un difficile equilibrio con la responsabilità di decidere le scelte che ritiene migliori.

D’altra parte, “The Doctor” rappresenta anche l’immagine strabiliante di quale dovrebbe essere il compito del medico: essere presente sempre, anche quando non c’è più niente da fare, anche quando il limite della condizione umana prende il sopravvento. Infatti la presenza di un medico che rimane accanto al paziente di sua volontà, solo per offrirgli aiuto, è in grado di innescare “le imprevedibili potenze della fiducia”, del desiderio di vivere: “Ciò che l’uomo può essere per l’uomo non si esaurisce in forme comprensibili”. Come medico, infatti, egli si avvale del sapere scientifico, ma non con l’atteggiamento onnipotente del “Salvatore desiderato in segreto da tanti malati”, ma con la consapevolezza propria del filosofo che conosce i limiti propri di ogni forma di sapere e che, proprio in virtù di questo, non si professa sophos, ma filo – sophos, ossia si dispone nei confronti del sapere non come un possidente nei confronti del suo territorio, ma come un viandante nei confronti della sua via.

“The Doctor” potrebbe quindi indurre gli studenti di medicina, nonché tutti i professionisti e operatori della salute, a riflettere sul fatto che, accanto ad una efficacia mai raggiunta prima, la medicina moderna ha limiti e problemi, fra i quali un certo rischio o grado di disumanizzazione.

Come è stato a ragione osservato, gli studenti iniziano la loro educazione medica con un carico di empatia ma poi i docenti insegnano loro a vedersi come esperti che aggiustano quel che è danneggiato. Questo modello di educazione medica dovrebbe cedere il passo ad un modello diverso, che insegni come l’esercizio della medicina richieda una buona dose di equilibrio tra conoscenze scientifiche e umanità (empatia), fra autonomia e responsabilità, tra fiducia nel progresso e cautela nell’adottarne i prodotti. E poiché un’immagine si ricorda meglio di lunghi discorsi, “The Doctor” potrebbe contribuire all’educazione medica illustrando il bisogno di mantenere e arricchire l’umanità iniziale dei giovani studenti.

L’uso delle immagini dell’arte nella scienza rappresenta un mezzo privilegiato per esprimere concetti difficilmente trasmissibili mediante l’esattezza e la razionalità del discorso verbale. L’arte medica come l’arte creatrice dell’artista sono dei meccanismi solitari che mobilitano internamente l’individuo. L’artista lavora ai confini dell’indicibile per rivelare questi messaggi che le parole o lo scritto esprimono male o in modo inadeguato. L’immagine si rivela infatti uno strumento carico di suggestioni per distillare dalla realtà significati altrimenti insondabili. Se ben utilizzato, il linguaggio dell’arte ci consente di intuire l’invisibile, traducendolo in simboli, metafore o immagini cariche di suggestioni di senso. Espressione della fondamentale unitarietà delle diverse manifestazioni dello spirito umano, l’arte si fa maieutica dello spirito, aiutandoci ad esplorare in profondità i nostri spazi interiori, alla scoperta della verità soggettiva di ogni evento oggettivo. Questo è il senso del pensiero di Einstein quando afferma: «Non tutto ciò che si può contare conta e non tutto ciò che conta si può contare».

Se la malattia, per il suo carattere di prova, toglie la sordina al grido strutturalmente presente nel cuore di ogni uomo, ad un tempo capace di infinito e legato alla finitudine, l’arte per la sua forza rappresentativa custodisce in qualche modo tale grido. Ne impedisce il soffocamento, conservando al malato ed al medico la loro dignità di soggetti.

Lo sguardo dell’artista si pone, pertanto, come quello di una sentinella contro la riduzione del malato alla sua malattia o della sua domanda di salvezza a quella di salute. In questo senso, le immagini dell’arte si fanno alleate della parola, producendo un potenziamento dell’efficacia della comunicazione ed una più agevole trasmissione del messaggio didattico. I meccanismi della comunicazione analogica, infatti, sfruttano a livello consapevole o inconscio, modalità di comprensione basate sulla percezione intuitiva, e il buon uso di questi meccanismi come mezzo didattico può costituire una delle differenze fra semplice informazione e ars docendi. È qui, nell’azione di e – ducere, di aiutare la persona a tirare fuori il meglio di sé, che si realizza al massimo grado un tipo di apprendimento centrato sulla persona, un apprendimento che stimola i percorsi della curiosità, della ricerca, della scoperta per lo sviluppo della capacità critica degli studenti.

Le cure mediche possano diventare arte quando il medico coglie e scambia con il suo malato ciò che si esprime con difficoltà, ciò che esce dalle norme, ciò che sfugge alla logica medica ma che appartiene all’esperienza e all’intuizione del malato. Per arrivare a questo, il curante dovrà andare oltre il suo pensiero operatorio ed entrare nello spazio del paziente, che è ricco di messaggi ineffabili. È aiutando il suo paziente ad esprimere la ricchezza di questo vissuto ineffabile che il medico raggiunge l’arte degli artisti nella sua arte di curare.

È importante notare che, nell’intera storia della scienza occidentale, lo sviluppo della medicina è andato di pari passo con quello della biologia e, di conseguenza, la visione meccanicistica della vita, dopo essersi affermata saldamente in biologia, ha dominato anche gli atteggiamenti dei medici nei confronti della salute e della malattia.

L’influenza del paradigma cartesiano sul pensiero medico ha prodotto il cosiddetto modello biomedico, che è venuto a costituire la fondazione concettuale della moderna medicina scientifica. In tale modello il corpo umano è considerato come una macchina che può essere analizzata scomponendola nelle sue parti, mentre la malattia è intesa come il risultato del cattivo funzionamento di meccanismi biologici. Il ruolo del medico consiste, di conseguenza, nell’intervenire, fisicamente o chimicamente, per correggere il cattivo funzionamento di un meccanismo specifico.

Il modello biomedico sostiene una formazione medica che non tiene conto degli elementi di complessità connessi all’esperienza di malattia e all’universo persona e tende a vivere il rapporto medico – paziente al di fuori dalla consapevolezza che la relazione è un processo di influenzamento reciproco.

Callahan avverte che un approccio eccessivamente riduzionistico all’infermità, che non coglie i problemi ingenerati dalle condizioni psicologiche e sociali della malattia, può essere un motivo di oscuramento per la pratica medica.

La nostra medicina occidentale poggia su un modello teorico di riferimento correntemente definito, a partire dalla proposta del 1977 di George Engel, come modello disease – centred. Quest’ultimo ha come obiettivo fondamentale l’identificazione della malattia, la formulazione di una diagnosi e l’impostazione di un percorso terapeutico. Per questo motivo la visita medica è caratterizzata da domande e risposte che riguardano i segni e i sintomi (dalla parte del paziente), la diagnosi e la terapia (per quanto riguarda il medico). Per questo nella medicina occidentale parlare d’altro non è concesso, proprio come avviene nel racconto di Tolstoj, La Morte di Ivan Il’ ič.

In questo romanzo, infatti, Tolstoj descrive perfettamente il progressivo avanzare del dolore fisico e del dolore interiore del protagonista. Ivan Il’ič, il protagonista del romanzo, dopo un lungo periodo in cui non si era sentito bene, si decide, costretto dalla moglie, a recarsi dal medico. Una volta giunto da questi tutto era come si aspettava: la lunga attesa in anticamera, quel tono d’importanza dottorale, le domande che richiedevano risposte predeterminate e inutili. Tolstoj descrive l’insofferenza del protagonista nei confronti dei medici che non riescono a venire a capo del suo male, ma che ugualmente sembrano in grado di capire e di risolvere tutto e, con aria solenne, sembrano voler dire: “voi non dovete fare nulla, affidatevi a noi che sappiamo bene cosa si deve fare. Chiunque voi siate, tutti gli uomini vanno presi alla stessa maniera”. Per Ivan Il’ič, invece, una sola cosa era importante: sapere se la sua malattia era grave oppure no, ma il dottore riteneva inopportuna e oziosa questa domanda, che per lui non meritava considerazione alcuna; si trattava solo di soppesare alcune ipotesi, non era in gioco la vita di Ivan Il’ič, ma solo la disputa tra rene mobile e intestino cieco. Come risulta dall’esempio la sensibilità di questi narratori, che hanno affrontato il problema della malattia e descritto i sentimenti dei malati, può fornire una testimonianza preziosa per condurre il medico a vedere ciò che il primato dell’oggettività e il frastuono della fretta minaccia di oscurare, proprio in quanto questa letteratura non rappresenta la trascrizione fedele di sintomi e patologie. Nella narrativa, infatti, la malattia è sempre trasfigurata, in particolare in quella novecentesca, dove diventa “osservatorio privilegiato della realtà”, in quanto essa è metafora, situazione nella quale si acquista una straordinaria sensibilità per una percezione diversa del mondo.

Secondo la tradizione aristotelica, l’essenziale nell’opera narrativa sono le speranze e timori umani, la partecipazione alle vicende dei personaggi per i quali, benché si sappia che sono inventati, nasce un interesse umano reale. Il coinvolgimento del lettore in una opera narrativa è sempre un coinvolgimento che si può definire morale. Booth, un autore che è stato all’origine, nei primi anni Sessanta, di rilevanti sviluppi della semiotica letteraria, osserva:

 

[…] se osserviamo attentamente la nostra risposta alla maggior parte dei grandi racconti, scopriamo che ci sentiamo fortemente coinvolti nei confronti dei personaggi come persone; ci preoccupiamo della loro buona o cattiva sorte. Nella maggior parte delle opere significative, siamo portati ad ammirare o detestare, amare od odiare, o semplicemente approvare o disapprovare quanto concerne almeno uno dei personaggi principali, e il nostro interesse nel leggere una pagina dopo l’altra, come il nostro giudizio sul libro dopo averlo riconsiderato, è inseparabile da questo coinvolgimento emotivo.[…].

 

Il coinvolgimento morale del lettore deriva da ragioni come quella della scelta di un uomo buono di fronte alternative importanti. Se si analizza, infatti, la struttura narrativa di buona parte dei film di maggior successo presso ogni tipo di pubblico, risulta evidente che è all’opera questa struttura generale. Questo coinvolgimento è il più forte, il più universale, il più immediato e il più intuitivo presso qualsiasi tipo di pubblico. Non esiste un racconto eticamente neutro, in quanto in ogni narrazione si danno dei ruoli, che vengono stabiliti sulla base di apprezzamenti e retribuzioni.

Il tema dell’incomunicabilità, della difficoltà a costruire un autentico dialogo nel rapporto medico – paziente, oltre che in letteratura, è ripreso infatti anche in molti grandi racconti filmici. Esemplificativo a questo proposito è il film di Nanni Moretti “Caro Diario”. Il terzo episodio di questo film, dedicato ai medici, è pressoché unico nella storia del cinema: qui regista, protagonista e paziente sono la stessa persona, Nanni Moretti. Il soggetto del film è il sistema di diagnosi e cura come è stato percepito dal paziente: assenza di reale dialogo con i medici; scarso ascolto, sostituito da un vacuo monologo sanitario; sistematica iperprescrizione di farmaci che cambiano con il cambiare dello specialista.

Anche se il film presenta dei limiti dovuti proprio al suo carattere intensamente autobiografico, limiti che si concretizzano nella eccessiva semplificazione e, quindi, nella netta divisione tra la vittima e gli “arroganti incompetenti”, si tratta però di un limite sul piano della narrazione.

Ma l’aspetto interessante che emerge dal film è proprio la visione lineare di chi ha sperimentato sulla sua pelle l’enorme distanza che intercorre tra paziente e sistema di cura. L’impressione del paziente è che ci sia ben poco spazio per un cambiamento, come se fosse insito nel sistema sanitario il disinteresse per il paziente come persona, come partner di una relazione terapeutica. Il fatto che il problema di base abbia a che fare con le Medical Humanities e con la comunicazione, è sottolineato dallo stesso Moretti nella conclusione del film: Ho imparato che i medici sanno parlare ma non sanno ascoltare.

L’arte del cinema, anche se è la più giovane delle arti ereditate dall’antichità, è sicuramente dotata di una vitalità prorompente. Dal dottor Kildare al dottor Greene di E.R., senza dimenticare il “Medico in famiglia” della fiction televisiva nostrana, la figura del professionista che fa del curare la ragione della sua vita si evidenzia come luogo per ripensare la società moderna nel suo insieme. La pervasività dei temi medici nei film commerciali durante tutta la lunga storia del cinema del XX secolo, ne fa un luogo privilegiato, anche per l’immediatezza evocativa delle immagini visive, per chi si propone un fine educativo, oltre all’intrattenimento. Quest’ultimo ha avuto infatti un ruolo importante nel favorire la transizione dal paradigma dell’etica medica (in cui la medicina era concepita come esclusivo ambito di competenza medica) al paradigma della modernità, che riconosce al cittadino dei diritti tanto nei confronti dei medici, quanto rispetto all’organizzazione pubblica dei servizi.

Al cinema spetta infatti un ruolo importante nell’aver riportato l’etica dalla accademia all’agorà, dov’era apparsa originariamente sotto forma dell’interrogare socratico ai passanti.

Per l’influenza sugli stili di vita e sul modo stesso di pensare la società moderna, il cinema è stato anche deliberatamente utilizzato per portare all’attenzione del grande pubblico le nuove problematiche bioetiche.

Esso, coinvolgendo lo spettatore nel cuore di situazioni complesse, in cui vengono a conflitto visioni del mondo e valori diversi, sollecita lo spettatore ad elaborare una opinione personale e a confrontarla con quella di altri; questo esercizio argomentativo, apparentemente semplice, può fornire un prezioso contributo per la formazione del professionista della salute.

Infatti la ragione argomentativa, la saggezza o ragione pratica, che i Greci hanno identificato nel termine Phrónesis, e i latini hanno tradotto con Prudentia, è quell’elemento che permette al medico di conciliare l’universalità del sapere scientifico con la sua applicazione al caso concreto ma, senza rendere superfluo il sapere oggettivo, lo innesta direttamente nella concretezza in divenire dell’esistenza umana.

Come osserva Eric Cassel, nel suo studio intitolato The Place of the Humanities in Medicine, il linguaggio parlato costituisce il principale strumento di cui dispone la medicina, in quanto nessun atto diagnostico e terapeutico è possibile in sua assenza, ma nessuno ha capito la vera importanza della retorica medica e nessuno si preoccupa di insegnarla.

Nella lunga storia della cultura occidentale, la retorica ha vissuto periodi di splendore e altri di oscurità, come è accaduto negli ultimi secoli. Attualmente sembra invece godere di grande favore presso gli studiosi, tanto da autorizzare qualcuno a parlare di rinascita della retorica.

Per Aristotele, la retorica è indispensabile, là dove gli esseri umani, posti di fronte al sapere probabile, alla incertezza e alla pluralità delle verità, cercano un orientamento attraverso la parola dialogica.

Può essere utile, dunque, richiamare l’attenzione a quel «ritorno della retorica», così come è stato auspicato da Serge Latouche. Il suo percorso di rivalutazione della retorica parte da una domanda (retorica): «È veramente ragionevole il comportamento razionale dell’uomo moderno che, manipolando la natura, va alla ricerca del massimo profitto per la maggiore felicità di tutti e di ciascuno? E un sistema così basato sulla sfrenata competizione economica e tecnica, sotto il segno della ragione occidentale, corrisponde realmente ad un modello di saggezza?» La domanda è retorica, nel senso corrente della parola perché in realtà non è una domanda ma una affermazione.

L’analisi della mancanza di ragionevolezza dei nostri comportamenti copre abbondantemente l’ambito della medicina, in particolare di quella che suscita le maggiori perplessità bioetiche. Il ragionevole appare come la grande vittima del trionfo del razionale, in particolare con l’avanzata del regno dell’economico.

In termini mitologici, Latouche si riferisce ai due figli spirituali di Minerva, la dea greco – latina della ragione: Phrónesis,  la saggezza o il ragionevole, e Lógos epistemonokós, cioè la ragione geometrica o il razionale. L’armonia tra i due figli di Minerva è stata rotta in Occidente verso la fine del XVI secolo, con il progressivo trionfo del razionale sulle decisioni pratiche. L’economia, che è la summa della razionalità applicata, ha colonizzato anche l’etica.

La retorica proposta da Latouche come correttivo per lo scivolamento del ragionevole nel razionale, non si identifica con l’arte della persuasione. È piuttosto l’espressione della Phrónesis, ovvero di una riabilitazione del ragionevole. Non è l’arte di risolvere i problemi ma quella di porli bene. Il presupposto è che l’esposizione del bene sia più persuasiva di quella del male e che la proposta saggia, misurata ed adeguata alle circostanze, abbia maggiori possibilità di essere seguita di quella che non lo è.

Il cinema non può sicuramente sostituirsi all’etica, rendendo superfluo quel vasto sforzo di ripensare i problemi legati alla biologia e alla medicina che si è soliti chiamare bioetica. La retorica non è l’etica, ma rende un prezioso servizio all’etica promuovendo il ragionevole rispetto al razionale e ponendo i problemi «così bene che la soluzione sembra andare da sé».

Senza nulla togliere al necessario rigore scientifico della metodologia clinica, una medicina più attenta alla persona e alla relazione dovrebbe essere in grado di conciliare l’universalità dell’epistéme, cioè del puro sapere scientifico, con la particolarità della sua applicazione all’interno di una data situazione. Non si tratta di accostare formalmente le varie discipline scientifiche e umanistiche, ma di andare alla radice dell’unità del sapere: l’uomo e l’intrinseca eticità del suo essere e del suo operare: «L’unità del sapere deriva dall’unità dell’uomo».

Si tratta di quella facoltà che la tradizione più antica definiva subtilitas, distinguendola in “subtilitas intelligendi” (il comprendere), “subtilitas explicandi” (lo spiegare) e “subtilitas applicandi” (l’applicare). Comprensione, spiegazione e applicazione formano un unico atto nel quale il percepire la concretezza particolare della singola situazione, nel caso del medico l’individualità del paziente con i suoi bisogni espressi ed inespressi, richiede la capacità di adeguare di volta in volta la modalità dell’approccio terapeutico.

Siamo, infatti, nell’ambito di un sapere, quello medico, che vertendo sull’uomo si sottrae alla semplice definizione di scienza e si avvicina, talvolta in modo molto evidente, a quella di arte, pur non appartenendo in senso assoluto a nessuno dei due ambiti. Nella Phrónesis confluiscono la diagnosi, la cura, il dialogo e la partecipazione del paziente.

 L’attività sanitaria poggia oggi su di una divaricazione molto accentuata tra specializzazione e complessità di approccio alla persona. Da una parte sussiste la necessità di risolvere tecnicamente la malattia attraverso l’uso di un sapere dettagliato, ma che non raggiunge la profondità necessaria per essere di aiuto nella decisione sul singolo paziente; dall’altra, emerge in modo sempre più determinante la necessità di conferire un senso alla cura di quel singolo paziente. Ciò determina l’esigenza di risolvere problemi a tutto campo, problemi ai quali non c’è risposta tecnica, problemi connessi non solo alla malattia ma ai vissuti del paziente nel suo contesto di vita.

È proprio a partire da queste riflessioni che negli ultimi anni è nato e si è diffuso nelle Facoltà Mediche di molti paesi il movimento della Medicina Narrativa.

Nelle università statunitensi e canadesi si sono sviluppati corsi specifici di narrative medicine, sia in connessione allo sviluppo dell’antropologia medica di Byron Good e di Hurwitz, sia attraverso l’originale coniugazione della medicina con gli studi umanistici e letterari. Accanto ai testi di anatomia, appaiono così, opere come La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj o La montagna incantata di Thomas Mann. Il nucleo centrale della medicina narrativa è costituito, infatti, dalla centralità del processo di ascolto del paziente che si realizza attraverso una tecnica di conversazione molto raffinata. Quest’ultima ha lo scopo di condurre il medico a capire, mediante l’ascolto delle proprie emozioni e di quelle del paziente, il significato della sua pratica clinica.

Se la diagnosi è uno sforzo per descrivere l'origine della malattia, per localizzarne e oggettivarne la causa, la narrativizzazione è un processo di localizzazione della sofferenza nella storia, di collocazione degli eventi in un ordine temporale dotato di senso.

Nell’ottica della Medicina Narrativa, la malattia non è solo una deviazione dalla norma di variabili biologiche, ossia una patologia, ma anche un evento di esperienza, ossia una biografia, un evento ricco di significati, che possono entrare nella relazione terapeutica a completamento della spiegazione di tipo causale che il medico fornisce della malattia e dei suoi sintomi.

L’approccio narrativo ha quindi come obiettivo fondamentale la ricerca sui processi di produzione di significati da parte del medico e del paziente sulla salute e sulla malattia.

Il significato costruito nella relazione può essere una investigazione anamnestica più profonda, può implicare l’analisi di vissuti esistenziali per la diagnosi, può produrre cambiamenti nella diagnosi, può essere terapeutico in sé per il paziente, o contribuire al miglioramento e alla accettazione della malattia e delle cure.

La narratività in medicina conduce alla co-costruzione del significato, rompendo con l’automatismo di produzione di significato imposto dai meccanismi linguistici del potere medico. La narrazione è intesa, infatti, come un modo di parlare e un modo di proporsi che, visitati all’interno dell’agire professionale del medico e della sua conformazione all’epistemologia biomedica, lo dispongono ad una comunicazione (interazione, narrazione, simbolizzazione) che co – produce, con il paziente, un significato appropriato al suo vissuto. Non un significato qualunque tra i tanti possibili. Occorre che sia presente nella relazione anche un sentimento di valore, ossia quel comune sentire tra medico e paziente a cui ambedue conferiscono valore. È proprio in ragione del valore che ad esso viene dato, che il vissuto si trasforma in sentimento comune, essenza del legame terapeutico.

L’effetto della narratività sui processi comunicativi è immediato perché distoglie dal linguaggio clinico della biomedicina, diminuendo la complessità dello stesso e chiarendo quelli che sono i suoi passaggi allusivi. Essa consente, quindi, di selezionare i contenuti del colloquio clinico sulla base di una gamma di informazioni più ampia in cui sono compresi i sintomi e le sensazioni che il paziente può esprimere in un linguaggio comune.

Le prime spiegazioni del mondo sono narrative: i miti. Nella Grecia classica, che forgiò le basi della razionalità occidentale, il mito era onorato come forma di spiegazione del reale. La retorica latina classica consigliava di adottare anche nelle sedi razionali del Foro o del Senato non solo la spiegazione logica, l’explanatio ma anche quella narrativa degli exempla.

In definitiva, possiamo considerare sia il dipinto di Fildes, sia il romanzo di Tolstoj, sia il Film di Nanni Moretti come testo narrativo medico in quanto si tratta di strumenti che raccontano, ognuno a suo modo, una storia che assume un interesse per il mondo sanitario. Ed è proprio per questo che si tratta di strumenti molto utilizzati per la formazione umanistica del medico.

La narrazione letteraria, cinematografica, così la come storia che emerge dal dipinto di Fildes può essere considerato come lo strumento di conoscenza di cui in pratica si servono le Medical Humanities per sviluppare le competenze interpretative del medico e, di conseguenza, per sviluppare in lui attitudini quali l’attenzione al  paziente come persona.

Infatti, l’obiettivo fondamentale delle Medical Humaninities, è proprio quello di integrare la conoscenza scientifica del corpo con la conoscenza umanistica delle esperienze del malato nell’ambito della sua storia personale. Le Medical Humanities, infatti, nel rivalutare l’importanza della comunicazione, si ispirano ad un modello di medicina bio – psico – sociale, centrata sulla persona del paziente, in cui l’attenzione per la varietà e unicità biologica e psico – sociale della persona si manifesta fondamentalmente in due momenti: l’ascolto e la formulazione delle domande.

L’ascolto attivo necessita della capacità del medico di cogliere tutti gli elementi impliciti nella domanda di cura, e quindi di non selezionare aprioristicamente solo quelli ritenuti significativi in base ai propri schemi precodificati. Nell’ambito della formulazione delle domande, invece, richiama l’attenzione sull’importanza per il medico di porre domande aperte che facilitino la narrazione secondo quelli che sono i tempi del paziente, il suo modo di raccontare.

Tuttavia, la comunicazione terapeutica non è un fatto spontaneo, ma richiede abilità relazionali e comunicative che oggi sono considerate ancora più importanti a causa dell’aumento della patologie di carattere cronico – degenerativo. Si tratta di patologie per le quali un modello di medicina impostato su “diagnosi e trattamento” si sta rivelando sempre più insufficiente. In un contesto del genere, infatti, il terapeuta deve accompagnare la persona a ri – progettare la sua esistenza in base a quelli che sono i limiti e le possibilità imposte dalla sua stessa condizione cronica e per fare questo deve creare le condizioni di un autentico dialogo, l’unico in grado di modificare il significato di quei racconti, di quelle narrazioni con cui il paziente attribuisce un significato al suo corpo, al cibo, alla sua malattia.

D’altra parte è importante notare che, accanto al testo letterario e filmico, possiamo considerare testo narrativo medico anche il racconto fornito dal paziente sulla sua malattia così come il racconto del medico su episodi significativi della pratica clinica. Generalizzando, possiamo dire che un testo narrativo in Medicina può essere autobiografico, oppure appartenere ad un altro individuo, sia paziente sia operatore, ed in questo caso si parla di storia di malattia (illness narratives) o di autobiografia della malattia.

In secondo luogo, un testo può essere più finzionale cioè riferito ad una costruzione fittizia, ma non per questo irrealistica, della realtà, piuttosto che ad una costruzione realistica di una determinata esperienza, sia professionale sia umana.

A differenza del testo letterario, poetico o filmico ai quali spesso si ricorre in percorsi di formazione alle Medical Humanities, la narrazione appare più spontanea, meno mediata e, quindi, meno finzionale, anche se chi racconta una storia si “inventa” sempre in qualche misura una realtà.

Semplificando, possiamo definire “testo narrativo” in Medicina, e quindi un oggetto sul quale effettuare una analisi volta a sviluppare competenze interpretative nell’operatore sanitario, tanto un testo letterario, un film o uno spettacolo teatrale quanto le narrazioni su episodi significativi della pratica clinica o le riflessioni su di essa, quanto le storie di malattia raccontate dai pazienti.

La narrazione assume, infatti, molti e complessi significati sia per il medico che per il paziente. La narrazione della propria malattia aiuta il paziente a mettere ordine nel caos di emozioni che sta vivendo, ma la narrazione delle esperienze vissute nel confronto con la persona malata aiuta anche il medico a riflettere, a rielaborare le proprie esperienze educative e di cura evitando così il rischio che emozioni compresse possano trasformarsi in sentimenti di cinico distacco, in burnout, come purtroppo qualche volta accade.

Narrare è, infatti, un modo fondamentale per conferire un significato all’esperienza umana. Fin dai tempi più antichi, narrare ha significato la possibilità per gli esseri umani di liberarsi da angosce e paure. La narrazione permette di creare una distanziazione tra il paziente e le sue esperienze, e questo spazio relazionale ne rende possibile la rielaborazione e il superamento. A ciò si aggiunge la funzione di risignificazione del racconto, in cui il vissuto è ripercorso e riempito di significati, e quella di organizzazione, di messa in ordine delle esperienze. Da qui deriva quella che Demetrio definisce potere ricompositivo del racconto, in quanto esso ci trasmette la sensazione di “tenerci insieme”, di ricucire i frammenti disordinati e rimossi della nostra esistenza.

È evidente, tuttavia, che un “oggetto” per poter essere considerato “testo narrativo medico”, deve in qualche modo raccontare una storia di interesse per il mondo sanitario; non a caso infatti la letteratura sulle Humanities pone grande enfasi sulla scelta dei materiali. Questi ultimi devono sempre toccare, direttamente o indirettamente, i grandi temi che entrano in gioco nella pratica clinica, quali la malattia, la guarigione, la sofferenza, il corpo, la disabilità, la morte. Molti testi, quindi, si prestano ad una interpretazione, ma non tutti sono adatti alla formazione per lo sviluppo di capacità interpretative e riflessive negli operatori sanitari.

         La letteratura sulle Medical Humanities segnala che esiste un consenso a livello generale sul fatto che l’esplorazione delle associazioni e delle risposte emotive attivate dalla lettura costituisce l’elemento pedagogico fondamentale. Sulla base di questa finalità irrinunciabile sembra che il setting formativo più adeguato per queste attività didattiche sia quello del piccolo gruppo, perché in esso è più facile attivare la riflessività e l’interpretazione, la libera espressione, il confronto e, quindi, la circolarità delle esperienze. L’approccio didattico più utilizzato è rappresentato dalla lettura comune del testo finzionale o autobiografico, la presentazione da parte degli studenti e la discussione. A volte si inseriscono brevi lezioni e si danno compiti di scrittura agli studenti, quali diari, registrazione delle osservazioni e delle reazioni ai testi, nonché appunti critici.

Poiché il setting più adeguato per questo tipo di insegnamenti sembra essere quello del piccolo gruppo, la funzione docente si declina prevalentemente come funzione tutoriale. La presenza del tutor, che è per definizione un facilitatore dell’apprendimento e non un erogatore di conoscenze, è utile per favorire lo scambio di opinioni e riflessioni, per guidare la discussione avendo sempre in mente quella che è la finalità didattica di tali attività e, infine, per attivare l’elaborazione personale dello studente.

Infine, poiché le Medical Humanities, oltre allo sviluppo di abilità comunicative e linguistiche, hanno come scopo principale quello di sviluppare attitudini (attenzione al paziente come individuo) e capacità interpretative (che difficilmente possono essere valutate in modo oggettivo), è importante prevedere sia attività di valutazione del processo di apprendimento, sia di autovalutazione, nonché attivare la valutazione di gradimento di studenti e docenti sul percorso svolto.

Concludendo, i diversi approcci alle Medical Humanities, sia di quelli che proclamano il bisogno di far circolare nella medicina la linfa delle Humanitas, sia di quelli che rivendicano un posto di rilievo alle scienze dell’uomo o auspicano una umanizzazione della medicina, sembrano tutti convergere verso la decisiva modifica che è avvenuta nella struttura epistemologica della medicina quando si è modellata sulla scienza sperimentale.

         Al denominatore comune ai diversi approcci alle Medical Humanities possiamo ricondurre l’esigenza di armonizzare una preparazione high tech con una altrettanto convinta metodologia high touch. L’odierna tecnologia rappresenta, infatti, un bene prezioso ed una grande risorsa, e difficilmente le Medical Humanities potranno svolgere il proprio ruolo in chiave antagonistica rispetto all’evoluzione scientifica e agli sviluppi tecnologici della medicina. Tuttavia in medicina l’high tech, ossia la supertecnologia, non può e non deve dimenticare l’high touch, il contatto umano, la mente e la mano guidate oltre che dalla ragione scientifica anche da ragioni che tengano conto della natura degli uomini e dei limiti della scienza. L’utilità degli strumenti tecnologici dovrebbe, dunque, restare ciò che era all’inizio, ossia qualcosa che possiamo apprezzare e valutare in pieno per la sua efficacia di mezzo nel perseguimento di un fine. Ciò è possibile se la medicina torna a cercare la sua radice nella stessa struttura ontologico – esistenziale dell’umano, là dove si iscrive la sua identità di “arte della cura”.

Non si tratta di proporre ritorni antistorici, ma piuttosto di guardare all’essenziale nella relazione di cura: l’essere insieme, il medico ed il paziente, in una ricerca comune che non è solo l’interrogarsi pratico su come ritrovare la salute, ma l’interrogarsi dell’esistenza di ognuno dei due, “ragione con ragione, uomo con uomo”, come scrive Jaspers sul significato di quella perdita che è il dolore dell’uomo e dell’arte di porvi riparo.

Un antico emblema seicentesco raffigura un cieco che sorregge sulle spalle uno storpio, ricambiando il compagno per la vista che questi gli dona. Integrano reciprocamente ed in armonia le loro carenze, l’uno presta gli occhi, l’altro le gambe.

Si tratta di un simbolo assai efficace per definire i rapporti tra medicina e scienze umane, laddove l’integrazione nasce dal riconoscimento delle reciproche carenze e possibilità.

 

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